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sabato 30 novembre 2013

La Buona Annata's Literary Supplement: Pesca alla Trota in America

La spedizione di Shorty Pesca alla Trota in America a Nelson Algren
Shorty Pesca alla Trota in America l'anno scorso è apparso all'improvviso a San Francisco, girando su una traballante ma stupenda sedia a rotelle di acciaio cromato.
Era uno schianto di ubriacone di mezz'età e senza gambe.
Calò su North Beach come un capitolo del Vecchio Testamento. E' lui il motivo per cui gli uccelli emigrano in autunno. Li costringe lui. Lui è la fredda rotazione della terra; il vento malvagio che soffia via lo zucchero.
Era il tipo che fermava i ragazzini per strada e gli faceva: "Non ci ho le gambe. Me l'hanno tagliate le trote a Fort Lauderdale. Voi ragazzi invece ce le avete. Mica ve le hanno tagliate a voi, le trote. E allora spingetemi fino a quel negozio là."
I ragazzini, impauriti e imbarazzati, spingevano la sedia a rotelle di Shorty Pesca alla Trota in America fin dentro al negozio. Si trattava sempre di un negozio che vendeva vin dolce e lui si comprava sempre una bottiglia di vino e poi si faceva riportare in strada dai ragazzi e lì stappava la bottiglia e si metteva a bere vino in mezzo alla strada come fosse Winston Churchill.
Dopo un po' i ragazzini correvano a nascondersi appena vedevano avvicinarsi Shorty Pesca alla Trota in America.
"Io l'ho già spinto la settimana scorsa."
"E io l'ho spinto ieri."
"Svelti, nascondiamoci dietro a quei bidoni."
E così si nascondevano dietro ai bidoni della spazzatura mentre Shorty Pesca alla Trota in America avanza va traballando sulla sua sedia a rotelle. Finché non si era del tutto allontanato, i ragazzi trattenevano il fiato.
Shorty Pesca alla Trota in America era solito andar giù alla sede de L'Italia, il giornale italiano di North Beach, all'angolo tra Stockton e Green Street. Nel pomeriggio vecchi immigrati italiani si riuniscono davanti al giornale e rimagono lì, appoggiati all'edificio, a chiacchierare e a morire al sole.
Shorty Pesca alla Trota in America si lanciava in mezzo a loro con la sua sedia a rotelle come fossero un branco di piccioni, con la bottiglia di vino in mano e gridando parolacce in finto italiano.
Tra-la-la-la-la-la-Spa-ghet-tiii!
Ricordo che una volta Shorty Pesca alla Trota in America s'addormentò a Washington Square, proprio davanti alla statua di Benjamin Franklin. Cadde a faccia avanti dalla sedia a rotelle e rimase a terra senza muoversi.
Russava sonoramente.
Sopra di lui, i congegni metallici di Benjamin Franklin, come un orologio, col cappello in mano.
Shorty Pesca alla Trota in America se ne stava lì sotto, col viso allargato come un ventaglio in mezzo all'erba.
Un pomeriggio io e un mio amico venimmo a parlare di Shorty Pesca alla Trota in America. Decidemmo che la cosa migliore da farsi era imballarlo in una grande cassa insieme a un paio di scatole di vin dolce e spedirlo a Nelson Algren.
Nelson Algren scrive sempre di uno Shorty della Ferrovia, l'eroe del Deserto al Neon (il motivo dietro a "Il volto sul pavimento del bar") e il distruttore di Dove Linkhorn in Quattro passi nel selvaggio.
Così pensammo che Nelson Algren sarebbe stato un custode perfetto per Shorty Pesca alla Trota in America. Forse si poteva addirittura aprire un museo. Shorty Pesca alla Trota in America poteva essere il primo pezzo di un'importantissima collezione.
Lo avremmo imballato in una cassa di legno con su una grande etichetta.

Contiene:
Shorty Pesca alla Trota in America

Professione:
Ubriacone

Indirizzo:
c/o Nelson Algren
Chicago

E poi ci sarebbe stati un sacco di latri adesivi sulla cassa: VETRO / MANEGGIARE CON CURA / ATTENZIONE - FRAGILE / VETRO / NON ROVESCIARE / ALTO / TRATTARE QUESTO UBRIACONE COME FOSSE UN ANGELO.
E Shorty Pesca alla Trota in America, mugugnando, vomitando e bestemmiando dentro la sua cassa, avrebbe viaggiato da un capo all'altro degli Stati Uniti, da San Francisco a Chicago.
E Shorty Pesca alla Trota in America avrebbe continuato a viaggiare chiedendosi cosa cavolo significava questa storia, gridando: "Dove cavolo sono? Non ci vedo neanche a stappare questa bottiglia! Chi ha spento la luce? In culo a questa specie di motel! Mi scappa da pisciare! Dov'è la chiave?"
Era una buona idea.
Qualche giorno dopo che avevamo fatto questo programma per Shorty Pesca alla Trota in America, un pesante temporale si abbatté su San Francisco. La pioggia rovesciò le strade su se stesse, in dentro, come polmoni d'annegati, e mentre mi affrettavo per andare al lavoro, agli incroci incontravo cunette rigonfie.
Vidi Shorty Pesca alla Trota in America addormentato nella vetrina di una lavanderia a gettoni filippina. Era seduto sulla sedia a rotelle e fissava la strada con gli occhi chiusi.
C'era un'espressione tranquilla sul suo volto. Sembrava quasi umano. Probabilmente s'era addormentato mentre si stava lavando il cervello in una delle macchine.
Passarono settimane senza che ci decidessimo a spedire Shorty Pesca alla Trota in America a Nelson Algren. Continuavamo a rimandare la cosa. Ora per un motivo, ora per l'altro. Alla fine, perdemmo quell'occasione d'oro perché subito dopo Shorty Pesca alla Trota in America sparì.
Con ogni probabilità una mattina l'avevano raccattato e sbattuto in galera per punirlo, quel puzzone, oppure l'avevano rinchiuso in qualche gabbia di matti per disintossicarlo un po'-
Forse Shorty Pesca alla Trota in America se n'era semplicemente andato pedalando giù a San José sulla sua sedia a rotelle, traballando lungo l'autostrada a un quarto di miglio all'ora.
Non so che fine ha fatto. Ma se un giorno dovesse tornare a San Francisco e morisse, m'è venuta un'idea.
Shorty Pesca alla Trota in America dovrebbe essere sepolto proprio accanto alla statua di Benjamin Franklin a Washington Square. Dovremmo fissare la sua sedia a rotelle su un'enorme pietra grigia e far incidere sul piedistallo queste parole:

Shorty Pesca alla Trota in America
Lavaggio 2 c
Asciugatura 10 c
Per sempre

(Richard Brautigan, Pesca alla trota in America. Serra e Riva, 1989)




Memorabilia: AGFA-GEVAERT 1978




lunedì 25 novembre 2013

Mishima Yukio (14.01.1925 - 25.11.1970)



Nick Drake (19.06.1948 - 25.11.1974)



La Buona Annata's History Channel: Manson Talks

Approfittando del clamore (si fa per dire) suscitato dal controverso matrimonio di Charles Manson con la giovane Star, presentiamo un nastro pubblicato dalla fanzine Healter Skelter intorno alla fine degli anni Ottanta. Si tratta della traccia audio di un programma televisivo del 1986 in cui, a commentare le malefatte di Manson, troviamo - invece di Ed Sanders o Genesis P-Orridge, e forse più appropriatamente - Piero Badaloni ed Enrica Bonaccorti. A seguire una breve intervista all'agente Ted Gunderson e una dichiarazione di Manson. 





Lato A
Intervista a Charles Manson (1986) with special guests Piero Badaloni & Enrica Bonaccorti

Lato B
Intervista a Ted Gunderson (FBI) ed a Charles Manson
Manson Statement





mercoledì 20 novembre 2013

La Buona Annata's Literary Supplement: Lucifer Over London

Lewis Spence (1874-1988) nacque in Scozia e dedicò la sua vita a due vocazioni, l'antropologia e il giornalismo. Oltre alla magia rituale, studiò la mitologia e le tradizioni dell'antico Messico, del Sud America, del Medio Oriente e dell'Inghilterra celtica, e scrisse su questi argomenti parecchie opere della massima importanza. Nel campo dell'Occulto, ciò che lo interessava particolarmente era la "magia imitativa": per molti anni, fu la più grande autorità sull'argomento. Fu inoltre uno dei primi e più decisi oppositore dei nazisti, fin da quando presero il potere in Germania negli Anni Trenta: nel credo e nel modo di vivere nazista (in particolare in quelli di Adolf Hitler) egli vedeva fortissimi legami con l'antico culto del Satanismo e il dominio del male sulla terra. Spence espose le sue teorie in un libro sorprendente, The Occult causes of the Present War (1940) che preannunciava il declino dei valori dell'umanità e il ritorno alle ère barbariche del paganesimo, se "il Diavolo Hitler ed i suoi satanici seguaci" non fossero stati ridotti all'impotenza. Era convinto che Hitler e quanti lo circondavano possedessero una conoscenza tutt'altro che superficiale del satanismo, e che i principali esponenti del Reich celebrassero, in templi segreti, riti legati alle arti nere. Con il senno del poi, sappiamo che i suoi timori circa i mali del nazismo erano perfettamente giustificati. Tuttavia, a parte il fatto che Hitler era un uomo molto superstizioso, e stipendiava un astrologo perché lo consigliasse, non esistono prove che praticasse veramente riti satanici nel senso occulto della parola. Nel seguente racconto, che è uno dei rarissimi esempi di narrativa di Spence, egli sfrutta in modo molto ingegnoso la sua teoria sui legami tra la Germania nazista e il Demonio.
Nel suo ultimo anno di vita, Spence scrisse queste parole, che vanno indubbiamente considerate come l'epitaffio del suo costante interesse per l'Occulto: "La mole enorme di materiale documentario che ho esaminato mi induce a concludere che fino ad ora abbiamo soltanto sforato l'ultraterreno, e che dobbiamo contare più sulla psicologia che sulle cosiddette prove materiali per conseguire una più vasta illuminazione". Nessuno può negare che questa affermazione sia valida ancora oggi.  (Peter Haining)




[...] "Il dottor Lehmann, il grande scienziato che ora giace infermo, ha scoperto un'essenza che accresce cento volte il potere di concentrazione della mente umana. Questa estensione temporanea dei poteri mentali umani permetterà a Lucifero di operare attraverso i suoi servitori. Fino ad ora ha potuto farlo soltanto per mezzo dell'umanità in massa, che è un veicolo imperfetto. Ma ora può agire attraverso una collaborazione spirituale con pochissimi eletti! Voi sarete l'arma mediante la quale Lucifero attaccherà l'Inghilterra, la Russia e l'America, e vendicherà la Germania imperiale, sua provincia prediletta, per farne ancora una volta la più grande potenza mondiale. Grazie al nostro divino padrone, lo spirito del fuoco celeste da lui solo generato discenderà sulla città di Londra e la distruggerà. Con la nostra concentrazione mentale, rivolgeremo la fiamma distruttrice del nostro signore dovunque vorremo: nulla potrà resistere alla sua potenza. Persino le pietre si fonderanno davanti alla forza delle folgori centuplicate del nostro padrone Lucifero, e il granito si sbriciolerà sotto il suo raggio divoratore. Sferreremo subito il primo colpo, e sarà un gesto simbolico. Demoliremo uno dei più importanti monumenti sacri allo spirito nazionale dell'Inghilterra. Domani a mezzogiorno, il monumento a Nelson, in Trafalgar Square, cadrà ridotto a un mucchio di cenere fumante".
Concluse il discorso con una risonante benedizione e congedò i fedeli. Quando fui certo che la cappella fosse ormai deserta, sgattaiolai via e raggiunsi la strada senza incidenti.
Faticavo a convincermi di non aver sognato. Mi sembrava troppo assurdo. Ma perché mai quel sacerdote infernale avrebbe dovuto dare quell'annuncio incredibile? Forse lui e gli altri congiurati avevano intenzione di far saltare in aria i monumenti più importanti di Londra, e quei pazzi dei loro seguaci avrebbero creduto che fosse opera di Lucifero.
Potevo andare a Scotland Yard a raccontare una storia di quel genere? Mentre guidavo la macchina, dirigendomi verso Londra, decisi di non ritornare presso il mio paziente, quella notte. Avrei pernottato in un albero e la mattina dopo avrei tenuto d'occhio il monumento a Nelson... anche se tutto sommato mi sembrava un'idea piuttosto sciocca. Se avessi visto qualcosa di sospetto, comunque, avrei chiamato la polizia.
Alle undici del mattino seguente avevo già fatto parecchie volte il giro di Trafalgar Square e avevo guardato con tanta insistenza il monumento che persino i piccioni, pensai, dovevano chiedersi che cosa avevo in mente di combinare. Non riuscii a scoprire nulla di nulla, e mi sentii più sciocco che mai. Ma, naturalmente, indugiai fino a mezzogiorno, e quando si avvicinò l'ora fatidica mi allontanai il più possibile dal monumento, pur senza perderlo di vista. Mi fermai ad un certo punto di Northumberland Avenue. Ciò che accadde poco dopo in Trafalgar Square è stato definito dagli scienziati "uno dei fenomeni meteorologici più straordinari mai verificatisi, e completamente inspiegabile". Era una tipica mattina di fine agosto, limpida e luminosa, con pochissime nuvole. Ma a mezzogiorno in punto vedemmo una massa di vapori che si avvicinava a Trafalgar Square: era uno spettacolo quale non avevo mai visto. Era una massa densa, scura, anzi quasi nera, di forma globulare e di mole considerevole, e avanzava a velocità impressionante. Ma nel cuore di questo globo nebuloso, che emetteva un frastuono squassante, d'intensità terribile, più forte di quello provocato da un aereo che vola a bassa quota, ardeva e lampeggiava un nucleo di fiamma vivida che lanciava scintille e bagliori corruschi, come una immensa girandola di fuochi d'artificio. A quanto pareva, stavamo per assistere ad un temporale di tipo assolutamente inedito.
In pochi istanti, tutto il cielo, sopra la grande piazza, fu coperto da quell'incredibile nube fiammeggiante. La gente correva a mettersi al riparo. Sentii qualcuno gridare che era un aereo in fiamme, e che stava per precipitare. Io restai lì, in mezzo alla strada, a guardare, come se fossi ipnotizzato. Nel momento preciso in cui il cuore ardente della nuvola giunse sopra il monumento, sembrò arrestare il suo corso, per un attimo brevissimo. Poi cominciò a retrocedere, a una velocità considerevolmente superiore a quella con cui era arrivata. Mentre indietreggiava continuò ad acquistare forza d'inerzia, e pochi secondi più tardi era ridotta ad un globo scintillante nel cielo, a parecchie miglia di distanza, in direzione sud-ovest. La gente, per la strada, stava cercando di spiegarsi quel fenomeno: era la più straordinaria stranezza meteorologica che si fosse mai vista, e anche la più spaventosa. Poco dopo, udii il rombo lontano di un'esplosione. Credetti di capire dove era esplosa quella nuvola terribile. Saltai in macchina e mi precipitai verso Kempton Park, verso la casa chiamata Marionville. Trovai, naturalmente, quello che mi aspettavo di trovare. La casa era stata colpita dal fulmine, e con un bagliore e un tuono così atroci da atterrire quanti si trovavano nelle vicinanze, Marionville era stata completamente distrutta. Quando arrivai, i vigili del fuoco si stavano accingendo ad andarsene. Seppi, dalla folla dei curiosi, che dalle macerie erano stati estratti dodici cadaveri, carbonizzati e irriconoscibili.
Quando arrivai a casa del dottor Lehmann seppi che era spirato serenamente durante la notte. Dissi addio alla sua figliastra. Non raccontai nulla né a lei né alla polizia. Non voglio che mi credano matto.

(Maghi e magia. A cura di Peter Haining. Edizioni Mediterranee, 1977)




martedì 19 novembre 2013

La percezione delle porte

Se mai si può concepire un incontro tra Nurse With Wound e Butthole Surfers i Terminal Cheesecake sono quanto di più vicino si possa immaginare. Fondati da Gary Boniface, in seguito coadiuvato dai chitarristi Russel Smith e Gordon Watson, esordiscono nel 1988 con l'album Johnny Town-Mouse. Il titolo, ripreso da un racconto di Beatrix Potter, già rivela un contorto senso dell'umorismo, più diffuso nella cultura industriale di quanto comunemente si creda. Angels in Pigtails, terzo lavoro, viene pubblicato nel 1990 dalla Pathological, che l'anno precedente aveva incluso due brani dei Terminal Cheesecake in un sampler comprendente anche Carcass, Godflesh, Coil, Napalm Death e altra gente poco raccomandabile. Seguiranno due album, rispettivamente per World Serpent e Jackass, e una manciata di singoli prima dello scioglimento avvenuto nel 1994. Angels in Pigtails è forse il disco più interessante del gruppo, denso di saturazioni chitarristiche tra Chrome, Skullflower e - nei momenti meno concitati - Factrix. L'edizione in compact disc presenta una copertina diversa rispetto a quella in vinile: un finto vintage non troppo lontano nello spirito da The Sylvie and Babs Hi-Fi Companion o altri dischi dei NWW. Altra particolarità: le tracce non sono divise, nel riuscito intento di creare un flusso continuo di cattiva coscienza all'interno del quale trova posto anche una cover di Hello Skinny dei Residents. Se il proposito era quello di creare una psichedelia invertita di segno, Angels in Pigtails ha pienamente realizzato l'obbiettivo. Come dire: abbiamo aperto le porte della percezione e ne sono scaturiti Yog-Sothot e Shub-Niggurath. L'area della coscienza allargata ha svelato ai suoi margini Nyarlathotep e Azathoth. Ne valeva la pena? Se seguite con una certa costanza La Buona Annata presumiamo che vi siate già forniti da soli una risposta. 






Side:  Pony Girl

Chrome
Unhealing Wound
Pony Girl Pt. 1
Blow Hound
Turkish Glass
Pony Girl Pt. 2

Side:  Pony Boy

Hello Skinny
Inbred 73
Track 9:
(I)  N.F. Kennedy
(II) Kennephant Man
(III) Head of Nigel
Stinky Beads
Pony Boy


lunedì 18 novembre 2013

La Buona Annata's Literary Supplement: Il mio Lago Maggiore

All'età di sette o otto anni avevo, nottetempo, rubato un capretto da uno dei barconi che arrivavano verso sera a Luino da Cannobio la settimana antecedente la Pasqua, carichi di quel bestiame minuto destinato ai macellai di Milano. Mantenni nascostamente il capretto in una soffitta durante un paio di mesi, poi, perché non si scoprisse il mio furto, compiuto per salvare almeno uno di quei graziosi animali come me infanti, lo regalai a una donna della Valle Veddasca, di quelle che scendevano a vendere formaggelle al mercato di Luino. Ero convinto che l'avrebbe infilato nel suo piccolo gregge, al suo paese, sui monti che sovrastano il lago. Da quei praticelli ai piedi dell'altissimo Tamaro immaginai che il capretto, ben cresciuto e ormai scampato per sempre ai macelli, potesse vedere, sulla sponda opposta e in cima alla Valle Cannobina, le chiazze erbose davanti agli ovili dov'era nato. Ma subito, pensando che anch'io, nato in riva al lago, mi ero accorto solo a cinque o sei anni di quella distesa d'acqua, capii che i capretti e tutti gli animali anche adulti non guardano lontano. Come i bambini, gli innocenti animali non guardano lontano. Come i bambini, gli innocenti animali guardano solo pochi metri d'intorno. Per guardare gli orizzonti, o il cielo, occorre intelletto umano e mente matura almeno quanto può essere in un fanciullo di sette o otto anni, l'età appunto in cui mi avvidi del lago e degli alti monti che lo chiudevano sulla sponda opposta. Il lago cominciò allora per me ad uscire dalla sua inesistenza un giorno dopo l'altro, man mano che il mio sguardo, fatto consapevole, cominciava a percorrerlo e come a rilevarlo, riva per riva, paese per paese, monte per monte.
Mio padre aveva un suo piccolo ufficio doganale sulla piazza davanti all'imbarcadero di Luino. All'arrivo e alla partenza dei battelli che andavano e venivano sulle acque italo-svizzere del Lago Maggiore, sdoganava, cioè visitava e tassava merci e passeggeri. Spesso mi teneva con sé in quell'ufficio, dalla cui finestra guardavo con lui verso il lago sorvegliando l'avvicinarsi dei battelli. Fu in quel modo che lentamente il lago prese forma in me, con le sue lontane propaggini, dietro i promontori, di Ascona e di Locarno da una parte e di Intra, Stresa e Arona dall'altra.
Tempo dopo, per andare in vacanza al paese di mia madre, sopra Lesa, cominciai a navigarlo sui grandi battelli a ruote di quei tempi. Da allora e fino ad oggi l'ho percorso e contemplato ad ogni ora del giorno e della notte. Per anni, con una grossa e rudimentale barca a vela, una specie di cassone ben calafatato dentro il quale avevo casa, poi coi battelli e ormai con un'altra barca, a vela, soccorsa ahimè da un motore. Ora non soltanto mi è noto il lago in ogni angolo, ma anche la corona di monti che lo circonda, un frastaglio di duecento chilometri per me leggibile come un rigo musicale, tra acqua e cielo.
Come ho potuto non sapere dell'esistenza del mio lago materno per tanti anni? Come potrò separarmene, se la sua immagine si sfoca ogni giorno, se i suoi colori cambiano insensibilmente, se il suo paesaggio finirà con l'apparire ai miei occhi mutato tanto da non essere più riconoscibile? E per mio avviso quel tempo non è lontano, se tutto così irreparabilmente muta nell'ambiente naturale che fino a pochi decenni or sono accoglieva gli uomini al loro apparire sulla terra.

(Piero Chiara, Il verde della tua veste e altri racconti. SE, 2008)



mercoledì 6 novembre 2013

Sugar Candy Taxi

Amore per il Blues e vocazione artistica: gli anni formativi di Kevin Coyne non sono diversi da quelli di molti esponenti di primo piano della musica inglese degli anni Sessanta. L'esperienza che segna Coyne come uomo e come autore dalla vasta gamma espressiva è l'attività lavorativa seguita al completamento degli studi presso un istituto d'arte. Tra il 1965 e il 1968 ha modo di esercitare la professione di infermiere in un ospedale psichiatrico e da allora in poi la malattia mentale diviene un tema ricorrente della sua produzione artistica, insieme alle relazioni familiari e di coppia. Al contempo Coyne non cessa di esibirsi nei club e nel 1969 il duo formato con Dave Clague, già nella Bonzo Dog Band, viene messo sotto contratto dalla neonata Dandelion. La coraggiosa ma sfortunata etichetta di John Peel pubblica due dischi dei Siren, questo il nome del nuovo gruppo, e l'esordio a proprio nome di Coyne, l'album Case History, ma la sua chiusura porta l'artista alla Virgin. Il rapporto con la major dura dal 1973 al 1980 e inizia nel migliore dei modi con il doppio vinile Marjory Razorblade, uno dei dischi più belli e significativi della sua pur vasta produzione. Artista poliedrico, Coyne allarga i suoi interessi al cinema (The Institution del 1978, realizzato con Ian Breakwell) e al teatro. Nell'intenso spettacolo Babble, tratto dal disco omonimo del 1979, Coyne è affiancato da Dagmar Krause e da Brian Godding, il Big Brian dei Blossom Toes. Chiuso il contratto con la Virgin, Coyne divide la sua produzione tra la Cherry Red, etichetta probabilmente più affine al suo temperamento, e altre microscopiche label. Nel 1985 si trasferisce a Norimberga dove, ristabilitosi dalle conseguenze di un esaurimento nervoso e liberatosi dalla dipendenza dall'alcol, trova un ambiente confortevole e propizio alla creazione: sono di questi anni numerose esposizioni di quadri e la pubblicazione di quattro libri, senza dimenticare l'attività musicale che lo vede collaborare, stimato maestro, con Brendan Crocker, Jon Langford dei Mekons e Gary Lucas. Coincidenza significativa, quest'ultima, dato che Lucas - molto prima del sodalizio con Jeff Buckley - fu nella Magic Band e Coyne fu spesso accostato al Capitano: entrambi pittori e fautori di un Blues tagliuzzato e ricomposto come un quadro cubista. Coyne scompare nel 2004 ma la sua eredità sopravvive grazie alle ristampe, ai dischi postumi pubblicati dalla Turpentine della moglie Helga e alle cover di artisti più giovani (Jackie Leven, Will Oldham, i Nightingales e l'album tributo Whispers from the Offing del 2007). Sugar Candy Taxi del 1999, che vede la partecipazione di due figli di Coyne, vale come invito a fare la conoscenza di un uomo e artista straordinario, incapace di risparmiarsi, lucido e commovente. Per chi già non lo conoscesse...




Aeroplanes and Wolves. It seemed that the wolves were never far away. He heard aeroplanes when there were no aeroplanes. His old brother called it paranoia, said there was nothing to be afraid of. He believed him and didn't believe him. 'If they come,' (said a friend) 'we'll show them what's what.'
Who were the wolves? Were they encountered every day on the London underground? At his door? It was dreadfully hard to tell. His kitchen and toilet were stacked with old newspapers and magazines. 'My insurance,' he would say if asked about their purpose.
And insurance? Did it include the rabbit's foot hanging outside the bathroom window? Did it include the mystic Indian signs chalked on his letterbox? Insurance was necessary... it seemed.
He often talked about work, but never appeared to do any. He talked of poetry, writing hymns, and inventing a new musical instrument. 'It's got to be loud,' he would say (meaning the instrument), 'something to scare the shit out of the wolves.'
I talked to him a lot that summer. His fantasy helped to pass the time. His brother would make faces over his shoulder, try to make me laugh. I thought it cruel and unnecessary. His brother said he cared, but I had my doubts. Why did he tie his legs with wire at night? Why did he continually smack him about the head when he was eating? 'It stops him talking about wolves and aeroplanes,' he said when I asked him.

(Kevin Coyne, The Party Dress. Serpent's Tail, 1990)





Sugar Candy Taxi
Porcupine People
Highway of Dreams
Happy Little Fat Man
The Garden Gate Song
I'm Into Your Game
My Wife's Best Friend
Little White Arms
Rusting Away
Bird Brain
Tiger Lilian
Fly
Almost Dying
Normal Man
It Hurts
Lancashire Song

Kevin Coyne:  Guitars, Vocals, Keyboards
Robert Coyne:  Keyboards, Guitars, Drums
Eugene Coyne:  Vocals, Keyboards
Hans Raths:  Sax, Flute
Alexander Batzel:  Drums



martedì 5 novembre 2013

La Buona Annata's History Channel: O fermi o saltare

Sorprese e allarmi di Varese (Il Tempo di Milano, 8 agosto 1950)
A chi vi ritorni dopo una lunga assenza di dieci o quindici anni, diciamo, l'aspetto della cittadina e delle vicinanze immediate può riservare qualche sorpresa. Vi si arrivi da Milano o dal lago maggiore o dalla Svizzera, Varese presenta anzitutto all'ospite strade rombanti di autotreni, allineanti rigorose prospettive di officine. Ha una periferia densa e fragorosa che richiama al visitatore milanese gli alacri e polverosi suburbi di Bovisa o di Saronno. Il centro urbano, che intorno alla vecchia piazza Porcari recingeva il duomo di S. Vittore e il bel campanile bernasconiano di una trama di portici, contrade e vicoli dall'amabile impronta borghigiana, eisibisce oggi torreggianti palazzoni di funereo lucido granito o di cacioso travertino, secondo la più accreditata formula piacentinesca. Noi italiani, è noto, non concepiamo diversamente il progresso: non un innesto sulle forme ricevute e le consuetudini ma uno spogliarcene frettoloso e indiscriminato, quali che siano e checché valgano. O fermi o saltare, magari a occhi chiusi; odiamo - noi popolo saggio per tanta storia vissuta - la continuità, il paziente ritoccare, il modificare amoroso; siamo, come solo lo potrebbero essere i brasiliani o i sudafricani, per la tabula rasa degli usi e delle memorie, ignari o intolleranti di "retaggi". L'italiano è spesso conformista, non è mai conservatore; odia la tradizione, con un odio che, s'egli avesse altra tempra, si dovrebbe dir cinico. Nelle nostre città non si ha qualche volta l'idea quel che sia un pubblico lieu d'aisance, o la stazione ferroviaria è sprovvista di sottopassaggi o di cabine telefoniche: ma un angolo di strada ottocentesco, una facciata che non sia stramoderna, paiono nemici da toglier di mezzo col ferro e col fuoco, e non v'è segretario comunale che nel suo cassetto non covi un "piano regolatore" alla Barbarossa. Il Broletto varesino, così garbatamente intonato al modulo e al volto della città, è minacciato di distruzione totale, e in compenso i rosati intonaci del grave-sorridente Palazzo Estense, sede del municipio (e forse il più prestante edificio che rimanga del Settecento in Lombardia) cadono a pezzi, né alcuno pensa a suggerire i modesti lavori di restauro.
Il male del resto non è più grave qui che altrove, e non giova insistervi. Rammenterò invece una mia recente scoperta: nei pressi del Broletto, nella commerciale via Veratti, che a Varese è una piccola Wall-Street, nel retro di un negozio si apre una sala di generose proporzioni ed affrescata sino all'alto soffitto di buona mano secentesca, che dovunque, anche a Milano, potrebbe degnamente accogliere conferenze e concerti. Mi dicono che si è alla ricerca di una sede del genere, ma, a quanto mi consta, nessuno sa nulla dell'esistenza di quella sala, all'infuori dei clienti del calzolaio che vi tiene il proprio magazzino.
I varesini si occupano poco dei civici affari, come moderatamente parteggiano nell'agone politico nazionale. Cittadini esemplari, se il "videant consulens" è una virtù, essi possiedono anche questa in ampia misura. Gli animi, qui, sono volti alla bottega e all'officina. Il "genius loci" è la industria, particolarmente la piccola industria; l'stinto, la vocazione, quella di fabbricare. E fabbricare in gran serie (l'artigianato al modo fiorentino o veneziano qui non è diffuso); vi affacciate a un cortiletto della città vecchia e sarà caso non vi troviate pile di panettoni alla milanese o di tomaie da scarpe o di pompe da bicicletta, fabbricate in qualche stanza del piano superiore dall'insonne fatica di una brava famigliola di borghesi, che lavora ai panettoni alle tomaie o alle pompe col silenzioso furore di cospiratori; camminate in aperta campagna e in un casolare che dal di fuori vi avrà ispirato le più bucoliche immagini scoprirete, nascosto in cucina o nella stalla, un intero macchinario, funzionante dì e notte ad apprestare valigie di fibra vulcanizzata o bottoni automatici. La ricchezza di questo popolo premia meritatamente un fervore manifatturiero al quale in Italia e fuori non è facile trovar confronti. (...)

(Guido Morselli. Una rivolta e altri scritti, 1932-1966. Bietti, 2012)



sabato 2 novembre 2013

We're only in it for the Food

Allievo, come David Sanborn, di Julius Hemphill, il sassofonista Tim Berne prende dal maestro il gusto per la commistione tra free, soul e funk. Dopo la collaborazione con Hemphill e la creazione nel 1979 della propria etichetta Empire, Berne entra nel circuito dell'avanguardia di New York, collaborando tra gli altri con Bill Frisell, Hank Roberts e John Zorn. A Zorn lo accomuna la versatilità, la fiera indipendenza (con l'eccezione di alcuni album usciti per Columbia e Ecm pubblica in proprio per la Screwgun) e il proliferare di formazioni con nomi tra il truculento e il grottesco: Caos Totale, Bloodcount, Science Friction, Big Satan... Se a tutto ciò si aggiunge la predilezione per composizioni dalla durata considerevole si può comprendere come Tim Berne goda di un seguito fedele ma non esattamente di massa. Unwound raccoglie registrazioni effettuate a Berlino e Ann Arbor nella primavera del 1996. 





Disc 1 (We're only in it for the Food)
1 - Bro'ball
2 - No Ma'am
3 - Yes, Dear

Disc 2 (An Average Daze)
1 - Loose Ends
2 - Bloodcount
3 - Mr. Johnsons Blues

Disc 3 (The Fan)
1 - The Other
2 - What are the Odds?

Disc 1 & 2 recorded live at Quasimodo, Berlin, march 1996
Disc 3 recorded at German Beer Hall, Ann Arbor, Michigan, april 1996

Tim Berne:  Alto Saxophone, Baritone Saxophone
Michael Formanek:  Bass
Jim Black:  Drums
Chris Speed:  Tenor Saxophone, Clarinet



venerdì 1 novembre 2013

La Buona Annata's Literary Supplement: Episodio musicale del colera

Immaginate un suono secco, acuto, discordante, prodotto apparentemente da un ferro che cade ritmicamente su un altro ferro; un suono che non produce vibrazioni né un'eco nitida e determinata, nel mezzo del silenzio di una notte in cui si addormenta triste una popolazione atterrita da una grande calamità.
Il colera abita nel nostro quartiere, e il quartiere intero lotta con lui sommerso dal silenzio e dall'oscurità. Sembra che il sonno eterno a cui in tanti si arrendono eserciti un contagio letale su quanti vegliano insonni la vita. Tutto tace nel quartiere: si soffre senza rumore, e si muore senza rumore: ci si cura in silenzio: ammutoliscono il dolore, il pianto, la disperazione; la preghiera è solo pensata, e la speranza non sale dal cuore alle labbra; non si domanda il rimedio, ormai è noto; non si studia il sintomo, ormai è previsto. Tutto, dalla loquace apprensione al ciarlatano che cura senza avere titoli, tace in quella notte. Di contro, però, tutto si muove: quando c'è silenzio è sempre molta l'attività. Il paziente si contrae nel suo letto; si acciambella come per piegarsi e finirla una volta per tutte: la natura desidera farsi a pezzi e si agita con movimenti convulsi; l'apprensivo corre di qua e di là, come se errando potesse evitare che il colera lo incontrasse; il fratello, la sposa, il figlio di chi è morto o sta per morire, entrano ed escono da una stanza all'altra, accumulando medicine opportune ed espedienti disperati; il prete non si ferma accanto al letto del defunto: dopo aver mormorato un'orazione, esce e ne raggiunge un altro, e poi un altro, e molto per tutta la notte; il medico entra, controlla il polso, osserva, scrive tre righe, e fa un gesto di speranza o di dubbio; scende e poi risale; e per tutta la notte entra, controlla il polso, scrive, spera e dubita infinite volte. Tutto il quartiere si muove, ma insieme tace. Mille emozioni si scontrano; mille dolori vengono soffocati; mille vincoli amorosi e familiari si spezzano; mille anime volano via; ma tutto questo accade in silenzio, nel mezzo di una calma orribile, nel mezzo di un movimento automatico e vertiginoso. Tutto il quartiere si muove, ma nello stesso tempo tace. Solo un essere (eccezione fatale!) riposa e russa in questa notte di morte: è la levatrice. In notti come questa non nasce nessuno.
Ebbene, in mezzo a questa taciturna agitazione si sente un suono secco, acuto, monotono, ritmato, prodotto da un ferro che batte su un altro ferro. Subito capireste che una mano diabolica è intenta a fissare le tavole di una tomba; è la mano di chi fabbrica casse da morto, che sfrutta laboriosamente un'industria che vive della morte; è il lavoro che cerca la ricchezza nel colera, e ogni vibrazione di quel ferro indica un pezzo d'oro conquistato a danno della miseria. Dal seno pestifero di un'epidemia nasce un'industria, e una folla di artigiani si guadagna da vivere.
Che industria fatale fiorisce al riparo della morte!
Mentre questa industria acquista uno sviluppo impressionante, il lugubre martellare che ne mostra l'attività ci inorridisce: ogni movimento di questo pendolo funebre segna un passo verso l'altra vita; ogni tomba fabbricata segna un respiro spezzato; ogni opera portata a termine è una morte.
Quei colpi portano alla nostra mente strane immagini, e fra tutte, la nostra stessa immagine il giorno in cui quel martello ci costruirà il mobile fatale: vediamo le tavole non ancora finite riunirsi e prendere la forma di un trapezio; le vediamo allungarsi secondo la nostra taglia, e stringersi a un estremo fino a presentare una forma ripugnante; vediamo una tela nera spiegarsi, ripiegarsi e avvolgerle. Vediamo dei galloni gialli adattarsi agli spigoli. Vediamo una giuntura, un coperchio che copre la parte interna, e una chiave pronta a rinchiuderci lì dentro per un'eternità. Vediamo la tomba in tutta la sua ripugnanza sotterranea; sentiamo il peso della terra. Ci fa rabbrividire l'attrito di quella fredda tela di raso che ci adorna all'interno, e il peso di una mano tremenda, di una lastra di marmo su cui un'iscrizione richiama il passante. Indoviniamo su tutto questo la corona di tristi fiori appassiti che ci fanno da ornamento; presentiamo la Messa e il Requiem. Presentiamo lo sguardo indifferente del revisore di epitaffi, e indoviniamo la natura intera sopra di noi senza poterla vedere: su di noi cade la rugiada, ma non ci rinfresca; sorge la luna, ma non ci illumina; sopra di noi qualcuno piange, ma non sappiamo chi è. Vediamo la morte, infine, rappresentata nelle sue parti: terra, decomposizione, lacrime, esequie; rappresentata in ciò che ha di questo mondo. La nostra immaginazione arriva a questo punto per la bara, e arriva alla bara attraverso quel suono spaventoso che la produce; da quel rumore metallico, acuto, penetrante, monotono che turba il silenzio del quartiere. Che orribili note! Ditemi, signori musicisti, signori Palestrina, Handel, Mendelssohn, quando avete portato la vostra immaginazione fino a questo punto. Nelle vostre cinque misere righe c'è qualcosa di paragonabile a questo dies irae cantato da un martello?

(Benito Pérez Galdos. Racconti fantastici. Donzelli, 2006)




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