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mercoledì 30 aprile 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Il misterioso Lucks e i suoi dollari perduti

Ci sono parecchi modi per fare un milione di dollari: far la raccolta dei bollini Eagle per cinquant'anni, rapinare una banca, sposare una milionaria, o trovare un metodo infallibile per vincere ai cavalli. Ce n'è un sacco, di modi.
Poi, c'era il modo usato da Allen M. Lucks. Detto in parole semplici, funzionava più o meno così:
Uno schianto di ragazza, dai capelli rossi e le gambe lunghe, accompagnata da una bruna più piccola, ma non meno strepitosa, si dirigeva, per esempio, verso la porta di una suite dell'elegantissimo Hotel George V di Parigi. Sistemandosi la costosa acconciatura con qualche colpetto ozioso, la rossa suonava il campanello.
Se qualche esperto della vita notturna parigina si fosse trovato a passare per il corridoio in quel momento, si sarebbe forse chiesto come mai due delle più note ballerine delle Folies Bergère potessero essere senza cavaliere all'inizio di una serata, e perché suonassero alla porta della suite. Ma l'esperto in questione sarebbe rimasto addirittura a bocca aperta se avesse visto il tipo tracagnotto, vestito in modo sgargiante, leggermente pelato, e con un sovrappiù nel settore pancia, che apriva la porta. L'uomo sembrava piacevolmente sorpreso: "Sì?"
"Ci ha mandato Monsieur Lucks," rispondeva la rossa, sorridendo con grazia. "Ci ha detto di dirle che siamo a sua disposizione per tutto il tempo che resterà a Parigi, Monsieur."
Gli occhi del grasso ometto si accendevano. Si ricordava di Lucks. Era il tipo che a cena, la sera prima, aveva detto di essere l'intermediario di certe persone che vendevano residuati bellici. Il grassone aveva sorriso rivolgendosi a Lucks, era il suo mestiere, comprare residuati bellici. E Parigi, nel giugno del '52, abbondava di prestigiatori desiderosi di disfarsi di forniture militari.
Adesso quella sorpresa. Guardava le ragazze con crescente riconoscenza, mentre gli tornavano alla mente le parole di Lucks.
"Domani sera alle sette," aveva detto Lucks, "due ragazze busseranno alla sua porta. Le faccia entrare. Non faccia domande, non dia denaro, si diverta e dica loro quando ripresentarsi."
Così, mentre il grasso ometto faceva entrare le ragazze, metteva il catenaccio, e si preparava per una nottata di vive la France, prendeva nota mentalmente che doveva mettersi in contatto con Lucks, subito il giorno dopo, per ringraziarlo. Bisogna fare affari per forza con uno che ti fa una cosa così carina. 
E questo, caro lettore, è il sistema con cui il misterioso Allen Lucks è riuscito a tirar su diverse centinaia di milioni di dollari per sé e per i suoi clienti... milioni che nessuno riesce più a trovare!
Il 27 novembre '55 è stata una data importante per il cinquantatreenne scapolo Al Lucks. In quella data, infatti, è morto. E tutti i suoi parenti stanno tuttora piangendo a calde, nere lacrime. Non si può dire quanto si siano dispiaciuti nel vedere il buon vecchio Al che se ne andava, ma stai certo che lanciano gemiti autentici per il fatto che l'immensa, incalcolabile fortuna guadagnata da Lucks non salta fuori da nessuna parte.
Perché Allen Lucks è morto misteriosamente come ha vissuto: una personalità internazionale che si dava del tu con i più influenti imbroglioni e i migliori faccendieri del mondo. E' morto in modo così misterioso che, in effetti, dal 27 novembre fino al 2 marzo di quest'anno, non è circolata la minima allusione, neppure al semplice fatto che fosse morto!
Ora è cominciata la grande mischia. Le fortune di Lucks non saltano fuori. Dove sono? E' quello che i parenti del defunto vorrebbero tanto sapere. Sospettano che il denaro sia sparso per tre continenti, sotto nomi falsi in numerose banche, e in cassette di sicurezza tanto numerose da non poterle neppure citare. Al Lucks non si fidava di nessuno. Titoli e obbligazioni gli facevano paura, e nutriva invece la più ardente ammirazione per l'autentico sacrario personale che una cassetta di sicurezza sa offrire.
Parte del denaro è in una banca svizzera, ed essendo le banche svizzere notoriamente restie a rilasciare informazioni, ci vorranno forse anni di mercanteggiamenti prima di riportare alla luce, di quel denaro, anche una sola monetina.
In questo momento, un uomo di vaste relazioni europee nativo della rinomata Scranton in Pennsylvania, l'avvocato Jerome Myers, sta percorrendo freneticamente e in tutta fretta le capitali europee, nel tentativo di localizzare una fortuna così estesa che nessuno si dice in grado di stimarne la grandezza. Non che sia strano, un fine carriera del genere, per il playboy del mistero Al Lucks. In qualche modo, gli si addice. E' lo stesso stile in cui visse: scarsa notorietà, molto denaro, e una tale carovana di belle donne che qualunque sceicco si metterebbe a strillare per averla!
Cosa? Dite che non avete mai sentito parlare del multimilionario Lucks? Chiedete cosa c'è di tanto importante in questa storia, e il perché di tutto questo interesse? Volete sapere chi era, e da dove è arrivata tutta questa grana che nessuno trova? D'accordo, state a sentire cosa faccio: vi racconto tutta la storia di Lucks "Dollari facili" da cima a fondo, e con un finale che vi lascerà stecchiti.
Almeno dovrebbe. E' il finale che ha ucciso Al Lucks!

Lucks fece la sua entrata sul palcoscenico del mondo allo stesso modo di Abramo Lincoln: di poveri ma onesti genitori. Comunque, al nostro giovane Al non gli ci volle molto per accorgersi che, se una cosa andava bene per il signor Lincoln, non è detto che, necessariamente, dovesse andar bene per il figlioletto di Mamma Lucks.
Nel 1903 i Lucks, una famiglia di mercanti originaria di Hazelton, rozza cittadina mineraria della Pennsylvania, gioirono alla nascita del loro figliolo. La loro gioia si accrebbe nel '23 quando Al si laureò alla Syracuse University. Quando poi ottenne la specializzazione in Legge alla Facoltà di Giurisprudenza di Georgetown nel '26, con l'invidiabile curriculum di uno studente superlativo, la sua famiglia seppe di avere in casa un vero mensche, un grand'uomo. Oh, Al era sveglio, sicuro.
Fece per un po' il praticante a Washington, collezionando rimarchevoli insuccessi. Alla fine tornò a Scranton e cominciò a guardarsi attorno per trovare del lavoro. Sembrò quindi provvidenziale che Al si imbattesse nella più grossa fonte di profitto a cui si potesse attingere, in ambito legale, a quei tempi. In quel periodo, alla fine degli Anni Venti, c'era parecchio contrabbando di liquori nelle regioni minerarie ed era abbastanza logico che un bel po' di contrabbandieri avessero bisogno del leguleio, quando il lungo braccio della legge li convocava rabbiosamente in tribunale.
In breve Al Lucks divenne molto noto nell'ufficio del Giudice Federale Albert M. Johnson (che fu allontanato dall'incarico di magistrato nel '46, sotto la minaccia d'incriminazione, dalla Camera dei Deputati).
Al Lucks si era fatto improvvisamente ricco. In brevissimo tempo, era diventato per tutti l'uomo da vedere se avevi bisogno in fretta di una via d'uscita.

Poi, nel '43, l'odore di tutti quei soldi disponibili guidò Lucks verso più verdi pascoli... a Washington, dove raggiunse, nella nobile impresa di ungere la gente giusta, livelli ineguagliati perfino negli spiacevoli annali della capitale. Per i pezzi grossi che se le meritavano, Lucks organizzava in un batter d'occhi stupende festicciole a base di donnine, che gli fruttavano grosse informazioni su grosse vendite, che a loro volta si trasformavano in grossi contratti con grossi guadagni per Lucks.
Lucks fu tra i primi a trarre profitto dai residuati bellici della seconda guerra mondiale, superando in scaltrezza alcuni dei più scaltri specialisti in dollari facili della nazione. E quei profitti della prima ora erano così grandi, così evidenti, che Lucks si affrettò a trasferirsi dall'altra parte dell'oceano, a Parigi, dove operava dal George V, pur mantenendo una suite per tutto l'anno a Francoforte in Germania, sede del Quartier Generale delle Forze Armate americane in Europa.
Usando la stessa naturale astuzia che lo aveva fatto diventare un pezzo da novanta nel racket del contrabbando, Lucks in breve riuscì a fungere da intermediario in dozzine di transazioni da molti milioni di dollari, senza mai rischiare i suoi soldi, e mietendo invece profitti fantastici per il solo fatto che sapeva chi chiamare e quando. Cominciò a concedersi un alto tenore di vita, sull'aria dei centomila dollari l'anno, tanto per gradire. I soldi che guadagnava in più erano profitti netti e puliti, messi via al sicuro.
Comprava e usava tutto, dalle donne alle raccomandazioni più influenti. In particolare, le donne. Lucks aveva occhio per le bambole. Ma non è tutto. Aveva buoni occhi, e anche un bel paio di binocoli, se mai qualcosa potesse sfuggirgli.
Le sole fotografie disponibili del misterioso Lucks, il quale riteneva giustamente che il miglior modo di sottrarsi alle commissioni d'indagine fosse di eludere i riflettori della notorietà, sono quelle che fece con le sue compagnie femminili, che furono davvero tante.
Una delle tante era Diane "Golden Girl" Harris, una giovane deliziosa con un penchant per le banconote, e per correre lungo i corridoi degli alberghi sans vestiti. Pare che Lucks dicesse di lei:
"Non ho mai visto una signora più squisita di Diane. Se non si può dire nulla di carino di una signora, si sta zitti. Diane è una vera signora. Quanto a tutto il resto che si dice di lei, non ci credo."
Il che è un simpatico saggio della filosofia di uno che, nel '54, stava per essere citato in una causa per il riconoscimento di paternità. L'ex ballerina di fila Harriette Levi concluse la sua vicenda con un succoso accordo extragiudiziale, dopo che Lucks ebbe ammesso di essere il padre, e sparì insieme al figlio di dieci anni.
Le donne andavano e venivano come brezze autunnali, un flusso senza fine di fanciulle di liberi costumi, che entrava e usciva dalla leggendaria suite del nostro Lucks "Dollari facili", al George V.

Al culmine della sua favolosa carriera, Lucks frequentava per i suoi affari noti cacciatori di dote come il miglior faccendiere di Washington, John Marangon, o l'ex galeotto inglese George Dawson, che fece più di cento milioni di dollari in un affare in cui vendette ai generali dell'esercito americano quattordicimila dei loro stessi camion, e perfino l'ex senatore Kenneth McKellar, grosso personaggio dell'indegno giro dei Crump del Tennessee.
Tutta questa gente, e anche altri, dai commercianti di ciarpame fino ai membri del governo, erano intimi di Lucks e del suo delizioso entourage.Erano tutti pronti a ballare quando tirava i fili. Perché anche loro guadagnavano delle autentiche fortune, mentre Lucks faceva carriera.
Attorno al '50, Al Lucks operava quasi a tempo pieno a Parigi, e mostrava una grande riluttanza a tornare negli Stati Uniti. Probabilmente perché nel suo Paese c'era ormai una dozzina di persone che lo aspettavano, o per fargli causa o per fargli la pelle.
A quell'epoca, giravano voci che Lucks avesse fatto un colpo fantastico in Argentina. Queste voci parlavano di un'immensa fornitura di parti di automobili, poi assemblate in Canada e vendute al governo argentino, e i profitti divisi fra Lucks, il dittatore Juan Peron, e il ministro argentino per l'Economia.
Il bello di tutta la transazione consisteva nel fatto che le famose parti non erano mai state consegnate!
Poi venne il '51, una cattiva annata per Lucks. I giornali cominciarono a pubblicare storie su di lui. La prima cosa storta fu il ricorso alla Suprema Corte di New York da parte di Alvin Reiss della Lehigh Trading Co. Reiss sosteneva di aver acquistato dei camion, residuati bellici, per un milionecentoventimilasettecentosessanta dollari e di averli mandati via nave a Lucks in Europa, con una commissione pattuita del 15 %, che non gli era mai stata pagata. Il caso si trascinava all'infinito senza risolversi, perché Lucks era troppo timido per ritornare nel Paese della Libertà.
Quando in effetti ci tornava, i suoi viaggi erano sporadici e protetti dal massimo riserbo.
Scendeva all'Essex House di New York o al Mayflower di Washington, trattava in fretta gli affari, faceva un salto dai suoi a Scranton, ed era di ritorno in Europa prima ancora che qualcuno, in America, potesse accorgersi che era stato da quelle parti.

Ma, da allora, la stella di Lucks cominciò a declinare. Prima il ricorso di Reiss, poi le accuse di altre agenzie americane e le indagini per il processo Jelke, in cui il nome di Lucks comparve con grande evidenza. Infine, la causa che rischiò con Harriette Levi.
Come se non avesse abbastanza problemi da affrontare, Lucks veniva ricattato da varie parti e per motivi differenti. Le cose cominciavano a mettersi male. Le sue sostanze diminuivano. Continuava a vivere al ritmo dei soliti centomila dollari l'anno, a trattare al meglio le sue donnine, e a mantenere le sue suite esclusive.
Ma, per Allen Lucks, era il principio della fine.
La sera del 25 novembre '55, ma tardi, molto tardi, il centralino delle camere, al George V, cominciò a suonare in modo allarmante. L'operatrice mise le cuffie e udì la voce convulsa di una ragazza dalla suite di Lucks. Gemendo, diceva: "Monsieur Lucks è... morto!"
Non era propriamente vero, ma quando corsero di sopra, trovarono che Al Lucks aveva avuto un colpo, ed era sulla buona strada per lasciarci. Fu portato di corsa alla French Clinic di Parigi e, due giorni dopo, morì. Il referto medico stabilì che la morte era dovuta a emorragia cerebrale, a causa di uno sforzo eccessivo. Le due ragazze che erano state trovate nella sua suite furono riportate sulla strada, dove rapidamente scomparvero, accompagnate dalle riverenti, lunghe occhiate della polizia.
Subito dopo ebbe inizio il gioco folle dei "dollari, dollari, ma chi ce li ha, i dollari di Lucks?"
La mischia era cominciata, e nel trambusto che ne seguì, tutta la sporca storia del Lucks faccendiere, mediatore, losco trafficante da entrambe le parti della cortina di ferro, venne a galla.
Dove riposi in pace il suo denaro, quanto ne abbia nascosto, sono tutti misteri... altri misteri che circondano la figura di un uomo che, per anni, ha circondato la sua vita di un'assoluta segretezza.
E nondimeno, tutti i segreti affari di Al Lucks sbiadiscono e divengono insignificanti al confronto con la sua ultima, attuale transazione. Per quanti soldi possa avere nascosti, nelle casseforti di tutte le banche d'Europa, quella che Al sta conducendo è la sua più grossa trattativa d'affari.
Sta trattando una nuova concessione, Lucks, la concessione dell'Eternità, per comprarsi un'entrata in Paradiso! Potete dare le vostre scommesse a Pietro, il custode delle entrate.
Ma le quote sono Infernali!

(L'età d'oro del crimine. A cura di Marc Gerald. Anabasi, 1993)



sabato 26 aprile 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Le ali del diavolo

Il gioco del poker non era esattamente una religione per Gramp, ma certo era quanto di più simile alla religione lui avesse avuto per i primi cinquant'anni della sua vita. Questa era più o meno l'età di Gramp quando andai a vivere con lui e Gram. E' stato molto tempo fa, in una piccola città dell'Ohio. Ricordo bene la data, perché fu poco dopo l'assassinio del presidente McKinley. Non voglio dire che ci sia stato un nesso qualsiasi tra l'assassinio di McKinley e il mio arrivo presso Gram e Gramp. Soltanto che i due fatti accaddero più o meno nello stesso periodo. Io allora avevo circa dieci anni.
Gram era una brava donna. Metodista e timorata di Dio, non aveva mai toccato una carta da gioco se non occasionalmente, per mettere via il mazzo che Gramp aveva magari lasciato da qualche parte. E lo toccava sempre con cautela, quasi temendo che potesse esploderle tra le mani. Aveva comunque rinunciato, da anni, a convertire Gramp dal suo ateismo. Rinunciato "seriamente", voglio dire. Perché di criticarlo non aveva mai smesso.
Del resto, se lei l'avesse fatto, Gramp avrebbe sentito la mancanza delle prediche e delle critiche alle quali si era ormai abituato. Io allora ero troppo giovane per capire che singolare coppia formassero quei due: l'ateo del villaggio, e la presidentessa della società missionaria metodista. Per me, allora, erano soltanto Gramp e Gram, e non c'era niente di strano nel fatto che si amassero e vivessero insieme a dispetto delle loro profonde diversità.
Forse non era molto strano, dopo tutto. Voglio dire, Gramp, sotto la sua crosta di cinismo, era un gran buon uomo. Era uno degli uomini più sensibili che avessi mai conosciuto, e dei più generosi. Diventava bisbetico soltanto quando si parlava di superstizione o religione, rifiutava persino di fare una distinzione fra le due cose, o quando si metteva a giocare a poker con gli amici, o, quanto a questo, quando si metteva a giocare a poker con chiunque, in qualsiasi luogo, e in qualsiasi momento.
Ed era anche un buon giocatore. Vinceva un po' più di quanto non perdesse. Lui era solito dire che un decimo delle sue entrate proveniva dalle partite a poker. Gli altri nove decimi erano dati dalla fattoria che Gramp dirigeva, ai margini della città. In un certo senso, comunque, si potrebbe dire che ne usciva alla pari, perché Gram insisteva nel decimare, offrendo un decimo delle loro entrate alla chiesa metodista e alla missione.
Forse questo serviva alla coscienza di Gram per sopportare di vivere con Gramp. A questo proposito ricordo che lei si arrabbiava molto di più quando a lui capitava di perdere, che non quando vinceva. Come potesse sopportare che il marito fosse ateo, io non l'ho mai capito. Probabilmente non aveva mai creduto veramente nemmeno alle sue negazioni più dogmatiche.
Rimasi con loro circa tre anni, e dovevo averne quasi tredici quando avvenne il grande cambiamento. E' passato ormai molto tempo, ma non riuscirò mai a dimenticare la sera in cui il cambiamento cominciò, la sera in cui mi capitò di sentire il pesante fruscio di ali nella sala da pranzo. La sera in cui il commerciante di semi rimase a cena con noi, e dopo giocò a poker con Gramp.
Il suo nome, non l'ho dimenticato, era Charly Bryce, Era piccolo. Ricordo che non era più alto di me, cioè poco più di un metro e mezzo. E doveva pesare oltre quaranta chili. Aveva i capelli neri tagliati corti, che partivano bassi sulla fronte e si diradavano gradatamente fino a lasciare sulla nuca una zona calva della grandezza di un mezzo dollaro d'argento. Ricordo bene questo particolare. Durante il poker rimasi per un certo tempo alle sue spalle, e mi trovai a pensare che il tondo di calvizie poteva contenere uno di quei mezzi dollari d'argento... gettoni, li chiamavano... che avevano di fronte a loro sul tavolo. Ma non ricordo affatto che faccia avesse.
Come non ricordo la conversazione che si svolse durante la cena. Con tutta probabilità parlarono sempre di semi, perché il commerciante non aveva ancora completato l'ordine di Gramp. Era arrivato nel tardo pomeriggio. Gramp era andato in città con un carico di merce, ma Gram lo aspettava di ritorno da un momento all'altro, e aveva detto al commerciante di aspettare. Gramp era poi rientrato col carro, tardissimo, e Gram aveva pregato il commerciante di restare a cena con noi. Lui aveva accettato.
Ricordo che mentre aiutavo Gram a sparecchiare, Gramp e Charley Bryce rimasero seduti a tavola. Bryce prese il blocco-commissioni e finì di annotare le ordinazioni di Gramp.
Fu dopo aver portato via gli ultimi piatti, e quando tornai per ritirare i tovaglioli, che li sentii parlare di poker per la prima volta. Non ricordo chi fosse stato a cominciare il discorso. Ma Gramp descriveva animatamente una mano avuta l'ultima volta che aveva giocato, alcune sere prima. Lo sconosciuto... forse ho dimenticato di dire che Charley Bryce era uno sconosciuto. Non lo avevamo mai visto prima di allora, e forse, dopo, fu trasferito in un'altra zona, perché non lo rivedemmo mai più... lo sconosciuto, dicevo, stava ascoltando con interesse sorridente. No, non ricordo per niente la sua faccia, ma ricordo che sorrideva parecchio.
Presi i tovaglioli e gli allaccia-tovaglioli, in modo che Gram potesse togliere la tovaglia dal tavolo. E mentre lei piegava la tovaglia, io misi tre tovaglioli, il suo, quello di Gramp, e il mio, nei rispettivi anelli, andai a mettere quello del commerciante assieme alla biancheria da lavare. Gram aveva ripreso la sua abituale espressione. Quella dalle labbra tirate e lo sguardo ostile, che lei assumeva quando sentiva giocare o parlare di carte.
Poi Gramp domandò: - Dove sono le carte, Ma?
Gram sbuffò.
- Dove le hai messe tu, Williams - disse.
Così Gramp andò a prendere il mazzo di carte dal cassetto della credenza, dove venivano sempre riposte. Poi tolse di tasca un a manciata di monete d'argento, e lui e lo sconosciuto, Charley Bryce, cominciarono una partita di poker a due, seduti a un angolo della grande tavola da pranzo quadrata. 
A questo punto io andai in cucina, per aiutare Gram ad asciugare i piatti, e quando tornai in sala da pranzo,  la maggior parte delle monete d'argento si era trasferita davanti a Bryce. Gramp era andato a prendere il portafoglio, e di fronte a lui, anziché i gettoni, teneva un fascio di biglietti di banca. Allora i biglietti da un dollaro avevano un grande valore. Non erano le meschine monete di oggi.
Dopo aver finito di asciugare i piatti, rimasi a guardare la partita. Non ricordo come si siano susseguite le mani. Ricordo soltanto che i soldi vagavano avanti e indietro senza che mai nessuno riuscisse ad avere più di venti dollari di vincita o di perdita. Ricordo inoltre che a un certo momento lo sconosciuto guardò l'orologio e disse che voleva prendere il treno delle dieci, per cui desiderava finire la partita alle nove e mezzo. Gramp acconsentì.
E cos' fecero. Alle nove e mezzo, Charley Bryce era in vincita. Contò il denaro che aveva messo in gioco, e gli rimasero di fronte un certo numero di gettoni. Contò anche questi, e ricordo che si mise a ridere. 
- Tredici dollari esatti - disse. - Tredici pezzi d'argento.
_ Che vadano al diavolo - disse Gramp. Era una delle sue espressioni favorite.
Gram sbuffò.
- Se parli del diavolo - disse - finirai col sentire il fruscio delle sue ali.
Charley Bryce sorrise. Prese il mazzo di carte e lo fece scorrere tra le dita, con delicatezza.
- Un fruscio simile a questo? - domandò.
Fu a questo punto che cominciai ad avere paura.
Gram tornò a sbuffare. Comunque disse: - Sì, come quello. Ora se mi volete scusare... E tu, Johnny, faresti bene ad andare a letto.
Salì al piano di sopra.
Il commerciante ridacchiò e fece scorrere nuovamente le carte tra le dita. Più forte, questa volta. Non so se fosse per il fruscio delle carte, o per le tredici monete, o per qualche altro motivo, ma ebbi paura. Non rimasi più alle spalle del commerciante, e feci il giro della tavola. Il commerciante vide la mia faccia, e mi sorrise.
- Ragazzo, a quanto sembra tu credi nel diavolo, e pensi che il diavolo sia io. Vero?
Dissi: - No, signore - ma senza troppa convinzione. Gramp scoppiò a ridere, e non era uomo da ridere facilmente.
- Johnny, mi sorprendi - disse Gramp. - Hai proprio la faccia di quello che ci crede. - E scoppiò a ridere di nuovo. Charley Bryce guardò Gramp. C'era una strana luce nei suoi occhi.
- Voi non ci credete? - domandò.
Gramp smise di ridere.
- Piantatela, Charley - disse. - Fate venire al ragazzo delle idee stupide. - Si guardò attorno per accertarsi che Gram non ci fosse. - Non voglio che cresca superstizioso.
- Tutti, più o meno, sono superstiziosi - disse Charley Bryce.
Gramp scosse la testa.
- Io, no.
- Credete voi di non esserlo - disse Bryce - ma se si viene al dunque, scommetto che lo siete.
Gramp corrugò la fronte.
- Scommettiamo quanto, e come?
Il commerciante fece frusciare ancora le carte, poi le depose sul tavolo. Prese la pila di gettoni e li contò ancora una volta. Poi disse: - Scommetto tredici dollari contro un dollaro. Tredici pezzi d'argento contro la prova che voi non credete al diavolo.
Gramp mise da parte i soldi che aveva sul tavolo e prese il portafoglio per togliere un biglietto da un dollaro. Lo mise sul tavolo e disse: - Charley Bryce, siete coperto.
Charley Bryce spinse la pila di dollari accanto alla banconota e tolse la penna stilografica dal taschino, quella con cui Gramp aveva sottoscritto l'ordine delle sementi. Ricordo la penna perché era una delle prime stilografiche che mi fosse capitato di vedere, e aveva destato tutto il mio interesse.
Charley Bryce diede la penna a Gramp, poi strappò uno dei fogli dal blocco degli ordini, e lo mise davanti a Gramp, con la parte non stampata rivolta verso l'alto.
Disse: - Scrivete questo: "Per quattordici dollari io vendo la mia anima", e firmate.
Gramp scoppiò a ridere e prese in mano la penna. Cominciò a scrivere, rapido, poi la sua mano rallentò, e alla fine smise di scrivere. Non mi riuscì di vedere fino a che punto della frase fosse arrivato.
Alzò gli occhi per guardare Charley Bryce. Disse: - E se... - poi tornò a guardare il foglio di carta, e alla fine guardò i soldi che stavano in mezzo alla tavola. Quattordici dollari. Uno di carta, e tredici d'argento.
Tornò a sorridere, ma fu un sorriso forzato.
Disse: - Prendete i soldi, Charley. Credo che abbiate vinto.
Fu tutto. Il commerciante sogghignò e raccolse i soldi. Poi Gramp lo accompagnò fino alla stazione.
Ma Gramp, dopo quella sera, non fu più lo stesso. Oh, continuò a giocare a poker. In questo non cambiò mai. Né quando cominciò ad andare in chiesa la domenica con Gram, né quando si lasciò, alla fine, nominare sacrestano, smise mai di giocare alle carte, e Gram continuò a criticarlo. Arrivò anche a insegnarmi il poker, a dispetto di Gram.
Charley Bryce non si fece più vedre. Forse lo avevano assegnato a un'altra zona, o forse aveva cambiato lavoro. Fu soltanto il giorno dei funerali di Gramp, nel 1913, che scoprii che Gram era al corrente della conversazione e della scommessa di quella sera. Si era fermata in guardaroba a riporre della biancheria, e non era ancora salita al piano superiore. Me lo disse dopo dieci anni, mentre tornavamo dal funerale.
Ricordo che le domandai se sarebbe entrata a fermare Gramp, nel caso in cui si fosse accorta che stava per firmare. Lei sorrise, e disse: - Lui non avrebbe mai firmato, Johnny. Sarebbe stata comunque una cosa di nessuna importanza. Se esiste veramente un diavolo, Dio non gli permetterebbe di andare in giro travestito a tentare la gente in quel modo.
- Voi avreste firmato, Gram? - le domandai.
- Tredici dollari per scivere un'idiozia su un pezzo di carta, Johnny? Ma certamente che avrei firmato. Tu no, forse?
Dissi: - Non so.
E' passato molto tempo da allora, ma continuo a non saperlo.

(Per tutti i diavoli dell'universo. A cura di Stefano Benvenuti. Editoriale Corno, 1977)




venerdì 18 aprile 2014

Lovecraft: nuove considerazioni

Nei venticinque anni seguiti alla morte di H.P. Lovecraft i suoi racconti hanno ricevuto lodi sperticate e feroci stroncature, sia le une che le altre, in genere, superficiali e poco approfondite. E se questa gazzarra può soddisfare qualcuno e divertire qualcun altro, per me, che sono stato influenzato tanto dall'uomo che dallo scrittore Lovecraft, non è certo sufficiente. Per questo, almeno per quanto mi riguarda, desidero andare a fondo e usare un metro il più possibile analitico. 
In un mio articolo dal titolo Copernico letterario (che, in realtà, avrei fatto meglio a intitolare Il Copernico del racconto dell'orrore) ho analizzato i pregi dei racconti di Lovecraft e dei mezzi letterari e creativi di cui si è servito. Ora tenterò di dare l'altro lato del quadro, non per invalidare la mia vecchia analisi, ma per completarla e inserire il nero accanto al bianco. Mi baserò essenzialmente su Colui che sussurrava nelle tenebre, il mio preferito tra i racconti di Lovecraft, perché è un prodotto del suo periodo più maturo (fu scritto nel 1930), è abbastanza lungo per costituire un buon campione, suscita vigorosamente sia il senso dell'avventura che il terrore e combina bene la vecchia tendenza di Lovecraft a sfruttare come sfondo delle sue storie le leggende di magia nera con quella, che si manifestò nell'ultima parte della sua vita, di creare atmosfere di mistero volgendosi alle fantasie della scienza. Ma forse la ragione fondamentale per cui lo prediligo è che Colui che sussurrava nelle tenebre mi ha dato, la prima volta che l'ho letto, i brividi più deliziosi.
Innanzi tutto, brevemente, la trama (per rinfrescare la memoria di coloro che hanno letto il racconto; a tutti gli altri... leggetelo prima!).
Albert Wilmarth, un appassionato di folklore e professore di letteratura alla Miskatonic University, partecipa a un dibattito ospitato da una rivista accademica, sulla possibilità che nelle colline del Vermont siano scesi esseri di un altro mondo. Wilmarth è del partito scettico, ma Henry Akeley, uno studioso solitario che vive sul posto, lo convince per corrispondenza che quegli esseri esistono e che vengono da Plutone. E' necessario, tuttavia, mantenere il segreto, perché se scoperti essi potrebbero decidere di attaccare la Terra. Akeley si convince che gli esseri lo uccideranno o lo rapiranno presto perché sa troppo, e prega Wilmarth di tenersi alla larga. Poco dopo, però, il professore riceve una lettera in cui Akeley mostra un profondo cambiamento; non solo le sue idee, ma la sua stessa personalità sembrano diverse: dice di essere entrato in contatto con le creature di Plutone, di aver scoperto che sono benevole e prega Wilmarth di andarlo a trovare portando con sé la loro corrispondenza. Il professore accetta e per parecchie ore, in una stanza in penombra, conversa con un Akeley dall'aspetto stranamente rigido. Quella notte (avendo evitato di bere del caffè drogato) Wilmarth è in grado di udire una conversazione che indica come uno degli esseri di Plutone abbia preso il posto di Akeley, impersonandolo, e che è intenzione di quegli esseri rapire anche lui. Wilmarth ottiene le prove che è tutto vero e fugge a precipizio dalla casa di Akeley e dalle colline del Vermont.
Questo riassunto non dà nessuna idea dell'atmosfera e della forza del racconto, ma mi permette di situare in un certo quadro i miei commenti (o meglio, le mie "reazioni di lettore").
Innanzi tutto non mi ha mai convinto la facilità con cui Wilmarth si lascia persuadere ad andare nel Vermont, dato che il piano dei plutoniani si intuisce lontano un miglio. A questo punto ho sempre dovuto fermarmi per rassicurare me stesso che Wilmarth doveva essere così incuriosito da perdere qualunque senso di cautela (anche se il racconto non offre nessun appiglio al riguardo); solo dopo quest'operazione potevo continuare la lettura. Dopo essere arrivato nel Vermont Wilmarth continua a mostrarsi incredibilmente tardo nella comprensione della verità, anche se gli indizi si sommano agli indizi.
In secondo luogo non viene mai spiegato, nemmeno per allusioni, perché gli esseri di Plutone indugino tanto a realizzare i loro piani sul conto di Wilmarth (o di Akeley). L'affermazione che i loro movimenti sulla Terra sono lenti e difficoltosi è inverosimile quando si apprende che l'avamposto sul nostro pianeta esiste da centinaia d'anni. E' vero, i plutoniani di Lovecraft non sono più inetti del dottor Fu Manchu quando spreca le migliori occasioni di far fuori Nayland Smith: ma ci si aspetta qualcosa di più da una razza di extraterrestri che scorrazzano nella galassia. Inoltre i loro metodi sono quelli tipici del melodramma: caffè drogato, falsi telegrammi, travestimenti elaborati e corse in macchina nella notte.
Terzo, il paesaggio del Vermont è descritto fin nei dettagli almeno quattro volte: nelle osservazioni preliminari di Wilmarth, nella lettera di Akeley, durante il viaggio di Wilmarth a casa di Akeley e durante la fuga finale. Questa ripetitività, che ho sempre trovato stancante, preannuncia i reiterati vagabondaggi nei corridoi delle colossali strutture architettoniche che troveremo nell'Ombra fuori del tempo e nelle Montagne della follia.
Nel racconto ci sono momenti di grande suggestione, come quando Wilmarth vede un cilindro di metallo contenente un cervello scorporato a cui sono stati lasciati due soli sensi, la vista e l'udito, oltre alla facoltà di parlare (ho usato questa stessa idea nel mio romanzo Le argentee teste d'uovo, riconoscendone il merito a Lovecraft). Ma il racconto acquista efficacia drammatica solo in pochi punti: i lunghi passaggi descrittivi, le allusioni elaborate e le volute ripetizioni tendono a stancare.
La ragione di questa scelta mi sembra la seguente: Lovecraft aveva in mente il grande spavento finale di Wilmarth (e del lettore) e scriveva per "aprirsi la strada" verso di esso, evitando decisamente di battere qualsiasi sentiero collaterale; eppure, di solito, sono proprio gli aspetti secondari a costituire l'interesse di un racconto, perché consentono l'introspezione, le osservazioni sulla vita quotidiana e le sottigliezze psicologiche.
Questa marcia forzata verso il climax mi sembra la vera responsabile della scarsità di scene pienamente sviluppate in senso drammatico. Dopo le dichiarazioni d'apertura, tenute sulle generali, le cose devono essere viste con distacco, apprese per allusioni e sentito dire, fino all'accecante rivelazione conclusiva. Troppi primi piani all'inizio del racconto potrebbero rovinare questa progressione passo passo all'apice del terrore. Ed è anche la ragione per il ritardato concretizzarsi della minaccia nei confronti di Wilmarth: le creature di Plutone impiegano ore a fargli oscure allusioni, pur avendolo in loro potere, semplicemente perché questo esalterà la sua paura. Lovecraft usa lo stesso procedimento nei confronti del lettore, con cui gioca come il gatto con il topo, sfruttando interminabilmente le esitazioni e la riluttanza del suo narratore nel dirci in che cosa consista l'orrore. Questi artifici funzionano abbastanza bene nell'evocare la paura del soprannaturale, ma irrigidiscono, limitano e incanalano il racconto su una traccia monotona. 
La maggior parte dei racconti di Lovecraft soffre di questo modello rigido e ristretto. Da storie come La dichiarazione di Randolph Carter a romanzi come Le montagne della follia, si ha la sensazione che ogni successivo racconto non vada più avanti del primo. Alle idee si può solo alludere, mai analizzarle; ai personaggi non può essere permesso quasi mai di interagire in modo drammatico; i mostri, in particolare, non devono essere analizzati o esplorati nell'intimo: infatti ognuna di queste due cose potrebbe rovinare l'atmosfera di terrore, spezzare l'incantesimo.
In Note sull'arte della letteratura fantastica Lovecraft riassunse questo tipo di limitazione: "Tutto ciò che un racconto del meraviglioso può essere è un vivido ritratto di un certo tipo di atmosfera psichica". Questo dogma estetico, pur avendo qualche validità tecnica, trasuda solitudine da tutti i pori e può rivelarsi distruttivo nei confronti di una tipica attitudine dello scrittore, quella di dire qualcosa sul mondo reale, gettare sguardi penetranti nell'animo di uomini reali, speculare nel senso migliore del termine e avvicinarsi al suo lettore invece di condividere con lui semplicemente "una vaga illusione dell'arcana realtà dell'irreale".
Ciò che voglio dire si può ridurre a questo: che HPL scrisse racconti dell'orrore e che i racconti di questo tipo, specialmente se creati da un purista, sono di orizzonti limitati. Per esempio, analizzare i mostri o esplorarli nell'intimo già trasformerebbe una storia del terrore in una di fantascienza.
Voglio anche suggerire che i racconti di HPL si impossessano del lettore come incubi e furono scritti nello stesso modo, con la mente incapace di uscire dallo spaventoso garbuglio e di guardarsi intorno finché non si arriva alla fine. E' un'intensità ipnotica, sonnambolica, lettore e scrittore privati della volontà e attratti interminabilmente in corridoi che sprofondano verso il basso, in città sterminate e ciclopiche, o ancora in foreste abominevoli; è un procedere attraverso un paesaggio di orridi arabeschi, il cui scenario sembra tratto di peso dall'incubo o da una visione ipnagogica. Per quanto riguarda in particolare Colui che sussurrava nelle tenebre, che Lovecraft scrisse in una settimana, per rendere la storia credibile il lettore deve accettare che Wilmarth si trovi in uno stato mentale ipnotico, in una sorta d'incubo fin dal momento in cui riceve l'ultima lettera di Akeley.
Mi duole che in questo breve articolo io debba trascurare i tanti aspetti affascinanti del racconto: ad esempio il modo in cui sfrutta i fatti di cronaca dell'epoca come le inondazioni del 1927 in Vermont, la scoperta di Plutone e il proliferare di luoghi estivi per vacanza a buon mercato in tutta la Nuova Inghilterra; l'eleganza con cui incorpora l'influenza letteraria di Machen, Fort e altri; le numerose, pregevoli battute di dialogo, specie le più brevi e drammatiche; l'uso eccellente di impronte d'artigli e altri mostruosi indizi; l'ottimo assunto di base, che è pura fantascienza; la sensazione d'eccitamento e aspettativa al pensiero delle indicibili meraviglie e degli arcani dell'universo. Questi elementi di fascino sono tanto vividi e vitali nei racconti di Lovecraft quanto assenti in quelli dei suoi imitatori. Perché, nonostante le limitazioni del suo modulo narrativo preferito (e che a volte, credo, lo ostacolò seriamente), Lovecraft cercò sempre di usarlo per esprimere ciò che lui sapeva e sentiva della vita, non per creare racconti gotici di maniera. ("The Whisperer" Re-examined, 1964)
(Fritz Leiber, Spazio, tempo e mistero. Mondadori, 1987) 




sabato 12 aprile 2014

Medieval Mistery Tour

Gli Young Tradition nascono nel 1965 per iniziativa di Peter Bellamy, Royston Wood e Heather Wood. Sul modello della Copper Family costruiscono un repertorio di canzoni tradizionali eseguite senza accompagnamento musicale. Messi sotto contratto dalla Transatlantic pubblicano quattro album, l'ultimo dei quali vede la partecipazione di Shirley Collins: The Holly Bears the Crown vedrà però la luce solo nel 1995 grazie alla Fledg'ling, a causa dello scioglimento del gruppo. Poco prima la Transatlantic aveva dato alle stampe un'antologia e l'ultimo atto ufficiale della band, Galleries, arricchito dalla presenza di Dolly Collins, Dave Swarbick e dell'Early Music Consort diretto da David Munrow. Galleries si differenzia dai lavori precedenti per il suo spostamento verso la musica antica e si chiude con una versione della celebre Agincourt Carol, la canzone che celebra la sconfitta dell'esercito francese di Carlo VI da parte delle truppe inglesi di Enrico V in netta inferiorità numerica. La battaglia di Agincourt si collega alla leggenda degli Angeli di Mons, nata quasi cinque secoli dopo per spiegare come l'esercito tedesco, in schiacciante superiorità, non fu in grado di prevalere sul corpo di spedizione britannico sul continente. Come ben sanno gli appassionati di letteratura fantastica, la leggenda nacque da un articolo di Arthur Machen pubblicato sull'Evening News del 29 settembre 1914, poco più di un mese dopo l'evento bellico. Vi si sosteneva che a soccorrere i soldati inglesi furono gli spettri degli arcieri che nel 1415 ebbero ragione delle truppe francesi. Tre anni dopo Machen pubblicò The Terror, un racconto sugli effetti che la condizione bellica può generare su un piano soprannaturale; un piccolo capolavoro che anticipa Daphne du Maurier e Stephen King.
Altri tradizionali degni di nota contenuti in Galleries sono John Barleycorn, The Banks of the Nile - ripresa due anni dopo anche dai Fotheringay - e Idumea, l'inno metodista scritto nel 1763 da Charles Wesley le cui nove versioni costituiscono l'asse portante di Black Ships ate the Sky dei Current 93.
Dopo lo scioglimento del gruppo Peter Bellamy intraprende una carriera solista durata vent'anni mentre Royston Wood e Heather Wood continuano a esibirsi come duo pur approdando alla loro unica produzione discografica solo nel 1977. No Relation, titolo che allude all'assenza di parentela tra i due musicisti, si avvale di ospiti come Ashley Hutchings e Simon Nicol. Lo stesso anno Heather si trasferisce negli Stati Uniti mentre Royston si aggrega per un breve periodo agli Swan Arcade
Il disco che presentiamo compendia Galleries, No Relation e l'EP Chicken on a Raft del 1967.




The Young Tradition, Galleries (1968)

Introductia
The Barley Straw
What If A Day
The Loyal Lover
Entracte: Stones In My Passway
Idumea
The Husbandman And The Servingman
The Rolling Of The Stones
The Bitter Withy
The Banks Of The Nile
Wondrous Love
Medieval Mistery Tour
Divertissement: Upon The Bough
Ratcliff Highway
The Brisk Young Widow
Interlude: The Pembroke Unique Ensemble
John Barleycorn
The Agincourt Carol




The Young Tradition, Chicken On A Raft (1967)

Chicken On A Raft
Randy Dandy-O
Shanties: Five Maringo / Hanging Johnny / Bring 'em Down / Haul On The Bowline





Royston Wood & Heather Wood, No Relation (1977)

A Shepherd Of The Downs
Come Ye That Fear The Lord
Foolish, Incredibly Foolish
Bold Benjamin-O
The Bold Astrologer
St. Patrick's Breastplate
The Cutty Wren
Will You Miss Me
Gloria Laus





[...] E, finalmente, giunse l'inevitabile "perché". Perché gli animali, che erano stati umili e pazienti sudditi dell'uomo, che avevano sempre avuto paura di lui, avevano dichiarato guerra all'antico padrone? Come avevan potuto prendere coscienza della loro forza e imparare a far lega tra loro?
E' una domanda difficile. Fornisco la mia spiegazione con molte riserve, pronto a modificarla se altri ne troverà di migliori.
Alcuni amici per i quali nutro grande rispetto pensano che sia avvenuto un "contagio dell'odio": la furia del mondo in guerra, la brama di morte che ha guidato l'umanità sull'orlo della distruzione ha contagiato infine queste più basse creature, e al posto della loro innata docilità ha fatto nascere collera, furia e istinti sanguinari.
Può essere una spiegazione, non lo nego: non pretendo di capire come funziona l'universo. Ma confesso che mi sembra una teoria fantastica: l'odio si diffonderebbe dunque come il vaiolo? Non so, mi pare difficile crederci.
La mia opinione - ed è solo un'opinione - è che la rivolta degli animali vada ricercata in un ordine di ragioni più sottile. Credo che i sudditi si siano ribellati perché il re ha abdicato. L'uomo ha dominato sulle bestie, e nei secoli lo spirituale ha regnato sul razionale attraverso la particolare grazia di spirito che ci è propria, che fa dell'uomo quel che egli è. E finché ha mantenuto questo potere e questa grazia fra lui e gli animali si è instaurato un patto d'alleanza. C'era supremazia da una parte, sottomissione dall'altra: ma al tempo stesso c'era quella cordialità che esiste fra sudditi e signori nello stato ben organizzato. Conosco un socialista secondo il quale i Racconti di Canterbury di Chaucer sono un ritratto della vera democrazia. Non so se sia vero, ma una cosa è certa: il cavaliere e il mugnaio andavano perfettamente d'accordo perché l'uno sapeva di essere un cavaliere, l'altro sapeva di essere un mugnaio. Se il cavaliere avesse dubitato del proprio grado, e il mugnaio avesse deciso che non c'erano ostacoli al suo trasformarsi in cavaliere, l'intesa fra i due sarebbe finita e il corso degli eventi avrebbe preso una piega difficile, sgradevole, sfociando forse nell'assassinio.
Lo stesso vale per l'uomo come specie. Io credo nella forza e nella verità della tradizione. Un uomo colto mi ha detto qualche settimana fa: "Se devo decidere fra le prove che mi fornisce la tradizione e quelle che mi fornisce un documento qualsiasi, ripongo sempre la mia fiducia nella tradizione. I documenti si possono falsificare, e spesso son falsi; ma non si può falsificare la tradizione". E' vero: si può quindi aver fiducia nel vasto corpus folclorico che parla dell'alleanza fra uomini e bestie. La favola popolare di Dick Whittington e del suo gatto rappresenta senz'altro l'adattamento di un'antica leggenda a un personaggio moderno, ma per quanto ci spingiamo nel passato sempre la tradizione popolare ha rappresentato gli animali come i sudditi e gli amici dell'uomo.
Tutto ciò in virtù di quell'elemento spirituale che è presente nell'uomo, e che gli animali, esseri razionali, non possiedono. "Spirituale" non vuol dire "rispettabile", non vuol dire "morale", e nemmeno "buono" nell'accezione ordinaria del termine. Significa piuttosto la prerogativa regale dell'uomo, la quale lo differenzia dalle bestie.
Ma da secoli l'uomo ha smesso la tunica reale, da secoli tiene lontano dal suo petto il balsamo del sacramento. Egli proclama di non essere spirituale, ma razionale, cioè uguale agli animali di cui fu sovrano. E giura di non essere Orfeo, ma Calibano.
Ora, negli animali vi è qualcosa che corrisponde allo spirito nell'uomo: è quel che ci contentiamo di chiamare istinto. Essi capirono che il trono era vacante, che non era più possibile amicizia col monarca deposto. Se non era un re era un impostore, un essere che doveva essere distrutto.
Fu questa, io credo, l'origine del terrore. E come si sono ribellati una volta, potranno ribellarsi ancora.

(Arthur Machen, Il terrore

La Buona Annata's Literary Supplement: The Bowmen

Fu durante la ritirata degli ottantamila; la censura militare è motivo sufficiente per non essere più espliciti. Fu nel giorno più terribile della guerra, quando la rovina e il disastro si avvicinarono talmente da gettare su Londra ombre sinistre. Senza notizie sicure il cuore degli uomini si chiudeva nel terrore, e i civili provavano gli stessi tormenti dell'esercito in battaglia. 
In quel giorno spaventoso, quando trecentomila soldati nemici si precipitarono a suon d'artiglieria sulle modeste forze inglesi, un punto delle nostre linee si trovò più in pericolo degli altri e rischiò la distruzione totale. Con il permesso dell'autorità militare dirò che questo punto occupava una posizione strategica, e che se avesse ceduto l'intero esercito inglese sarebbe andato incontro alla disfatta, gli Alleati avrebbero dovuto ritirarsi e una nuova Sedan sarebbe seguita inevitabilmente. 
Per tutta la mattina i cannoni tedeschi avevano bersagliato i difensori di quell'angolo vitale: non più di un migliaio d'uomini. I proiettili piovevano da ogni parte e i soldati si sforzavano di far battute scherzose. Inventavano un nomignolo per ogni bomba, facevano scommesse o le accoglievano, canticchiando i motivetti del music-hall. Ma le bombe, incuranti, dilaniavano i buoni inglesi, strappavano il fratello al fratello e con l'aumentare della calura del giorno aumentò la furia del terribile martellamento. A quanto pareva non c'era scampo: l'artiglieria inglese era buona, ma non sufficiente, e s'andava trasformando in una massa di metallo arroventato. 
C'è un momento, nelle peggiori tempeste sul mare, in cui gli uomini si ripetono l'un l'altro: " E' arrivata al massimo. Non può infierire più di così". Ed ecco arriva il fulmine fatale. Lo stesso avveniva nelle trincee inglesi.
Non c'erano al mondo uomini più coraggiosi, ma l'inferno scatenato dall'artiglieria tedesca li sovrastava, li schiacciava, e la fermezza dei loro cuori doveva misurarsi col terrore. Poi videro il nemico avanzare: dei mille inglesi non ne erano rimasti che cinquecento, ma la fanteria tedesca, grige divisioni che muovevano in colonna per spezzare le ultime resistenze, ammontava ad almeno diecimila uomini.
Non c'erano più speranze. I soldati si strinsero la mano, uno intonò una nuova versione della celebre Good-bye, Good-bye to Tipperary che finiva con le parole: "... Non ci arriveremo più". Poi aprirono il fuoco. Gli ufficiali fecero notare che era un'occasione unica, perché i tedeschi costituivano un ottimo bersaglio e cadevano fila dopo fila. L'uomo che aveva parafrasato Tipperary chiese: "Come va con quei confetti?". Le poche mitragliatrici facevano del loro meglio, ma era inutile: i soldati grigi si ammassavono l'un l'altro in pile di cadaveri, ma altri battaglioni li sostituivano continuamente.
 "Nei secoli dei secoli, amen" disse un soldato inglese, senza apparente motivo, mentre prendeva la mira e faceva fuoco. Poi gli venne in mente - anche qui senza motivo - un ristorante vegetariano di Londrain cui servivano cotolette di lenticchie e nocciole camuffate da bistecche. Sui piatti di quel ristorante era impressa una immagine di San Giorgio di colore azzurro, accompagnata dal motto: Adsit Anglis sanctus Georgius. (Possa San Giorgio aiutare gli inglesi. Il nostro soldato conosceva il latino e altre inutili sciocchezze, e ora, nel premere il grilletto contro la grigia massa che avanzava a trecento metri di distanza, ripeté il pio motto dei vegetariani. Vuotò tutto il caricatore, e alla fine il compagno che gli stava accanto dovette frenare amichevolmente tanta foga perché le munizioni del Re costavano e non aveva senso sprecarle contro un nemico già morto.
Dopo aver espresso la sua invocazione il latinista si era sentito invadere da una strana sensazione: qualcosa che stava a metà fra un brivido e una scossa elettrica. Il rumore della battaglia si era ridotto, nelle sue orecchie, a un pacato mormorio e al suo posto aveva udito una voce possente che superava il frastuono di cento campane: "Schieratevi, schieratevi, schieratevi!".
Il cuore del nostro soldato aveva perso un colpo, poi si era fatto gelido come ghiaccio. Udiva, o gli pareva di udire, migliaia di voci che gridavano: "San Giorgio! San Giorgio!".
"Ah, messere, ah dolce Santo, promettici un buon esito!"
"San Giorgio della fiera Inghilterra!"
"In fretta! In fretta! Monsignore San Giorgio, soccorrici!"
"Ah, San Giorgio, ah, San Giorgio! Un lungo arco, un forte arco."
"Cavaliere del Cielo, aiutaci!"
Poi il soldato aveva visto, oltre la trincea, una lunga fila d'ombre che brillavano. Parevano arcieri, e con un grido avevano mandato un nugolo di frecce contro il nemico germanico.
Gli altri soldati, nella trincea, non avevano smesso di sparare. Erano uomini senza speranza, eppure miravano come se stessero facendo una gara a Bisley.
All'improvviso uno di loro gridò, in puro, vecchio inglese: "Dio ci aiuti, ma stiamo assistendo a un miracolo". E al compagno che gli stava a fianco: "Guarda quei... quei gentiluomini in grigio! Non cadono a decine, e nemmeno  a centinaia... vanno giù a migliaia! Guarda, guarda, io ti parlo e là sparisce un reggimento!".
"Zitto!" rispose l'altro. "Di che vai cianciando?"
Ma non aveva finito di parlare che trasalì: perché veramente i grigi cadevano a migliaia. E gli inglesi sentirono le urla impotenti degli ufficiali tedeschi, il crepitìo delle pistole che facevano fuoco sugli indecisi: ma nemmeno la minaccia del fuoco servì a mantenere l'ordine nelle compagini, perché l'armata nemica si sfaldava linea dopo linea.
E intanto il latinista udiva l'urlo degli arcieri; "Avanti, avanti! Monsignore, nostro santo, stacci al fianco! San Giorgio, aiutaci!".
"Alto cavaliere, difendici!"
E le frecce volarono cantando, e in numero così grande che oscurarono il sole: E l'orda pagana si frantumò davanti a loro.
"Forza con le mitragliatrici!" gridò Bill a Tom.
"Non le senti?" fece Tom di rimando. "Ma per fortuna i tedeschi hanno avuto il fatto loro."
Infatti, davanti a quel punto vitale delle difese inglesi giacevano diecimila tedeschi morti. Non ci fu nessuna Sedan.
In Germania, paese governato da princìpi scientifici, lo stato maggiore si convinse che i dannati inglesi avevano usato bombe venefiche, perché sui corpi dei morti non vennero trovate ferite.
Ma l'uomo che sapeva riconoscere una bistecca vegetariana da una al sangue sapeva qual era la verità; san Giorgio era venuto in aiuto agli inglesi coi suoi arcieri di Agincourt.

(Arthur Machen, Il gran dio Pan e altre storie soprannaturali. Mondadori, 1982)




giovedì 3 aprile 2014

Lo specchio liquido

Nel film di Jean Cocteau Orphée, del 1949, Orfeo, alla ricerca di Euridice, scende negli inferi passando - con un magistrale trucco cinematografico - attraverso uno specchio di mercurio. Il cantore, impersonato da un Jean Marais pettinato alla greca, viene condotto davanti a un grande specchio; indossa un paio di guanti di lattice che vengono presentati come parte di un rituale magico preparatorio ma che, in realtà, testimoniano l'attenzione moderna del celebre regista d'avanguardia per le questioni relative alla salute e alla sicurezza. "Con questi guanti potrai passare attraverso lo specchio come se fosse fatto d'acqua" spiega la guida di Orfeo. "Prima le mani." Titubante, Orfeo fa ciò che gli è stato detto e appoggia i palmi sulla superficie riflettente, incontrando la sua resistenza: è solo uno specchio, conclude. "Il s'agit de croire" gli rammenta la guida; devi crederci. Quindi, in un primo piano, vediamo le dita che passano attraverso la barriera, diventata tremolante; a questo punto, con un'inquadratura dall'alto che sottrae alla vista la superficie dello specchio liquido, Orfeo e la sua guida spariscono attraverso il portale.
E' ovvio che non possiamo conoscere gli inferi senza abbandonare il nostro mondo; così, come spartiacque fra queste due realtà, Cocteau ha cercato una barriera che si presentasse alla vista come assoluta pur essendo fisicamente penetrabile. Per creare l'effetto dello specchio si dice che sia stato necessario un serbatoio di mezza tonnellata di mercurio; potrebbe sembrare un'esagerazione, ma dobbiamo tener presente che questo metallo è talmente denso che sulla sua superficie può galleggiare persino il piombo, e che una pozza di mercurio di questo peso, delle dimensioni di un grande specchio, sarebbe profonda poco più di un centimetro. E, naturalmente, non è possibile mettere in verticale una pozza del genere, così Cocteau ha dovuto girare la sua cinepresa in modo da produrre l'illusione di uno specchio posto in piedi per la breve durata della scena in cui le mani di Orfeo passano attraverso la barriera. Inoltre, dato che non è possibile - o quantomeno non è raccomandabile - immergere l'intero corpo di una persona nel mercurio, nella scena successiva la ripresa passa a un'inquadratura dall'alto.
Per ottenere almeno in parte l'effetto necessario, il regista avrebbe potuto usare del latte o della vernice; il mercurio, però, è stata una scelta migliore, in quanto si tratta dell'unico liquido in grado di riflettere alla perfezione le immagini. E, come ha in seguito spiegato Cocteau in un'intervista, c'erano anche altri vantaggi: "Le mani immerse nel mercurio scompaiono e il gesto è accompagnato da una sorta di tremolio, mentre nell'acqua si sarebbero formate delle increspature e dei cerchi di onde. Inoltre, il mercurio offre una resistenza alla penetrazione". In questa singola azione, quindi, sono resi visibili i segni della trepidazione di Orfeo, della sua paura e dello sforzo di volontà che deve fare per abbandonare la vita; in aggiunta, il carattere inconsueto, quasi innaturale, del mercurio costituisce una splendida allusione alle incertezze legate all'ingresso nel mondo soprannaturale. 

(Hugh Aldersey-Williams, Favole periodiche. Rizzoli, 2011)