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sabato 31 maggio 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Per la scienza

Il telaio era evidentemente il pezzo forte della mostra. Non il più prezioso, e neanche quello scientificamente più importante, ma quello che attirava di più l'attenzione dei visitatori certamente sì. Eppure, a prescindere dai pesi d'argilla che tenevano tesi i fili dell'ordito, che venivano dallo scavo, si trattava d'un manufatto chiaramente contemporaneo, com'era contemporaneo il tessuto impostato sulla metà superiore dell'apparecchio. Ma, insomma, non era necessario studiarsi la gigantografia del pannello laterale, la riproduzione d'un vaso attico a figure rosse che raffigurava un telaio praticamente identico, per capire che si trattava della ricostruzione fedele e istruttiva d'uno strumento antico. I presenti erano persone colte, che sapevano tutto della cultura materiale e di quanto fosse importante didatticamente mostrare come funzionavano gli strumenti di produzione antichi. E comunque, era ovvio che vedere un telaio identico a quelli usati dagli etruschi interessava di più di tutti i cocci graffiti delle altre sale.
La dottoressa V. aveva avuto un piccolo sussulto, varcando la porta, ma nessuno se n'era accorto. Adesso era pronta a spiegare. "Il materiale di questa sala", cominciò, rivolgendosi al piccolo gruppo d'estimatori raccolti attorno al telaio, "viene tutto dallo stesso edificio, quello che abbiamo chiamato "la casa del laboratorio". Che ci fosse un laboratorio di tessitura, in effetti, è evidente: il pavimento di uno dei locali era praticamente ricoperto di pesi ad anello, come questi. Le altre stanze dovevano servire da magazzino: vedete tutte quelle anfore nella vetrina là a destra..."
Gli amici volsero debitamente gli occhi a destra, ma era evidente che il loro cuore era ancora con il telaio. 
"Sono anfore per granaglie", proseguì sbrigativa la dottoressa V. "Contenevano, quando le abbiamo scavate, resti riconoscibili di fave... miglio... spelta... due tipi di frumento..." una brevissima, impercettibile, esitazione, "carbonizzati, certo." Aspettò il solito commento idiota sulla dieta degli etruschi, ma, per questa volta, non venne. Meglio così: poteva tornare tranquillamente al telaio. 
"I telaio, naturalmente, è una ricostruzione. Lo scavo ha restituito solo i pesi, e ha permesso d'individuare la base rialzata, sul pavimento. Ma è un modello diffuso nelle culture del bronzo e del ferro, in tutta l'area. Qui, vedete, abbiamo fatto un po' di scena: la lana viene da una vecchia matassa che avevo a casa. A tessere ha provveduto la Bianca", un cenno verso la sorella, un po' scostata dagli altri, e un po' imbarazzata. "Le navette... beh, ieri sera, a dieci ore dall'inaugurazione, ci siamo accorti che non c'erano. Per fortuna ci ha pensato Luigi." Anche Luigi, suo cognato, sembrava a disagio, mentre si levava il solito cicaleccio di lodi.
Ha provveduto la Bianca... Ci ha pensato Luigi... Non sapevano quanto. Ore e ore per tessere, e non solo quella striscia di stoffa grigiastra. Avevano provato a farle a maglia, le tuniche, ma non venivano bene. E l'argilla: tutti i su e giù in campagna per trovare l'argilla che s'erano fatti...
"L'edificio sorgeva sulla via principale dell'abitato. Dalle dimensioni, e dalla diversificazione delle attività economiche che ospitava, possiamo dedurre qualche informazione sull'abitato stesso. Era un centro cospicuo: il più importante a nord del fiume, direi. Non è chiaro se la popolazione fosse tutta riconducibile all'etnico etrusco o se fosse mista, con una qualche presenza di italici o celti..."
Un centro importante, abituato ai forestieri, in cui nessuno si sarebbe stupito a vedere delle facce nuove sulla via. Facce nuove, ma non esotiche, naturalmente, di tipo mediterraneo, dai lineamenti minuti. O anche qualche tipo celtico, qualche barba bionda, come quella... come quella di Luigi? Era stato un po' un azzardo, a pensarci bene. 
"Il nostro edificio, forse era un centro di produzione, il telaio, e di scambio. Nel complesso, il ritrovamento è stato notevole: non è comune trovare tanto materiale in situ. La distruzione improvvisa..."
"La distruzione improvvisa?" La domanda la riscosse dai suoi mezzi pensieri. S'era distratta: ora non poteva fare a meno di spiegare... e non ne aveva gran voglia.
"Sì. Un incendio. L'edificio è bruciato, tutto d'un colpo, ed è crollato su se stesso. I materiali sono stati conservati nelle macerie: il fuoco ha cotto l'argilla, naturalmente. Parecchi pezzi sono deformati dalle fiamme, come quelle anfore là..."
"Deformati dalle fiamme?" Il solito saputello. "Ma... deve essersi sviluppato un calore di più di settecentocinquanta gradi..."
"E' possibile!" Era possibile, certo. Un grande incendio si autoalimenta, finché c'è qualcosa da bruciare. E con una buona partenza...
"Chissà che fiammata!"
"La struttura era in legno, naturalmente. E il tetto di paglia. Gli incendi erano piuttosto frequenti..."
Sì, erano piuttosto frequenti, specialmente se qualcuno aveva motivo per appiccarli.
"... lo sappiamo anche dalle fonti. Un episodio drammatico, probabilmente."
Un episodio drammatico, poco ma sicuro. Una gran confusione, grida, animali in fuga, gente che accorreva, tentativi di spegnere le fiamme... una gran confusione, in quel crepuscolo illuminato dalla vampa del fuoco. Una confusione preziosa per i tre estranei , avvolti in rozze tuniche di lana grigia, che filavano a passo spedito verso i campi, fuori dall'abitato, dove li aspettava il loro accompagnatore...
Due minute figure femminili, che portavano a fatica un grande orcio d'argilla, che emanava uno strano odore penetrante (due schiave italiche, a prima vista), e un tipo di celta barbuto che di orci, invece, ne portava disinvoltamente due. Tutti e tre con l'aria di avere una gran fretta.
"D'altronde... Sappiamo che l'archeologia vive di catastrofi, piccole o grandi. I bronzi di Riace li abbiamo perché la nave che li portava ha fatto naufragio. Le tavolette in lineare B si sono salvate perché i palazzi di Cnosso e Pilo sono bruciati, nel corso dell'invasione dorica."
Sì, nel corso dell'invasione... o almeno così si diceva. Chissà se sir Arthur Evans, invece...
"Il nostro incendio è stato ben poca cosa, a paragone. E senza vittime: non abbiamo trovato ossa carbonizzate."
Vero. Ma non aveva bisogno di dirlo: non aveva bisogno di giustificarsi. Era andata bene, ma la scienza esige le sue vittime, a volte. In un modo o nell'altro.
"Nel complesso, la "casa del laboratorio" rappresenta un ritrovamento interessante, d'un certo peso. Ci illumina sulla vita economica e sulla tecnologia di quella comunità, sui suoi rapporti con l'esterno. I cereali, per esempio, non sono di produzione locale, non tutti, almeno: dobbiamo supporre dei traffici, un commercio. D'altronde, nel corredo delle tombe ci sono pezzi di vasellame attico, e quel delizioso aryballos rodio in pasta di vetro..."
Un piccolo incendio. Tanto, non le sarebbe servito a niente dar fuoco al palazzo di Cnosso: non aveva a che fare con i suoi scavi. Lei si occupava di insediamenti etruschi a nord del fiume. Ma da scavo si passa a scavo, da cosa nasce cosa. Era così facile, ora che sapeva il trucco, andare nel passato, con una sorella, un cognato, qualche orcio di benzina e una scatola di fiammiferi. Lui era sempre pronto ad accompagnare chiunque lo chiedesse, nella debita forma, impegnandosi a pagare il giusto prezzo. Nel passato gli incendi erano sempre possibili, no?
La visita proseguiva senza intoppi: erano ormai arrivati nella sala dei rilievi, l'ultima.
"Questo rilievo è un po' malridotto. Doveva raffigurare, crediamo, l'arrivo delle anime nell'Ade. Questa a destra, alata e con le mani adunche, è una figura diabolica."
Sì, una figura diabolica, ma quanto poco attendibile! Ben diversa da quella che era venuta a trovarla, mesi prima, per farle la proposta. L'aveva riconosciuta subito, con alta professionalità: non per niente Lui amava il passato, amava l'archeologia.
Mentre usciva dal palazzo, nello splendido pomeriggio settembrino, la dottoressa V. riviveva, pur senza averne esattamente desiderio, tutta la vicenda. Il suo assenso immediato, la breve consultazione con la Bianca e Luigi, la firma col sangue, i termini dell'impegno... Non era affatto turbata. Oltre ad avere una preparazione scientifica di prim'ordine, era una donna di salde convinzioni. Per la scienza, lo aveva ripetuto tante di quelle volte anche prima, per il bene dell'archeologia, sarebbe andata persino all'inferno.

(Carlo Oliva. Tra di noi. Storie di soprannaturale urbano. Baldini & Castoldi, 1992)






domenica 25 maggio 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: L'Uomo Dei Miracoli

Luther stava fissando il manifesto da tempo.
Non era sicuro per quanto fosse rimasto catturato dalle sue crude immagini e dai caratteri pieni delle parole, ma sembravano passati pochi attimi da quando si era trovato con quindici minuti da trascorrere prima dell'appuntamento con Hawthorne e ora era in ritardo.
Hawthorne era il socio delle piccole malefatte di Luther, e sebbene non si fidassero uno dell'altro, i due anziani ladruncoli avevano ricavato buoni frutti dall'attività in comune nelle città in frenetica espansione del mid-west americano. Hadonville, il loro attuale rifugio, era stata scelta da Luther perché era una fermata della nuova ferrovia che univa la Costa Orientale a quella Occidentale e prometteva buoni affari per i borseggiatori. Mentre percorreva la Main Street nel suo cervello ronzavano innumerevoli piani che avrebbero sicuramente allontanato i pionieri dai loro risparmi e questo rendeva ancor più strano che la sua attenzione fosse stata attirata dal manifesto del guaritore. All'inizio lo aveva incuriosito il fascino perverso delle sue ridicole pretese ma poi l'occhio di Luther aveva vagato soffermandosi su di un rozzo disegno raffigurante un'apparentemente infinita fila di oppressi, doni alla mano. Ognuno ansioso di separarsi dai suoi dollari e cents in cambio di un tocco della mano dell'Uomo Dei Miracoli.
L'Uomo Dei Miracoli! sogghignò, affrettandosi sulla Main Street verso il bordello. Come gli sarebbe piaciuto sgonfiare l'ego di quell'uomo o meglio ancora godere della crudele ironia di posare le sue mani callose sulla salvezza materiale del guaritore - la sua collezione di doni. Luther ricordava come aveva odiato i pii ottusi paesani che si bevevano i sermoni del suo patrigno, in Virginia, e come aveva tremato di rabbia mentre il fratellastro si comprava l'affetto del padre mandando  a memoria interi passaggi delle scritture. E quanto gli piaceva ora prendersi gioco delle sette autocompiacenti che si formavano in quella parte del nuovo mondo. 
Per tutta la sera, sebbene cercasse di prestare attenzione ai nuovi piani del suo socio, l'enorme montagna d'oro dell'Uomo Dei Miracoli occupò il suo pensiero.
Più tardi, incapace di prendere sonno, uscì nella sognante immobilità delle strade della cittadina. Finalmente si trovò, non seppe se per caso o deliberatamente, ai bordi del campo di Hewson, alla periferia della città, un luogo prescelto dalle giostre di passaggio e dai senatori in campagna elettorale. Ora era occupata da un'enorme tendone a strisce e da una piccola carrozza. 
Un'ombra attraversò la finestra della carrozza e Luther schizzò dietro a un barile dell'acqua. Un attimo dopo la porta della carrozza si aprì e ne uscì una figura smilza e contorta, che si avviò verso un cavallo legato lì vicino. Riuscì appena a distinguerne il volto alla luce pallida e dondolante della lampada. Era un viso smunto i cui lineamenti giovanili erano stati distrutti dalla sofferenza. Mentre osservava la povera creatura arrancare verso il cavallo, pronunciando parole di conforto con una voce pateticamente tremolante, Luther maledisse i suoi nervi. Dopo aver calmato l'animale il triste personaggio ritornò verso la carrozza e i due uomini si trovarono faccia a faccia. "Immagino che sia venuto per incontrare l'Uomo Dei Miracoli" disse lo zoppo dopo un momento. "Beh... sì" balbettò Luther preso alla sprovvista. "Entra, entra allora", lo invitò l'altro.
Dall'interno la carrozza sembrava ancora più piccola che vista da fuori, sicuramente a causa della quantità di cianfrusaglie ammassate contro le pareti. C'era comunque poco che avesse la funzione di mobilia, solo due poltrone con sbiaditi disegni floreali e un piccolo tavolo. Un'arrugginita stufa da campeggio stava solitaria sul tavolo mandando un debole calore che combatteva gli spifferi che penetravano dalla porta scardinata. Era una battaglia persa, che serviva solo a proiettare ombre selvagge attorno alle pareti. Ma quello che più innervosì Luther fu la collezione di oggetti religiosi di quell'uomo. C'erano croci finemente lavorate o rozzamente abbozzate. Alcune erano di legno, altre d'oro. Icone di tutte le fatture affollavano le bacheche agli angoli e statue di santi brillavano benignamente dagli scaffali sistemati su tre lati. Luther si sentì intrappolato. Il suo disagio era aumentato dai movimenti ripugnanti dello storpio, e la sua voce non poté nascondere il disgusto quando chiese: "Dov'è il tuo padrone?". "Egli è qui, e tutt'intorno a noi" rispose quell'altro.
"Intendo l'Uomo Dei Miracoli" sbottò Luther impaziente.
"Potrai vederlo subito". Il tono condiscendente urtò i nervi di Luther come una zanzara. Quando lo storpio si allontanò per posare la lampada, Luther lo colpì alla nuca con una delle statue sacre. A cavalcioni della figura gemente Luther impugnò il sacro oggetto come un randello. "Dov'è la roba di valore?" chiese.
"In... in quella scatola" gemette lo sciagurato. Luther scavalcò il corpo e tolse una semplice scatola di legno da sotto una pila di libri.
In un attimo ne fece saltare il coperchio e ne fissò incredulo il contenuto. Non c'erano dollari né spiccioli, solo un paio di vecchi guanti di cotone, ricamati con simboli curiosi e una grossa palla di vetro opaco che si sarebbe adattata perfettamente ai palmi delle sue mani se solo avesse voluto provare.
"Dimmi dove tieni il denaro" chiese ancora Luther ma lo storpio, combattendo l'incoscienza negò ce ne fosse. Dopo una breve e violenta ricerca Luther si convinse. Esausto si lasciò andare su una delle poltrone e rigirando senza sosta i guanti nelle sue goffe mani meditò sul significato dei simboli. Uno rappresentava un occhio all'interno di un cerchio e l'altro un occhio al centro di un sole splendente. Luther era così concentrato che non vide lo storpio alzarsi e gettarglisi contro. "Non ne caverai niente di buono" protestò lo storpio, strappando i guanti dalla presa di Luther. "Non hai la fede per usarli". Nella lotta che seguì la palla di vetro cadde sul pavimento e si spezzò in migliaia di frammenti. Nel vederlo lo storpio si distrasse e Luther fu in grado di centrarlo con un colpo alla testa che chiuse la questione. Luther avvicinò la faccia insanguinata alla sua afferrandolo per un colletto sudicio ma tutto quello che riuscì a sentire fu "Non hai la fede per usarli" poi silenzio. Luther lasciò la presa e la faccia contorta ritornò a sprofondare nell'ombra. 
Infilarsi i guanti richiese tutto il suo sforzo cosciente. Non era per paura delle conseguenze, perché che paura potevano fare dei guanti a uno come lui. No, era il fatto che quei guanti appartenevano a quell'impostore, all'Uomo Dei Miracoli. 
Inizialmente non sentì niente, niente di niente. Poi lentamente si rese conto di un formicolio ai polpastrelli. La polpa carnosa sotto le unghie divenne calda poi bruciante. Il calore si sparse versò l'esterno e pulsò nel cavo del palmo delle mani. Sentì che se avesse potuto toccare la palla di vetro allora avrebbe potuto trasferire il calore, ma ormai era troppo tardi per questo. Istintivamente si inginocchiò vicino alla figura a terra e girò l'uomo a faccia in su. Mentre lo faceva sentì il calore passare dalle sue mani al corpo spezzato. Quindi le sue mani diventarono fredde, molto fredde, ghiacciate e i polpastrelli persero ogni sensibilità. Nello stesso istante si rese conto di un cambiamento del corpo sul pavimento. Le gambe si erano raddrizzate e un braccio prima rattrappito si era ingrossato fino a una dimensione normale. Luther giurò di aver sentito lo scricchiolio delle ossa secche che andavano riempiendosi di fluido. Raccolse la lampada ancora accesa e la tenne sopra il corpo. Erano spariti i lineamenti nodosi e al loro posto c'era la faccia del manifesto - la faccia dell'Uomo Dei Miracoli. Mentre cresceva in lui il terrore più completo, la mente traballante di Luther sentì il vuoto delle sue dita incominciare a strisciare verso il resto del corpo. E insieme udì il terrificante scricchiolio delle sue ossa sane che si spezzavano. Ora conosceva il segreto dell'Uomo Dei Miracoli.
L'Uomo Dei Miracoli non emise alcun suono. L'unico suono udibile nella calma pulsante era quello dell'urlo intrappolato nella gola contratta di un uomo senza fede.

(Paul Roland: The Haunted Pages. A cura di Carlo Albertoli. Stampa Alternativa, 1989)




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