mercoledì 20 maggio 2015

The Legendary B Sides







Disc 1

Louis Philippe,  The touch of evil
Anthony Adverse, T-R-O-U-B-L-E
The King of Luxembourg, How to get on in society
Gol Gappas, Albert Parker
Momus,  on't leave
Bid, Love
The Cavaliers, Ian Botham - The I.T. man
Rosemary's Children, Whatever happened to Alice?
Anthony Adverse, Eine symphonie des grauens
The King of Luxembourg, Sketches of Luxembourg
Louis Philippe, Twangy Twangy
Always, The arcade
The Underneath, Fire (variations)
Marden Hill, Let's make Shane & McKenzie
Mayfair Charm School, Little black dresses
Klaxon 5,  reat railway journeys
Gol Gappas, Roman
Cagliostra,  admen & lovers
Louis Philippe, Little pad
The King of Luxembourg, Espadarte






Disc 2

The King of Luxembourg,  ee Remick
The Florentines, Whisper not
The Raj Quartet, Invocation of Thoth
Always, Park row
Would-Be-Goods, The hanging gardens of Reigate
Anthony Adverse, Fountain
Marden Hill, Hangman
Louis Philippe, What if a day?
The King of Luxembourg, The elusive Pimpernel (le chevalier de Londres)
Bad Dream Fancy Dress, Up The King of Luxembourg!
Always, The flying display
Anthony Adverse, Green park
Marden Hill, The exection of emperor Maximillian
Ambassador 277, Valediction
The King of Luxembourg, Personality parade
Would-Be-Goods, Cecil Beaton's scrapbook
Louis Philippe  Smash hit wonder
Bad Dream Fancy Dress, Choirboys gas
Bad Dream Fancy Dress, You wind me up
Anthony Adverse, Good girl





lunedì 11 maggio 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Il racconto del lupo mannaro

L'amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l'aria si colma d'ombre verdognole e talvolta s'affumica d'un giallo sinistro, tutto c'è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l'amico ed io non possiamo patire la luna.
Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch'è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l'aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l'amico entrò all'improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po' più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse.
- Che è questo? - gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico nell'aspetto e, dirò, nel comportamento della vescica.
- Non vedi? Son riuscito ad acchiapparla... - rispose l'amico guardandomi con un sorriso incerto.
- La luna! - esclamai allora. L'amico annuì tacendo. 
Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l'altro sudava un liquido ialino che gocciolava di tra le dita dell'amico. Questi però non si decideva a deporla.
- Oh mettila in quell'angolo - urlai, - troveremo il modo di ammazzarla!
- No, - disse l'amico con improvvisa risoluzione, e prese a parlare in gran fretta, - ascoltami, io so che, abbandonata a se stessa, questa cosa schifosa farà di tutto per tornarsene in mezzo al cielo (a tormento nostro e di tanti altri); essa non può farne a meno, è come i palloncini dei fanciulli. E non cercherà davvero le uscite più facili, no, su sempre dritta, ciecamente e stupidamente : essa, la maligna che ci governa, c'è una forza irresistibile che regge anche lei. Dunque hai capito la mia idea: lasciamola andare qui sotto la cappa, e, se non ci libereremo di lei, ci libereremo del suo funesto splendore, giacché la fuliggine la farà nera quanto uno spazzacamino. In qualunque altro modo è inutile, non riusciremmo ad ammazzarla, sarebbe come voler schiacciare una lacrima d'argento vivo.
Così lasciammo andare la luna sotto la cappa; ed essa subito s'elevò colla rapidità d'un razo e sparì nella gola del camino.
- Oh, - disse l'amico - che sollievo! quanto faticavo a tenerla giù, così viscida e grassa com'è! E ora speriamo bene; - e si guardava con disgusto le mani impiastricciate.
Udimmo per un momento lassù un rovellio, dei flati sordi al pari di trulli, come quando si punge una vescia, persino dei sospiri: forse la luna, giunta alla strozzatura della gola, non poteva passare che a fatica, e si sarebbe detto che sbuffasse. Forse comprimeva e sformava, per passare, il suo corpo molliccio; gocce di liquido sozzo cadevano friggendo nel fuoco, la cucina s'empiva di fumo, giacché la luna ostruiva il passaggio. Poi più nulla e la cappa prese a risucchiare il fumo.
Ci precipitammo fuori. Un gelido vento spazzava il cielo terso, tutte le stelle brillavano vivamente; e della luna non si scorgeva traccia. Evviva urràh, gridammo come invasati, è fatta! e ci abbracciavamo. Io poi fui preso da un dubbio: non poteva darsi che la luna fosse rimasta appiattata nella gola del mio camino? Ma l'amico mi rassicurò, non poteva essere, assolutamente no, e del resto m'accorsi che né lui né io avremmo avuto ormai il coraggio d'andare a vedere; così ci abbandonammo, fuori, alla nostra gioia. Io, quando rimasi solo, bruciai sul fuoco, con grande circospezione, sostanze velenose, e quei suffumigi mi tranquillizzarono del tutto. Quella notte medesima, per gioia, andammo a rotolarci un po' in un posto umido nel mio giardino, ma così, innocentemente e quasi per sfregio, non perché vi fossimo costretti.
Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse in cielo, lo sentivamo bene invece che c'era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e poterci tormentare. Era come il sole nero e notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l'alba.
Infatti, anche quella nostra misera gioia cessò presto; una notte la luna ricomparve. Era slabbrata e fumosa, cupa da non dire, e si vedeva appena, forse solo l'amico ed io potevamo vederla, perché sapevamo che c'era; e ci guardava rabbuiata di lassù con aria di vendetta. vedemmo allora quanto l'avesse danneggiata il suo passaggio forzato per la gola del camino; ma il vento degli spazi e la sua corsa stessa l'andavano gradatamente mondando della fuliggine, e il suo continuo volteggiare ne riplasmava il molle corpo. Per molto tempo apparve come quando esce da un'eclisse, pure ogni giorno un po' più chiara; finché ridivenne così, come ognuno può vederla, e noi abbiamo ripreso a rotolarci nei braghi.
Ma non s'è vendicata, come sembrava volesse, in fondo è più buona di quanto non si crede, meno maligna più stupida, che so! Io per me propendo a credere che non ci abbia colpa in definitiva, che non sia colpa sua, che lei ci è obbligata tale e quale come noi, davvero propendo a crederlo. L'amico no, secondo lui non ci sono scuse che tengano.
Ed ecco ad ogni modo perché io vi dico: contro la luna non c'è niente da fare.

(Tommaso Landolfi. Le più belle pagine. Scelta e postfazione di Italo Calvino. Rizzoli, 1989)




lunedì 4 maggio 2015

Looking in the Shadows







Only tonight
Don't be mean
Forgotten words
Pretty
Truth is hard
Babydog
You ask why
57 Ways to end it all
So damn early
You kill me
Love a loser
Looking in the shadows






giovedì 2 aprile 2015

Buona Pasqua

Esiste un animale detto lontra, che ha la forma di un cane, ed è nemico del coccodrillo. Quando dorme, il coccodrillo tiene la bocca aperta: allora la lontra va a spalmarsi tutto il corpo di fango, e quando il fango si è disseccato, balza nella bocca del coccodrillo, gli rode tutti i canali del corpo e gli divora gli intestini. 
Il coccodrillo è dunque simile al diavolo, mentre la lontra è un'immagine del nostro Salvatore: infatti il Signore nostro Gesù Cristo si è coperto della carne terrestre, è sceso all'Inferno e ha sciolto l'afflizione della morte, dicendo a quelli che erano in catene: "Uscite!", e a quelli che giacevano nelle tenebre: "Rivelatevi!". E ancora ha detto l'Apostolo: "Dov'è, morte, la tua vittoria, dov'è, Inferno, il tuo pungiglione?" [1 Cor., 15.55]. E dopo tre giorni è risuscitato da morte, e con sé ha risuscitato la carne terrestre.

(Il Fisiologo. A cura di Francesco Zambon. Adelphi, 1975)





giovedì 19 marzo 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: I guai di Barba Tmin

"Gh'era ona vòlta on brav'òmn, che 'l se ciamava Tmin." Ma tutti lo chiamavano Barba ('zio'), perché era sempre onesto e gentile  con tutti, pronto a dare aiuto ogni volta che gli veniva chiesto. Aveva un solo difetto: era un po' troppo ingenuo. E per questa sua ingenuità, a rivoltargli le tasche non ne sarebbe uscito un soldo bucato. Ma Tmin era felice della stima che tutti gli dimostravano, e si accontentava. 
Un giorno un suo vicino ereditò dodici marenghi d'oro, e siccome aveva una moglie spendacciona, pensò bene di darli in custodia a Barba Tmin.
E Tmin, che non era capace di dire di no, e inoltre si sentiva onorato di quella prova di fiducia, acconsentì.
- Ci penso io, a custodire i vostri marenghi!
A quei tempi non esistevano casseforti e Tmin non trovò niente di meglio, per mettere al sicuro il gruzzolo, che infilare la borsa in una calza e nasconderla nel materasso. Per prudenza, alla moglie non disse niente.
Passò del tempo.
Un giorno il vicino, che doveva fare delle spese, tornò a riprendersi i suoi marenghi. Tmin tirò fuori la calza dal materasso e ne tolse la borsa, che dette al vicino senza neanche aprirla. Il vicino l'aprì, e contò i marenghi.
- Ehi, Barba Tmin! Sono undici invece che dodici! Avete tradito la mia fiducia... mi avete rubato un marengo! Non me lo sarei mai aspettato da voi!
Il vicino era proprio su tutte le furie. Quanto a Barba Tmin, cadeva dalle nuvole.
- Amico mio, come potrei avervi rubato il marengo, se non ho neanche aperto la borsa?
- Meno storie. Il marengo manca, e non potete averlo preso che voi. Dovete restituirmelo.
- E come, se non posseggo un soldo?
- Ora vado dal giudice, e vedremo se non me lo restituirete, con le buone o con le cattive!
E andò difilato dal giudice.
Qualche giorno dopo arrivò la citazione. Barba Tmin doveva presentarsi in tribunale, il giorno tale, ora tale.
Il poveretto era sconvolto. Possibile che un uomo come lui, conosciuto ovunque per la sua onestà, dovesse comparire davanti al giudice?
- Io il marengo non l'ho preso, non ce l'ho. Come posso restituirlo?
Non aveva più pace, né giorno, né notte, si arrovellava, smagriva a vista d'occhio.
E venne il giorno del processo. A testa bassa, tirandosi dietro il fido cagnolino, Barba Tmin si incamminò verso il paese vicino, dove aveva sede il tribunale. A metà strada si imbatté nel signorotto del villaggio, un ricco cavaliere, che andava a passeggio in carrozza insieme alla moglie. Vedendolo così abbattuto e mesto, il cavaliere fece fermare la carrozza. 
- Ehi, Barba Tmin, dove andate con quella faccia da funerale? Che vi è successo?
- Ah, signor cavaliere, sono stato citato in tribunale. Un uomo come me, stimato da tutti, che non ha mai avuto niente a che fare con la giustizia!
- E per quale ragione dovete presentarvi in tribunale, Barba Tmin?
Tmin non si fece pregare, e raccontò tutto. Il cavaliere era esterrefatto.
- Voi, prendere un marengo che non vi appartiene! Impossibile! Non ci crederò mai. Verrò a testimoniare in vostro favore davanti al giudice. 
Tmin era al settimo cielo. Cominciò a inchinarsi, a scappellarsi, ad agitarsi. E tanto si inchinò, si scappellò, si agitò che i cavalli si spaventarono, si impennarono, e finirono per rovesciare la carrozza.
La moglie del cavaliere fu sbalzata a terra e si ruppe una gamba. Il cavaliere si infuriò.
- Sciocco zoticone! Avete fatto impennare i cavalli con le vostre stupide smancerie. Adesso mia moglie ha una gamba rotta! Altro che difendervi... verrò anch'io in tribunale a reclamare i danni.
Invano il povero Barba Tmin cercò di scusarsi, di giustificarsi. Il cavaliere era inviperito, non intendeva ragioni. Allora Tmin riprese la sua strada, ancor più accasciato e disperato.
Ed ecco di lontano apparire due guardie. Tmin non sapeva più che fare.
- Me miserello, vengono a prendermi!
Da quelle parti c'era una cascina. Pensò di rifugiarsi lì. Corse nel fienile, salì la scaletta e si nascose tra il fieno. Ma tanto si agitava per nascondersi bene che non vide il foro che serviva a far cadere il fieno nella stalla. E vi si infilò a capofitto.
Nella stalla abitava un vecchio sellaio, che stava aggiustando dei finimenti. Tmin gli precipitò proprio sulla testa, e lo stese secco. Accorse il figlio del sellaio che lavorava lì vicino, e dette in escandescenze.
- Tmin, sciagurato che siete... avete ammazzato mio padre. E lo avete fatto di proposito. Altrimenti perché sareste salito nel fienile?
Tmin cercò di ammansirlo, raccontandogli le sue disavventure. Ma quello si infuriò ancora di più.
- Ah, state andando dal giudice! bene, ci verrò anch'io, e vedremo se non sarete condannato a pagare i danni per la morte di mio padre!
Tmin, sempre più disperato, riprese la via del paese, seguito dal cagnolino. Era giorno di mercato, e un droghiere aveva esposto sulla strada, insieme ad altre merci, un otre pieno d'olio da lampada. Il Cagnolino lo vide, e siccome era stanco e affamato, in un baleno se lo bevve tutto. Tmin non si era accorto di niente, ma i passanti sì, e si sganasciavano dalle risa.
Venne fuori il droghiere, urlando. Il cagnolino, spaventato, si rifugiò tra le gambe del padrone.
- E' vostro questo cane? - domandò il droghiere a Barba Tmin.
- E' mio.
- Ha bevuto un otre di olio da lampada. Dovete pagarmelo.
- E come faccio, se non ho un soldo? Povero me, ho già avuto guai abbastanza!
E per impietosirlo, gli raccontò le sue disavventure. Ma il droghiere non si impietosì affatto.
- Ah, andate dal giudice! Bene, ci vengo anch'io, e vedremo se non mi pagherete il mio olio!
Chiuse il negozio, sebbene fosse giorno di mercato, e via di corsa in tribunale. Quando vi giunse anche Tmin, tutti i suoi accusatori lo avevano già preceduto. E tutti schiumavano rabbia. Il giudice, che era una persona alla buona, si rivolse gentilmente a Tmin, che conosceva da tempo.
- E allora, Barba Tmin? Che mi dite di tutte queste accuse che vi sono piovute addosso in una sola giornata?
- Signor giudice, io non ho mai avuto a che fare con la giustizia, prima d'oggi, e vi giuro che...
- Meno chiacchiere - tagliò corto il giudice. - Avanti il primo accusatore.
- Sono io - disse il vicino.
- Che avete da dire?
- Tempo fa ho consegnato a Barba Tmin una borsa con dodici marenghi d'oro, e lui me ne ha restituiti solo undici.
Il giudice mostrò la borsa a Barba Tmin e gli chiese:
- E' vero quel che afferma il vostro vicino?
- Signor giudice, io ho ricevuto la borsa, l'ho nascosta sotto il materasso e non l'ho mai parte. Come potrei aver preso il marengo?
- Barba Tmin, potete giurare di non aver mai aperto la borsa?
- Lo giuro.
- E voi che lo accusate, potete giurare che la borsa conteneva undici marenghi?
- Lo giuro.
- Allora, se la borsa che conteneva dodici marenghi non è mai stata aperta, e se questa ne contiene undici, significa che non è la vostra. E io la sequestro.
- Ma signor giudice...
Il vicino protestò a lungo, invano.
- Questa è la sentenza, avanti un altro.
Era il turno del cavaliere.
- Barba Tmin si è tanto agitato davanti ai cavalli della mia carrozza che li ha fatti impennare; mia moglie è caduta e si è rotta una gamba. Chiedo che mi siano pagati i danni.
- Giustissimo - disse il giudice.
Poi si rivolse a Barba Tmin.
- Potete risarcire le spese che il cavaliere dovrà affrontare per far curare sua moglie?
- Signor giudice, io non ho il becco di un quattrino.
- Allora, siccome il cavaliere ha diritto a farsi pagare i danni, e Tmin non ha denaro, il cavaliere porterà sua moglie in casa di Tmin, il quale da parte sua si impegnerà a curarla finché non sarà guarita.
- Signor giudice... mia moglie, una distinta dama, in casa di Tmin! Impossibile!
- Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il terzo accusatore era il figlio del sellaio morto.
- Barba Tmin si è gettato giù dal fienile, è caduto sulla testa di mio padre, e lo ha ammazzato. Chiedo di essere ripagato per tanta perdita.
Il giudice, per la terza volta, chiese a Tmin:
- Avete di che pagare?
- No, signor giudice, lo sapete bene. Da quando son qui non faccio che ripetere che non posseggo un soldo.
- Allora, giovanotto, non c'è che una decisione da prendere: applicare la legge del taglione. Occhio per occhio, dente per dente. Tmin si metterà nella stalla sotto il buco del fienile, voi vi butterete giù, e lo ammazzerete.
- E se lui si tira indietro? Potrei morire io!
- Affari vostri. Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il quarto accusatore era il droghiere.
- Il cane di Tmin mi ha bevuto un otre di olio da lampada. Voglio esser pagato.
- Tmin, avete di che pagare l'olio?
- No.
- Droghiere, Tmin non ha denaro, avete sentito. Non vi resta che prendere il suo cane, appenderlo a una trave del soffitto, attaccargli un lucignolo alla coda e accenderlo tutte le volte che avrete bisogno di far luce, finché l'olio che vi ha bevuto non si sia tutto consumato.
Ma il droghiere non intendeva affatto tenersi in bottega un cane-lampada. E se ne andò scornato, insieme al vicino, al cavaliere e al giovanotto. Allora il giudice fece cenno a Tmin di avvicinarsi, e gli sussurrò in un orecchio:
- Cosa ne facciamo di questi marenghi? Io direi che possiamo dividerceli. Sei per me, e cinque per voi.
A Tmin il conto non tornava.
- Perché a me solo cinque?
- Il sesto chiedetelo a vostra moglie. Dalla borsa non può averlo preso che lei.
Tmin esitò un momento, poi tese la mano, prese i cinque marenghi d'oro e se ne tornò a casa tutto soddisfatto, meditando sulla giustizia e sulla sorte, e borbottando fra sé: - L'è pròpri vera quel che dis el proverbi, che chi sbragia pussee gh'ha reson.

(Storie lombarde. Fiabe e leggende di casa nostra. Fabbri editori, 1977)






venerdì 13 marzo 2015

Le meravigliose avventure del bambino più bello del mondo







Dalle note di copertina:

Le meravigliose avventure del bambino più bello del mondo si ispira al decimo canto del BHAGAVATA PURANA pubblicato con il titolo Il libro di Krsna (Edizioni Bhaktivedanta - Roma 1978), tradotto dal sanscrito da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, dell'ISKCON.

Ringraziamo per il loro aiuto ai progetti dell'ISKCON: Paolo Tofani, Eugenio Finardi, Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia, George Harrison, Bob Marley, Stevie Wonder, Alice Coltrane, Carlos Santana, Richie Havens.

Prodotto da Claudio Rocchi


giovedì 5 febbraio 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Nell'isola degli automi

Si era svegliato sulla spiaggia, coperto di rena fino al collo, mezzo seppellito, e, aprendo gli occhi e sollevando il corpo sotto quel fulgore di sole, si sentiva così stordito da non potersi spiegare in che modo si trovava colà.
Dov'era?... E il bastimento?... E suo padre?
Il ragazzo si vide accanto un grosso cane, che agitava la coda in segno di festa, guardandolo affettuosamente. E si rizzò, scotendo la rena dai calzoni e dalla camicia.
E la giacchetta?... E le scarpe?
Ora cominciava a rammentarsi: la tempesta che aveva sballottato il bastimento, l'urto sugli scogli, le grida, la confusione, la barchetta in cui l'avevano buttato... e più niente! Si era svegliato dopo aver dormito chi sa quante ore! Il sole era alto... Quando l'avevano buttato nella barca faceva buio, e i lampi illuminavano, di tratto in tratto, i cavalloni spumanti, che si riversavano addosso al bastimento quasi per sommergerlo.
Guardò attorno verso terra, guardò lontano verso il mare. La spiaggia saliva, arida, senza che vi si vedesse anima viva; il mare ondeggiava tranquillo, solcato da lunghe strisce, che sembravano stradoni tracciati sulla faccia delle acque. Non un legno, non una barchetta.
Un senso di paura e di sconforto invase il ragazzo, che non osava accostarsi al cane.
Eppure il povero animale lo festeggiava con gli occhi e con la coda, quasi si aspettasse una carezza. 
Il ragazzo si sentì riempire gli occhi di lacrime, e chiamò con un grido: "Babbo! Babbo!"
Il cane cominciò a saltellargli attorno; fece un tratto di spiaggia, tornò addietro, abbaiando allegramente e riprese a correre.
Vuole indicarmi la strada? pensò il ragazzo.
E, timidamente, palpò la schiena del cane, che subito si slanciò alla corsa, voltando la testa di tanto in tanto. Sembrava dicesse: "Seguimi! Seguimi!"
Il disgraziato, che si vedeva solo, abbandonato, in un posto sconosciuto, non sapeva risolversi ad allontanarsi; suo padre doveva essere andato in cerca di soccorsi; lo aveva lasciato là, coprendolo con la rena per fargli asciugare gli abiti inzuppati di acqua marina; doveva tornare a riprenderlo... Ma il cane abbaiava da lontano, fermato sulle zampe davanti protese un po'...
Di chi era quell'animale così buono e così intelligente?
Singhiozzando, con voce strozzata, il ragazzo chiamò di nuovo: "Babbo! Babbo!"
E stette ad attendere che qualcuno apparisse, che qualcuno gli rispondesse. Le lacrime gl'inondavano la faccia, il cuore gli diventava piccino piccino. Suo padre era morto, annegato?... E si rivoltò con occhi atterriti verso la spiaggia, verso il punto dove acuminati e aspri si rizzavano gli scogli, che le ondate del mare lavavano a riprese, cingendone la base con cerchi di spuma.
Il cane riprese ad abbaiare, quasi stizzito di non vedersi seguire.
Il ragazzo si decise improvvisamente, e fece di corsa il tratto di spiaggia in salita. Lassù, si arrestò maravigliato.
Come con un cambiamento di scenario, gli era apparsa davanti gli occhi una vasta estensione di terra tutta verde di erba, di alberi, di pianticine, solcata orizzontalmente da una corrente di acqua che parva argento liquefatto e si perdeva laggiù tra le ultime collinette. Nella pianura, lontano, tra gli alberi, una casa bianca col tetto rosso, davanti alla quale si arrestava la strada larga e diritta, che cominciava a pié del versante dell'altura dov'egli si era fermato. In quella casa c'era gente, senza dubbio. Come lo avrebbero accolto?... Forse suo padre era andato colà?
E l'idea di ritrovarvelo gli fece affrettare i passi.
Alla volta del viottolo si arrestò.
Sotto un albero, ritto e appoggiato al tronco, c'era un uomo, che lo guardava fisso fisso. Il cane era andato a saltellargli attorno, a leccargli le gambe. Colui parve scotersi, cominciò a movere lentamente la testa in segno di buona accoglienza, e tese un braccio per indicare la strada, dicendo con voce un po' stentata e nasale: "Tout droit, allez! Tout droit, allez! Avanti, diritto! Avanti, diritto!"
Pareva inchiodato al suolo su una specie di rialzo circondato di pianticine, e, parlando, continuava a fare la stessa mossa della testa, lo stesso gesto del braccio, e gli occhi lucidi, con sguardo fisso, avevano una strana espressione.
Il ragazzo ebbe paura, specialmente quando colui rialzò lentamente il capo, abbassò lentamente il braccio e rimase immobile con gli occhi fissi.
Il cane era tornato sul viale e andava avanti. Il ragazzo non credeva ai suoi occhi. Quell'uomo, che pareva una statua, doveva esser vivo, giacché si era mosso e aveva parlato; ma doveva essere un po' matto, pensava il ragazzo. E per ciò gli passò davanti quasi senza guardarlo, rispondendogli: "Grazie!" per non irritarlo. Si rivolse a dargli un'occhiata dopo aver fatto una ventina di passi. Colui se ne stava appoggiato al tronco, immobile. Allora il ragazzo riprese a seguire il cane, senza più voltarsi.
Più avanti, anche sotto un albero, seduta su una seggiola appoggiata al tronco, una vecchia signora leggeva. Il cane corse a saltellarle attorno, a leccarle la veste. La signora levò gli occhi dal libro, cert'occhi strani, lucidi, con sguardo fisso come quelli di quell'altro, volse la testa verso il ragazzo e gli disse, con voce un po' stridula: "Bien arrivè! Bien arrivè! Bene arrivato! Bene arrivato!"
"Scusi, signora!" rispose il ragazzo. "Ha veduto mio padre?..."
Ripeteva le stesse parole in due lingue, ma il ragazzo capiva soltanto l'italiano.
Egli si sentiva strabiliare. Che strana gente! Non osò fare un passo verso la vecchia signora, la quale aveva già abbassato gli occhi sul libro, senza più curarsi di lui.
Il ragazzo andava dietro al cane, facendo mille supposizioni, guardando qua e là se mai potesse scorgere altre persone e sapere qualcosa di suo padre. La vista della casa bianca, là in fondo, di cui ora poteva scorgere la porta e le finestre chiuse, gli dava coraggio.
Tutt'ad un tratto, egli gettò un grido. Da una siepe di bosso, che fiancheggiava il viale, era sbucato improvvisamente un vecchio, curvo, appoggiato a un bastone, con larga veste da camera a fiorami e berretto di velluto. La barba, bianchissima, gli scendeva sul petto; i capelli candidissimi gli circondavano la faccia veneranda. Sorrideva, gli accennava di accostarsi. Pronunziate le prime parole, e capito subito che il ragazzo intendeva soltanto l'italiano, egli prese a parlargli in questa lingua, pronunziandola un po' male: "Non aver paura. Chi sei? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Nino Raggio. Mio padre è qui?... Andavamo in America... Mio padre è capitano di bastimento... Abbiamo avuto la tempesta..."
"Ho capito," rispose il vecchio. "Vieni con me." E gli tese la mano.
Questo qui era diverso dagli altri; non aveva quegli occhi strani, quella voce stridula e si moveva.
"Hai appetito?"
"Ho fame..."
"Cògli quest'arancia; sbucciala. Intanto andremo a casa."
Ma lungo il viale Nino Raggio era passato di sorpresa in sorpresa. Di tratto in tratto il vecchio si fermava davanti a un personaggio appostato, come gli altri due, sotto un albero. Uno spaccalegna, appena li vide, si metteva a menare la scure, cantando, senza badare a loro; un ragazzo portava alle labbra un flauto e cominciava a sonare; un soldato spianava il fucile contro di essi e gridava: "On ne passe pas! Non si passa!"
"Noi passeremo," disse il vecchio, sorridendo.
"Non si passa! Non si passa!" ripeteva intanto il soldato.
Aveva quasi la stessa voce stridula di quegli altri, gli stessi sguardi fissi e lucenti, e Nino Raggio stringeva forte la mano del vecchio.
"Presentat'arm!"
Al comando, il soldato presentò l'arma e restò fermo, quasi la voce del vecchio lo avesse paralizzato.

Erano arrivati davanti alla casa. Ai lati della porta stavano seduti due nani. Il vecchio picchiò col bastone su una piccola piastra di rame incastrata nel suolo, e improvvisamente la porta e le finestre si spalancarono; i nani si misero a saltare, agitando le braccia e le teste; a ogni finestra si affacciò una persona con lo strano aspetto di quelle vedute per istrada, cioè con occhi lucidissimi, sguardo quasi fisso, e la pelle del viso che sembrava dipinta. Tutte agitavano braccia e teste, come prese da pazza gioia per l'arrivo del vecchio; poi, assumendo atteggiamenti composti, si mettevano a cantare. Alla luce del sole, quei personaggi avevano qualcosa che ripugnava, che faceva paura; sembravano gente morta, galvanizzata da corrente elettrica, e che sarebbe da lì a poco, tornata a morire e a disfarsi.
Nino si stringeva ai panni del vecchio e lo guardava per accertarsi ch'egli era dissimile da coloro, veramente vivo.
Intanto quei signori avevano terminato di cantare e, con la stessa celerità con cui erano apparsi e si erano mossi, sparivano dalle finestre; i due nani si rimettevano a sedere, immobili, guardando davanti a sé con gli occhi lucidi e fissi.
"Entriamo; non aver paura," disse il vecchio.
Passando accanto ai due nani, il ragazzo capì che quei due mostriciattoli erano due pupazzi. Eppure si erano mossi, avevano saltato, avevano agitato braccia e teste, e cantato insieme con gli altri!
Chi era dunque quel vecchio? Un mago?
Gli usci delle stanze erano chiusi; ma appena egli e il vecchio si accostavano, gli usci si aprivano come per incanto, li lasciavano passare e si richiudevano dietro a loro.
Questo atterrì talmente il ragazzo, che egli scoppiò in pianto.
"Non aver paura," replicò il vecchio, entrando in un vasto salone. "Qui tutto è meccanismo. Guarda: premo col piede questo bottone."
Non aveva finito di dire e di premere un bottone, quasi invisibile sul pavimento, che i quattro usci si spalancarono e dalle pareti sbucarono una dozzina di personaggi gridanti: "Comandi!"
E per tutta la casa scoppiò la stessa parola: "Comandi! Comandi!"
Aveva un bel dire il vecchio: "Non aver paura!"
Quel che Nino vedeva era così sorprendente, che ne avrebbe avuto paura anche una persona più ragionevole di lui.
"Ora domandiamo notizie di tuo padre."
Nino, a queste parole, si sentì rinfrancare.
Il vecchio si era accostato a una buchetta rotonda della parete di faccia, vi aveva applicato le labbra e si era messo a borbottare; non si capiva quel che diceva. Quando ebbe finito, prese un tubettino di causciù, alla cui estremità biforcata erano adattate due ghiande nere, se le applicò nella cavità degli orecchi e stette ad ascoltare. Nino lo guardava ansiosamente; avrebbe voluto leggergli la risposta negli occhi.
"Fra due ore tuo padre sarà qui." disse finalmente il vecchio, togliendosi l'apparecchio con cui era stato ad ascoltare. "Intanto mangerai e ti divertirai coi miei automi. Ecco, arriva la colazione."
Si udiva un fischio simile a quello di una piccola locomotiva; sempre più forte di mano in mano che si accostava. Poi gli usci si richiusero, i personaggi rientrarono nelle pareti, dove non si scorgeva traccia di porticine, e nel centro della stanza si aprì un pavimento, si levò su, lentamente, un tavolino con la tavola apparecchiata, e le tavole del pavimento, che si erano scostate, tornarono a commettersi.
Nino, nello sbalordimento, non aveva più sentito lo stimolo della fame; la vista dei piatti fumanti gli ridestò l'appetito.
Gongolava di gioia al pensiero che fra due ore avrebbe riveduto suo padre; e per ciò mangiò con gusto, quantunque un po' impaurito di uno di quei soliti personaggi, che girava girava attorno alla tavola, dietro le seggiole e che di tratto in tratto si fermava, stendeva il braccio, afferrava una bottiglia e gli versava acqua o vino, secondo che il vecchio ordinava.

Abbracciato stretto stretto al collo di suo padre, Nino aveva ascoltato, raccapricciando, il racconto delle peripezie del bastimento della notte precedente. Quando lo aveva fatto buttare nella barchetta, affidandone la sorte a un marinaro, il capitano aveva già perduto ogni speranza di rivedere suo figlio. Al chiarore dei lampi aveva visto battere tra gli scogli la barchetta, poi aveva visto il marinaio lottante coi cavalloni e da questi gettato, insieme col ragazzo, miracolosamente sulla spiaggia. Poi, per alcuni minuti che gli erano parsi secoli, niente. Altri lampi, poco dopo, gli avevano fatto scorgere l'imprudente marinaio tratto di nuovo dai cavalloni; ed egli era rimasto, fino a poco addietro, nell'incertezza se il ragazzo avesse avuto lo stesso destino. La tempesta, intanto, avvolgendo quasi in un vortice il bastimento, gli aveva fatto fare il giro delle coste dell'isoletta, e così, al cessare dell'uragano, il bastimento, senz'alberi, senza vele, in piena balìa delle onde, si era trovato davanti a un piccolo seno, dove tutto l'equipaggio aveva potuto prendere terra.
Terminato il racconto, fu la volta del capitano nell'interrogare.
Egli non era maravigliato meno di suo figlio delle cose che vedeva.
"Vivo qui da quarant'anni," disse il vecchio.
"Sempre solo?"
"Con quella piccola tribù d'operai che avete vista nell'altra parte dell'soletta. Quarant'anni fa, quest'isola era uno scoglio; io l'ho trasformata."
"In che modo?"
"Con la meccanica, con la scienza e con l'altra e con l'altra forza che vale quanto essa: la pazienza! Tre quarti dell'isola appartengono a quegli operai. Quest'altro quarto... è il mio eremo; nessuno di loro vi ha posto mai piede. Tutto quel che qui vedete è opera delle mie mani. I casi della mia vita mi avevano spinto a odiare i miei simili, e per ciò ho voluto avere attorno a me creature, che avessero sembianza di persone viventi, ma che non potessero fare nessun male. E mi sono circondato di automi. Le mie ricchezze mi hanno permesso di cavarmi questo capriccio. Io sono pronipote del celebre Vaucanson, di cui certamente avrete sentito parlare. Avevo ereditato anche il suo genio meccanico, e voi vedete qui se ho saputo riprodurre e superare le maraviglie del mio antenato. Il resto non importa, non può interessare altri all'infuori di me e non voglio neppure ricordarlo."
Il capitano disse a suo figlio: "Guarda bene questo signore. Un giorno potrai dire di aver conosciuto un gran genio. Ti parrà un sogno e forse vorrai tornare a rivederlo."
Il vecchio sorrise, accarezzò la testa del bambino e soggiunse: "Ma non mi troverai! E forse non troverai traccia neppure dell'isola. Intanto permettete alla mia vanità senile di guidarvi pel mio eremo. Qui tutto avrà vita, o, meglio, movimento per un'ora."
E così dicendo si alzò da sedere, girò più volte una manovella nascosta sotto il drappeggiamento di una tenda... e la casa fu piena a un tratto di rumori, di canti, di suoni, di persone che andavano, venivano, parlavano, quasi fossero degli invitati ai quali fossero state aperte ospitalmente le sale.
Il capitano stentava a credere si trattasse di automi, cioè di personaggi, che agivano per via di complicati meccanismi interni.
"Questi giocano una partita," disse il vecchio.
Infatti quattro giocatori erano seduti a un tavolino. Uno di essi, mescolato un mazzo di carte, le aveva distribuite, e tutti e quattro, uno alla volta, buttavano le carte, le raccoglievano dal tavolino, picchiavano su di esso, facendo tutti gli atti dei giocatori appassionati. Uno, di tratto in tratto, pareva si spazientisse, buttava le carte, tentava di rialzarsi; i compagni lo trattenevano, lo facevano rimettere a sedere.
Se il capitano non si fosse accorto che buttavano e prendevano le carte a casaccio, pur facendo le viste di giocare attentamente, avrebbe dubitato che quei quattro silenziosi giocatori fossero stati uomini, che fingessero di fare gli automi.
Intanto una signorina, coi biondi capelli spioventi sulle spalle, seduta al pianoforte lo aveva aperto e si era messa a sonare. Anche qui, se il capitano non avesse osservato che le dita sfioravano soltanto i tasti, e che il pianoforte sonava per mezzo di un proprio meccanismo, l'illusione sarebbe stata completa.
In una gabbia un pappagallo saltellava da una stecca all'altra del trampolino, beccava il mangime, strillava: "Cocò! Cocò!"
"Questo però è vivo," disse il capitano.
"No; guardi bene. E mangia, e digerisce il mangiare, come la celebre oca del mio antenato. Ho riprodotto pure il suo sonatore di flauto! Le recenti innovazioni dell'Edison mi hanno dato il mezzo di raggiungere un perfezionamento che il mio antenato non sognava neppure. I miei automi parlano, cantano, fanno brindisi, recitano poesie, grazie a minuscoli fonografi fatti costruire apposta."
E il vecchio si accostò a un personaggio tutto vestito di nero, ritto davanti a un tavolino, quasi stesse per cominciare una conferenza. Toccò un bottone, e il personaggio subito chinò la testa in segno di saluto al pubblico, tossì e cominciò: "Signore e signori!"
Nino, durante tutto questo, non aveva fatto altro che stringere sempre più forte le mani del babbo; ma davanti a quell'automa dal cranio pelato, con la bocca sdentata, che girava gli occhi e gesticolava rabbiosamente, vomitando insulti contro la razza umana, fu preso da invincibile terrore e cominciò a strillare: "Babbo, andiamo via! Andiamo via!"
Piangeva, si dibatteva, premendo la faccia contro il petto del babbo, e non c'era modo di rassicurarlo.
"Lo scusi," disse il capitano rivolto al vecchio. "Quel che qui si vede è così straordinario, che io stesso non saprei dire se la mia maraviglia e il mio stupore non siano mescolati anch'essi con un po' di paura."
Il conferenziere fu fatto tacere.
Nino aveva parlato del cane da cui era stato guidato dalla spiaggia alla casa.
"E' un automa anch'esso?" domandò il capitano, che ormai credeva possibile ogni più strano miracolo.
"No, il cane è proprio vivo. Ma è così addestrato che può passare per un automa. Non isbaglia mai. Gli automi, disseminati pel parco, vengono messi in movimento da lui. Permettete che io rimandi questi signori a loro posto, e potrete convincervene coi vostri occhi."
Un altro giro di manovella e in un attimo la sala era sgombrata.
Nelle pareti si erano improvvisamente spalancati usci invisibili, gli automi erano rientrati nelle loro nicchie, e gli usci si erano richiusi. Botole si erano sprofondate in vari punti del pavimento, avevano inghiottito parecchi personaggi, e si erano richiuse anch'esse.
La casa aveva preso l'aspetto di una casa ordinaria.

Il capitano aveva fretta di tornare al suo bastimento per sorvegliare i lavori di riparazione che gli uomini dell'equipaggio avevano intrapresi.
Sul punto di congedarsi, il vecchio gli disse: "Voi siete stato il primo e forse anche l'ultimo visitatore di questo grande scoglio. La formazione delle sue coste non ha fatto mai sospettare che potesse essere abitato; le rocce, che lo circondano, impediscono agli occhi indiscreti di vederne l'interno. Vi prego di non rivelare questo segreto a nessuno."
"Mi concederete almeno il permesso di ritornarvi, se le circostanze me lo consentiranno?" rispose il capitano.
Il vecchio accennò di sì; ma, nel sorriso con cui accompagnava il cenno, c'era tale espressione di tristezza, che il capitano non poté trattenersi dal domandargli che cosa volesse significare.
"Sono vecchio; e quando sarò morto, sarà sparita anche questa parte di scoglio."
"Come?"
"L'elettricità la farà saltare in aria."
"E i suoi uomini?"
"Per loro non c'è timore. Alla mia morte abbandoneranno lo scoglio e saranno ricchi."
"Sono brava gente. Essi dovrebbero farla ricredere dalla sua diffidenza sull'onestà umana. Avrebbero potuto assassinarlo, impossessarsi delle sue ricchezze..."
"Non sarebbe stato tanto facile! Uno di loro, che tentò d'infrangere il divieto di passare il limite del parco, pagò la sua imprudenza con la vita."
"Io, dunque, se fossi approdato in un punto dello scoglio..."
"Non poteva approdare in altro punto che in quello dove è approdato."

Erano passati parecchi anni. Nino era già diventato un valente marinaio anche lui. Suo padre faceva l'ultimo viaggio e la curiosità lo spinse a deviare dalla strada, che avrebbe dovuta percorrere secondo le carte. Aveva stentato non poco per ritrovare in mezzo all'oceano quello scoglio fuori mano.
Nino non era meno curioso di lui; quel che aveva visto anni addietro gli era rimasto sì impresso nella memoria; ma gli sembrava più il ricordo di un sogno, che la evocazione di una realtà.
Approdarono nello stesso seno, ma trovarono che già gli abitanti erano ridotti a quattro soltanto.
"E il vecchio?"
"Morto!"
"E il parco?"
"Saltato in aria! Ci aveva detto: 'Quando per tre o quattro giorni non darò segno di vita, sfasciate quella cassetta di ferro, e toccate il bottone che troverete nell'interno...' Obbedimmo! e lo scoglio tremò come per terremoto... La casa era in fiamme, il parco mezzo distrutto... Verso sera non rimaneva più niente di quel che la mattina era un paradiso."
I due marinai rimasero pensosi e non osarono inoltrarsi nell'interno per vedere lo spettacolo di quella distruzione.
"Quell'uomo è vissuto felice," disse Nino.
"Chi lo sa!" rispose il padre. "Qualche volta io credo che abbia dovuto avere dei rimorsi."
"Di che?"
"Di avere speso tutto il suo ingegno, tutta l'attività nel creare questi automi, mentre avrebbe potuto fare tanto bene a creature vive."
"Chi lo sa!" rispose Nino.
Con loro quella volta lasciarono lo scoglio i superstiti, felici di ritornare in mezzo agli uomini, quando avevano perduto ogni speranza di rivedere facce umane.

(Luigi Capuana, Quattro viaggi straordinari. Solfanelli, 1992)








sabato 24 gennaio 2015

Double Up

Sfogliando l'album di famiglia della scena canterburiana uno dei volti ricorrenti è quello del chitarrista Phil Miller. C'è sempre: dall'esordio discografico con i Delivery del fratello Steve ai National Health, passando per Caravan e Hatfield and the North. Se pur mancano all'appello Egg e Soft Machine - così, per completismo - Miller ha spesso collaborato con, dei primi, Dave Stewart (ad esempio in Up from the Dark del 1986) e con ben tre ingranaggi della Morbida Macchina: i Matching Mole di Wyatt, Hugh Hopper con i Short Wave ed Elton Dean. Quest'ultimo fu parte integrante degli In Cahoots, il gruppo fondato da Miller e comprendente Pip Pyle, Peter Lemer, Richard Sinclair e Hopper. Il ruolo di Hopper fu in seguito rivestito da Fred Baker, chitarrista e bassista con il quale Miller registrò e pubblicò nel 1992 per la propria etichetta Crescent il delizioso Double Up che, tra le nove gemme che lo compongono incastona le riletture di due classici del suo repertorio: Calyx dal primo omonimo lavoro degli Hatfield e God Song dal Libretto Rosso delle pugnaci Talpe.







Above & Below (Miller)
Underdub (Miller)
For Christine (Baker)
Second Sight (Miller)
Eastern Region (Miller)
Loggerheads (Baker)
Calyx (Miller)
Green & Purple (Miller)
God Song (Miller / Wyatt)





mercoledì 14 gennaio 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Korok

Il giardino zoologico di Anakee, un torrido pianeta situato quasi al centro della nebulosa di Andromeda, era, sebbene incompleto, il più fornito dell'intero universo. La fauna degli innumerevoli mondi appartenenti a quella Galassia vi era rappresentata in tutta la sua varietà. Mille e mille esemplari, selezionati e disposti in bell'ordine, vivevano rinchiusi entro cubi trasparenti di quarzo polarizzato in cui erano state artificialmente riprodotte le condizioni ambientali del pianeta di provenienza.
Uno zoo davvero magnifico! Gli uomini di Anakee ne erano orgogliosi. E quando il loro enorme progresso scientifico consentì il balzo verso altre Galassie, non dimenticarono di caricare a bordo delle loro veloci astronavi i cacciatori elettronici. Paese che vai, bestie che trovi, dissero. Al ritorno della spedizione il loro zoo sarebbe stato certamente ingrandito e arricchito di nuovi e interessanti esemplari.
Fu così che un bel giorno le astronavi di Anakee fecero capolino ai margini della Via Lattea. Squadre di tecnici e specialisti esplorarono dozzine e dozzine di pianeti e relativi satelliti, eseguirono i dovuti rilievi scientifici e sguinzagliarono i cacciatori, uno per pianeta.
Il Korok - così si chiamava il macchinario semovente capace di dare la caccia ad animali di qualsiasi tipo - somigliava ad un enorme ragno: otto zampe metalliche e snodabili innestate su uno sferoide di circa un metro e mezzo di diametro. Il Korok era indistruttibile, a prova di bomba nucleare e di raggio termico. Era fornito di uno spettrofotometro a raggi infrarossi per la ricerca automatica della preda, di una carica praticamente inesauribile e di un paralizzatore neuronico con cui immobilizzava l'animale al termine dell'inseguimento.
L'apparecchio lasciato su Deneb IV apparteneva al tipo più recente e perfezionato. Era dotato, infatti, di uno speciale e sensibilissimo misuratore d'intelligenza. Sulle indicazioni di esso il Korok immobilizzava soltanto gli animali più evoluti e interessanti: gli uomini di Anakee non avevano alcuna intenzione di portarsi a casa una collezione di bestie sciocche e scarsamente evolute. Volevano esemplari di prim'ordine. Il Korok stesso avrebbe provveduto alla selezione.

Harry Bulmer, comandante della "Golden Star" capitò su Deneb IV qualche tempo dopo. Sarà bene dirlo subito: anche i terrestri scorrazzavano per lo spazio, ma le loro esplorazioni si svolgevano in un raggio piuttosto ristretto. Le astronavi terrestri erano rudimentali: potevano raggiungere velocità di molto superiori a quella della luce, alla barba di Einstein che secoli prima aveva postulato il limite massimo a 300.000 km/sec., tuttavia si trattava di una velocità irrisoria, perlomeno in confronto a quella delle astronavi di Anakee, le quali, sfruttando le distorsioni dell'iperspazio, potevano coprire distanze enormi quasi in un batter d'occhio.
Harry Bulmer faceva parte della Squadra Astrografi, adibita alla compilazione delle astromappe e all'esplorazione dei pianeti al di là del Sistema Solare. Quando nel teleschermo l'immagine di Deneb IV diventò abbastanza nitida, Harry comprese subito che il pianeta sarebbe stato un osso duro. Decise di esplorarlo di persona. Lasciò la "Golden Star" in orbita e scese a terra servendosi d'un canotto spaziale.
Prelevò un campione d'aria: irrespirabile. Allora si munì d'un leggero respiratore e uscì all'aperto. Esaminò il terreno, raccolse campioni di roccia e di sedimenti. Poiché gli occorreva anche un campione d'acqua pensò bene di dirigersi verso la folta macchia di vegetazione che si estendeva ai limiti della radura.
La flora era di un tipo insolito, probabilmente a base di silicio anziché di carbonio. Tagliò con le cesoie alcuni arboscelli e li mise nel tascapane. Poi, attraversata la macchia, pervenne ai margini di un'altra pianura, erbosa e ondulata.
Restò senza fiato. Harry era un uomo di fegato, aveva esplorato un centinaio di pianeti, e ne aveva viste di tutti i colori. Ma lo spettacolo che questa volta si parava dinanzi ai suoi occhi superava ogni aspettativa. A pochi metri di distanza giacevano animali del tipo più disparato, rigidi, immobili come statue. Sembrava che tutti i rappresentanti della fauna di Deneb IV si fossero dati convegno in quel punto per dormire insieme un lungo sonno di pace e di fratellanza.
Harry si avvicinò con il disintegratore puntato, pronto a far fuoco al minimo segno di pericolo. Gli animali non si mossero. Ciò che maggiormente lo impressionava non era il loro aspetto mostruoso, quanto piuttosto la luce di gelida intelligenza che emanava da quella selva di occhi sbarrati.
Mentre scattava alcune fotografie udì un fruscio di sterpi nella boscaglia. Qualunque cosa fosse, non era consigliabile restare lì allo scoperto. Harry corse a nascondersi in un cespuglio.
Quando vide il Korok per poco non gridò. Quell'enorme ragno metallico, che procedeva su cinque delle otto zampe sostenendo la preda con le altre tre, era quanto di più terrificante e incomprensibile egli avesse incontrato nelle sue scorribande attraverso lo spazio.
Il Korok si avvicinò al gruppo degli animali irrigiditi e posò a terra la preda paralizzata. Harry lo vide allontanarsi alla ricerca di altri esemplari, ma, percorsi pochi metri, la piccola antenna periscopica che fuorusciva dallo sferoide emise uno strano ronzio. Il Korok si arrestò di colpo e cambiò direzione. Ora procedeva verso di lui, evidentemente l'antenna spia aveva rivelato la presenza dell'uomo e il Korok si accingeva a catturare la nuova preda.
Harry puntò l'arma e fece fuoco. Non accadde niente: il Korok continuava ad avanzare. Fece fuoco altre due volte e se la diede a gambe.
S'accorse subito che correndo in quella direzione si allontanava sempre più dal canotto spaziale, ma ormai era tardi, il Korok gli era alle spalle e incalzava procedendo a velocità sostenuta e costante. Si sbarazzò del disintegratore, gettò via la macchina fotografica e il tascapane contenente i campioni. Alleggerito, riuscì a guadagnare un centinaio di metri. Poi, deviò a sinistra, correndo lungo una traiettoria curva, al termine della quale sperava di arrivare vicino al canotto. Sapeva che la corsa sarebbe durata non meno di tre ore, era una pazzia sperare di farcela.
Le costole cominciarono a dolergli, il cuore sembrava che dovesse scoppiare da un momento all'altro. Harry era giustamente considerato uno tra i più intelligenti esploratori del Servizio Galattico. Possibile che con il suo cervello tanto quotato non riuscisse a trovare la maniera di gabellare il Korok? Si arrestò di colpo e attese.
Quando il Korok fu giunto a soli quattro metri, Harry scattò sulla destra e dopo alcuni rapidissimi balzi, deviò bruscamente sulla sinistra di quasi novanta gradi. Aveva consentito al Korok di avvicinarsi, questo era vero, ma ora poteva sperare di raggiungere il canotto in linea retta senza più subire il ritardo delle deviazioni. Ce l'avrebbe fatta? Correva ormai da più di un'ora, i polmoni gli bruciavano e sentiva in bocca sapor di metallo.
Era una corsa allucinante, disperata. Poi, come Dio volle, giunse alla grande radura dove aveva lasciato il veicolo spaziale. Era laggiù, lucido e invitante sotto il sole purpureo, lontano non più di mezzo miglio. Ma il Korok era di nuovo alle sue calcagna. Harry udiva lo sferragliare di quelle otto zampe che lo tallonavano farsi sempre più incombente e minaccioso. Inesorabile, il Korok guadagnava terreno. Le gambe di Harry non reggevano più, erano molli, gommose, e si piegavano ad ogni passo. Un urlo di pazzia gli rimbombò nel cranio.
Fu raggiunto a pochi metri dal portello. Una pietra che sporgeva dal terreno lo fece inciampare. Cadde, rotolò e giacque supino. Il Korok gli fu addosso.
Era sotto la macchina, ingabbiato tra le otto zampe, e fissava lo sferoide con occhi sbarrati dal terrore. Aste lunghe e sottili, terminanti con bulbi ed elettrodi, uscirono dalla macchina. E' la fine, pensò Harry. Si sentì esaminare, toccare il petto, il collo e la fronte. Una sonda biforcuta gli si incollò alle tempie. Chiuse gli occhi in attesa della fine.
Fu una paura inutile. Il Korok ritirò le aste e la sonda, e indietreggiò. Harry, incredulo, lo guardò allontanarsi e sparire in fondo alla radura lasciando dietro di sé una nuvola di polvere.
Era stato risparmiato. Inspiegabilmente il Korok aveva deciso di non catturarlo. Sudato e ansante entrò nel canotto e raggiunse l'astronave che attendeva in orbita. Quando compilò il rapporto, accanto al nome del pianeta, scrisse: M.P.I., Mondo Pericoloso e Inospitale. Prese la mappa galattica e disegnò intorno a Deneb IV un circoletto rosso.
Non seppe mai che cosa in realtà lo aveva salvato. Harry non poteva sapere che i tecnici di Anakee avevano costruito il Korok tarandolo in modo che esso potesse catturare soltanto gli animali forniti di un quoziente intellettuale superiore a quello medio. E soprattutto Harry ignorava che all'esame elettroneurotico del Korok, lui, l'esploratore forse più in gamba di tutta la squadra, era risultato di intelligenza debole, scarsamente interessante e indegno di far parte dello zoo che gli uomini di Anakee stavano allestendo.

(Lino Aldani, Quarta dimensione. Baldini & Castoldi, 1964)