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martedì 17 novembre 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Bal Macabre

Lord Hopeless mi invitò ad unirmi agli altri che erano seduti al suo tavolo, e mi presentò alcuni di quei signori.
Era passata da molto la mezzanotte, e ho dimenticato la maggior parte dei loro nomi.
Il dottor Zitterbein l'avevo già conosciuto.
"Sta sempre seduto da solo. E' un vero peccato" disse, stringendomi la mano. "Perché se ne sta sempre da solo?"
So che non avevamo bevuto molto. Ciò nonostante, eravamo sotto l'incantesimo di quella delicata e impalpabile ebrezza che dà l'impressione che alcune parole vengano da lontano, uno stato d'animo tipico di quelle ore tarde, quando siamo cullati dal fumo delle sigarette, dalle risate delle donne e da musica scadente.
Strano che da una simile atmosfera da night club, col suo miscuglio di musica zingaresca, cakewalk e champagne nascesse una discussione sulle cose soprannaturali! Lord Hopeless stava raccontando una storia.
Di uomini e donne che si supponeva fossero realmente esistiti - o meglio di cadaveri, o apparenti cadaveri - che appartenevano alla migliore società e che, secondo la testimonianza dei viventi, erano morti da molto tempo, e avevano perfino lapidi e tombe con i loro nomi e le date della loro morte, ma che in realtà giacevano da qualche parte in città, dentro un vecchio palazzo, in uno stato di ininterrotta catalessi, inanimati, ma protetti dalla decomposizione e ben sistemati in una serie di cassetti. Si diceva che se occupasse un domestico gobbo con le scarpe con la fibbia e la parrucca incipriata, soprannominato Spotted Aron. In certe notti le loro labbra emanavano una debole fosforescenza, un segnale per il gobbo che era ora di fare una misteriosa manipolazione sulle vertebre cervicali delle persone affidate alle sue cure. Così disse.
Le loro anime potevano allora vagare senza intralci, temporaneamente libere dai loro corpi, e indulgere ai vizi della città, con un'avidità e un'intensità che superavano l'immaginazione del più audace libertino.
Fra le altre cose, sapevano come attaccarsi, a mo' di vampiri, a quei reprobi viventi che passano barcollando di vizio in vizio... succhiando, rubando, arricchendosi di strane sensazioni a spese delle masse viventi. Questo club, che fra l'altro aveva il curioso nome di Amanita, possedeva anche statuti, regolamenti e severe condizioni concernenti l'ammissione di nuovi membri. Ma questi erano circondati da un impenetrabile velo di segretezza.

Non riuscii a capire le ultime parole di Lord Hopeless, a causa del fragoroso baccano dei musicisti e dei cantanti, che ammannivano una moderna canzone di successo:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

Le grottesche contorsioni di una coppia di mulatti, che accompagnava la musica con una sorta di cancan negro, accentuavano, come la canzone, lo spiacevole effetto che quella storia aveva avuto su di me.
In quel night club, fra prostitute truccate, camerieri provetti e magnaccia tempestati di diamanti, l'intera impressione mi parve che diventasse piuttosto frammentaria, storpiata, finché non restò nella mia mente solo come un'immagine raccapricciante, distorta e quasi irreale.
Come se all'improvviso, in momenti di disattenzione, il tempo si affretta con passi spediti e silenziosi, e le ore si riducono nella cenere di pochi secondi per uno che è ebbro... secondi che volano via dall'anima come scintille, per illuminare una ripugnante ragnatela di sogni curiosi e audaci, intessuti in una confusa mescolanza di passato e futuro.
Così, nel mio vago ricordo, mi pare ancora di sentire una voce che disse: "Dovremmo mandare un messaggio al Club Amanita".
A giudicare da questo, pare che la nostra conversazione vertesse ripetutamente sullo stesso tema. Fra un discorso e l'altro mi pare di ricordare frammenti di brevi osservazioni, un bicchiere di champagne che si era rotto, un fischio... e poi, che una cocotte francese mi si era seduta in grembo, mi aveva baciato, aveva soffiato il fumo della sigaretta nella mia bocca e infilato la sua lingua appuntita nel mio orecchio. Più tardi, una cartolina piena di firme venne sospinta verso di me, con la richiesta che anch'io vi mettessi il mio nome... la matita mi cadde di mano... e poi non riuscii di nuovo, perché una ragazzotta mi aveva versato un bicchiere di champagne sui polsini.
Mi ricordo distintamente che tutti noi divenimmo improvvisamente sobri; cercammo nelle nostre tasche, sopra e sotto il tavolo e sulle sedie la cartolina, che Lord Hopeless voleva riavere a tutti i costi, ma era svanita, e non si vide più...

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore.

I violini ripetevano con suono stridulo il ritornello, sommergendo di nuovo la nostra coscienza nel buio. Se si chiudevano gli occhi, sembrava di star sdraiati su un tappeto nero morbido e vellutato, su cui spiccavano fiammeggianti alcuni fiori rossi come rubini.
"Voglio qualcosa da mangiare" sentii che qualcuno diceva. "Cosa? Cosa? Caviale?... Sciocchezze! Mi porti... mi porti... be'... mi porti dei funghi conservati."
E tutti noi mangiammo quei funghi aspri, che nuotavano in un liquido chiaro e viscoso, aromatizzato.

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

Improvvisamente un acrobata dallo strano aspetto, che indossava una calzamaglia troppo grande che gli ondeggiava terribilmente addosso, si sedette al nostro tavolo, e alla sua destra era seduto un gobbo mascherato, con una parrucca color canapa. Vicino a lui c'era una donna; e tutti ridevano.
Come diavolo era arrivato lì... con quelli? Mi guardai attorno: la sala era vuota; c'eravamo solo noi. Oh, be', pensai... non importa...
Il tavolo a cui eravamo seduti era molto lungo, e la maggior parte della tovaglia splendeva, bianca come un lenzuolo... senza piatti né bicchieri.
"Monsieur Phalloides, vorrebbe ballare per noi, per favore?" disse uno dei signori, dando un colpetto sulla spalla dell'acrobata.
Dovevano conoscersi bene - mi passò per la testa in una specie di sogno - molto probabilmente è seduto qui già da molto tempo, quel... quella calzamaglia.
Poi guardai il gobbo vicino a lui, e i nostri occhi s'incontrarono. Portava una maschera lucente di lacca bianca e una giacca verdastra, sbiadita, assai malconcia e piena di pezze mal cucite. Raccattata per strada! Quando rideva, era un miscuglio fra un ansito e un rantolo.
"Crotalus... Crotalus Horridus." Mi attraversò la mente quella frase che dovevo aver sentito o letto da qualche parte; non riuscivo a ricordarne il significato, ma comunque rabbrividii, sussurrandola piano.
E poi sentii le dita di quella ragazzotta che mi toccavano le ginocchia sotto il tavolo.
"Mi chiamo Albina Veratrina" mi sussurrò esitante, come se mi stesse confidando un segreto, mentre io le prendevo la mano.
Si avvicinò molto a me; e ricordavo vagamente che una volta aveva versato un bicchiere di champagne sui miei polsini. I suoi vestiti emanavano un odore pungente; quando si muoveva, veniva quasi da starnutire.
"Si chiama Germer, naturalmente... Miss Germer, sa" disse il dottor Zitterbein ad alta voce.
A quel punto l'acrobata scoppiò in una breve risata, la guardò e scrollò le spalle, come se si sentisse in dovere di scusare il suo comportamento.
Mi dava la nausea. Aveva delle strane cicatrici sul collo, larghe come una mano, ma tutto attorno e di un colore pallido, che facevano pensare a un collare... come il collo di un fagiano. E la sua calzamaglia pendeva molle su di lui dal collo ai piedi, perché era stretto di torace e magro. Aveva un copricapo piatto e verdastro a pois bianchi, con dei bottoni. Si era alzato e stava ballando con una ragazza con una collana di bacche macchiettate.
"Sono venute qui altre donne?" chiesi a Lord Hopeless con gli occhi.
"E' solo Ignatia... mia sorella" disse Albina Veratrina, e mentre pronunciava la parola "sorella" mi strizzò l'occhio e rise istericamente.
Improvvisamente mi mostrò la lingua, e notai che nel mezzo c'era una lunga striscia rossastra, secca; ero inorridito. E' come un sintomo di avvelenamento, pensai. perché ha quella striscia rossastra? E' come un sintomo di avvelenamento! E di nuovo udii la musica che veniva da lontano:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,

e, pur tenendo gli occhi chiusi, sapevo che tutti scuotevano il capo a quel ritmo indiavolato...
E' come un sintomo di avvelenamento, sognai... e mi svegliai con un brivido.
Il gobbo, nella sua giacca verde maculata, aveva in grembo una ragazzotta e le strappava gli abiti di dosso in una sorta di ballo di san Vito, apparentemente al ritmo di una musica che non si udiva.
Il dottor Zitterbein si alzò, e le sbottonò le spalline.

"Fra un secondo e l'altro c'è un breve intervallo, che non appartiene al tempo, ma solo all'immaginazione. Come le maglie di una rete" sentii che il gobbo declamava in tono subdolo "sono questi intervalli. Si possono sommare, ma il risultato non è ancora il tempo reale, eppure ci pensiamo... una volta, due volte, una volta ancora, e una quarta volta...
"E se viviamo solo entro questi limiti e dimentichiamo i minuti e i secondi reali, per non più ricordarli... ebbene, allora siamo morti, allora viviamo solo nella morte.
"Si vive, diciamo, cinquant'anni. Di questi la scuola ne porta via dieci: ne restano quaranta.
"E il sonno ne ruba venti: ne restano venti.
"E dieci sono pieni di preoccupazioni: ne rimangono dieci.
"Di questi, nove anni si passano nella paura del domani; così si vive solo un anno... forse!
"Perché piuttosto non morire?
"La morte è bella.
"Lì c'è il riposo, l'eterno riposo.
"E nessuna preoccupazione per il domani.
"Lì c'è l'eterno, silenzioso presente, che non si conosce; non c'è prima né dopo.
"Lì c'è il silenzioso presente, che non si conosce! Queste sono le maglie nascoste fra un secondo e l'altro nella rete del tempo."

Le parole del gobbo risonavano ancora nel mio cuore. Alzai lo sguardo e vidi che la blusa scollata della ragazzotta era caduta fino alla vita, e che stava seduta sul suo grembo, nuda. Non aveva né seni né corpo... solo una nebulosa fosforescente, dal collo ai fianchi. Il gobbo toccava quella nebulosa con le dita e ne traeva dei suoni come quelli delle corde di una viola da gamba, e da quel corpo spettrale cadevano sul pavimento con gran rumore pezzi di scorie. Così è la morte, pensai, come una melma di residui.
Lentamente il centro di quella tovaglia bianca si sollevò come un'immensa bolla... un vento gelido spazzò la stanza e fece volar via la nebulosa. Apparvero corde d'arpa scintillanti, che andavano dal collo della ragazzotta fino ai fianchi. Una creatura mezza donna e mezza arpa!
Con quella il gobbo suonò, così sognai, una canzone di morte e di lussuria, che terminava con uno strano inno:

Ogni gioia deve divenire sofferenza;
nessun piacere terreno può durare!
chi desidera la gioia, chi sceglie la gioia,
raccoglierà il dolore che porta:
chi giammai brama o aspetta la gioia, 
mai ha bramato la fine del dolore.

Un inesplicabile desiderio di morte mi assalì, e desiderai morire.
Ma in cuor mio, la vita diede battaglia... l'istinto di conservazione. E la morte e la vita si schierarono minacciosamente l'una contro l'altra; questa è la catalessi.
I miei occhi erano sgranati, immobili. L'acrobata si chinò su di me, e notai la sua calzamaglia spiegazzata, il copricapo verdastro e il collare.
"Catalessi" volevo farfugliare, ma non riuscii ad aprire la bocca.
Mentre andava dall'uno all'altro e sbirciava le loro facce con un sogghigno interrogativo, sapevo che eravamo paralizzati: era come un fungo velenoso! Abbiamo mangiato funghi velenosi, cotti con veratrum album, l'erba chiamata Germer bianca.
Ma quello è solo un fantasma della notte, una chimera! Volevo gridarlo forte, ma non potevo. Volevo voltare la testa, ma non potevo.
Il gobbo con la maschera bianca laccata si alzò silenziosamente, e gli altri lo seguirono e si disposero in coppie, altrettanto silenziosamente.
L'acrobata con la tromba francese, il gobbo con l'arpa umana. Ignatia con Albina Veratrina... così penetrarono nella parete al passo saltellante di un cakewalk.
Solo una volta Albina Veratrina si voltò a guardarmi, accompagnando quello sguardo con un gesto osceno.
Volevo distogliere gli occhi o chiudere le palpebre, ma non potevo. Ero costretto a fissare sempre l'orologio a muro e le sue lancette che strisciavano sul quadrante come dita furtive.
E negli orecchi risonava sempre quel ritornello ossessivo:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

e come un basso ostinato veniva dagli abissi:

Ogni gioia deve divenire sofferenza:
chi giammai brama o aspetta la gioia,
mai ha bramato la fine del dolore.

Guarii da quell'avvelenamento dopo molto, molto tempo; ma gli altri sono stati tutti sepolti.
Era troppo tardi per salvarli - così mi è stato detto - quando arrivarono i soccorsi.
Ma sospetto che non fossero realmente morti quando vennero sepolti. Anche se il dottore mi dice che la catalessi non può derivare dall'aver mangiato funghi velenosi, e che i sintomi avrebbero dovuto essere differenti, sospetto che non fossero morti, e con un brivido penso al Club Amanita e al suo strano guardiano gobbo, Spotted Aron, con la sua maschera bianca.




Nel primo quarto di questo secolo i cineasti tedeschi si occuparono di film di fantasia, e anzi furono loro che in realtà cominciarono a sviluppare quello che oggi è noto come cinema dell'orrore. Una delle prime e più famose di queste fantasie pionieristiche fu Il Golem, fatto nel 1915, e poi rifatto ancora nel 1917 e nel 1920. Tutti e tre questi film erano interpretati dal gigantesco attore tedesco Paul Wegener, nella parte dell'uomo-mostro d'argilla dall'andatura terrificante. Il film era tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Gustav Meyrink (1868-1932), che dapprima fu pubblicato a puntate nel 1913-1914, e poi raccolto in libro nel 1915. Il libro e il film resero famosi in tutto il mondo sia Meyrink che Paul Wegener. L'autore in effetti aveva sentito parlare della secolare leggenda del Golem - il corpo senz'anima - quando viveva a Praga, e si convinse - per usare le sue stesse parole - che "qualcosa che non può morire incombe sulla città ed è in qualche modo connesso con la leggenda del Golem". Da questo spunto affascinante fu tratta la sua storia meravigliosa, e col passar del tempo il romanzo di Meyrink divenne famoso come il racconto di Mary Shelley su un'altra creatura fatta dall'uomo, "Frankenstein". Meyrink era molto attratto dal lato oscuro della natura umana, e le sue schiette opinioni fecero sì che i suoi libri fossero messi all'indice in Germania durante la prima guerra mondiale. Un'altra sua opera trasformata in film fu Il Museo delle Cere (1924), che includeva una straordinaria sequenza tratta da un racconto intitolato Bal Macabre, che Meyrink aveva scritto nel 1904. Viene ristampato in questa raccolta per la prima volta dopo più di mezzo secolo. [Sean Richard]

(Elephant Man e altri mostri. A cura di Sean Richard. Mondadori, 1991)







lunedì 26 ottobre 2015

Magia nel sonno profondo

Non siamo soliti dedicare particolare attenzione ad avvenimenti che si ripetono dovunque e tutti i giorni: per lo meno, non li consideriamo meritevoli di una ricerca approfondita.
Tutti gli esseri viventi dormono; lo fanno persino le piante quando arriva il momento. Magari, neppure il fatto che le pietre non russino, ci autorizza a ritenere che non dormano.
La considerazione che sin dalla nascita alterniamo di continuo veglia e sonno, non permette che in noi sorga un sentimento di meraviglia, allorché impariamo ad avvederci che, spesso senza un motivo in apparenza sufficiente, perdiamo in pochissimi minuti conoscenza e la riprendiamo al risveglio altrettanto rapidamente. E' molto raro che il tale o il talaltro un bel momento si chieda: cosa mi accade esattamente durante il sonno profondo?
La questione non è risolvibile di primo acchito e così si lascia la risposta al... medico! La si potrebbe lasciare altrettanto bene ad un avvocato. Chi non indaga di persona in questo campo o in campi simili, non conquisterà mai la conoscenza; al massimo arricchirà, nel corso del tempo, il suo patrimonio linguistico di quella terminologia greca che caratterizza le scienze psicologiche e fisiologiche.
Si riderebbe in faccia a chi affermasse che, nel regno del sonno profondo, son sopite le cause prime da cui provengono quelle azioni che portiamo a compimento durante la veglia. L'erudito obietterà: se così fosse, coloro che non dormono da lungo tempo - e sono noti i casi di persone che non hanno dormito per anni! - piomberebbero nell'abulia più totale.
Una tale confutazione è corretta solo in apparenza; chi vi rifletta con attenzione, sarà in grado da solo di comprendere perché essa non può reggere. Anzitutto, se un essere umano è in grado di dimostrare inconfutabilmente di non aver mai dormito nel corso della propria vita, si dovrebbe sottoscrivere la convinzione corrente che il sonno sia semplicemente un riposarsi e null'altro! Esistono, al contrario, innumerevoli indagini - riproposte in ogni epoca - che dimostrano come, almeno in certe condizioni, durante il sonno si conseguano risultati superiori, addirittura sul piano della pura razionalità, di quanto si sia in grado di fare durante la limpida coscienza di veglia.
Per far qui un esempio a tutti ben noto: uno studente - credo che più tardi divenne una personalità molto in vista - si alzò, una notte, in stato di sonnambulismo e risolse un compito di matematica che aveva lasciato sul suo tavolo la sera prima. Lo fece in modo così perfetto che gli sarebbe stato impossibile durante la veglia, viste le scarse cognizioni che possedeva sulla materia. Alzatosi, il mattino seguente, ritenne che qualcun altro avesse portato a termine il lavoro; lo riconobbe come di sua mano solo dalla calligrafia: a tal punto aveva del tutto dimenticato ciò che aveva fatto fisicamente durante il sonno. 
La convinzione corrente che il sonno abbia, come scopo esclusivo, il superamento della stanchezza corporea, è totalmente falsa.
I sonnambuli si svegliano - come mi sono potuto convincere ripetutamente, persino dopo faticosissimi vagabondaggi notturni di parecchie ore - altrettanto freschi dell'uomo più sano del mondo, se non addirittura molto più riposati.
Il vecchio adagio che dice: "quando l'uomo terreno chiude gli occhi, li apre quello spirituale", oltre al noto consiglio espresso dal proverbio: "dormici sopra prima di decidere", ed a molte altre sentenze, indicazioni e cenni pratici, mi hanno, già dalla prima giovinezza, rafforzato nella vaga convinzione che vi possano essere sorgenti di forza e sapere magici talmente lontani dalla nostra coscienza di veglia da costringerci ad immergerci profondamente nei recessi del sonno, se vogliamo accostarci ad esse. 
Il perno è nel sonno profondo: lì è il punto d'appoggio dell'universo, sul quale può essere poggiata la leva di Archimede per far uscire le stelle dalle loro orbite. Questo è però uno dei compiti più difficili che ci si trova dinanzi, sul sentiero dell'autodominio. Sono necessari, per raggiungerlo, determinati ausili di pensiero. Su dieci esperimenti ne son falliti, per quanto mi riguarda, nove buoni. 
Voglio qui descrivere due casi in cui gli esperimenti ebbero successo.
Una sera - si era nel 1895 a Praga, mi coricai con il proposito di recarmi "spiritualmente" durante il sonno (o di trasferirmici) nell'appartamento, a me sconosciuto, di un mio amico, il pittore Arthur von Rimay, che allora frequentavo molto e che, come me, era particolarmente nel campo dei problemi metafisici. Volevo, così mi ripromisi, far risuonare a distanza nella sua camera alcuni colpi di bastone.
A tal scopo - o, più precisamente, per poter meglio immergermi nell'autosuggestione che mi ero riproposto - mi misi a letto, tenendo un bastone da passeggio stretto in mano e sforzandomi, al tempo stesso, di addormentarmi.
Avevo la sensazione di dover calmare il battito cardiaco, se volevo trattenere un pensiero.
Questo lo si può ottenere facilmente, grazie alla via traversa della regolazione del respiro e del sentimento.
Grazie ad un "caso" mi riuscì di addormentarmi di colpo. Seguì un sonno breve, profondo, completamente privo di sogni, simile alla catalessi. Un senso di terrore quasi folle mi assalì d'un tratto e mi risvegliò dopo circa dieci minuti. Ero in un bagno di sudore freddo ed il cuore martellava in modo talmente forte da darmi il soffocamento. Al tempo stesso, ebbi la singolare certezza interiore che l'esperimento fosse riuscito.
Guardai l'orologio e annotai l'ora. Mi sforzai dunque per ore di frugare nella memoria, alla ricerca di qualche ricordo che mi potesse dare un chiarimento su come avessi agito a distanza: tutto era immerso in un'oscurità impenetrabile: "Quindi ho trovato il perno!", dissi a me stesso. Ero talmente curioso da no riuscire ad attendere che si facesse giorno.
Verso le dieci di mattina mi recai, come al solito, dal mio amico. Stavo in agguato, attendevo che mi comunicasse qualcosa, Invano: parlava di tutto, tranne che di eventi notturni di qualsiasi genere. Dopo un po' gli chiesi titubante: "Non hai per caso sognato qualcosa di strano, stanotte, o...?".
"Allora eri tu!" m'interruppe il mio amico. Lo lasciai raccontare, senza pronunziare una sola parola. Mi disse: "Stanotte, poco dopo l'una (e l'ora era quella che risultava anche a me), mi sono improvvisamente svegliato, spaventato da un forte rumore proveniente dalla camera vicina; era come se qualcuno stesse battendo sul tavolo con un bastone a intervalli regolari. Quando il rumore divenne più forte saltai dal letto, corsi nella camera accanto e accesi la luce.
"Si era appena fatto chiaro che anche il rumore prese tosto un timbro diverso; era ancora molto forte, ma aveva un tono come di distanza, quasi un'eco. I colpi provenivano dal grande tavolo che si trovava nel centro della stanza. Non si notava nulla di strano. Alcuni minuti più tardi sono arrivate mia madre e la vecchia governante, in un comprensibile stato di angoscia. Erano state anche loro destate dal rumore e credevano che ci fossero i ladri in casa. Dopo un po', il rumore si fece sempre più debole, sino a che tacque del tutto. Scuotendo il capo ci rimettemmo infine a dormire".
Così il racconto del mio amico Arthur von Rimay, che oggi vive a Vienna e può confermare in qualsiasi momento che quanto scrivo è la pura verità.
"Ma perché non mi hai raccontato tutto questo subito, da solo? Perché hai aspettato che ne parlassi io, per quanto solo per vaghi accenni? E' abbastanza strano, no?" domandai.
"Riesco a spiegarmi la cosa, a questo punto, soltanto in un modo", fu la risposta esitante. "E cioè che la profonda impressione che mi aveva provocato il fatto, si sia stranamente dileguata nel corso delle ore di sonno che l'hanno seguito; direi quasi di avere l'impressione di aver soltanto sognato (adesso sento la cosa così distante da me)  se non ne avessi parlato, appena un paio d'ore fa, a colazione con mia madre. Di' un po', hai veramente fatto risuonare i colpi di bastone a distanza grazie ad un'azione della volontà?"
Per dimostrarlo gli mostrai un biglietto sul quale avevo annotato, durante la notte, in brevi frasi, quanto avevo in animo di tentare.
Per quanto singolare fosse il fatto in sé, mi sembra ancor più significativa la circostanza concomitante che la cosa era rimasta impressa nella memoria del mio amico in maniera completamente diversa da come avviene per i fatti della vita di tutti i giorni. A rigore, si dovrebbe ritenere che essa, proprio grazie alla sua straordinarietà, sarebbe dovuta rimanere invece ben più profondamente impressa nel ricordo!Più tardi potei constatare che in casi simili, ed in particolare nelle sedute spiritiche e medianiche, gli avvenimenti magici sono poco ancorati nella memoria o mostrano la tendenza a dileguarsi rapidamente.
Alcuni anni più tardi mi ammalai gravemente. Mi stavo spostando, una volta, col treno, dal santuario Lahmann, vicino Dresda, verso Praga. Si era nei pressi di Pirna, quando, nello scompartimento, mi venne, con mio grande rincrescimento, improvvisamente in mente che mi ero dimenticato di scrivere qualcosa di molto importante per il rapporto con la mia fidanzata - oggi mia moglie - ed oltretutto avevo indirizzato la lettera al suo indirizzo, invece che, come usavo fare, al fermo posta. Ambedue gli errori potevano distruggere il nostro futuro.
Inviare un telegramma era impossibile, per diversi motivi. La fronte mi si coprì di sudore. Impossibile trovare una scappatoia a tale situazione! Mi ritornò in mente quell'esperimento con il mio amico Arthur. Ciò che allora era riuscito, poteva funzionare un'altra volta!
No, doveva funzionare, dato che v'era in gioco tutto! Mi ripromisi di apparirle dinanzi... alla luce del giorno! Ma come? Allo specchio, mi venne l'idea. Voglio comparirle davanti e le comparirò - decisi - con la mano alzata in cenno di ammonizione e le trasmetterò il pensiero: devi fare questo e quest'altro!
Espressi l'ordine in chiare parole, rappresentandomele impresse in lettere di fuoco, ad occhi chiusi, sino a che non potessero più scomparire dall'immaginazione.
A questo punto non rimaneva che addormentarsi il più rapidamente possibile e trasferirsi a Praga!
Fare del cuore un apparecchio trasmittente, rallentandone i battiti: questa era la chiave, ed al tempo stesso astrarre i sensi dal mondo circostante! Gli occhi si possono chiudere facilmente, ma come fare con le orecchie, quando a destra ed a sinistra ci sono delle donnette schiamazzanti?
Implorai risolutamente il mio cervello: fa dunque che diventi sordo, vecchio mio! Ma sembrava che anche lui fosse sordo. Alla fine fu il cuore, così mi parve, a togliermi dì'impaccio, dato che un'altra volta, come allora, piombai d'un colpo in un sonno profondo.
Mi risvegliai dopo pochi minuti. Il mio polso era questa volta straordinariamente lento: contai non più di quaranta battiti! Contemporaneamente provai un sentimento di vittoria, così consolante e rasserenante, come raramente mi è capitato di provare in tutta la mia vita! Volli provare a far sorgere nel mio petto un mezzo sentimento di dubbio, per mettere alla prova tanta sicurezza interiore; da tutto il mio corpo sgorgò una risata, come se esultasse in me ogni goccia di sangue.
Appena giunto a Praga mi precipitai dalla mia fidanzata. la trasmissione di pensiero aveva ottenuto pieno successo! Così mi riferì la cosa lei: "Quel pomeriggio, ad una certa ora, circa mezz'ora dopo pranzo, mi ero coricata sul divano, quando fui vinta da una singolare sonnolenza. Mi ero appena assopita, quando mi sentii scuotere e mi risvegliai. Il mio sguardo si posò...".
"Sullo specchio!" la interruppi.
"No, non ci sono specchi in camera mia", ribatté la fidanzata. "No, su di un mobile lucido vicino al sofà. Sulla sua superficie riflettente vidi una figura alta circa due spanne, avvolta in un mantello chiaro, con la mano alzata in tono di ammonizione. L'immagine svanì poco dopo".
Dalla conversazione più dettagliata che nacque da ciò, risultò che mia moglie aveva fatto tutto ciò che io desideravo; solo che l'aveva fatto molto più compiutamente e meglio di quanto io avessi immaginato. E ciò che doveva fare non era punto facile, né le sarebbe venuto in mente senza il mio avvertimento, dato che avrebbe dovuto essere a conoscenza di certi particolari, che effettivamente ignorava. "Ho come ubbidito ad un'ispirazione", fu il suo commento.
Il mago medievale Agrippa di Nettesheim pronunziò la frase: "Nos habitat non tartara sed nec sidera coeli: spiritus in nobis qui viget, illa facis".
All'incirca: "Né le stelle del cielo, né l'inferno: in noi è solo lo spirito a tutto operare... ".
Questo motto è divenuto per me una guida per la mia intera esistenza. (Magie im Tiefschlaf, in Die Gegenwert, Literatur & Unterhaltungsbeil, Der Saarbrucker Zeitung, 18 febbraio 1928)

(Gustav Meyrink, Il diagramma magico. Basaia, 1983)