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martedì 1 dicembre 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Una manciata d'argento

Era la notte della vigilia di Natale e nevicava forte quando entrai nel bar-tavola calda di Joe dopo la chiusura del giornale, e riuscii a trovare uno sgabello al banco. Joe, calvo e con il suo solito sorriso dai denti d'oro, mi fece un cenno col capo.
"Sera, Mary. Il solito bicchierino di porto?".
"No, facciamo un rum caldo stasera, Joe. Oh, gente, che tempo!".
Risposi al suo sorriso, rabbrividendo e battendo insieme le mani gelate. I miei pacchi, ammucchiati a torre sul pavimento accanto a me, si inclinarono improvvisamente e franarono contro la gamba del cliente che occupava lo sgabello vicino.
"Scusi".
Li raddrizzai con un sorriso di scusa diretto all'uomo ingobbito al mio fianco, male in arnese, barbuto, scarno, e squassato dalla tosse. Si chinò per recuperare un pacco che mi era sfuggito di mano, e colsi un'impressione di penetranti occhi neri incavati in orbite scure. La bocca seminascosta nella barba nera era contemporaneamente severa e sensuale. Il sottile naso arcuato attrasse la mia attenzione, insieme al suo accento marcato. Italiano? Libanese? Non riuscivo a situarlo.
Ma qualcosa nelle spalle curve, la disperazione atona nella voce dello sconosciuto, mi spinse ad aggiungere, impulsivamente: "Buon Natale!".
Si girò verso di me con stupefacente rapidità, arretrando come se l'avessi colpito. In quegli occhi scuri bruciava una infelicità tale, che trattenni il respiro, come si potrebbe fare alla vista di una ferita aperta. Non rispose al mio augurio, ma mi guardò fisso per un momento, poi tornò al suo bicchiere mezzo vuoto. Finendo di bere con un solo sorso, si spostò a un tavolino vicino, appena lasciato libero, con un'aria meno di rifiuto che di umiltà.
Si sedette stancamente, ordinò un altro bicchiere con un gesto, e tirò fuori un piccolo sacchetto di cuoio sporco chiuso da un laccio. Apertolo, ne versò il contenuto, una manciata di piccole monete d'argento, sul tavolo e cominciò a contarle. Nell'improvviso silenzio dopo che il jukebox finì Silver Bells, lo udii mormorare.
"Shanee, sh'leeshee, rve'e, chameeshee..."
Ebraico, notai pigramente. Qualche miserabile proprietario di bottega dei pegni che conta gli incassi del giorno. Senza troppa curiosità, lanciai un'occhiata al mucchietto, e il mio interesse aumentò.
Non ero un'appassionata di numismatica per nulla, ma sapevo riconoscere una moneta rara quando ne vedevo una. E queste, sedici o diciassette, erano sia rare che estremamente antiche. Erano tutte simili. La loro forma era grossolanamente ovale, e l'argento lucido era deturpato da una macchia rosso scuro, forse un'impurità nel metallo. Scrutandole con più attenzione, riconobbi su una la forma di un calice; su un'altra, il rovescio, un giglio in fiore. Erano shekel, coniati forse durante il regno di Erode.
Occhi ardenti si rialzarono dal mucchietto e incontrarono i miei. Distolsi lo sguardo, imbarazzata. Poi, ancora con un impulso amichevole nato dalla stagione natalizia, mi volsi di nuovo verso di lui.
"Lei è un collezionista di monete?", gli chiesi. "E' un bell'hobby. Anch'io ho una buona collezione, soprattutto di cinque centesimi e nichelini Liberty. Se vuole vederla qualche volta... voglio dire", indicai con un cenno Joe, che ci guardava senza parlare, pulendo un bicchierino da cicchetti. "Lei è un cliente regolare? Io passo di qui ogni sera. Vive da queste parti?".
"No. No. Io... viaggio", mormorò nervosamente l'uomo barbuto. Con una mano scheletrica spazzò le monete nel sacchetto, senza accennare a mostrarle.
Una però rotolò sul tavolo e si fermò ai miei piedi. La raccolsi e la restituii. Mentre le nostre dita si toccavano notai che la mano dello sconosciuto era più fredda della mia, un freddo duro, come l'acciaio, o come la mano di un cadavere. Involontariamente ritirai la mia, e vidi, dall'espressione di quegli occhi scuri scavati, che non gli era sfuggita la mia reazione. Le labbra sottili, innaturalmente rosse, si piegarono leggermente in un sorriso stanco, come se si fosse aspettata la mia repulsione.
Poi gli occhi gli si addolcirono. Si spostarono dalla mia mano sinistra senza anelli alla mia vita di donna palesemente incinta. Gentilmente, senza imbarazzo, mormorò: "Lei non ha guai? Non ha problemi?".
"Io?", un sorriso sfiorò le mie labbra.
Joe, con meno delicatezza, scoppiò a ridere. "Mary una ragazza madre? Questa è buona!". Sghignazzò. "Aspetti che lo dica a Johnny!".
"Joe, piantala!". Sorrisi all'uomo barbuto. "No, sono solo una delle tante mogli che lavorano. Giornalista. Lavoro finché posso, cioè, per pagare la macchina e la televisione, prima del varo! Mio marito è cronista sportivo per lo stesso giornale. Siamo sposati solo da un anno. I miei anelli", aggiunsi, "sono impegnati per poter acquistare una culla d'antiquariato!". Mi girai verso Joe. "Il mio signore e padrone è stato qui stasera? E lei si è ricordato di dirgli di prendere il tacchino che abbiamo vinto alla lotteria?".
Joe annuì. "Certo, Mary. L'ha preso e l'ha portato a casa. Probabilmente l'ha già messo in forno  se... Ehi, tu!". S'interruppe, mentre il sorriso svaniva. "Hai dimenticato di pagare l'ultimo bicchiere!".
L'umo barbuto si era avviato verso la strada innevata, con la testa di nuovo abbassata, le spalle rilasciate in una posa di sconfitta disperata. Visto da dietro, il suo collo rivelava una strana cicatrice rossa. Joe, notandola anche lui, mi diede una gomitata.
"Guarda quella!", sussurrò. "Si direbbe che il nostro amico sia stato ospite d'onore a un linciaggio!".
"Sì", esclamai senza fiato. "Segno di corda".
"Spiacente, mi sono dimenticato". L'uomo tornò indietro per far tintinnare una moneta da cinquanta centesimi sul banco. Poi, con un sorriso di sbieco, amichevole, se non fosse stato così amaramente ironico, si diresse di nuovo verso la strada.
La porta si spalancò prima che potesse raggiungere la maniglia, e un mendicante "cieco" entrò assieme a una raffica di vento nevoso. Le matite e la tazzina di latta erano strette da una mano rivestita di un guanto costoso, e gli occhi visibili dietro gli occhiali scuri saggiarono con un'occhiata esperta l'atmosfera sentimentale del posto.
"Aiutate un povero cieco! Aiutate un povero cieco!", intonò meccanicamente.
Il barbuto si fermò. Con una strana fretta ansiosa tirò fuori il sacchetto di cuoio e lasciò cadere parecchie di quelle monete rare, certamente di valore, nella tazza del mendicante con un tintinnio musicale di metallo su metallo. Uno sguardo di speranza bruciante brillò negli occhi neri, per spegnersi quasi subito mentre il mendicante tirava fuori le monete, le tastava, le mordeva, e infine le scagliava con disprezzo a terra.
"Furbone, eh?", piagnucolò. "Cerca di rifilare delle monete straniere prive di valore a un povero handicappato. Non ha vergogna?".
La luce scomparve dagli occhi dell'uomo barbuto. Con stanchezza infinita si chinò per raccogliere il suo dono rifiutato. Una moneta era mezza nascosta sotto il tavolino di un separé, brillando nelle luci di Natale verdi e rosse come un occhio maligno. Forse era solo un gioco di luce, ma la macchia scura sembrava essersi allargata sulla superficie lucida. Le rimise tutte in tasca prima di alzarsi pesantemente in piedi e dirigersi di nuovo alla porta.
Mi impietosii per quelli che erano stati ovviamente dei goffi tentativi di gentilezza, prima verso di me, poi verso l'ingrato mendicante.
"Ehi, mister, aspetti un istante!", lo chiamai. Poi, mentre guardava dietro di sé, sorpreso, aggiunsi: "Chissà se mi può vendere una di quelle monete. Se non  i sbaglio, sono pezzi da museo, shekel del primo secolo. Probabilmente coniati a Gerusalemme, forse duemila anni fa o anche prima".
Gli occhi penetranti incontrarono i miei con una forza che era quella dello shock fisico. La tremenda avidità divorante nelle loro profondità mi fece arretrare di un passo, involontariamente, quasi impaurita da quell'ansia bruciante. Rimpiansi il mio impulso, ma continuai.
"Sia mio marito che io siamo collezionisti di monete. Se non è troppo costoso, potrei acquistarne una per lui. Una specie di regalo extra, da appendere all'albero...".
A quelle parole lo scarno straniero trasalì visibilmente. Una tale smorfia di dolore gli contrasse la bocca e le folte sopracciglia, che mi ritrassi. Emise un debole gemito, così debole che fu appena udibile. Le labbra si compressero in una linea sottile. Con gli occhi chiusi, lo sconosciuto sembrava lottare per l'autocontrollo. Quando parlò, tuttavia, la sua voce era ferma, anche se senza fiato per uno strano tono d'ansia.
"Non posso vendere queste monete. Ma gliene regalerò una! Volentieri, per favore! La prenda, La... la macchia scomparirà...".
Con fretta disperata, tirò fuori la sacchetta di cuoio estraendone uno dei pezzi d'argento. Me lo porse con la mano tremante.
"Mi spiace no". Risi. "Regalare a mio marito un pezzo antico e costoso che mi è stato dato da uno sconosciuto? Lei non conosce il mio Johnny!". Poi, mentre la mano che mi porgeva la moneta ricadeva stancamente: "Ma sarebbe un favore se me la lasciasse acquistare. So quello che un negozio di monete o un museo farebbe pagare per un pezzo così raro. Dieci dollari?".  Annaspai sulla chiusura della borsetta: "So che vale molto di più, ma è tutto ciò che posso permettermi".
Lo sguardo di speranza era svanito dagli occhi neri. Scosse cupamente la testa. "Lei non capisce. Queste monete devono venir spese, usate, date come regalo, accettate con gratitudine e senza sospetto. Una gentilezza senza compenso...".
"Capisco". Scuotendo le spalle, tornai al mio punch al rum.
Joe ed io ci scambiammo una smorfia. Era un seguace di qualche culto o un maniaco religioso? La città ne è piena, anche se il loro movente nascosto di solito un guadagno finanziario. Attesi cinicamente che lo sconosciuto alzasse il prezzo. Invece, con un sospiro pesante, si diresse di nuovo verso la porta.
Entrò un ragazzino di forse nove anni, spazzandosi la neve da una giacca troppo sottile per la temperatura esterna. La faccia era rossa per il freddo, ma sorrise a Joe nello spingere una banconota attraverso il banco, rivelando lividi simili a impronte di dita sul polso sottile. 
"Bourbon?", grugnì Joe, ripetendo una vecchia routine.
Il ragazzino annuì. Joe infilò la bottiglia in un sacchetto di carta, batté la vendita sul registratore di cassa, e tornò a pulire i bicchieri. Il ragazzino stava guardando con ammirazione le luci di Natale lampeggianti e il piccolo albero riflesso nello specchio del bar.
"Ehi, com'è bello qui! Davvero!".
Joe sorrise di sbieco. "Riceverai quella macchina fotografica per Natale, quest'anno, Danny? Quella che desideri, che sta nella vetrina dell'usuraio?".
"Ma, non lo so". Il ragazzino rise, stringendosi allegramente nelle spalle. "Lei conosce il mio vecchio. Specialmente verso Natale e Capodanno. Per la maggior parte del tempo, però, è un tipo a posto.", aggiunse lealmente. "Forse sente solo la mancanza della mamma".
"Certo", annuì Joe.
"Potrebbe anche ricordarsi della macchina fotografica, però. Potrebbe".
Il ragazzino si accinse a uscire, tirandosi su il bavero della giacca prima di affrontare la tormenta che stava aumentando fuori. La neve si appiccicava contro le vetrine, creando uno specchio scuro per il locale. Rifletté il viso dell'uomo barbuto che esitava alla porta. La speranza lampeggiava ancora una volta negli occhi disperati.
"Piccolo?". Frugò affrettatamente nella sacchetta di cuoio e tirò fuori qualcuna delle monete ovali. "Ti piacerebbe avere un po' di soldi per te? O per un regalo per tuo papà".
Il monello si fermò, occhieggiando l'argento con diffidenza. "Per fare che?", domandò, sospettoso dell'espressione troppo ansiosa del barbuto. "Senta, non faccio commissioni per nessun spacciatore! Non ho voglia di passare il Natale in un tribunale per minorenni!".
Sfiorò il vecchio, quasi rudemente, e sfrecciò nella strada innevata, stringendo il pacchetto per suo padre. Ancora una volta uno sguardo di amaro dolore tornò a galla negli occhi del vecchio.
Si appoggiò stancamente alla porta; una lacrima scintillò nella barba scura. Poi si scosse mentre qualcuno all'esterno spingeva la porta bloccata dal suo peso. La porta venne spalancata irosamente, ed una bionda di mezz'età un po' bevuta svolazzò dentro.
"Che idea è questa? Un gentiluomo avrebbe tenuto  aperta la porta per una signora". Guardò male il barbuto, poi cambiò l'espressione con un fascino da gatta per rivolgersi a Joe. "Buon Natale, vecchio avvelenatore! Non potevo passare di qui senza fare un salto dentro".
Joe la guardò senza cordialità. "Non venire più ad adescare qui, Mae! Ti ho avvertito l'ultima volta. Fuori!". Indicò col pollice la porta attraverso cui era entrata. "Vuoi che mi chiudano il locale?".
"Ma bene, non sono mai stata così insultata!". La bionda si rizzò offesa, poi strizzò un occhio. "Voglio solo un bicchierino. Offerto dalla casa, eh? Uno piccolo piccolo? E' Natale! Guarda, ti ho portato un regalo!". Con un gesto grandioso, depose un piccolo asciugamano sul banco; portava stampato a grandi caratteri Central Hotel.
"Vabbene", acconsentì Joe. "Uno. E fai in fretta!".
"Sei pieno di cuore, Joe. Alla tua".
La bionda arretrò verso la porta. Il barbuto, con un gesto privo di scherno, le tenne aperta la porta. Ma appena lei rabbrividì nel vento che penetrava dall'esterno, gli occhi gli brillarono ancora di speranza.
Tirando fuori la sacchetta, ne prese due monete e gliele offrì.
"Posso offrirle una bottiglia? O la cena, se ha fame?". La voce gli tremava come la mano ossuta che porgeva le monete.
Qualcosa nei suoi occhi brillanti ispirò repulsione alla bionda. Il sorriso da gatta svanì. Guardò torva dall'argento agli occhi incavati. Di scatto si tirò indietro, scuotendo la testa.
"Hai la TBC o qualcosa del genere? Non pretenderai di pagarti del tempo con me con una birra e magari un hamburger. Lasciami uscire di qui! Ho un appuntamento importante".
A testa alta, uscì nella notte nevosa.
L'uomo barbuto, con la mano ancora tesa, si afflosciò contro la porta che si chiudeva. Nel silenzio, rotto solo dai sommessi rumori del traffico e dal tintinnio monotono della campanella di un Babbo Natale, mi sembrò di sentirlo singhiozzare forte. Il vecchio guardò le monete ovali che aveva in pugno con negli occhi una disperazione immensa. Le monete erano quasi completamente marroni ora, l'argento non si vedeva quasi. Le dita scheletriche si chiusero intorno alle monete, e la testa gli cadde all'indietro, contro la porta, rivelando di nuovo la rossa cicatrice infiammata che aveva intorno al collo. Le sue labbra si mossero; sentii delle parole...
"Eloi, Eloi, lama sabachthani...".
Con una chiarezza sconvolgente, ricordai l'origine di queste parole. Le aveva pronunciate un altro uomo in agonia; una preghiera, un ultimo grido di agonia, da parte di un morente, inchiodato a una croce di legno su una collina chiamata Golgota.
Con inaspettata gentilezza, Joe lo chiamò improvvisamente: "Ehi, vuole un altro bicchiere? Offerto dalla casa. Non ha un bell'aspetto".
Il vecchio sembrò non aver sentito. Cogli occhi allucinati, versò di nuovo le monete respinte nella sacchetta, contandole silenziosamente. Poi, con un sospiro simile ad un vento gelido attraverso i rami di un albero spoglio, spalancò la porta e si tuffò nella notte.
"Be', che ne dici?", ringhiò Joe. "Che tipo! Un minuto cerca di regalare quelle monete straniere, e il minuto dopo rifiuta di venderne una! E ne aveva un sacchetto pieno! Di quante ne avrebbe avuto bisogno, per sé?".
Rimasi silenziosa per un istante, mandando giù l'ultimo sorso del punch caldo. Un freddo molto più penetrante del vento gelido all'esterno mi faceva rabbrividire; avevo disperatamente bisogno della confortante familiarità del piccolo appartamento che dividevo con mio marito.
"Di quante? Oh, circa trenta, direi, per acquistare ciò di cui ha bisogno". Pensai ai versetti biblici che ricordavo dall'infanzia. "... Si pentì e riportò i trenta pezzi d'argento ai preti e agli anziani, dicendo: ho peccato perché ho tradito un innocente. Ed essi risposero: la cosa non ci riguarda".
Joe girò intorno al banco, preoccupato. "Di cosa stai parlando, Mary?".
"E gettò al suolo i pezzi d'argento, e... andò e si impiccò...! Anche la tomba l'ha respinto, Joe. Ora sta cercando di ricomprare la sua anima! Joe, abbiamo appena incontrato l'ebreo errante!".

(Psycho. N. 1. Armenia editore, 1978)