lunedì 29 dicembre 2014

la Buona Annata's Literary Supplement: L'uomo del parco Monceau

Certo l'uomo non può evitare di essere molle.
(Girolamo Cardano)

Se quella notte un agente di polizia si fosse trovato in boulevard de Courcelles, molto probabilmente avrebbe pensato di essere pazzo; perché alla parola "uomo" un poliziotto vede subito qualcosa di massiccio e di duro al quale ci si può abbrancare, che bisogna "avvinghiare alla vita", secondo l'espressione professionale, che si atterra a colpi di randello sul cranio e del quale si diventa padroni col gioco classico delle manette ai polsi. L'eroe di questa piccola storia avrebbe riso parecchio se avessero cercato di infilargli le manette, ma non c'erano agenti, ed eccolo comparire all'angolo di rue de Courcelles, di fronte all'omonima stazione del métro, per avviarsi in fretta sul viale in direzione della rotonda.
Il marciapiede che qui costeggia la cancellata del parco Monceau dopo mezzanotte è uno dei luoghi più deserti della capitale. Piccoli borghesi ordinati, professori, funzionari compongono quasi tutta la popolazione di questo quartiere, ove gli edifici più noti, una piscina, alcuni istituti di insegnamento privato nei quali ci si alza troppo presto per vegliare fino a tardi, non hanno vita notturna. Le belle di notte vanno piuttosto a caccia dalle parti del boulevard des Batignolles, o dell'avenue de Wagram, che si vede sfavillare dopo place des Ternes, mentre le cocottes di rue de Chazalle sono a Montmartre coi loro protettori. Infine, la mancanza di traffico fa sì che non vi siano mendicanti e non si saprebbe dire, a filo di logica, perché il luogo sia ritenuto pericoloso, dal momento che gli algerini della Chapelle, che qualche volta giocano al rasoio fra il fumo dei treni del Nord e dell'Est, non si avventurano mai più giù del métro d'Anvers.
In realtà da quella solitudine si sprigiona un'aria sgradevole, che proviene, probabilmente, dalle sbarre molto alte, disposte in lunga fila, serrate l'una con l'altra e dorate sulle punte, dietro le quali si scorgono vaghe le sagome di statue o di opere decorative, che spiccano sulla massa cupa della verzura sopra lo specchio fangoso di qualche stagno. Più lontano, per la pesantezza della sua cupola grigia, la rotonda Monceau evoca l'ingresso di un cimitero monumentale in Italia.
Il nostro personaggio si lascerà commuovere dall'atmosfera funerea del luogo? Invece di affrettare il passo, come fanno solitamente gli inquieti, ecco che si ferma, a metà strada dalla rotonda, per lanciare un lungo sguardo intorno a sé. Si afferra la testa con ambedue le mani, grida qualcosa in tono di scherno, lancia nel rivo il cappello di feltro. Poi, con la fretta di coloro che paventano d'essere sorpresi a svestirsi all'aperto, si strappa, più che togliersi, tutti gli abiti, e li arrotola nell'impermeabile deposto sul muro di sostegno della cancellata.
Fin qui, ancora nulla di straordinario. I commissariati sono avvezzi a gente di questo genere, che portano lì prima dell'alba, inebetiti e tremanti dal freddo perché nudi sotto una mantellina azzurra, troppo corta per avvilupparli con la minima decenza: ubriachi, invasati, folli mistici che credono di avere sentito le trombe dell'ultimo giudizio, ce n'è di tutte le specie, e il più delle volte li si lascia andare senza tante formalità, oppure li si restituisce a che viene a reclamarli dopo che hanno trascorso la mattinata in guardina.
L'uomo nudo ora fa uno sgraziato fagotto della sua roba, annodando quattro o cinque volte, un nodo sopra l'altro, le maniche dell'impermeabile e (crede forse, con l'abbandono di questi rifiuti, di ritrovare nel seno materno della notte un'innocenza altrettanto insolita sul boulevard de Courcelles quanto una criniera di cavallo che all'improvviso schizzasse fuori, fitta, dai muri bianchi di calce di una cella monastica?) getta il tutto dall'altra parte della cancellata, nelle tenebre del parco. L'ampiezza di quest'ultimo gesto sarebbe apparsa singolare a un osservatore; più che gettato, non sarebbe meglio dire, se la cosa fosse possibile, che il pacco si è trovato "deposto", a lunghezza di braccio, dietro la cancellata?
Ma, nello stesso istante, l'uomo si issa sull'orlo del muretto, e l'osservatore - se ne esiste uno da qualche parte - può pur dimenticare tutto questo preludio davanti allo spettacolo veramente fantastico di un braccio di rispettabile rotondità che si insinua, senza sforzo apparente, fra due sbarre accostate in modo da contenere appena una canna per innaffiare.
Abbiamo visto, forse, un serpente che si allunga, e il ventre gli diventa così sottile da seguire nei buchi più stretti il piccolo cranio; abbiamo visto lumache appiattirsi smoderatamente per andare a collocarsi nel cavo di un sasso; abbiamo visto il corpo della piovra modellarsi sul rilievo della caverna ove il mollusco è rannicchiato. C'è un po' di tutto questo, ma c'è ancora ben altro, nella deformazione di quel braccio umano sul quale si arrotola, come un'onda che risalga verso la spalla, un cuscinetto di pelle che sempre più si gonfia a mano a mano che progredisce il morso della cancellata. L'uomo nudo contempla con interesse lo svolgimento del fenomeno, e le sue labbra emettono un fischio nel quale forse si riconosce una melodia che deve trovarsi nelle "Nozze di Figaro". La spalla segue il braccio senza la minima difficoltà. La testa diventa simile a un disco enorme e assai piatto, e si può ancora distinguere un volto che assomiglia a quello della luna sui manifesti di un ben noto lucido per le scarpe. Il fischiettio si è attenuato, ma continua debolmente anche se non c'è più un pollice di spessore fra la bocca e la nuca. Ora si distingue senza ombra di dubbio l'aria del farfallone amoroso. Nel frattempo, la testa e l'altro braccio passano a loro volta dietro le sbarre, e il resto del corpo li segue, aspirato a poco a poco come nei rulli inesorabili di un laminatoio.
Dall'altro lato della cancellata, quel corpo, ridotto così come si è visto in dischi, in lastre, in lunghi nastri di carne, riprende immediatamente la sua forma con una elasticità che avremmo ritenuto privilegio di quelle Miss Caucciù, che gli artisti giapponesi spediscono per tutto il mondo entro casse ben foderate, e le cui grazie attirano una clientela di amatori verso le serrande color rosolaccio di certi piccoli negozi segreti nel quartiere delle Folies-Bergère... Ma lasciamo stare questi misteri, che sono di Parigi come di tante altre città e che, tutto sommato, sono soltanto spaventosamente volgari. Torniamo piuttosto al nostro malleabile eroe, davanti al quale la notte non troppo oscura rivela un parco Monceau assai più strano di quello dei monelli e delle balie di cui brulica durante il giorno.
Pochi passi sono bastati per fargli perdere di vista l'infilata di sbarre e, dietro quelle, le luci del boulevard. E' ora in un fitto boschetto di laurocerasi, che scavato a guisa di conca presenta all'interno un ampio vuoto dove i giardinieri ripongono, al riparo dagli sguardi, ciò che probabilmente sembra loro vergognoso o superfluo. Come un gran cumulo di letame che hanno appena portato via e che ha lasciato sulla terra nera un rettangolo chiaro fatto di mille germogli bianchi simili ad invidia e attorcigliati a guisa di gracili serpenti su una lastra di piombo; come una piramide di poltrone e di seggiole in fil di ferro giallo rizzante verso il cielo un tale arruffio di piedi da far pensare a una macchina per captare i fulmini, e all'opera di un demente. Di fianco, sul manico di una vanga conficcata per terra, una moltitudine di corone di paglia come degli ex-voto; e le banalità di un innaffiatoio di rame e di rastrelli coi denti in aria - se vi camminate sopra, il manico vi colpirà il viso - non dissiperanno facilmente la prima impressione di stupore all'idea del cerimoniale bizzarro che cercate di immaginare, in atto di svolgere la sua pompa sul palcoscenico di quel luogo appartato. Conosciamo davvero la religione dei giardinieri? Dove trovare il minimo ragguaglio su questi uomini che potremmo toccare con la mano ogni giorno, e che ci rimangono più stranieri degli zigani o dei pigmei dell'Equatore? Dove sono le opere sapienti, i libri dotti, gli atlanti con tavole? Chi scriverà quel trattato, che tanto ci manca, sui costumi dei giardinieri e sulle loro abitudini notturne? Non esiste niente di tutto questo, e la scienza si interessa soltanto alle cose lontane. Nella penombra, campane proteggenti piccoli vegetali di lusso, brillano i seni di ricambio di una colossale figura di vetro.
Ancora qualche passo; l'uomo nudo esce dal boschetto e si siede sul pendio assai leggero di un prato abbastanza vasto nel quale altro non si vede, qua e là, se non statue irrigidite nella pietra e nel bronzo. Le stelle tremano sopra il suo capo. E' un momento ideale per quella antica tristezza pagana, che spesso fa gemere coloro il cui destino è di essere unici al cospetto di tutte le specie del mondo.
"Perché non sono piuttosto monco delle gambe" - esclama - "accosciato sotto i miei rancidi stracci fra le anticaglie di un mercato di roba vecchia sciorinate all'aperto?! Perché non sono un tronco umano che si mette sotto vetro, cinto di fiori d'arancio, fra due bei candelabri d'argento?! Potrei, almeno, piacere a una di quelle dolci donne bianche e rosa il cui volto di porcellana da infermiera anglosassone si illumina, come a un raggio di sole, allo spettacolo affascinante di un uomo minorato nella propria carne."
Tace, poi lo si vede arrovesciarsi all'indietro, impugnare i piedi fra le mani e tendere tutto il corpo in un cerchio assolutamente perfetto. Ecco all'improvviso la ruota umana, quel capriccio di qualche incisore del Rinascimento, ritta in equilibrio sull'erba corta; la testa è strettamente incollata alle braccia, il naso è rientrato nel viso, nessuna sporgenza rompe la levigatezza del battistrada, ma gli occhi sono un po' arretrati da una parte e dall'altra di questo, e la schiena, all'interno della ruota, conserva tutte le sue forme intatte.
La stupefacente creatura si dondola, compie un giro d'orizzonte facendo perno sul proprio asse verticale e si appiattisce due o tre volte per prendere slancio, fin quando uno scatto, brutale come quello di una molla, la arrotonda di nuovo mandandola nello stesso tempo a rotolare lontano sui fianchi erbosi del prato. Corre con una velocità che ha del prodigioso, batterebbe un cavallo al gran galoppo, e, quando sembra che il movimento stia per rallentare, una deformazione appena sensibile le ridà nuove forze. Anche i rigonfiamenti, che rendono gibboso un po' ovunque il terreno, non la fermano; sale su quei piccoli monticelli con la stessa leggerezza con la quale la si vede calare a valle dei loro pendii. Quando incontra gli archetti di ferro che fiancheggiano il prato, li supera di un facile balzo, e si ha quasi l'impressione di sentirla ridere; è pure in questa guisa che affronta il marciapiede dell'avenue Ferdousi, la grande carrozzabile attraverso cui l'avenue Ruysdael si congiunge a rue de Phalsbourg, e allora penetra nella seconda metà del parco, verso l'avenue Velasquez. Un momento, corre sulla riva dello stagno romantico sfiorando l'edera che qui adorna con le sue pesanti trecce alcune rovine dall'aspetto artificioso, vestigia, a quanto si dice, del grande mausoleo della regina Caterina, poi, dopo qualche andirivieni in quello scenario polveroso, eccola spuntare all'angolo di un cespuglio di pruni, davanti alla spaventosa colata di biancheria sporca che a tutte le ore è la figura della Notte sul monumento a Fryderyk Chopin. Vacilla come un cerchio che stia per cadere a terra, ma non cade, e attraversa ancora il ruscello su un fragile ponte di legno prima di fermarsi, oscillando, dall'altro lato dell'acqua.
La ruota si disfa all'istante. Quelle carni così ben applicate a comporre il più raro e il più matematico dei mostri, così ben saldate insieme che il più accanito anatomista non saprebbe decidersi alla loro dissezione, si staccano senza alcuna fatica visibile. Ancora una volta è l'uomo nudo, nostra vecchia conoscenza, che stira il suo gran corpo nel mezzo della notte, solo spazzando col rovescio della mano l'erba schiacciata che l'ha sporcato, durante la corsa, dalla testa agli alluci.
Tuttavia, proprio a fianco del luogo ove ha cessato di essere rotondo, un Laocoonte attira i suoi sguardi, e le contorsioni del gruppo gli appaiono come altrettante sfide da raccogliere immantinente, altrettanti inviti a giochi di pietra e di pelle che il tepore della notte e il chiarore delle stelle renderanno incantevoli. Non gli ci vuole molto tempo a scavalcare il bordo di un'aiuola, ove il marrone rossiccio delle violaciocche nane disegna una mediocre scacchiera su un incerto fogliame grigio.
"Stupida genia dei giardinieri paesaggisti," brontola, "artisti floreali, bestie degne di mangiare il vostro concime! Non potevate mettere primule auricole sotto i miei piedi nudi, con un po' di eliotropio, almeno, per avvolgere d'un profumo che gli si convenga questo buon amico dei serpenti?"
E si issa sullo stretto zoccolo della statua.
Si direbbe, per una curiosa illusione dei sensi, che il gruppo si sia animato a contatto dell'uomo nudo. Eppure la pietra resta pietra, e non c'è mai altro prodigio che quella natura un po' bizzarra che permette al nostro eroe di spezzare la sua forma abituale per sciogliersi in tutte quelle che gli piacciono, alla sola condizione di non cambiare di volume.
Vedete come si allunga, adesso? Si è di nuovo trasformato in una spirale vertiginosa che si avvinghia intorno al nobile vecchio; in certi momenti, non è più altro, per l'occhio abbagliato, se non un malstrom di riflessi pallidamente dorati che corrono sul marmo come se stessero per inabissarvisi; poi è un filo sferzante, simile a quei sottili rettili arboricoli dell'Insulindia, che pende sotto i muscoli ben modellati della statua; e si ispessisce fino a diventare una specie di idra, o di calamaro: nidiata di grossi serpenti nati dalle braccia, dalle gambe, dall'intero corpo dell'uomo ridotto al calibro dei suoi modelli pietrificati. Nessuno oserebbe mettere la mano su quelle spire rapide, che si immaginano viscide e fredde al tatto; non se ne vorrebbe sentire il rumore incessante che evoca l'urto di corregge, ma quel rumore, quel movimento affascinano, e i passeri svegliati popolano di acute grida la ramatura che copre la riva.
Una carpa, o qualche altro pesante pesce divoratore di zanzare, è saltata fuori dallo stagno. La sua molle caduta, nell'acqua che si chiude con un gran colpo di lingua e una pioggia di sparpagliate goccioline, produce un effetto inatteso, perché ogni movimento cessa, tutti i serpenti si irrigidiscono ai fianchi del marmo. Se si vuole contemplare il più raro dei Laocoonti, bisogna affrettarsi, e forse riconosceremo, all'estremità di un tentacolo ritto sulla fronte del sacerdote di Nettuno, due occhi che la ruota umana ci aveva già mostrato, ma che qui sono così ravvicinati da costituirne pressoché uno solo sotto un lungo corno villoso. Tosto questo ritorna al suo primo stato di cranio, la statua ritrova le sue millenarie convulsioni, e l'uomo, ancora agghiacciato dagli abbracci del marmo, fugge, senza neppure pensare a tornare ruota, verso le smerlettature di un boschetto intravisto sulla sinistra di un caos di false rupi simulanti una grotta di montagna.
L'assurda emozione che l'aveva invaso - e per così poca cosa come il rumore d'un pesce - è scomparsa, ma è un rifugio poco amabile, durante la notte, quando si è nudi, una macchia di pruni e di agrifoglio. Ora si tratta di uscirne. Un viale serpentino, ove corre il nostro uomo a lunghi passi sferzati dai rami, lo conduce davanti a una povera parvenza di piramide, nerastra, tristemente vigilata da due sfingi, che, senza saperne il motivo, i custodi del parco chiamano sempre la tomba etrusca, anche se lo stile è piuttosto egiziano. Sotto la porta, che tuttavia sembra un'ingannevole prospettiva in pieno giorno, brilla un raggio di luce - fessura così sottile che vi passerebbe una cimice e forse un lombrico, ma certo non uno scarafaggio.
L'uomo nudo si corica sulla sabbia del viale. Nessuno si stupirà di vederlo appiattirsi in modo da risultare in breve come una larga pelle tesa sul suolo, ma viva, e attraverso la quale si possono distinguere il cuore, il fegato, i polmoni e tutti gli organi ancora funzionanti per quanto deformata sia la loro struttura. Basterebbero quattro chiodi, conficcati in questo istante, per fissarlo sul terreno come una rana laminata sul tavolo sperimentale. L'osservatore li conficcherebbe senza scrupoli, se potesse uscire dal suo ruolo per intervenire in modo concreto. Immaginarsi la sorpresa dei ragazzi, la mattina dopo, davanti a quel giocattolo straordinario, i loro divertimenti crudeli e tutto l'inedito di cui si abbellirebbero le regole del croquet, delle biglie o del gioco del mondo, i soldatini di piombo all'assalto di rabbrividenti trincee, il fuoco dei petardi accesi nel vivo del campo di battaglia! Una mano guantata di spini non sta per emergere fuori dal boschetto, alzando in aria i chiodi e il martello? Ci si augurerebbe di vederla, e che desse bene il colpo. Ma null'altro si muove se non l'epidermide appiccicata alla sabbia, semplice macchia chiara che striscia verso la porta della tomba.
Inutile, naturalmente, ripetere con quale facilità siano superati tutti gli ostacoli. L'uomo nudo, ridotto a due dimensioni, scivola sotto la porta come farebbe una pellicola untuosa, e quando riprende l'aspetto ordinario si trova in una piccola sala a tre pareti, che ha la forma della piramide esterna. I muri obliqui danno una penosa impressione di schiacciamento per la materia di un aspro grigio di cui sono rivestiti, e che è probabilmente ardesia o piombo. Davanti all'uomo, mormora una fontana capricciosa ove, su pietruzze e conchiglie d'argento che salgono più in alto della sua testa, una moltitudine di piccoli insetti muniti di proboscide riversano migliaia di fili d'acqua cui danno color d'arcobaleno i fulgori di luce riflessi dalle loro ali frementi; l'oscurità del fondo e la mancanza di specchi aumentano lo splendore di quegli automi, come se giocassero su tende di fuliggine.
Dopo aver gustato per qualche istante il divertente spettacolo, l'uomo nudo vede aprirsi nel pavimento una porta orizzontale a guisa di trappola. Ne esce un uomo, il primo che venga a rompere la solitudine in cui è rimasto fino ad ora il nostro eroe, e piega davanti a costui il suo volto color del mattone, con la bocca leggermente sorridente, gli occhi un po' stretti verso il profilo fuggente delle tempie. L'atteggiamento del nuovo venuto testimonia un grande rispetto, ma non mostra la minima espressione di sorpresa.
"Da lungo tempo la aspettavamo, Signor Molle," dice. "Da lungo tempo parlavamo delle sue nozze col grande Gatto Mammone. Tutti, qui, si rallegreranno per un arrivo che mette in festa le nostre dimore sotterranee; è in nome di costoro che la prego di volermi seguire."
E prima lo conduce al piano inferiore, in uno stanzino lastricato di un mosaico ove frammenti di gusci d'uova si mescolano a chiodi d'oro e a turchesi fra le più splendide che mai siano uscite dalle miniere della Persia, illuminato da una lumiera pentagonale costituita da cinque carcasse di pollastri puliti in modo da lasciarli intatti fino alle più fragili cartilagini, foderate di mussolina azzurro pallido intorno alle lampadine e cinte di piume di struzzo. Lì, due persone vecchissime più aggrinzite della madre del tempo, e delle quali non si potrebbe dire esattamente se siano donne, anche se di altro non sono vestite se non della loro pelle caduca, si affrettano intorno all'uomo nudo per lavargli il corpo e profumarlo.
L'altro rimane in un angolo e di lì le guarda, il braccio appoggiato su una mensola che si potrebbe credere tagliata da uno scultore dell'età barocca nel vivo della carne di una medusa gigantesca, poiché il mobile panciuto, di un azzurro traslucido, trema al minimo tocco come una massa di gelatina.
"Conosce," ripiglia, "la storia di quel mercante arabo che fu lo sposo di una fanciulla della reggia? Aveva osato accarezzare la moglie dopo il pranzo di nozze, senza essere prima passato attraverso tutte le abluzioni rituali. Per punirlo, lei gli fece immediatamente mozzare a colpi di rasoio i quattro pollici dei piedi e delle mani, e in seguito a ciò egli fu per lunghi anni il più ardente e rispettoso dei mariti. Non creda che noi siamo caduti così in basso nell'imitazione delle Mille e una notte, ma qualche misura di pulizia non le sarà inutile dopo che i giochi all'aria aperta che si possono indovinare dalle tracce lasciate su di lei, e poi questi olii di valeriana, coi quali la massaggiamo, hanno un profumo che piace al nostro padrone."
L'uomo nudo non risponde, accecato com'è dai getti di lozioni, stordito dallo stridore rugginoso dei vaporizzatori, rudemente strigliato da strumenti puntuti che infuriano nelle mani delle due vecchie creature; e la guida continua, con frasi indifferenti.
"Mi chiamano il Fiorentino, e io lo lascio dire, anche se il mio paese natio è piuttosto dalle parti di Volterra. Tutti quei Concini, quei Galigai, quei Medici, quei Lulli, hanno fatto tanto che ormai vi sono soltanto fiorentini nel parco Monceau, persino fra i còrsi di place Clichy. Ma la mia storia non può avere molto interesse per lei; d'altronde credo che lei sia a buon punto."
Ciò detto, si avvicina, e discosta le due orribili vecchie che, rovesciato il loro paziente in una rete di guerra, ve lo tengono a discrezione. Gaudiose per la sua elasticità, gli avviluppano insieme le gambe e le braccia ripiegate dietro la schiena, e ne fanno una molle treccia, che tirano attraverso le maglie di bronzo della rete. Il Fiorentino le incatena allacciando loro alla nuca due forti collari irti di punte simili a quelli che si mettono agli alani tedeschi. La sua destrezza è così rapida che quelle sferragliano contro il muro prima di aver capito quello che gli succede, ma quando si vedono l'un l'altra così maltrattate, urlano, furiose, mentre egli ridà la libertà all'uomo nudo senza ascoltare le loro preghiere frammiste a maledizioni. Esse fanno un tale baccano che gli uomini non riuscirebbero a dire una parola, e decidono di uscire dalla piccola stanza attraverso una porta aperta dal Fiorentino, di fronte a quella di cui si sono serviti per entrare.
Tutti e due, allora, si inoltrano in un lungo corridoio sotterraneo che scende una china assai ripida - una scala sarebbe più comoda, e si rimpiange la mancanza di gradini. Sotto un'illuminazione irregolare proveniente da una moltitudine di quelle conchiglie dette porcellane o veneri, appese alla volta e piene di lucciole che aleggiano anche vicino alle fessure, s'innalzano a destra e a sinistra alte colonne nerastre, irte di un crine più duro del pelo dell'elefante e mosse da assai lente ondulazioni. L'uomo nudo, che ha incespicato, vuole riprendere sostegno appoggiandosi alla più vicina, ma questa gli si contrae nella mano, ed egli si stupisce di sentirla bruciante. Inerpicate su scale di vimini, belle ragazze dai quindici ai diciassette anni, brune come meticce, seminude sotto fragili vestaglie di seta color arancio porpora, accarezzano le colonne con le dita e la lingua quasi fossero fantastici strumenti musicali; e in realtà, passando, vi si sentono risonare lunghi e teneri muggiti.
"Cazzi di cervi marini", dice il Fiorentino; "bellini, non è vero? Le piccole si adoprano a farli stare diritti e rigidi, perché quelli sopportano tutto il peso della vòlta. Se cedessero anche solo un momento, che catastrofe!"
A quest'idea poco rassicurante, i due uomini si affrettano. Subito sono dabbasso, davanti a una tiepida muraglia ove non si vede alcun varco, ma due battenti nascosti si aprono sotto la mano del Fiorentino, e l'uomo nudo, spinto in avanti dal compagno, si trova in una grande sala a forma di rotonda che sembra costruita all'interno di un immenso cuscino. Nessun angolo retto; il pavimento, i muri e il soffitto, confusi dalle loro forme tondeggianti, sono egualmente rivestiti da una lanuginosa imbottitura nella quale si affonda senza trovare sostegno.
Il Fiorentino è scomparso. L'uomo nudo vacilla, barcolla da ogni parte, e non si capisce quali molle invisibili lo facciano comunque muovere per spingerlo alla fine fra le zampe del Gatto Mammone, che, nel centro della stanza, troneggia come un ammasso colossale di pelo dorato, montagna ronfante e calda la quale si chiude sull'uomo con un rumore di trappola.
Le colonne, nel corridoio, sembrano colte da furia convulsa. Ovunque crepitano rumori d'organo, gorgoglii spaventosi, e le giovani musicanti, precipitate a terra dalle loro scale rovesciate, corrono in quel disordine con stridi da pappagallo. Poi le colonne si mischiano, si avvinghiano orribilmente, e quei nodi flaccidi si accasciano su blocchi di pietra ruzzolando giù dalla china. Tutto, allora, crolla. Tutto si fa buio intorno all'uomo nudo, che ha occhi, naso, bocca pieni di pelo rosso e di odore. La sua pelle non è più che un brulichio di artigli che penetrano, accarezzando, ed egli perde coscienza, felice come se annegasse in seno a un mare di pelliccia.

(A. Pieyre de Mandiargues, Il museo nero. Bompiani, 1968)








martedì 23 dicembre 2014

L'albero di Natale

Ci sarà sempre odor di caldarroste e di altri buoni generi di conforto, visto che raccontiamo storie d'inverno - o, per meglio dire, storie di fantasmi - intorno al fuoco di Natale. E una volta lì, non ci siamo mossi se non per accostarci ancora di più alla fiamma. Questo però non conta. Giungiamo alla casa, una vecchia casa con una quantità di enormi camini, dove la legna nel focolare arde su antichi alari, e ritratti sinistri (alcuni, anche, con leggende sinistre) aggrottano le sopracciglia con aria diffidente dall'alto dei pannelli in noce delle pareti. Chi vi parla è un nobiluomo di mezza età. Gustiamo una generosa cena con il padrone, la padrona di casa e i loro ospiti - è Natale, e la vecchia casa è piena di gente -, poi andiamo a coricarci. La nostra stanza è vecchissima. Le pareti sono tappezzate di arazzi. Quel ritratto di Cavaliere Verde, sopra il caminetto, non ci piace. Ci sono grosse travi nere sul soffitto, e una grossa lettiera nera, sostenuta alla base da due grosse figure nere che sembrano essersi staccate da due tombe della vecchia chiesa baronale del parco, proprio in nostro onore. Ma non siamo superstiziosi, dunque non ci facciamo caso. Così, congediamo il nostro cameriere, chiudiamo a chiave la porta e ci sediamo dinanzi al fuoco, meditando su un'infinità di cose. Alla fine ci corichiamo. Senonché, non riusciamo a prendere sonno. Ci giriamo da una parte, ci rivoltiamo dall'altra, e non riusciamo a prendere sonno. I tizzoni nel focolare ardono allegramente e danno alla stanza un'aria spettrale. Non possiamo trattenerci dal far capolino da sopra il copriletto per sbirciare le due figure nere e il Cavaliere verde: che aspetto malvagio ha! Nel balenio della luce, sembra avanzare e indietreggiare: la qual cosa, sebbene non siamo nobiluomini superstiziosi, non è piacevole. Al che, diventiamo nervosi, sempre più nervosi. Diciamo: - E' sciocco, ma non riusciamo proprio a sopportarlo; ci fingeremo indisposti, e busseremo alla porta di qualcuno -. Ebbene, siamo lì lì per farlo, quando ecco che la porta chiusa a chiave si spalanca ed entra una giovane donna, dal pallore mortale e dai lunghi capelli biondi, che scivola silenziosamente accanto al fuoco, e si siede sulla seggiola che avevamo lasciato lì, fregandosi le mani. Notiamo allora che i suoi abiti sono bagnati. Abbiamo la lingua appiccicata al palato, e non riusciamo a parlare; ma la osserviamo con attenzione. Gli abiti sono bagnati, e i lunghi capelli sono intrisi di fango umido; è vestita alla moda di duecento anni fa, e dalla cintola le pende un mazzo di chiavi arrugginite. Insomma, ella è seduta lì, e noi non riusciamo nemmeno a perdere i sensi, tale è lo stato in cui ci troviamo. Poco dopo si alza e prova tutte le serrature della stanza con le sue chiavi arrugginite, ma nessuna si rivela adatta; quindi fissa gli occhi sul ritratto del Cavaliere verde e, con voce cupa e terribile, dice: - I cervi sanno bene chi è! -. Quindi torna a fregarsi le mani, passa accanto al letto, esce dalla porta. Ci infiliamo in fretta e furia la veste da camera, afferriamo le pistole (in viaggio le portiamo sempre con noi), e ci apprestiamo a seguirla, quando scopriamo che la porta è chiusa a chiave. Giriamo la chiave e guardiamo fuori nell'oscurità della galleria: di là, nessuno. Vaghiamo alla ricerca del nostro cameriere. Non riusciamo a trovarlo. Camminiamo su e giù per la galleria fino allo spuntare del giorno; torniamo poi nella stanza deserta, ci addormentiamo e siamo svegliati dal nostro cameriere (mai che un fantasma perseguiti lui!) e dal sole splendente. Ebbene, facciamo una grama colazione, e tutti gli ospiti notano che abbiamo una brutta cera. Dopo colazione visitiamo la casa in compagnia del nostro ospite, e lo conduciamo quindi dinanzi al ritratto del Cavaliere verde; e allora tutta la storia viene fuori. Costui aveva tratto in inganno una giovane governante, un tempo al servizio di quella famiglia, e famosa per la sua bellezza, e lei si era gettata in uno stagno; il suo corpo era stato scoperto, molto tempo dopo, perché i cervi si erano rifiutati di bere l'acqua. Da allora si è mormorato che, a mezzanotte, lei si aggirasse per la casa (recandosi però di preferenza nella stanza in cui il Cavaliere verde era solito coricarsi) e che provasse con le sue chiavi arrugginite le vecchie serrature. Ebbene, raccontiamo al nostro ospite quanto abbiamo visto; un'ombra gli scende sul volto, ed egli ci supplica di mettere tutto a tacere; così è. Ma è la pura verità; e prima di morire (siamo ormai morti), l'abbiamo riferito a molte persone di nostra fiducia. 
Non scompariranno mai le vecchie case con le gallerie che risuonano di echi, le camere da letto d'onore, le ali infestate dai fantasmi, chiuse da tanti anni, nelle quali ci permettevano di scorrazzare, con i brividi che piacevolmente ci salivano lungo la schiena, e di incontrare tutti i fantasmi che volevamo; i quali però (conviene precisarlo, forse) si riducevano a pochissimi tipi o specie fondamentali: poiché i fantasmi sono poco originali e "passeggiano" per sentieri battuti. Avviene così che in una certa stanza di una certa dimora di campagna, dove un certo Lord, Baronetto, Cavaliere o Gentiluomo scellerato si è ucciso sparandosi un colpo di pistola, il sangue si rifiuti di sparire da certe assi dell'impiantito. Puoi pure raschiare e raschiare, come l'attuale proprietario ha fatto, o piallare e piallare come fece suo padre, o strofinare e strofinare, come fece il nonno, o scrostare e scrostare con potenti acidi corrosivi, come fece il bisnonno, ma il sangue sarà sempre lì: né più rosso né più scolorito, né di più né di meno, sempre e solo lo stesso. Accade così che in una talaltra casa ci sia una porta stregata che non resterà mai aperta, o un'altra che non resterà mai chiusa; o il suono stregato di un arcolaio, o di un martello, o un rumore di passi, o un urlo, o un sospiro, o uno scalpitio di cavalli, o uno strepito di catene. Diversamente c'è un orologio sulla torre che a mezzanotte batte tredici rintocchi quando il capofamiglia è in punto di morte; o una carrozza nera, fosca e immota, che in quei momenti qualcuno vede sempre in sosta vicino ai grandi cancelli delle scuderie. E accadde così che Lady Mary andò in vista in una casa vasta e isolata nelle Highlands scozzesi, e che, stanca per il lungo viaggio, si ritirò presto nella sua stanza, e la mattina successiva disse candidamente al tavolo della colazione: - Che bizzarria dare una festa così tardi, la scorsa notte, in un posto così fuori mano, e non avermelo detto, prima che andassi a letto! -. Al che tutti domandarono a Lady Mary cosa intendeva dire. Lady Mary allora rispose: - Ma come, se per tutta la notte le carrozze non hanno mai smesso di rintronare sul pavimento del terrazzo, sotto la mia finestra! -. A quelle parole il proprietario della casa impallidì, altrettanto fece la sua signora, e Charles Macdoodle di Macdoodle fece cenno a Lady Mary di non aggiungere altro, e tutti restarono in silenzio. Dopo colazione, Charles Macdoodle informò Lady Mary che nella tradizione di quella famiglia lo strepito delle carrozze sul terrazzo era un presagio di morte. E così fu, poiché due mesi più tardi la gentildonna della villa spirò. E Lady Mary, che era damigella d'onore a Corte, narrava spesso questa storia alla vecchia regina Carlotta; e ogni volta il vecchio re diceva: - Eh, che? Che, che? Fantasmi, fantasmi? No, queste cose no, queste cose no! -. E non la smetteva di ripetere le stesse parole fino al momento di andare a dormire. 
Accadde anche che l'amico di un tale, uno che i più di noi conoscono, quand'era giovane si fece un amico speciale all'università, con il quale strinse il patto che, se allo spirito fosse stato concesso di tornare sulla Terra dopo la separazione dal corpo, quello che dei due fosse morto prima sarebbe dovuto riapparire all'altro. Col passare del tempo, il nostro amico dimenticò il patto; i due giovani, infatti, avevano continuato la loro vita prendendo strade assai differenti l'una dall'altra. Ma una notte, parecchi anni dopo, al nostro amico, che allora si trovava nel nord dell'Inghilterra e per la notte aveva preso alloggio in una locanda nelle brughiere dello Yorkshire, accadde di guardare poco più in là del letto; e lì, al chiarore della luna, appoggiato a uno scrittoio vicino alla finestra, con lo sguardo fisso su di lui, vide il suo vecchio compagno d'università! Rivolgendosi a lui in modo grave, l'apparizione disse in una specie di sussurro, ma ben percettibile: - Non ti avvicinare. Io sono morto. Sono qui per onorare la mia promessa. Provengo da una altro mondo, ma non posso svelarne i segreti! -. Poi, la sagoma impallidì, si sciolse, per così dire, nel chiarore della luna, e svanì.
Si narra poi della figlia del primo inquilino della pittoresca casa elisabettiana, tanto famosa dalle nostre parti. Avete mai sentito parlare di lei? No? Diamine: costei, una splendida fanciulla di appena diciassette anni, uscì di casa una sera d'estate, al crepuscolo, per cogliere fiori in giardino; poco dopo rientrò correndo nell'ingresso, terrorizzata, e disse al padre: - Oh, caro padre, ho incontrato me stessa! -. Egli la prese in braccio e le disse che era solo una fantasia; ma lei continuò: - Oh, no! Ho incontrato me stessa nel viale grande; ero pallida e coglievo fiori appassiti, ho volato la testa e li ho raccolti! -. Quella notte ella morì; il quadro che avevano iniziato per illustrare la sua storia non fu mai terminato, e ancora oggi, dicono, si trova in qualche parte della casa, rivolto contro il muro.
Si narra ancora dello zio della moglie di mio fratello, che stava tornando a casa in groppa al cavallo, una tiepida sera al tramonto, quando su un viottolo erboso nei pressi di casa vide un uomo che gli stava di fronte, al centro esatto dell'angusto sentiero. "Chissà perché si è messo là, quell'uomo col mantello...", pensò. "Vuole forse che lo travolga col mio cavallo?". Ma la figura non si mosse. Fu colto, allora, da una strana sensazione, vedendola così quieta, ma rallentò il trotto, e avanzò guidando il cavallo in quella direzione. Quando fu tanto vicino da toccarla quasi con la staffa, il cavallo s'impennò, e la figura scivolò sul margine del viottolo, con un movimento strano, che non sembrava di questa Terra - a ritroso, e senza dare l'impressione di usare i piedi -, e scomparve. Lo zio della moglie di mio fratello esclamò: - Santo cielo! E' mio cugino Harry di Bombay! -. Diede di sprone al cavallo, che subito fu madido di sudore, e domandandosi il perché di un così bizzarro comportamento, si precipitò di gran carriera in direzione della casa finché non vi si fermò davanti. Lì vide la stessa figura varcare la soglia delle alte porte-finestre del salotto che si aprivano sul giardino. Lanciò le redini a un domestico, e le si affrettò dietro. Sua sorella sedeva lì, sola. - Alice, dov'è mio cugino Harry? - Tuo cugino Harry, John? - Sì, il mio cugino di Bombay. L'ho incontrato poc'anzi sul viottolo, e proprio adesso l'ho visto entrare qui -. Nessuna creatura era stata vista da alcuno; a quell'ora, e in quell'istante però, come in seguito si venne a sapere, questo cugino moriva in India.
Si narra poi di quella anziana signorina, donna molto saggia, che morì a novantanove anni, serbando intatta la lucidità sino alla fine. Ella vide davvero l'Orfanello. Questa storia è stata spesso raccontata con parecchie inesattezze, ma la versione più attendibile - dato che, in realtà, è una storia che appartiene alla nostra famiglia, e l'anziana signorina era una nostra conoscente - è la seguente. Quando ella aveva più o meno quarant'anni, ed era ancora una donna di straordinaria bellezza ( il suo amato morì giovane, e questo è il motivo per cui ella non si sposò mai, sebbene ricevesse molte offerte di matrimonio), andò ad abitare in una residenza di campagna nel Kent che suo fratello, un mercante della Compagnia delle Indie, aveva recentemente acquistato. Correva voce che la proprietà fosse un tempo appartenuta al tutore di un fanciullo, di cui era anche l'erede più prossimo, e che l'avesse ucciso, sottoponendolo a duri e crudeli maltrattamenti. Di questo lei non sapeva nulla. Si dice che nella sua camera da letto ci fosse una gabbia in cui il tutore era solito rinchiudere il ragazzo. Ma una cosa del genere non c'è mai stata. C'era solo uno stanzino. Lei andò a coricarsi, non diede alcun allarme durante la notte, e al mattino disse calma alla cameriera, quando quella entrò nella stanza: - Chi è il grazioso bimbo dall'aria derelitta che tutta la notte ha fatto capolino da quello stanzino? -. La cameriera rispose lanciando un grido stridulo, e abbandonò il campo in men che non si dica. Lei rimase stupita; ma era una donna di notevole vigore intellettuale, pertanto si vestì, scese a pianterreno e si appartò in colloquio privato con il fratello. - Ebbene, Walter - disse -, tutta la notte sono stata disturbata da un grazioso ragazzo dall'aria derelitta che continuamente faceva capolino da quello stanzino che non riesco ad aprire. E' una burla. - Temo di no, Charlotte - egli disse -, è la leggenda della casa. E' l'Orfanello. Che faceva? - Apriva la porta pian pianino - ella rispose -, e faceva capolino. Certe volte avanzava uno o due passi nella stanza. Allora, quando lo chiamavo e lo invitavo a entrare, si faceva più piccolo, si metteva a tremare, sgattaiolava dentro un'altra volta, e chiudeva la porta. - Lo stanzino, Charlotte - disse il fratello -, non comunica con nessun'altra parte della casa, e la porta è inchiodata -. Cosa sicuramente vera, poiché ci vollero due falegnami e un'intera mattinata per aprirlo, e poterlo così ispezionare. Allora ella fu convinta di aver visto l'Orfanello. Ma la parte raccapricciante e terribile della storia è che il fanciullo fu visto anche da tre dei figli del fratello, l'uno di seguito all'altro, i quali morirono tutti in tenera età. Ogni volta che si era ammalato, ciascun bambino era tornato a casa, dodici ore prima, in preda a grande eccitazione, e aveva detto: - Oh, mamma, ho giocato sotto quel tale albero di noce, in quel tal prato, con uno strano ragazzo... un grazioso ragazzo dall'aria derelitta, assai timido, che mi ha fatto dei cenni! -. Per loro fatale esperienza, i genitori arrivarono a capire che costui era l'Orfanello, e che il destino del bambino che egli aveva scelto per suo piccolo compagno di giochi era irrimediabilmente segnato.
Legione sono i castelli tedeschi, dove vegliamo in solitudine in attesa dello Spettro; dove veniamo accompagnati in una stanza resa relativamente allegra per il nostro arrivo; dove seguiamo con lo sguardo le ombre gettate sulle nude pareti dal fuoco scoppiettante; dove ci sentiamo davvero soli quando il proprietario della locanda del villaggio e la sua graziosa figlia si ritirano, dopo aver deposto una nuova provvista di legna nel focolare, e accostato sul tavolino una ricca imbandigione per cena, composta di arrosto freddo di cappone, pane, uva, e un fiasco di vino invecchiato del Reno; dove le porte si richiudono sbattendo, l'una dopo l'altra, sui loro recessi segreti, come i ripetuti scoppi del lugubre tuono; e dove, intorno alle ore piccole della notte, facciamo la conoscenza di tanti misteri soprannaturali. Legione sono gli studenti tedeschi ossessionati dai fantasmi, in compagnia dei quali ci trasciniamo ancora più vicini al fuoco, mentre lo scolaro nell'angolo sgrana tanto d'occhi e solleva lo sgabellino che si è scelto per sedile... mentre la porta accidentalmente si spalanca.

(Charles Dickens, I racconti di fantasmi. Theoria, 1989)






lunedì 15 dicembre 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Cuori strappati

Nel mese di settembre dell'anno 1811 una corriera andò a fermarsi davanti all'ingresso di Aswarby Hall, nel cuore del Lincolnshire. Ne era unico passeggero un ragazzo, che saltò giù appena quella si fu fermata e, durante il breve intervallo di tempo che trascorse dal momento in cui ebbe suonato il campanello a quello in cui la porta d'ingresso venne aperta, si guardò in giro con la più viva curiosità. Ebbe così modo di vedere un edificio alto, quadrato, in mattoni rossi, risalente all'epoca della Regina Anna; nel classico e più puro stile 1790 v'era stato poi aggiunto un portico a colonne di pietra e le finestre, numerose, erano alte e strette, con vetri a pannelli piccoli e intelaiatura pesante e bianca. La facciata si concludeva in un frontone con finestrella rotonda. A destra e a sinistra, due ali erano collegate al corpo principale mediante due insolite gallerie a vetri e colonnati: indubbiamente, le stalle e i servizi della casa erano ospitati in queste due ali, le quali erano sormontate, a scopo ornamentale, ognuna da una cupola sulla quale oscillava una banderuola dorata.
L'ultima luce del giorno batteva sulla facciata, facendo brillare come altrettante fiamme i vetri delle finestre. Sul davanti, staccato da questa Aswarby Hall, si stendeva un semplice parco punteggiato di querce e costeggiato da abeti. L'orologio del campanile, nascosto tra gli alberi oltre il parco, e con la sola ventaruola rifulgente alla luce, stava battendo in quel momento le sei; il suono gradito dei rintocchi fu portato dal vento leggero: un effetto decisamente piacevole, ancorché velato da quella sorta di melanconia che s'addice a una sera d'inizio d'autunno e che fu puntualmente destata agli occhi e al cuore del fanciullo, fermo lì sul portico in attesa che gli venisse aperto.
La corriera lo aveva portato sin lì dal Warwickshire, dov'egli, circa sei mesi prima, era rimasto orfano e solo. Grazie alla generosa offerta dell'anziano cugino Abney, era ora venuto a vivere ad Aswarby. Offerta generosa quanto inaspettata, perché chiunque conosceva, sia pure da lontano, il cugino Abney non poteva non considerarlo una specie di austero eremita nella cui metodica vita domestica la comparsa di un fanciullo introduceva un elemento nuovo e, stando alle apparenze, illogico. La verità è che in giro ben poco si sapeva degli interessi, e del carattere, del cugino Abney. Sul suo conto, a quanto pareva, il professore di greco di Cambridge aveva dichiarato che nessuno era più esperto del signore di Aswarby in fatto di credenze religiose dei tardi pagani; e, sta di fatto, la sua biblioteca contava tutti i libri a quell'epoca reperibili sui Misteri, i poemi orfici, il culto di Mitra e i neoplatonici. Nel vestibolo, pavimentato di marmo, c'era un'ottima scultura rappresentante Mitra che ammazza un toro, dispendiosamente fatta venire dal Levante dal proprietario di Aswarby Hall, il quale ne aveva anche offerto descrizione in un suo articolo sul Gentleman's Magazine, oltre ad aver collaborato al Critical Museum con un'interessante serie di saggi sulle superstizioni dei romani del tardo Impero. In breve, il cugino Abney era generalmente considerato uno studioso dedito ai suoi libri, e il fatto che avesse sentito parlare del proprio cugino orfano, Stephen Elliott e, ancor più, che lo avesse di propria spontanea volontà invitato a dividere la sua vita lì ad Aswarby Hall, era argomento di grande sorpresa tra i suoi vicini.
Quale che fosse lo stupore di costoro, tuttavia, sta di fatto che il cugino Abney - l'alto, il sottile, l'austero - sembrò deciso ad offrire al giovane parente un'accoglienza calorosa. Nell'attimo stesso in cui la porta d'ingresso fu aperta egli schizzò fuori dal suo studio stropicciandosi le mani con aria soddisfatta.
"Come va figliolo? Come stai? Quanti anni hai?" esclamò. "Non sarai, spero, troppo stanco del viaggio per consumare la cena?"
"Grazie no, signore," rispose il giovane Elliott; "sto benissimo."
"Bene bene, ragazzo mio," continuò il cugino Abney. "Quanti anni hai, figliolo?"
Il fatto che ripetesse due volte la domanda, nei primi due minuti del loro incontro, risultava indubbiamente un po' strano.
"Compirò dodici anni il prossimo compleanno, signore," annunciò Stephen.
"E quand'è il tuo compleanno, mio caro ragazzo? L'undici settembre, eh? Bene bene... benissimo. Manca ancora un anno , o quasi, non è così? Ah, ah! Vorrò annotare tutto questo nel mio libro. Sicuro che siano dodici? Sei certo?" 
"Sicurissimo, signore."
"Bene bene! Accompagnalo nella stanza della signora Bunch, Parkes. E che gli sia servito il tè... o la cena... quel che dev'essere, insomma."
"Sì, signore," rispose il nominato Parkes; e condusse Stephen verso il quartiere della servitù.
La signora Bunch si rivelò la persona più simpatica e umana tra quelle sinora incontrate da Stephen lì ad Aswarby, e lo mise immediatamente a suo agio. In un quarto d'ora erano già grandi amici: e grandi amici rimasero. Questa signora Bunch era nata nelle vicinanze di Aswarby, qualcosa come cinquantacinque anni prima del giorno dell'arrivo di Stephen, e sino a quella data contava ormai vent'anni di permanenza lì alla Hall. Di conseguenza, se c'era qualcuno che conosceva vita e miracoli della casa e di tutto il circondario, questi era proprio la signora Bunch; la quale non era affatto portata a far misteri di ciò che sapeva.
D'altro canto, certamente non eran poche le cose riguardanti la Hall e i suoi giardini sulle quali Stephen, portato com'era all'avventura e alla curiosità, desiderava spiegazioni. "Chi ha costruito il tempietto in fondo al viale d'alloro? Chi è il vecchio raffigurato nel quadro appeso sulla scala, seduto a un tavolo e con la mano poggiata su un teschio?" Questi e altri simili interrogativi furono chiariti grazie alla notevole memoria della signora Bunch. Per alcuni, tuttavia, furono fornite spiegazioni meno soddisfacenti.
Una sera di novembre, Stephen stava seduto accanto al fuoco nella stanza della governante e rifletteva sul nuovo ambiente che lo circondava.
"Il cugino Abney è buono? Andrà in paradiso?" chiese all'improvviso, con la tipica fiducia che posseggono i ragazzi nell'abilità dei grandi a risolvere siffatti problemi, in merito ai quali si ritiene, invece, che ogni decisione spetti a ben altri tribunali.
"Buono?... Benedetto figliolo!" esclamò la signora Bunch. "In vita mia non ho conosciuto anima più gentile del padrone! Le ho mai raccontato del ragazzo che egli raccolse praticamente dalla strada, sette anni fa esatti? E della bambina, due anni dopo che ero qui?"
"No. Me ne parli, signora Bunch... Adesso, subito!"
"Bene, non credo di ricordare molto della bambina. So che un giorno il padrone tornò dalla sua passeggiata portandosi dietro questa bambina e che diede ordini alla signora Ellis, che a quel tempo era la governante, di prendersi ogni cura di lei. La povera creatura non aveva nessuno al mondo - e questo me lo confidò proprio lei - e visse qui con noi qualcosa come tre settimane. Poi, o che avesse sangue zingaro o chissà cos'altro, fatto sta che una mattina era giù fuori dal letto prima che uno solo di noi avesse aperto un solo occhio, e d'allora non una traccia, che dico?, un minimo segno della sua presenza qui m'è capitato sott'occhio. Il padrone era pieno di meraviglia, e fece asciugare tutti gli stagni; ma secondo me quella se n'era andata con quegli zingari, perché la notte che scomparve per quasi un'ora si sentì cantare intorno alla casa, e Parkes, lui, dice di aver sentito chiamare nella boscaglia durante tutto il pomeriggio. Gran Dio, era una strana bambina quella, taciturna, a suo modo, e tutto il resto, e non finiva mai di sorprendermi, tant'era ben costumata... Straordinario."
"E il ragazzo?"
"Ah, quel poveretto!" esclamò con un sospiro la signora Bunch. "Era un forestiero - Jevanny, così si chiamava - e comparve sul viale con quel suo organetto un giorno d'inverno. Il padrone lo fece entrare e gli chiese di dove veniva, quanti anni aveva, come viveva e dov'erano i suoi genitori e tutte le cose che un cuore premuroso desidera sapere. E anche con lui andò allo stesso modo. Secondo me, sono gente sregolata, tutti quanti questi forestieri, e così una bella mattina il ragazzo scomparve com'era scomparsa la ragazza. Perché e dove se ne fosse andato, e cosa facesse, furono domande che ci perseguitarono per tutto un anno, anche perché non si portò via quel suo organetto, che è ancora lì sullo scaffale."
Il resto della serata fu trascorso da Stephen ponendo varie e continue domande alla signora Bunch e tentando di cavare un motivo dall'organetto a manovella.
La notte, poi, fece un sogno strano. In fondo al corridoio, all'ultimo piano della casa, dov'era situata la sua camera da letto, v'era una vecchia camera da bagno in disuso. Era chiusa a chiave, ma il pannello superiore della porta era di vetro, e poiché la tendina di mussola era ormai andata da un pezzo, era possibile guardar dentro e vedere la vasca, bordata di piombo, allineata alla parete e rivolta verso la finestra.
La notte in questione, Stephen Elliott si trovò, come credette di trovarsi, a guardare attraverso il vetro di quella porta. Dalla finestra entrava la luce della luna e lui riuscì pertanto a distinguere una figura distesa nella vasca.
La sua descrizione di ciò che vide mi richiamava alla mente ciò che io stesso una volta osservai tra le volte famose della St. Michan's Church a Dublino, nota per la spaventevole caratteristica di salvaguardare per secoli i cadaveri dalla putrefazione: una figura indicibilmente magra e impressionante, del colore del piombo impolverato, avvolta in una specie di sudario, le labbra sottilissime tirate in un agghiacciante accenno di sorriso, le mani pressate con forza sulla regione del cuore.
Mentr'egli dunque la guardava, parve che un gemito, remoto e quasi inafferrabile, uscisse dalle labbra di quella figura; quindi le braccia cominciarono a muoversi. A tale vista, Stephen indietreggiò atterrito e si destò alla realtà: in piena luce lunare, effettivamente stava lì, a piedi nudi sulle fredde tavole del pavimento del corridoio. Con un coraggio, a me pare, non molto consueto per i fanciulli della sua età, s'avvicinò alla porta della camera da bagno per accertarsi se veramente la figura da lui vista nel sogno fosse lì dentro. Non c'era nessuno, e così se ne tornò a letto.
La mattina dopo, la signora Bunch rimase molto impressionata dal suo racconto e procurò subito di sostituire la tendina di mussola sul vetro della porta della camera da bagno. Per parte sua, il cugino Abney, al quale Stephen confidò la sua avventura a colazione, si mostrò molto interessato e annotò l'accaduto in quello ch'egli chiamava "il suo libro".
Come già varie volte egli aveva ricordato al giovane cugino, l'equinozio di primavera stava avvicinandosi, e questo era sempre stato considerato dagli antichi un periodo critico per i giovani: Stephen avrebbe fatto bene a stare attento e a chiudere la finestra della sua stanza la sera.
All'incirca a quel tempo, occorsero due episodi che impressionarono molto Stephen. Il primo s'annunciò dopo una notte da lui passata, insolitamente, in gran disagio e apprensione, ma che non gli lasciò il ricordo di nessun sogno speciale.
La sera seguente, la signora Bunch era occupata a rammendare la camicia da notte di Stephen.
"Buon Dio, signorino!" esclamò a un certo punto, quasi arrabbiata. "Come ha fatto a ridurre così la sua camicia, quasi tutta a pezzi? Guardi qui, signorino. Quanto lavoro procura a quei poveretti che devono badarle e servirla!"
Effettivamente, la camicia presentava parecchi tagli e strappi, prodotti con evidente furia selvaggia, per rammendare i quali occorrevano di certo abilità e pazienza. Erano presenti su tutto il lato destro del petto: fenditure lunghe e parallele, della lunghezza d'un palmo, di cui alcune non avevano intaccato la stoffa. Stephen poté confessare solo la sua assoluta ignoranza del fatto: la sera prima non c'erano, di questo era sicuro.
"Però," aggiunse, "sono identici ai graffi fuori della porta della mia camera da letto, signora Bunch. E certo non sono stato io a fare anche quelli."
La signora Bunch lo guardò fisso a bocca aperta, poi, afferrata una candela, uscì in fretta e furia dalla stanza e la si sentì salire le scale. Pochi minuti dopo fu giù di nuovo.
"Bene, signorino Stephen," annunciò; "per me, quei segni e quei graffi lassù son proprio un fatto strano. Troppo alti perché possa averli fatti un gatto o un cane, e ancor meno un topo: ricordano, in tutto e per tutto, le unghie di un cinese, come ce le descriveva quando eravamo ragazze nostro zio ch'era nel commercio del tè. Se fossi in lei, non direi nulla al padrone, signorino Stephen; e quando va a letto, giri la chiave nella serratura, figliolo."
"E' quello che faccio sempre, signora Bunch, appena ho finito di dire le mie preghiere."
"Oh, bene bene, figliolo: dica sempre le sue preghiere e nessuno potrà farle del male."
Dopodiché la signora Bunch si dedicò al lavoro di rammendo della camicia danneggiata, interrompendosi di quando in quando per meditare, fino all'ora di ritirarsi. Questo fu di venerdì sera, nel mese di marzo del 1812.
La sera seguente, il solito duetto tra Stephen e la signora Bunch subì un'improvvisa interruzione da parte del signor Parkes, il maggiordomo, il quale di regola preferiva badare ai propri affari nella dispensa. Al suo ingresso, non vide Stephen, non solo, ma in più era agitato e meno parco di parole del suo solito.
"Per una sera, il padrone può andare a prendersi lui il suo vino, se vuole, "esordì subito." Io, o ci vado di giorno o non ci vado affatto, signora Bunch. Non so proprio cosa possa essere: molto probabilmente i topi, o il vento entrato nella cantina. Fatto sta che non sono più giovane come prima e non ho più l'energia di un tempo."
"Via, signor Parkes, siamo alla Hall e ci si può aspettar di tutto in fatto di topi."
"Non lo nego affatto, signora Bunch. Le dirò di più, dagli operai dei cantieri ho sentito più volte raccontare di topi in grado di parlare. Prima d'ora non avevo mai dato alcun credito a simili chiacchiere; ma questa sera, se mi fossi abbassato fino al punto di appoggiare l'orecchio alla porta dell'ultimo ripostiglio lì in cantina, con tutta probabilità avrei sentito quel che stavano dicendo."
"Oh, via, signor Parkes, non ho tempo per le sue fantasticherie! I topi che parlano nella cantina, buon Dio!"
"Bene, signora Bunch, non ho alcun desiderio di stare a discutere con lei. Le dico solo, se ha voglia di spingersi fino all'ultimo ripostiglio e di poggiare l'orecchio alla porta, vedrà se dico la verità."
"Ma di che sciocchezze sta parlando, signor Parkes... e alla presenza di un bambino! Dico io, finirà per spaventare a morte il signorino Stephen."
"Come? Il signorino Stephen?" esclamò Parkes, accorgendosi di colpo della presenza del ragazzo. "Oh, ma il signorino Stephen s'è reso perfettamente conto che intendevo farle uno scherzo, sinora Bunch."
In realtà, il signorino Stephen s'era reso perfettamente conto che quello che intendeva il signor Parkes era tutt'altro che uno scherzo. E, seppure niente affatto piacevole, il racconto aveva destato il suo interesse; ma tutte le sue domande non trovarono il maggiordomo disposto a concedere un più particolareggiato resoconto delle sue esperienze nella cantina.
Siamo così arrivati al 24 marzo dell'anno 1812. Fu questo un giorno di strane esperienze per Stephen: ventoso, pieno di rumori che riempirono casa e giardino di angustiante agitazione. Fermo presso lo steccato di cinta, rivolto verso il parco, il ragazzo ebbe l'esatta impressione che un'interminabile processione di esseri invisibili gli passasse davanti portati dal vento, trascinati via irresistibilmente e senza meta, tra vani sforzi per fermarsi, per aggrapparsi a qualcosa che ponesse fine al loro andare e li riportasse in contatto col mondo reale di cui avevano fatto parte. Quello stesso giorno, dopo pranzo, il cugino Abney disse:
"Stephen, ragazzo mio, credi di poter venire da me, nel mio studio, stasera, non prima delle undici? Fino a quell'ora sarò occupato, ma desidero mostrarti qualcosa che ha a che vedere con la tua vita futura e che pertanto è importantissimo che tu conosca. Non dovrai farne parola alla signora Bunch né ad alcun altro qui in casa, perciò sarà bene che ti ritiri nella tua stanza alla solita ora."
Una nuova emozione, dunque, s'annunciava e Stephen s'aggrappò avidamente all'occasione offertagli di poter restare in piedi fino alle undici. Quella sera, nel ritirarsi, sbirciò oltre la porta della biblioteca e vide il braciere, che aveva già spesso notato in un angolo della stanza, spostato davanti al camino; sul tavolo notò un'antica coppa d'argento dorato piena di vino rosso e, accanto, dei fogli di carta riempiti di scrittura. Il cugino Abney stava spargendo dell'incenso nel braciere da una tonda scatoletta d'argento mentre Stephen passava, e non sembrò udire il suo passo.
Il vento era caduto e nella notte serena brillava la luna piena. Verso le dieci, Stephen si trovava presso la finestra aperta della sua stanza e guardava il paesaggio. Pur essendo la notte tranquilla, tuttavia i misteriosi abitatori della lontana boscaglia, illuminata dalla luna, ancora non erano stati indotti al sonno; di quando in quando strane grida, come di viandanti perduti e disperati, risuonavano da oltre lo stagno. Forse erano gridi di civetta e d'uccelli acquatici, e tuttavia non sembravano esattamente tali. Ma non stavano avvicinandosi? Ora parevano risuonare da questo lato dello stagno e pochi istanti dopo parevano levarsi di tra i cespugli. Alla fine cessarono, ma nell'attimo stesso in cui Stephen stava per decidersi a chiudere la finestra e a ritornare alla lettura del suo Robinson Crusoe, scorse due figure ferme sullo spiazzo a ghiaia che separava la Hall dal giardino: le figure d'un fanciullo e d'una fanciulla, a quel che parevano; stavano uno accanto all'altra e guardavano in su verso le finestre. Qualcosa nella sagoma della fanciulla gli ricordò inequivocabilmente la figura da lui vista in sogno nella camera da bagno. Il ragazzo, poi, gli ispirò timore ancor più profondo.
Mentre la fanciulla stava immobile. mezzo sorridente, con le mani incrociate sul cuore, il ragazzo, una sagoma sottile, con capelli neri e abiti a brandelli, levò le braccia nell'aria in un gesto di minaccia e di brama e fame inappagabili. La luna brillò su quelle mani quasi trasparenti e Stephen notò che le unghie erano minacciosamente lunghe e attraversate dalla luce. Fermo lì, con le braccia così levate, quel ragazzo rivelò una vista terrificante: sul lato sinistro del suo petto s'apriva uno squarcio nero e profondo, e nel cervello, più che negli orecchi di Stephen risuonò uno di quegli agghiaccianti gridi di fame e desolazione che durante tutta la sera aveva sentito risuonare nella boscaglia di Aswarby. Pochi attimi, e quella spaventevole coppia sgusciò via rapida e silenziosa sulla ghiaia asciutta. Ed egli non li vide più.
Impaurito oltre ogni dire, Stephen decise di prendere la candela e di scendere giù nello studio del cugino Abney, visto che ormai era anche prossima l'ora stabilita per il loro incontro. Lo studio, o biblioteca, aveva anche accesso dal vestibolo principale e Stephen, incalzato dal terrore, non impiegò molto a raggiungerlo. Ma entrare non fu altrettanto facile. La porta non era chiusa, ne era sicuro, perché la chiave era all'esterno come al solito. Bussò molte volte senza ottenere risposta. Il cugino Abney era occupato: stava parlando. Cosa? Perché urlava adesso? E perché quel grido gli si era soffocato in gola? Anche lui aveva visto i misteriosi fanciulli? Poi ci fu silenzio, ma la porta resistette ai colpi agitati e incalzanti di Stephen.

Sul tavolo nello studio del cugino Abney furono trovate alcune carte che, quando Stephen fu in età di comprenderle, riuscirono a chiarirgli gli avvenimenti. Eccone i passi più salienti:
"Era credenza molto diffusa e ben radicata tra gli antichi - del cui discernimento in materia io ho avuto prove tali da convincermi a riporre gran confidenza nelle loro asserzioni - che ponendo in esecuzione certi determinati processi, i quali agli occhi di noi moderni assumono tuttavia un certo carattere barbaro, sia possibile raggiungere una preziosa delucidazione delle facoltà spirituali dell'uomo: quella, per esempio, per cui un individuo, assimilando la personalità di un certo numero di suoi simili, riesce a guadagnare un'ascendenza completa su quelle categorie di esseri spirituali che controllano le forze naturali del nostro universo.
"Si vuole che Simon Mago fosse in grado di volare nell'aria, di divenire invisibile e di assumere a suo piacimento qualunque forma, avvalendosi dell'anima di un fanciullo che, per ricorrere a un'espressione diffamante adoperata dall'autore delle Recognitiones Clementinae, egli avrebbe 'ucciso'. Trovo inoltre confermato, con ricchezza di particolari, negli scritti di Hermes Trismegistus, che simili, e felici, risultati possono essere prodotti dall'assimilazione dei cuori di non meno di tre creature umane d'età inferiore ai ventun anni. Alla verifica della verità di tali asserzioni io ho dedicato buona parte di questi ultimi venti anni, scegliendo come corpora vilia dei miei esperimenti individui tali che potessero essere convenientemente eliminati senza provocare grave perdita alla società. Il primo passo lo effettuai con l'eliminazione di una tale Phoebe Stanley, una fanciulla di origine zingara, il 24 marzo dell'anno 1792. Il secondo con l'eliminazione di un vagabondo, un ragazzo italiano di nome Giovanni Paoli, la notte del 23 marzo dell'anno 1805. L'ultima 'vittima' - per adoperare una parola che massimamente ripugna ai miei sentimenti - sarà mio cugino, Stephen Elliott. Il suo giorno sarà questo 24 di marzo 1812.
"Per effettuare la richiesta assimilazione nella maniera migliore, occorre asportare il cuore dal soggetto vivo, ridurlo in cenere e sciogliere questa in una pinta circa di vino rosso, preferibilmente forte. Sarà bene nascondere i resti dei due primi soggetti: una camera da bagno in disuso oppure una cantina saranno adatti allo scopo. Può poi darsi che si registrino alcuni inconvenienti causati dalla parte fisica dei soggetti, che volgarmente vengono indicati col nome suggestivo di fantasmi; ma la persona di mente filosofica - alla quale unicamente si addice l'esperimento - sarà ben poco propensa ad attribuire alcuna importanza ai vani sforzi di tali esseri di trarre la loro vendetta sopra di essa. E' con la più viva soddisfazione che io guardo dinanzi a me, all'esistenza ampliata ed emancipata che l'esperimento, nel caso di riuscita, mi assicurerà, non solo ponendomi fuori della portata della (cosiddetta) giustizia umana, ma eliminando in misura notevole la prospettiva della morte stessa."
Il cugino Abney fu trovato nella sua sedia, la testa buttata all'indietro, il viso stravolto da un'espressione di rabbia e terrore e incontenibile sofferenza. Presentava sul lato sinistro un'orrenda ferita, uno squarcio che gli metteva a nudo il cuore. Le sue mani non erano macchiate di sangue e un lungo coltello che giaceva sul tavolo era perfettamente pulito; quelle ferite potevano essere state prodotte da un fiero gatto selvatico. La finestra dello studio era aperta, e la conclusione del coroner fu che il cugino Abney avesse trovato la morte per l'intervento di ignota creatura selvaggia. La lettura delle carte da me citate, tuttavia, condusse Stephen Elliott a ben diversa opinione.

(Montague Rhodes James, Cuori strappati. Bompiani, 1967)






Scusate se cito una mia lontana esperienza personale.
Da bambino, con la famiglia, passavo le lunghe vacanze estive nella nostra vecchia villa, a un chilometro e mezzo da Belluno. Era, ed è ancora, una casa piuttosto grande, di aspetto abbastanza singolare non già per pregi architettonici quanto per gli affreschi che ne coprono l'intera facciata.
Affrescata è pure la parete anteriore di un lungo e alquanto nordico edificio che chiude a nord il giardino, edificio in quei tempi disabitato e adibito esclusivamente a granaio e a cantina.
E' certo che nel vasto granaio nei primi decenni del secolo si aggirasse lo spirito di un antico fattore, tale Fontana, di cui si udivano di quando in quando i passi cadenzati e pesanti. Ma, come è regola di tali presenze, quei rumori andarono facendosi sempre più rari e fiochi. Appostamenti notturni allo scopo di controllare il fenomeno nelle estati scorse non hanno dato alcun frutto.
Ho accennato a questo spirito per dare un'idea dell'atmosfera che regnava nella vecchia casa soprattutto in certe ore. Tra l'altro, sulla mia fantasia di bambino esercitava una potente suggestione la biblioteca, in maggioranza di carattere storico, raccolta da mio nonno Augusto e ampliata con grande amore da mio padre Giulio Cesare, biblioteca che conteneva oltre tremila manoscritti riguardanti la storia del bellunese.
Un giorno, mi ricordo, il papà ci fece vedere un grande libro rilegato che doveva risalire al principio dell'Ottocento. C'erano delle grandi incisioni a doppia pagina raffiguranti insetti straordinariamente ingigantiti. Specialmente mostruosa la pulce, lunga almeno una quarantina di centimetri.
Era un libro probabilmente di notevole valore. Dopo aver lasciato che mio fratello maggiore e io lo sfogliassimo, il papà lo rimise a posto in un grande scaffale.
Chiaro che noi bambini non eravamo autorizzati a mettere le mani in quel sancta sanctorum. Ma il libro degli insetti giganti mi aveva affascinato. E una sera, approfittando che i miei genitori erano andati a fare una visita nei dintorni, salii in biblioteca, montai su una sedia e tirai giù il volume.
Pioveva, mi ricordo. La casa era silenziosa, dalle tre finestre entrava la luce grigia del crepuscolo che si andava a mano a mano affievolendo. Inginocchiato per terra, divoravo con gli occhi quegli insetti favolosi, la mosca, il grillo, gli scarabei, la zanzara, la pulce.
Stavo appunto contemplando la inverosimile pulce quando ebbi l'impressione che le sue zampe, incredibilmente pelose, si muovessero adagio adagio.
No, non poteva essere un soffio di vento che avesse fatto increspare il foglio, finestre e porte erano chiuse. Con una certa circospezione passai una mano sulla pagina, guardando più da vicino. Tutto era regolare. Chissà che cosa mi era passato per la testa.
Ma uno strano orgasmo mi aveva preso. Quel libro aveva qualcosa di inquietante. Il mio impulso era di piantar lì tutto e correre da basso dove probabilmente la luce a gas era già stata accesa. Prima, però, bisognava rimettere a posto il volume, guai se il papà si fosse accorto che io l'avevo manomesso. Ma, proprio mentre facevo l'atto di richiuderlo, l'orribile insetto - ormai incerta sagoma nella crescente penombra - ebbe uno scatto come se si sforzasse di uscire dalla pagina.
La cosa più tremenda fu questa: nel chiudere affannosamente il pesante album con tutte le mie forze, dall'interno venne un atroce scricchiolio, lo schifoso rumore che fanno gli scarafaggi quando li si schiaccia, però cento volte più forte.
Balzai in piedi urlando e, in preda a una paura indicibile, corsi fuori dalla biblioteca, cercando al buio l'andito delle scale.
La Tata, fedele governante, mi vide piombare in cucina stravolto. Cercai di spiegare ciò che mi era successo ma naturalmente si credette in una specie di allucinazione (non era raro che di notte mi svegliassi urlando in balia di incubi spaventosi).
Supplicai ad ogni modo la Tata di salire in biblioteca e di rimettere a posto il volume: io certo non ne avevo più il coraggio. In quel mentre i miei genitori rincasavano.
Mi nascosi per evitare domande imbarazzanti. E mi aspettavo un castigo. Il papà avrebbe trovato il libro sul pavimento, avrebbe chiesto, avrei dovuto confessare.
Invece niente. Il papà non chiese, e sì che dei suoi libri era gelosissimo. Tanto che mi venne la tentazione di raccontare io spontaneamente tutto.
Ma il giorno dopo splendeva il sole e, come accade nei bambini, il tremendo ricordo era già svanito.
In biblioteca tornai dopo due giorni, in un momento che non c'era nessuno. Sul pavimento, come era prevedibile, il libro degli insetti non c'era più. Ma non c'era neppure al suo posto, nel solito scaffale.
Lo aveva nascosto mio padre? Lo aveva preso qualcun altro? Dopo pochi giorni si fece ritorno in città. Era l'ottobre 1917. Caporetto, l'invasione, la biblioteca prelevata dagli austriaci e portata a Vienna, poi, dopo la vittoria, restituita in condizioni pietose. Quel librone non l'ho rivisto più.
Cinquant'anni dopo l'editore Valentino Bompiani mi telefona: "Senti. Tra poco, nella serie del Pesanervi pubblichiamo un libro che sono sicuro ti piacerà. Vuoi leggere le bozze e, se ti piace, fare tu la presentazione?"
Ed ecco, proprio il primo racconto di M.R. James , "L'albo del canonico Alberico" risvegliare con precisione l'antico ricordo. Certo, al paragone, la mia esperienza è uno scherzetto, però siamo nello stesso ordine di idee.
Di M.R. James - il quale avrebbe di sicuro passato volentieri un "week end" nella suddetta casa di Belluno - avevo letto soltanto, in qualche antologia del brivido, il racconto, stupendo, della "Mezzatinta" dove un antico delitto si riavvera, come in un film, nell'immagine di una vecchia stampa. Confesso che la lettura delle bozze è stata per me una emozionante scoperta.
Non tocca a me dire se M.R. James, il quale non è neppure ricordato dalla Enciclopedia Britannica, è un grande scrittore. Può darsi che non lo sia. Certo è uno scrittore insolito e affascinante.
I suoi racconti infatti offrono un campionario esemplare dei misteri di stile britannico. E si possono considerare dei testi classici, in quanto modelli del genere, portati in certi casi fino all'eccesso di romantiche droghe.
Il suo mondo è assai diverso dal nostro. Abbazie, vecchi archivi, archeologi, professori d'università, vescovi, querce centenarie, dimore eccessivamente vissute, diaconi, arcidiaconi, tipi bizzarri di studiosi, storiche chiese, cimiteri abbandonati.
Pacato è il discorso, che comincia spesso con minute, e apparentemente noiose, descrizioni di case, di monumenti, di paesaggi. Tutto è tranquillo, probo e rassicurante, tutte sono persone rispettabili e morigerate, le cui case hanno pareti ricoperte di rampicanti, ampi camini, intimità di "boiseries", giardini assorti, e intorno placide campagne.
Non è il mistero fosco e fumigoso di Londra. E' il mistero, più sottile e penetrante, delle contrade solitarie, dei vescovadi anglicani, dei colleges carichi di tradizioni e di polvere, di quel mondo incantevole che è una delle più care creazioni del popolo britannico. Paragonabile a M.R. James è il pittore Arthur Rackham, suo coetaneo, meraviglioso illustratore di case, montagne e boschi stregati, anche lui autentico poeta di tutto quello che non esiste, che fa paura eppure noi vorremmo esistesse.
Non si tratta, come per esempio in Poe o in Stevenson, di vicende esageratamente romanzesche, con personaggi e ambienti favolosi. Non assistiamo a scannamenti, non ci aggiriamo per sinistri trivi, losche taverne, locande di malaffare. E non si parla neppure di castelli con scellerate leggende, né di amuleti indiani, né di sortilegi orientali, né di abiette messe nere. Siamo in una Inghilterra vecchiotta, accademica, educata e per bene. L'enigma e l'incubo scaturiscono da carte ingiallite, venerande querce, veterane magioni, buie botteghe d'antiquario, una scenografia placida e carica di dignità. Eppure.
Eppure di qui scaturiscono le cose più impensabili, assurde e agghiaccianti. Sorgono da un oscuro passato le larve, riappaiono i personaggi di sepolte tragedie, vagano le oscure maledizioni di formule indecifrate.
Non tutti i lettori prediligono, si intende, questo genere letterario, c'è gente che dopo aver letto una sola di queste storie non riesce più a prendere sonno e ogni tanto balza dal letto per controllare se di là, nello studio, non sia penetrata qualche creatura delle tenebre.
Ma chi vuol bene a certe decrepite case di campagna e di solitaria provincia.
Chi ricorda con emozione i richiami che passano all'improvviso nella campagna notturna provenienti da lontananze incalcolabili e non si capisce se siano di uomo, o di bestia, o di lemure, di disperazione o di terrore.
Chi ama l'accogliente ma severo incantesimo delle biblioteche dove si trova nascosto, tra le righe di un impallidito manoscritto, la chiave di un nero segreto.
Chi ode le cento impalpabili voci di cui è fatto il silenzio dei cimiteri di campagna in abbandono, illuminati dalla luna.
Chi capisce l'atmosfera di aspettazione che si crea nel tardo giorno là dove tutto è immobile e come morto, nei boschi per esempio, sul bordo degli stagni, nelle inesplorate soffitte patriarcali, ai piedi delle rupi, nelle sagrestie dei conventi, nei musei di storia naturale.
Chi sente qualcosa dentro di sé quando un passo che non dovrebbe esserci sale i gradini di legno lentamente e non si può sapere chi sia.
Chi è attirato e spaventato insieme dai piccoli rumori della notte, il fruscio dei rami, il secco ripetuto scricchiolare dell'armadio, l'inesplicabile ritmico tic tic di là del muro, il trapestio soffice dei topi, la finestra che si apre lentamente da sola con un lungo sospiro, la campana della chiesetta distante sette chilometri, i reciproci lunghi appelli dei cani di casolare in casolare quasi stesse arrivando il demonio, il rantolo profondo della pendola che precede la suoneria delle ore, il battito del proprio cuore allarmato dall'eccessivo silenzio.
Chi riconosce le fisionomie così varie e personali dei singoli alberi, degli arbusti, dei cespugli, dei sentieri, dei macigni, dei sassi, delle nuvole, delle foglie secche, dei teschi, delle screpolature nei muri.
Questo signore, in compagnia di  M.R. James, si troverà di sicuro molto bene, dalla prima all'ultima pagina.
(Prefazione di Dino Buzzati)






martedì 25 novembre 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Enoch Soames

Riassumerò la singolare, incredibile biografia di Enoch Soames. Poeta satanista inglese, autore di due libri di poesie, Negazioni e Fungoidi. Morì a Londra o piuttosto sparì a Londra nel 1897, ad un'età che si calcola tra i venti e i trent'anni. 
Non ho letto le sue poesie, ma suppongo che siano opera di un genio. Come tutti i geni Soames subì il disprezzo dei critici e l'indifferenza del pubblico. Tuttavia egli non dubitava del valore della sua poesia, opinione che non condivise con nessuno, neppure con il suo unico amico, il disegnatore e letterato Max Beerbhom (1872-1950). 
Un giorno, in un piccolo ristorante di Soho, scommise con Beerbhom che cent'anni dopo sarebbe stato più famoso e più ammirato di Shelley e Byron. Sfortunatamente nessuno dei due sarebbe vissuto abbastanza per vederlo. Un signore, seduto ad un tavolo vicino, li udì. Si alzò, si avvicinò a Soames e si presentò senza ambagi: - Il Diavolo, ai suoi ordini.
Poi si offrì di trasportarlo nella Londra del 1997 in cambio dell'anima, come di norma in questi casi. Soames accettò. Il Diavolo fece schioccare le dita in aria e Soames disparve istantaneamente. Il diavolo salutò Beerbhom e se ne andò, Beerbhom rimase stupefatto.
Un'ora più tardi riapparve Soames, ridotto ad uno straccio. Raccontò a Beerbhom la sua breve escursione nel futuro. In sintesi era questo: era andato alla biblioteca del Museo Britannico, dove sperava di trovare cento schede con il suo nome, successive edizioni dei suoi due unici libri, successive traduzioni, biografie, tesi universitarie, studi critici, saggi apologetici.
- Pensavo - disse ed insinuò a Beerbhom - che lei avrebbe divulgato il mio patto con il Diavolo. Pensavo che si sarebbero interessati a me almeno per questo. Pensavo che dopo avrebbero riconosciuto il mio genio. 
Ma nello schedario non trovò nulla. Chiese antologie, dizionari, enciclopedie: niente. Chiese storie della letteratura inglese e della poesia inglese, storie della letteratura e della poesia inglese dell'Ottocento e di fine Ottocento: niente.
Sì, qualcosa c'era. Nell'indice dei nomi della Selezione di saggi letterari di un certo T.K. Nupton, edita nel 1995, trovò questo riferimento in corsivo: Soames, Enoch: v. p. 274. Cercò la pagina 274 e lesse: "Uno scrittore di quell'epoca, Max Beerbhom, pubblicò un racconto in cui un personaggio fittizio, chiamato Enoch Soames, un poeta di terza categoria che si crede un genio, fa un patto con il Diavolo per sapere che cosa avrebbero pensato di lui i posteri. E' una satira un po' forzata, anche se con qualche pregio".
Quando Soames, ancora stordito per il viaggio nel tempo e per i vergognosi risultati ottenuti, cessò di parlare; quando cominciava a comprendere l'atrocità che non aveva compreso prima, e cioè che Beerbhom avrebbe sfruttato i suoi ragguagli per fabbricare un racconto e che lui, Soames, sarebbe sopravvissuto soltanto come personaggio di questo racconto; quando Soames già guardava Beerbhom con orrore, riapparve il Diavolo e se lo portò via.
Per vari mesi Beerbhom si dedicò a fare quello che Enoch Soames gli aveva insinuato: pubblicò su quotidiani e riviste articoli sul caso Soames, pubblicò una foto (l'unica) di Soames, ottenne e pubblicò le testimonianze di varie persone che l'avevano visto o conosciuto, si dice che avesse cercato senza successo l'atto di nascita di Soames. Alla fine riuscì a provare che Soames era esistito, che il nome dell'autore di Negazioni e Fungoidi non era uno pseudonimo e che nel 1995 il signor T.K. Nupton non avrebbe rispettato la verità storica. 
Ciò nonostante, nessuno gli credette. Tutto il mondo letterario pensò che Max Beerbhom scherzava. I più maligni sospettarono che stava montando una farsa pubblicitaria a suo esclusivo vantaggio e a beneficio di qualche libro che stava per pubblicare e che si sarebbe intitolato Il caso di Mr. Enoch Soames o roba del genere. L'intromissione del Diavolo toglieva verosimiglianza alla storia di Soames. Per il resto, nessuno trovò, o nessuno cercò, nelle librerie qualche copia di Negazioni e Fungoidi
Nel 1908 apparve The Modern English Poetry Thesaurus di sir Edward Bridges e Soames non vi figura. Nel 1910 Ezra Pound pubblica il suo Spirit of Romance, dove parla ampiamente della poesia satanista, e Soames neppure vi figura. Nel 1913 Holbrook Jackson dà alle stampe un Saxon Literature Catalogue, minuzioso fino all'esasperazione, e Soames brilla per la sua assenza. Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale, tra i cui segreti propositi c'è quello di relegare nel discredito e nell'oblio tutto il passato. E nel 1919, appena terminata la guerra, Max Beerbhom può pubblicare un libro di racconti (sottolineo, racconti) intitolato Seven Man, dove intrufola la storia di Soames, adulterata e presentata falsamente come letteratura fantastica. 
Intravedo, in tutto ciò, un vasto complotto, una determinazione minuziosamente architettata e realizzata: evitare che Soames sappia, nel 1997, di essere stato un genio. E per aggiungere al danno il ludibrio, nel 1995 perdurerà soltanto la mistificazione di Beerbhom e il signor T.K. Nupton (senza colpa da parte sua, se guardiamo bene) sosterrà impunemente che Enoch Soames è un personaggio fittizio. 
Ma chi sarebbe capace di organizzare e portare a termine una simile congiura? Non certo la stupidità degli uomini, né la loro incredulità nell'esistenza del Diavolo. Neppure l'invidia dei letterati. Ci sono sempre stati dei geni ignorati in vita, ma nessuno è mai stato condannato ad un vasto imbroglio postumo che dura da quasi un secolo. Fa lo stesso che l'iniziativa sia sua o che obbedisca agli ordini dell'Altro.
L'unica cosa che importa è che Soames fu punito per aver venduto l'anima a causa di una mera vanità letteraria. La punizione, terribile, consiste nella sua metamorfosi, da uomo in carne ed ossa qual era, in un personaggio di finzione, nel protagonista di un racconto di Max Beerbhom. Nessuno potrà più riscattarlo da questa condanna. E il peggio è che nuovi Enoch Soames seguiteranno a vendere la loro anima allo stesso prezzo pattuito da Enoch Soames per la sua.
[Marco Denevi, Enoch Soames, da Falsificaciones, ora in Obras Completas, Corregidor, Buenos Aires, 1980]

(L'altro cielo. Racconti fantastici argentini. A cura di Lucio D'Arcangelo. Lucarini, 1989)




lunedì 24 novembre 2014

Sedici anni


Per Stella




One of these days
When you figure, figure it all out
Well be sure to let me know
Well I'll be waiting right here
Come and whisper in my ear what it is I want to know
One of these days, gonna get into it way on ever our heads
And you'll find there's no place to hide
But if you fight and if you fail, don't fall back into yourself
You can fall back on me
One of these days
When you figure it, figure it all out
Put your lips against my ear
Tell me it all
Or tell me just a little bit, you know
You know it's what I wanna hear
One of these days
When you figure it, figure it all out
Well be sure to let me know
Well I'll be waiting right here
Come and whisper in my ear what it is I wanna know
One of these days
When you figure, figure it all out
Put your lips against my ear
Tell me it all
Or tell me just a little bit, you know
You know it's what I wanna hear


martedì 11 novembre 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Genesi e catastrofe (storia vera)

"Tutto è normale," stava dicendo il dottore. "Basta che stia sdraiata e tranquilla." La sua voce si perdeva nello spazio, era come se parlasse a voce altissima. "Ha un figlio."
"Cosa?"
"Le è nato un bel bambino. Mi capisce? Un bel bambino. Non l'ha sentito gridare?"
"E' tutto a posto, dottore, sta bene?"
"E' sanissimo, naturalmente."
"Me lo faccia vedere."
"Lo vedrà fra un momento."
"E' proprio sicuro che stia bene?"
"Assolutamente."
"Piange ancora?"
"Ora cerchi di riposare. Non c'è assolutamente nulla di cui preoccuparsi."
"Perché ha smesso di piangere, dottore? Cos'è successo?"
"Non si agiti, per favore. Tutto è normale."
"Voglio vederlo. Me lo faccia vedere, per favore."
"Cara signora," disse il dottore, "lei ha avuto un bel bambino, sano e forte. Non mi crede?"
"Che cosa sta facendogli quella donna?"
"Lo sta preparando, lo sta mettendo in ordine per lei. Lo stiamo lavando, ecco tutto, e lei ci deve pur concedere un minuto di tempo."
"Mi giura che sta bene?"
"Glielo giuro. Ora rimanga sdraiata, su riposi. Chiuda gli occhi, su, chiuda gli occhi. Così va bene. Brava figliola..."
"Ho pregato e pregato perché viva, dottore."
"Ma certo che vivrà. Che diavolo dice!"
"Gli altri no, dottore."
"Che cosa?"
"Nessuno degli altri miei figli è vissuto, dottore."
Il medico rimase in piedi accanto al letto, osservando la faccia pallida e sfinita della giovane donna. Non l'aveva mai vista prima, era arrivata col marito da poco in quella città. La moglie dell'albergatore, che era salita per assistere la partoriente, gli aveva detto che il marito lavorava alla locale dogana di confine e che i due erano capitati lì improvvisamente, con un baule ed una valigia, circa tre mesi prima. Il marito era un ubriacone, aveva detto la locandiera, arrogante, prepotente, borioso, ma la giovane donna era gentile e pia. E molto triste; non sorrideva mai: da quando era lì, l'albergatrice non l'aveva vista sorridere neppure una volta. Si diceva anche che quello fosse il terzo matrimonio dell'uomo, che la prima moglie fosse morta e la seconda avesse divorziato per ragioni ignote. Ma erano solo voci.
Il dottore si chinò e sistemò meglio il lenzuolo sul petto della paziente. "Non si deve preoccupare, per nulla," disse con dolcezza. "Questo bambino è perfettamente normale."
"E' proprio quello che mi hanno detto anche per gli altri, eppure li ho perduti tutti, dottore. Negli ultimi diciotto mesi ho perso tutti e tre i miei bambini, non se la prenda se sono così ansiosa."
"Tre?"
"Questo è il mio quarto figlio... in quattro anni."
Il dottore si mise a stropicciare i piedi sul pavimento, a disagio.
"Lei non sa cosa significa, dottore, perderli tutti, tutti e tre, lentamente, separatamente, uno per uno. Continuo a vederli: vedo il sorriso di Gustav come se fosse qui nel letto, accanto a me. Gustav era un bellissimo bambino, dottore, ma era sempre malato. E' terribile: sono ammalati e non c'è niente da fare per aiutarli."
"Lo so."
La donna aprì gli occhi, guardò per un momento il medico e subito richiuse gli occhi.
"La piccola si chiamava Ida: è morta pochi giorni prima di Natale, quattro mesi fa. Mi piacerebbe tanto che lei avesse potuto vederla, dottore."
"Adesso ha un altro bambino."
"Ma Ida era così bella!"
"Sì," disse il dottore. "Lo so."
"Come può saperlo, lei?" gridò la donna.
"Sono sicuro che era una bella bambina, ma anche questo che è appena nato è bellissimo." Il dottore si allontanò dal letto, si avvicinò alla finestra e rimase lì, a guardare fuori. Era un pomeriggio piovoso e grigio, di aprile: al di là della strada si scorgevano i tetti rossi delle case e le grosse gocce di pioggia che s'infrangevano sui tegoli. 
"Ida aveva due anni, dottore, e... ed era così bella che non riuscivo mai a staccare gli occhi da lei, da quando la vestivo al mattino fino a quando non la vedevo al sicuro nel suo letto, alla sera. Vivevo nel terrore che le accadesse qualcosa. Gustav era morto, anche il mio piccolo Otto era morto, mi restava solo lei. A volte mi alzavo di notte, mi avvicinavo in punta di piedi alla culla e accostavo l'orecchio alla sua bocca per sentire se respirava ancora."
"Ora cerchi di riposare," disse il medico, ritornando accanto al letto. "Per favore, cerchi di riposare." Il volto della donna era bianco ed esangue e ai lati del naso e della bocca c'era una lieve sfumatura grigio-azzurra. Una ciocca di capelli umidi le era rimasta appiccicata alla pelle, sulla fronte.
"Quando morì... ero di nuovo incinta, dottore. Questo bambino era già di quattro mesi, quando Ida morì. 'Non lo voglio!' gridavo al funerale. 'Non lo voglio! Ne ho seppelliti abbastanza, di bambini!' E mio marito... mio marito passeggiava tra gli ospiti con un grande bicchiere di birra in mano... si girò di colpo e mi disse: 'Ho delle novità per te, Klara, delle belle notizie.' Capisce, dottore? Avevamo appena sepolto il nostro terzo bambino e lui era lì, con un bicchiere di birra in mano a dirmi che c'erano delle belle notizie. 'Oggi sono stato trasferito a Braunau,' disse, 'puoi metterti subito a fare le valigie. Questo sarà un nuovo inizio per te, Klara: un posto nuovo, avrai un nuovo dottore...'"
"Ora smetta di parlare, per piacere."
"Lei è il nuovo medico, non è vero, dottore?"
"Sì."
"E noi siamo a Braunau."
"Sì."
"Ho paura, dottore."
"Ma no, cerchi di cacciare via la paura."
"Quante probabilità ha di vivere, questo quarto bambino?"
"Certi pensieri bisogna che li cacci via."
"Non ci riesco. Sono sicura che c'è qualcosa di ereditario nei miei bambini ed è per questo che muoiono così. Deve esserci."
"Queste sono sciocchezze."
"Lei sa cosa mi disse mio marito quando nacque Otto, dottore? Entrò nella stanza, guardò nella culla dove Otto riposava e disse: 'Perché tutti i miei figli devono essere così piccoli e deboli?'"
"Ma no, sono sicuro che non può essersi espresso così."
"Cacciò la testa dentro la culla di Otto, come se stesse osservando un minuscolo insetto, e gridò: 'Dico soltanto che non capisco perché non possono essere degli esemplari migliori, ecco tutto.' Tre giorni dopo Otto era morto. Lo battezzammo alla svelta il terzo giorno, e alla sera morì. E poi morì Gustav, poi Ida. Morirono tutti, dottore... ed improvvisamente la casa rimase vuota."
"Non ci pensi, ora."
"E' molto piccolo, questo?"
"E' un bambino normale."
"Ma piccolo?"
"Sì, è forse un po' minuto, ma a volte quelli più piccoli sono più resistenti degli altri. Pensi un po', Frau Hitler, l'anno venturo, in questo periodo starà già imparando a camminare. Non è bello pensarlo?"
La donna non rispose.
"E fra due anni sarà probabilmente un terribile chiacchierone e vi farà impazzire coi suoi discorsi. Avete già deciso che nome dargli?"
"Un nome?"
"Sì."
"Non so, non sono sicura. Mi pare che mio marito abbia detto che, se fosse stato un maschio, l'avremmo chiamato Adolf."
"E allora vuol dire che si chiamerà Adolf."
"Sì. A mio marito piace il nome Adolf perché ha una certa assonanza con Alois. Mio marito si chiama Alois."
"Benissimo."
"Oh, no!" gridò improvvisamente la giovane donna, rizzandosi sul cuscino. "E' la stessa domanda che mi hanno fatto quando nacque Otto! Vuol dire che morirà! Battezzatelo subito!"
"Su, su," disse il dottore prendendola gentilmente per le spalle. "Lei si sbaglia, davvero, le assicuro che si sbaglia. E' soltanto perché sono curioso, mi diverto a discutere sui nomi; Adolf è un bellissimo nome, è uno dei nomi che preferisco. Guardi, eccolo che arriva!"
La moglie dell'albergatore, col bimbo sollevato sull'enorme petto, attraversò la stanza e si avvicinò al letto.
"Eccola qui la nostra bellezza!" esclamò raggiante. "Vuole tenerlo un momento, cara? Glielo metto qui accanto a lei?"
"E' ben coperto?" chiese il dottore. "Fa molto freddo, qua dentro."
"E' coperto benissimo."
Il bambino era strettamente fasciato in uno scialle bianco di lana e solo la piccola testa rosea era visibile. La locandiera lo posò gentilmente accanto alla madre. "Ecco qua, ora può guardarlo a piacimento."
"Le piacerà senz'altro," disse il dottore. "E' proprio un bel bambino."
"Ha delle mani bellissime!" esclamò la moglie dell'albergatore. "Le dita sono lunghe e molto delicate."
La madre non fece un gesto, non girò neppure il capo per guardarlo.
"Avanti!" gridò la locandiera. "Non morde mica!"
"Non oso guardare. Non posso credere di avere un altro figlio, e che sia sano."
"Ma su, non sia così sciocca."
Lentamente, la giovane girò la testa e guardò il visetto incredibilmente sereno posato sul cuscino accanto a lei.
"E' mio figlio?"
"Naturalmente."
"Oh... oh... ma è bellissimo!"
Il dottore si girò, s'avvicinò al tavolo ed incominciò a riporre i suoi ferri nella borsa. La madre giaceva nel letto guardando fissamente il bambino, sorridendo ed accarezzandolo con piccole grida soffocate di gioia. "Ciao, Adolf," sussurrava. "Benvenuto, mio piccolo Adolf..."
"Sssst!" disse la locandiera. "Ascolti! Credo che stia arrivando suo marito."
Il dottore andò alla porta, l'aprì e guardò nel corridoio.
"Herr Hitler!"
"Sì."
"Avanti, avanti!"
Un uomo piccolo, in uniforme grigio scuro, entrò piano nella stanza e si guardò in giro.
"Congratulazioni," disse il dottore. "E' un bel maschio."
L'uomo aveva un paio di enormi baffi meticolosamente arricciati alla maniera dell'Imperatore Francesco Giuseppe e puzzava fortemente di birra. "Un maschio?"
"Sì."
"E come sta?"
"Bene, e così sua moglie."
"Ottimamente." Il padre si girò e si diresse, con una curiosa andatura leggermente impettita, verso il letto dove giaceva la moglie. "Bene, Klara," disse, sorridendo attraverso i baffi. "Com'è andata?" Si chinò per dare un'occhiata al bambino. Poi si abbassò ancora; con una serie di piccoli scatti si portò sempre più in basso fino a trovarsi col viso quasi accanto alla testa del neonato. La moglie giaceva appoggiata su un fianco al cuscino, fissandolo con uno sguardo supplichevole.
"Ha un paio di polmoni formidabili," disse la moglie dell'albergatore. "Avreste dovuto sentire come gridava, appena venuto al mondo."
"Ma santo cielo, Klara..."
"Cosa c'è?"
"Questo è ancora più piccolo di Otto!"
Il dottore fece rapidamente due o tre passi in avanti. "Non c'è niente di anormale in questo bambino," disse.
Lentamente, il marito si sollevò, si allontanò dal letto e fissò il medico. Sembrava scosso e perplesso. "Non serve mentire, dottore," disse. "So cosa significa tutto questo: si ripeterà esattamente quello che è già avvenuto altre volte."
"Mi stia a sentire," disse il medico.
"Ma lei sa cosa è successo agli altri, dottore?"
"Dimentichi gli altri, Herr Hitler. Questo ha tutte le possibilità che vuole."
"Ma è così piccolo e gracile."
"Mio caro signore, è appena nato!"
"Anche così..."
"Ma cosa dice!" gridò la locandiera. "Volete scavargli la fossa prima del tempo?"
"Ora basta!" disse il dottore bruscamente.
La madre piangeva, forti singhiozzi la scuotevano tutta.
Il medico si avvicinò al marito, e gli mise una mano sulla spalla. "Sia gentile con lei," sussurrò. "Per piacere. E' molto importante." Poi gli premette ancor più forte sull'omero e, impercettibilmente, incominciò a spingerlo verso il letto. L'uomo esitava. Il dottore aumentò la pressione, costringendolo anche con una leggera stretta delle dita. Infine, ancora riluttante, il maritò si chinò e depose un leggero bacio sulla guancia della moglie.
"Va tutto bene, Klara," disse. "Non piangere."
"Ho tanto pregato perché possa vivere, Alois."
"Sì."
"Ogni giorno, per mesi, mi sono recata in chiesa ed ho implorato in ginocchio che almeno a questo fosse concesso di vivere."
"Sì, Klara, lo so."
"Tre bambini morti... non ne posso più, te ne rendi conto?"
"Naturalmente."
"Egli deve vivere, Alois. Egli deve, deve... Oh, Dio, sii misericordioso con lui ora..."

(Roald Dahl. Kiss Kiss. 11 racconti macabri (con humor). Feltrinelli, 1964)