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domenica 29 giugno 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Il sogno di Duncan Parrenness

Come il mister Bunyan dei tempi antichi, io, Duncan Parrenness, scrivano presso l'onorevolissima East India Company, in questa città di Calcutta dimenticata da Dio, ho fatto un sogno e mai, dacché la mia giumenta Kitty si azzoppò, sono stato così turbato. E, allora, per tema di dimenticarlo, mi sono deciso a metterlo per iscritto. Per quanto lo sa il cielo se la cosa mi sia ostica, più avvezzo come ero a maneggiar la spada che la penna quando un paio di anni fa ho lasciato Londra. 
Non appena terminato il gran ballo dato come ogni anno verso la fine di novembre dal governatore generale, mi ero ritirato nel mio alloggio che guardava su quel tetro corso d'acqua, così poco inglese, che è l'Hoogly, in uno stato non certo sobrio come avrei dovuto. Ora, ubriaco fradicio in Occidente significa un po' brillo in Oriente, e io ero ubriaco in modo nord-nord-orientale, come si esprimerebbe mister Shakespeare. Eppure, nonostante la mia sbornia, i gelidi venti notturni (benché abbia inteso dire che causino non poche infreddature e flussioni) smaltirono i miei fumi, almeno in parte; ricordai così d'essere uscito solo un po' depresso e deperito dai malanni degli ultimi quattro mesi, mentre i giovanotti giunti in Oriente sulla mia stessa nave da un mese erano tutti sepolti per l'eternità nell'impuro suolo a nord degli alloggi degli scrivani. Ringraziai perciò il Signore in modo vago (benché, per mia vergogna, nel farlo non m'inginocchiassi) per avermi concesso di vivere, sperando se non altro di arrivare al marzo prossimo. In effetti quella sera, noi  che eravamo vivi (e il nostro numero era di gran lunga inferiore a quello di coloro che avevano intrapreso l'ultimo viaggio, nella passata stagione calda) avevamo fatto baldoria sui bastioni del forte per questo favore della Provvidenza, sebbene i nostri scherzi non fossero né spiritosi né degni delle orecchie di mia madre. 
Quando mi fui coricato (o piuttosto buttato sul letto) e i fumi dell'alcool si furono un poco diradati, mi trovai a non poter dormire, tornando col pensiero a mille cose che sarebbe stato meglio non rivangare. Per prima cosa, ed era ormai da un pezzo che non mi capitava, il dolce viso di Kitty Somerset, come fosse riprodotto in un dipinto, si muoveva ai piedi del letto, così chiaramente da farmi quasi credere che fosse presente di persona. Allora ricordai come mi avesse spinto a venire in questo maledetto paese per diventare ricco e affrettare così le nostre nozze, col consenso dei rispettivi genitori; e poi come avesse per il meglio (o forse per il peggio) ritirato la promessa e sposato Tom Sanderson appena tre mesi dopo la mia partenza. Da Kitty il pensiero mi cadde sulla signora Vansuythen, una donna alta e pallida, gli occhi viola, giunta a Calcutta dalla fabbrica olandese di Chinsura, che aveva seminato zizzania fra tutti i giovanotti e non pochi intendenti. Qualcuna delle nostre signore, è vero, affermava che non aveva un marito, né un certificato di matrimonio se è per questo, ma le donne, e specialmente quelle che hanno avuto una vita facile e banale, non sono certo tenere con il proprio sesso. Per di più la signora Vansuythen era molto più bella di tutte loro. Con me era stata gentilissima, alla serata del governatore generale, e anzi mi consideravano tutti come il suo preux chevalier, che è francese per una parola ben peggiore. Ora, se di questa tal signora Vansuythen me ne importasse quanto di un fico secco (benché le avessi giurato eterno amore tre giorni dopo averla incontrata), non avrei saputo dirlo, allora, e non lo seppi che più tardi; ma grazie all'orgoglio e all'abilità di spadaccino senza rivali a Calcutta rimanevo nelle sue grazie. Sicché ero convinto di adorarla. 
Una volta banditi dalla mente i suoi occhi viola, la ragione mi rimproverò per averle anche solo dato retta per un attimo; e mi resi conto di quanto l'anno vissuto in questa terra mi avesse consumato e inaridito l'animo al fuoco di mille passioni e mille desideri negativi, tanto che a questa scuola del demonio per ogni mese ero invecchiato di dieci. Corsi allora col pensiero a mia madre e, tutto contrito, giurai di ravvedermi, facendo nello stato peccaminoso di ubriachezza in cui versavo mille voti... da allora, temo proprio, tutti infranti, non so più quante volte. Da domani, mi dicevo, vivrò onestamente, per sempre. E sorridevo, ancora un po' stordito dagli effetti dell'alcool, al pensiero dei pericoli scampati, mettendomi a fare ogni sorta di castelli in aria, dei quali una chimerica Kitty Somerset, con gli occhi viola e la dolce parlata lenta della signora Vansuythen, era sempre regina.
Da ultimo un bellissimo e magnifico coraggio (che senza dubbio nasceva dal Madera di mister Hastings) sorse in me e con esso la sensazione che, se solo avessi voluto, avrei potuto diventare governatore generale, nababbo, principe, che dico, il gran mogol in persona. Per cui, muovendo i primi passi, un po' a casaccio e vacillando alquanto, verso il mio nuovo regno, presi a calci i miei domestici che dormivano fuori, finché quelli urlando non corsero via, e chiamavo a testimoni cielo e Terra che io, Duncan Parrenness, ero scrivano al servizio della compagnia e non avevo paura di nessuno. Poi, visto che né la luna né l'Orsa Maggiore erano disposte ad accettare la mia sfida, tornavo a coricarmi e a questo punto devo essermi addormentato.
Ben presto fui svegliato dalle mie stesse parole ripetute due o tre volte e mi avvidi che era entrato nella stanza un ubriaco reduce, pensai, dalla riunione in casa Hastings. Si sedette ai piedi del letto proprio come fosse il suo e io notai, come potevo, che il suo viso era alquanto simile al mio, solo invecchiato, fuorché quando si trasformava in quello del governatore generale o di mio padre, morto sei mesi prima. Tutto ciò comunque mi sembrava assolutamente normale, conseguenza inevitabile del troppo vino bevuto, ed ero così adirato per la sua intrusione, quanto mai imprevista, che gli intimai, ben poco civilmente, di andarsene. A tutte le mie parole non si degnò nemmeno di rispondere; soltanto veniva biascicando lentamente, quasi che si trattasse di una leccornia: "Scrivano al servizio della compagnia e senza paura di nessuno". Poi eccolo arrestarsi di botto e girandosi bruscamente verso di me dire che una persona del mio stampo non ha da temere uomini né diavoli, che ero un giovanotto coraggioso e che, con tutta probabilità, sarei vissuto abbastanza da diventare governatore generale. Ma per tutte queste cose (e qui supposi che si riferisse ai mutamenti e alle vicissitudini dell'incerta vita che conducevamo da queste parti) dovevo pagare il prezzo. A questo punto ero tornato abbastanza lucido e, del tutto risvegliato dal primo sonno, ero incline a ritenere tutta la faccenda come lo scherzo di un ubriaco. Perciò gli dico allegramente: "E che prezzo dovrei pagare per questo mio palazzo, che è meno di quattro metri quadri, e per le mie cinque misere pagode al mese? Il diavolo ti porti, te e i tuoi scherzi: ho già pagato solo in malattie il doppio del prezzo". In quel mentre il mio uomo si gira completamente verso di me, sicché al chiaro di luna potevo vedere ogni piega e ogni ruga del suo viso. Allora, come ho veduto sparire in una notte le acque dei nostri grandi fiumi, la mia allegria da ebrezza sparì; ed io, Duncan Parrenness, che non avevo paura di nessuno, fui preso dal terrore più mortale ch'io credo essere umano abbia mai avuto in sorte di conoscere. Vidi infatti che il suo era il mio stesso volto, ma segnato, solcato, sfregiato dalle tracce del male e di una vita dissoluta, come l'avevo già visto una volta quand'ero (assistimi, Signore) ubriaco fradicio: un viso tutto pallido, tirato e invecchiato in uno specchio. Sono convinto che al mio posto altri si sarebbe spaventato anche più di me, che in fondo non manco certo di coraggio.
Dopo essere rimasto immobile per un po', sudando in preda all'angoscia e aspettando di risvegliarmi dal terribile sogno (perché sapevo bene che era un sogno), quello torna a ripetermi che devo pagare il prezzo; e poco dopo, come se dovesse esser saldato con pagode e rupie sicca chide: "Che prezzo pagherai?". E io sommessamente: "Per amor di Dio, lasciatemi in pace, chiunque voi siate, e da stanotte mi correggerò". Ed egli, ridacchiando alle mie parole, ma senza dare altrimenti segno di averle sentite, fa: "No, vorrei soltanto liberare un baldo giovane come te da quanto ti sarebbe d'intralcio nel corso della tua vita in India, poiché credimi", e qui torna a guardarmi intensamente, "non c'è compenso". Tutta quella tirata, che allora non potevo capire, mi prendeva piuttosto alla sprovvista e attesi il seguito. E lui tranquillamente riattaccò: "Dammi la tua fiducia nell'uomo". Al che mi resi conto di quanto pesante sarebbe stato il prezzo da pagare, giacché non mi illusi un istante che non potesse esigere da me tutto ciò che chiedeva; ormai il terrore e l'attenzione spasmodica mi avevano del tutto sgombrato la testa dai fumi dell'alcool trangugiato. Perciò lo interruppi bruscamente, lamentando che non ero poi così malvagio come lui pretendeva e che la mia fiducia nei miei simili era per lo meno pari ai loro meriti. "Non è certo colpa mia", dissi "se una metà di loro è composta di bugiardi e l'altra metà meriterebbe d'essere bruciata", e gli chiesi di nuovo di piantarla con le sue richieste. A quel punto m'interruppi, per il timore, debbo riconoscerlo, di essermi lasciato trasportare dalle parole, ma lui non vi badò e premette leggermente la sua mano sul lato sinistro del mio petto dove, per un istante, scese il gelo. Poi, ridendo più forte, mi disse: "Dammi la tua fiducia nelle donne". A tanto, sobbalzai sul letto come se mi avessero punto, perché pensai alla mia cara madre in Inghilterra e per un istante m'illusi che la mia fiducia nelle creature più belle di Dio non potesse essere scossa né sottratta. Ma poi, sotto lo sguardo duro di Me stesso, tornai per la seconda volta quella notte con il pensiero a Kitty (lei che mi aveva piantato in asso per sposare Tom Sanderson) e alla signora Vansuythen, cui solo il diabolico mio orgoglio mi legava, a come quest'ultima fosse anche peggiore di Kitty, e io il peggiore di tutti, visto che, di fronte al mio avvenire ancora in forse, mi permettevo di seguire con leggerezza estrema il cammino lastricato per l'inferno solo perché là in fondo brillava, non è vero?, il sorriso di una donna. Così pensai che tutte le donne del mondo fossero come Kitty o la signora Vansuythen (come infatti per me da allora sono sempre state) e questo mi gettò in un tale parossismo di rabbia e di dolore che fui lieto oltre ogni dire quando la mano di Me stesso tornò a posarsi sul lato sinistro del mio petto e io non fui più turbato da quelle follie.
Dopo di che egli tacque per un poco, per cui io m'aspettavo o che se ne andasse, oppure che non tardassi a risvegliarmi; ma ecco che riprende (e molto soavemente) a dirmi che ero uno sciocco a preoccuparmi di follie come quelle da cui mi aveva liberato e che prima di andarsene mi avrebbe solo chiesto poche altre bagatelle che nessun uomo, come del resto nessun ragazzo, avrebbe tenuto a conservare in questo paese. E così avvenne che egli estrasse dal profondo del mio cuore, per così dire, guardandomi fisso in volto tutto il tempo con i miei stessi occhi, quel che ancora mi restava della mia anima e della coscienza di fanciullo. Fu una perdita, questa, ben più grave e dolorosa delle due subite in precedenza. Infatti, assistimi Signore, anche se mi ero allontanato parecchio dai sentieri della dignità e della devozione, restava ancora in me, benché sia io a scriverlo, una certa bontà di cuore che, quand'ero sobrio (o sofferente), mi faceva pentire per tutto ciò che avevo potuto compiere prima della crisi. E la persi irrimediabilmente: al suo posto era un altro strato di gelo mortale. Io non sono, come ho già detto prima, molto abile con la penna; temo perciò che quanto ho appena scritto non sia compreso appieno. Ma il fatto è che ci sono dei momenti nella vita di un giovane nei quali, per mano di un dolore o di una colpa molto grandi, del ragazzo che c'è in lui non resta traccia, cosicché, cauterizzato in qualche modo, si trova sbalzato d'un sol colpo nella più penosa condizione virile: un po' come il nostro abbacinante giorno indiano, che si muta in notte fonda senza mai un'ombra grigia di crepuscolo a sfumarne gli estremi. A far meglio comprendere il mio stato, basterà forse ricordare che il mio tormento era dieci volte superiore a quello che ogni uomo incontra nel corso naturale della vita. Sul momento non osavo pensare al mutamento da me subito, e in una sola notte, benché da allora vi sia tornato sopra molto spesso. "Il prezzo l'ho pagato", dissi battendo i denti in preda a un gelo mortale, "il compenso qual è?". Ormai era quasi l'alba e quel Me stesso aveva cominciato a farsi pallido e sottile contro il lucore bianco sorto a oriente, come hanno sempre fatto - stando a quanto era solita ripetere mia madre - fantasmi, diavoli e simili. Fece per andarsene ma le mie parole lo fermarono e - ricordo - rise, come lo scorso agosto ho riso io quando ho ferito in duello a un braccio Angus Macalister, perché aveva osato mettere in dubbio la virtù della signora Vansuythen. "Qual è il compenso?", fece lui, riallacciandosi alle mie ultime parole. "Ebbene, la forza di vivere per quanto piaccia al diavolo o a Dio ed ecco, finché vivrai, il mio dono". Così dicendo mi mette in mano qualcosa che nell'oscurità non ancora del tutto svanita non riuscivo a distinguere; quando rialzai lo sguardo era sparito.
Non appena ebbi modo di esaminare il dono in piena luce, mi avvidi che era un tozzo di pane secco.

(Rudyard Kipling, Racconti anglo-indiani del mistero e dell'orrore. Theoria, 1985)




martedì 24 giugno 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Attesa

- Mah, credo che non venga anche questa volta! Tu che dici? - E la moglie fissò la madre con occhi pieni di domande. 
- Tu sei stata sempre apprensiva - ribatté la madre tranquilla.
- E' vero, però, altre volte, quand'ero disperata, ho capito che sarebbe poi ritornato da lei. Non ha avuto il coraggio di lasciarla - ripeté la moglie in tono ossessivo. 
- Tu sai i problemi che ha avuto mio figlio: problemi caratteriali. Anche l'altra volta...
 La moglie sospirò: - Anche l'altra volta sembrava che si fosse deciso, poi improvvisamente gli è stato impedito.
- I maschi sono deboli e mio figlio più di tutti.
Poi la madre si avviò verso la cucina.
- Senti, in tutto questo tempo non te l'ho mai domandato: Sabina già c'era?
- C'era c'era e io stupida che non me n'ero accorta! E quando me ne andai, invece di pentirsi, la cosa diventò ufficiale.
- Come ti dicevo gli uomini sono un composto di debolezza e decisioni inutili. Non dovevi prenderla sul serio!
- Mamma, io l'ho sempre amato. Sai bene che dolore ebbe quando me ne andai. Lui sembrava soffrirne. Però lei c'era già... E come!...
La madre aveva cominciato a rovistare in cucina. Prese un grande piatto di ovoli. (L'"ovolo" (amanita caesarea) è un fungo che, nella forma non velenosa, si mangia crudo, condito con erbe fini, olio e limone. Ricoperto di parmigiano in scagliette è buonissimo).

- Vedi, la mamma si ricorda sempre dei suoi gusti, da quando era bambino.
- Certo, osservò la moglie un po' acida - questo da loro non lo potrà mai avere, non se lo potrà permettere: lei spende veramente tutto... Poi lo aveva preso col sesso, a differenza di me che volevo prenderlo per la gola. Lei è più complicata sessualmente di me.
La madre aveva cominciato a scrostare gli ovoli dalla terra con calma e li ordinava su un bel piatto.
- Questo è quello con gli orli d'oro zecchino, che vi regalammo noi, allora... il piatto delle grandi occasioni.
- Forse è sprecato - fece la moglie con un sospiro. - Non viene...
- No, oggi ho avuto la sensazione che accadrà qualcosa: verrà, il mio istinto non sbaglia mai.
- Io ci spero su tutte le cose...
Silenzio; poi il borbottio in toni alti di un bambino che esplose in un pianto feroce e irato.
- Prince Philip! Il principe!
La mogli corse nell'altra camera dove il piccolo Filippo, rosso come un avvinazzato, urlava nella vecchia culla di vimini circondato da una foresta di pannolini candidi appesi ai fili intorno a lui.
- Sii buono Filippo, che ti cambio; adesso ti tolgo la porcheria, poi vedi, ti lavo, ti ungo il culino col "Fissan", così ti calmi.
Il tutto era condito dagli ululati del bimbo, intervallati da brevi parentesi di singhiozzo che riempivano l'ampio silenzio della casa.
Filippo era un bel bambino, con la faccia furbetta dei piccoli senza problemi. Una volta cambiato, pulito, sorrise e subito iniziò a poppare freneticamente dalla sua bottiglietta.
La moglie lo sollevò delicatamente e se lo portò in braccio.
- Non cresce mai di peso questo bimbo... D'altronde...
Non finì la frase; sospirò di rassegnazione e lo depose delicatamente nella culla.
C'era uno straordinario odore di stufato nella casa.
- Con pomodoro fresco e cipolla - disse la moglie annusando l'aria.
- E' quello che lui preferiva. Sarà una meravigliosa accoglienza.
La madre aveva preparato gli ovoli con parmigiano sottile a scagliette, buon olio e molto limone.
- Devono un pochettino impregnarsi di questi sapori per essere più buoni ancora, ci vuole un po' di tempo.
Fumava leggermente la pentola dello stufato.
- Fuoco lento ci vuole. Che ti disse Sandra quando arrivò qui da noi?
- Che lei l'aveva costretto a indebitarsi con tanti usurai e principalmente con Pietro, lo strozzino. Interessi pazzeschi garantiti da quantità di assegni. Lui le confessò che non ne poteva più.
 - E' rimasta chiacchierona la Sandra... Ah, Pietro, quello che poi è diventato...
- Sì, non so, lei come fa: un volgare bavoso...
- L'argent, cara - disse la madre in tono mondano...
- E' solo quello. D'altronde lei è una donna bella ma molto molto volgare...
- E' così, quando salteranno gli assegni, alla fine di questo mese, gli fregheranno casa e negozio e lo cacceranno a calci nel culo.
- Appunto, deve scappare, deve venire da noi, qui è al sicuro...
- Lui non viene! Non viene, mamma!
La moglie si era cambiata, indossava un abito scuro, un po' fuori moda.
- Non viene, non viene, perché non vuole abbandonare Carlotta.
- Carlotta è grande, ormai, si è staccata, ha problemi col marito. I figli quando si sposano, diventano entità separate da noi... E' successo a voi, non ricordi?
La madre la squadrò dalla testa ai piedi.
- Non ti voglio fare un complimento, sei sempre una bella donna, fai un'ottima figura.
La moglie si sedette innanzi al tavolo rotondo e si mise le mani in faccia.
- E se succede come l'altr'anno. E' tutto inutile? Tu che dici mamma? - continuando lagnosa e frignante - Che dici mamma?
- Vedrai... - fece la madre estasiata nell'annusare lo stufato.
- Grazie a Dio con  loro non ha scampo. Deve venire per forza - si riprese come in un'altalena di sentimenti.
Il silenzio divenne immenso, senza tempo.
Poi ci fu un grande rumore, come di un oggetto che è gettato fuori e che è rimasto impigliato a qualche cosa e sbatte...
Lieve scricchiolio, come quando rompi il coniglio con i denti e ti succhi le ossa.
Tonfi come di piedi che si muovono e battono contro le pareti.
- E' lui! E' lui! - fece la madre. - L'avevo detto!...
Lui entrò. La moglie gli corse incontro con un volto di lacrime. Si strinsero forte, quasi non si volessero staccare mai.
Lui poi baciò la vecchia guancia della madre con rispetto.
- Prima c'è stato un grande dolore. Poi, a poco a poco, lentamente, questa serenità...
Si guardò intorno.
- E' la stessa casa di allora...
La madre sorrise:
- Qui non cambia mai niente...
Si sentì frignare debolmente il bambino.
- Filippo, Filippo! Dieci anni che non lo vedevo più!
E si avvicinò alla culla con le parole in gola.
- Da quella notte tremenda...
Prince Philip era lì, bello roseo, biascicando le solite frasette mozze e incomprensibili dei bambini felici.
E lo fissava con gli occhi azzurri pieni di tutto quello che tiene lontano il male...
- Ti ho preparato quelli che tu chiami i piatti delle occasioni - disse la madre placida, poi sorrise:
- Domanda retorica: e gli assegni di Pietro?
Lui fece con rabbia il gesto dell'ombrello con la mano sull'avambraccio:
- Ormai... - sorrise. - Carta straccia. Ormai laggiù non vale nulla.
- Calmati e mangia questi ovoli, sono enormi e buonissimi.
Lui si sedette al tavolo. Sereno...
Infatti ovoli così grandi e carnosi non si trovano.
In questo mondo.

(Lucio Fulci, Le lune nere. Granata Press, 1992)







domenica 15 giugno 2014

Jolie

A distanza di ben cinque anni da By Paris, By Taxi, By Accident, Bill Pritchard ha da poco pubblicato per la Tapete Records l'album A Trip to the Coast. Artista la cui notorietà non è all'altezza dei meriti, Pritchard esordisce nel 1987 per la Third Mind di Gary Levermore. Già l'anno successivo passa alla belga Play It Again Sam per la quale realizza il concept Parce que insieme al cantante francese Daniel Darc. Jolie, terzo album per la PIAS, ben esemplifica le coordinate musicali lungo le quali si muove il nostro: un riuscito incontro tra l'ineguagliabile tradizione pop britannica e la canzone d'autore francese, non troppo distante da alcuni lavori di Momus. Produzione di alto livello: Ian Broudie (Echo and the Bunnymen, Fall, Icicle Works, Pale Fountains e molti altri).





Number Five
Pretty Emily
I'm in Love Forever
Anglesey
In the Summer
Gustave Cafe
Tears of Maxine
Violet Lee
Souvenir of Summer
The Lie that Tells the Truth



sabato 14 giugno 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Riflessioni di uno scarafaggio

Mi sono trasferito.
Prima abitavo all'Hotel Duke, all'angolo di Washington Square. La mia famiglia ci viveva da generazioni, e intendo dire come minimo due o trecento generazioni. Ma non fa più al caso mio. Il posto è degenerato. Ho sentito la mia bis-bis-bis -, e potete risalire fin che vi pare, era ancora viva quando le ho parlato - raccontare dei bei tempi andati, quando la gente arrivava in carrozze a cavalli con valigie che odoravano di cuoio, gente che faceva colazione a letto e lasciava cadere qualche briciola per noi sul tappeto. Non di proposito, naturalmente, perché anche noi allora sapevamo stare al nostro posto, e il nostro posto era negli angoli dei bagni o giù in cucina. Adesso possiamo camminare sui tappeti con una certa impunità, perché i clienti dell'Hotel Duke sono troppo ciechi per vederci, o non hanno il coraggio di calpestarci se ci vedono, oppure si limitano a ridere.
L'Hotel Duke ha un lacero tendone verde che si estende fino al bordo del marciapiede, con tali e tanti buchi che non potrebbe riparare proprio nessuno dalla pioggia. Si salgono quattro gradini di cemento e ci si ritrova in una triste hall che sa di marijuana e whisky stantio, scarsamente illuminata. Dopotutto la clientela adesso non ha necessariamente voglia di vedere chi altri alloggia nell'albergo. La gente si aggira nella hall e può anche succedere che faccia conoscenza, ma più spesso tutto si risolve con uno spiacevole scambio di parole. Sulla sinistra, nella hall, c'è un buco ancora più scuro chiamato "Sala da ballo del Dr. Toomuch". Per entrare si pagano due dollari. Musica da juke-box. Clientela da vomito. Perdio!
L'albergo ha sei piani e di solito prendo l'ascensore. Perché mai dare la scalata a quelle sudice canne fumarie o salire scala dopo scala quando posso coprire con un balzo il dislivello di un solo centimetro tra pavimento e cabina e rintanarmi al sicuro in un angolo dietro l'uomo dell'ascensore? Riconosci i vari piani dall'odore. Quinto piano, ovvero odore di disinfettante da quando, più di un anno fa, ci fu una sparatoria con spargimento di sangue e budella in quantità proprio davanti all'ascensore. Il secondo piano si fregia di un tappeto consunto, così ha odore di polvere mescolato a un vago odore di urina. Il terzo piani puzza di crauti (qualcuno deve averne rovesciato un vasetto sul pavimento di piastrelle) e così via. Se voglio scendere al terzo, per esempio, e l'ascensore non si ferma, non faccio che aspettare il viaggio successivo e prima o poi ci riesco.
Mi trovavo all'Hotel Duke quando arrivarono le schede per il censimento degli USA nel 1970. Che spasso. Ognuno ricevette una scheda, e tutti ridevano. Tanto per cominciare la maggior parte della gente qui non ha casa e il censimento chiedeva: "Di quante stanze è composta la vostra casa?" e: "Quanti bagni avete?" e: "Quanti bambini?" e così via. E quanti anni ha vostra moglie? La gente crede che gli scarafaggi non capiscano l'inglese o qualsiasi altro linguaggio si parli dalle loro parti. La gente crede che gli scarafaggi capiscano soltanto una luce che si accende all'improvviso, che significa: "Fila via!" 
Ma quando si è in un posto da tanto tempo quanto noi, e cioè molto prima che arrivasse il Mayflower, la parlata corrente non è più un mistero. Così ebbi modo di godermi più di un commento sul censimento degli USA, cui nessuno degli stronzi del Duke si dava la pena di rispondere. Mi divertiva l'idea di poter rispondere io,  - e perché no? Vantavo più generazioni di residenti di qualsiasi altra bestia umana nell'albergo. Sono uno scarafaggio (non dico con questo di essere Kafka sotto mentite spoglie), e non conosco l'età di mia moglie e, se per quello, non so neppure quanti mogli ho. Una settimana fa ne avevo sette, tanto per dire, ma quante di loro sono state schiacciate? Quanto ai figli, sono al di là di ogni possibile calcolo, una considerazione che ho sentito fare con un certo orgoglio anche dai miei vicini a due zampe, ma se volessimo contarli davvero, se è il numero che vogliono (più sono, meglio è, immagino) scommetto che vincerei io. Soltanto la scorsa settimana mi ricordo due capsule di uova che stavano per essere depositate da due mie mogli al terzo piano (quello dei crauti). Mio Dio, andavo talmente di fretta, ero a caccia - mi vergogno a dirlo - di cibo, di cui avevo sentito l'odore e che poteva essere distante un centinaio di metri. Patatine al sapore di formaggio, pensai. Mi spiace dire addio alle mie mogli così in fretta, ma i miei bisogni erano forse grandi quanto i loro, e che ne sarebbe di loro, o piuttosto della nostra razza, se non pensassi a tenermi in forze? Un momento dopo vidi una terza moglie schiacciata sotto uno stivale da cowboy (gli hippies di qui adottano lo stile western anche se sono di Brooklyn), quanto meno non stava deponendo un uovo in quel momento, se ne andava di fretta, come me, in direzione opposta. Addio piccola! ma, ahimè, non sono neppure sicuro che mi abbia visto. Forse non rivedrò più le mie mogli partorienti, quelle due, mentre è possibile che abbia visto qualcuno dei miei figli prima di lasciare il Duke. Chi può saperlo?
Quando vedo certa gente qui, mi ritengo fortunato di essere uno scarafaggio. Quanto meno sono più sano, e nel mio piccolo elimino i rifiuti. Ed eccomi arrivato al punto. In passato c'erano rifiuti sotto forma di briciole di pane, qualche tartina avanzata da un festino a base di champagne in camera. L'attuale clientela dell'Hotel Duke non mangia. O si drogano o si sbronzano. Ho sentito solo parlare dei bei tempi andati dai miei bis-bis-bis-nonni. Ma ci credo. Raccontano che potevano saltare in una scarpa, per esempio, fuori della porta, ed essere portati in camera da un cameriere con il vassoio alle otto del mattino, e fare così colazione con le briciole dei croissants. Sono finiti anche i giorni in cui si lustravano le scarpe, perché di questi tempi se qualcuno si arrischia a mettere le scarpe fuori della porta, non solo non le trova pulite, ma non le trova del tutto. Al giorno d'oggi tutto quello che si può sperare è che questi orridi capelloni vestiti di pelle di daino a frange,  e le loro donne trasparenti, facciano un bagno di tanto in tanto, e mi lascino da bere qualche goccia d'acqua nella vasca. E' pericoloso bere dal gabinetto e alla mia età non me la sento più.
Ma adesso voglio parlare della fortuna che mi è appena capitata. Ne avevo viste delle belle la settimana prima, con un'altra giovane moglie schiacciata sotto i miei occhi da un passo falso (si teneva fuori del passaggio, ricordo), e la follia di quella intera stanza di avanzi da leccare - proprio così - cibo servito sul pavimento come per uno strano gioco. Giovani uomini e donne, nudi, che fingevano di essere senza mani per qualche pazzesca ragione, e cercavano di mangiare i loro sandwiches come dei cani, disseminandoli sul pavimento e poi contorcendosi per la stanza tra salami, sottaceti e maionese. C'era cibo in quantità questa volta, ma era rischioso lanciarsi in mezzo a quei corpi rotolanti. Peggio dei piedi. Ma la vista dei sandwiches era irresistibile. Non c'è più ristorante. Metà delle camere dell'Hotel Duke sono "appartamenti", in altre parole sono dotate di un frigorifero e di un fornellino. Ma per lo più, tutto quello che la gente tiene di scorta è qualche lattina di succo di pomodoro per il Bloody Mary. Non friggono neppure un uovo. Tanto per cominciare, l'albergo non fornisce casseruole, tegami, apriscatole e neppure un coltello o una forchetta: glieli ruberebbero subito. E nessuno di quei bei tipi si sogna di uscire a comperare una pentola per scaldarci la minestra. Così gli avanzi sono ben poca cosa. E dei "servizi" dell'albergo questo non è certo il peggio. La maggior parte delle finestre non chiudono bene, i letti sembrano delle amache piene di protuberanze, le sedie hanno le giunture che non tengono e le cosiddette poltrone, forse una per camera, ti possono sparare da un momento all'altro una molla nelle parti basse. I lavabi sono spesso otturati, e nei gabinetti l'acqua o manca del tutto, oppure continua a scorrere furiosamente. E i furti! Alcuni li ho visti con i miei occhi. Una cameriera fornisce il passepartout e qualcuno entra, fuggendo poi con il contenuto delle valigie sotto il braccio, nelle tasche, o in una federa, come fosse biancheria sporca. 
In ogni caso, circa una settimana fa, mi trovavo al Duke in una camera temporaneamente libera, alla ricerca di qualche briciola o di un po' d'acqua, quando entrò un fattorino negro con una valigia che sapeva di cuoio. Lo seguiva un distinto signore che profumava di lozione dopobarba, oltre che di tabacco naturalmente, è ovvio. Disfece i bagagli, posò alcune carte su uno scrittoio, aprì il rubinetto dell'acqua calda, e borbottò qualcosa tra sé, fece scorrere l'acqua nel gabinetto, controllò la doccia che schizzò dappertutto sul pavimento, quindi chiamò la direzione. Riuscivo a capire gran parte di quello che diceva. In sostanza stava dicendo che per il prezzo che pagava per notte questo e quello potevano essere meglio, e non era possibile magari cambiare stanza?
Mi rimpiattai nel mio angolino, affamato, assetato, ma incuriosito, sapendo anche che sarei stato schiacciato da quello stesso distinto signore se avessi fatto tanto di comparire sul tappeto. Sapevo perfettamente che sarei entrato nella lista dei reclami se mi avesse visto. La vecchia portafinestra si spalancò (era una giornata ventosa) e le carte si sparpagliarono ai quattro angoli. Dovette richiudere la finestra spingendoci contro lo schienale di una sedia, quindi raccolse le carte imprecando.
"Washington Square! Henry James si rivolterebbe nella tomba!"
Ricordo queste parole pronunciate mentre si picchiava la fronte come per scacciare una zanzara.
Un fattorino in un'assurda, logora, livrea della casa, picchiò e armeggiò attorno alla finestra senza nessun risultato. La finestra spifferava aria fredda, faceva un terrificante baccano e qualsiasi cosa, perfino un pacchetto di sigarette doveva essere ancorato, altrimenti veniva spazzato via. Il fattorino, guardando la doccia, riuscì a bagnarsi, poi disse che avrebbe chiamato il "tecnico". Il "tecnico" all'Hotel Duke è un capitolo a parte che non voglio neppure affrontare. Quel giorno non si presentò, immagino perché il fattorino aveva fatto la sua ultima brutta figura, e il signore prese il telefono e disse:
"Può mandare qualcuno di sobrio, se possibile, per portare giù la mia valigia?... Oh tenga pure i soldi, pago il conto e me ne vado. E mi chiami un taxi, per favore."
E fu a questo punto che presi la la mia decisione. Mentre il signore faceva i bagagli dissi addio mentalmente a tutte le mie mogli, fratelli, sorelle, cugini, figli e nipoti e bisnipoti e salii a bordo della bella valigia che sapeva di cuoio. Mi infilai in una tasca nel coperchio e mi rintanai tra le pieghe di una borsa di plastica fragrante di sapone da barba e lozione, dove non avrei potuto essere schiacciato neppure quando si fosse chiuso il coperchio.
Mezz'ora dopo mi ritrovai in una stanza più accogliente dove il tappeto era folto e non puzzava di polvere. Il signore fa colazione a letto alle sette e trenta del mattino. In corridoio trovo ogni bendidio nei vassoi lasciati sul pavimento davanti alle porte; perfino avanzi di uova strapazzate e naturalmente marmellata e riccioli di burro in quantità. L'ho scampata bella ieri quando un cameriere in giacca bianca mi ha inseguito per trenta metri giù nella hall pestando con entrambi i piedi, ma mancandomi ogni volta. Sono svelto, io, e la vita all'Hotel Duke me ne ha insegnate di cose!
Ho già ispezionato la cucina, andando su e giù, in ascensore naturalmente. Una quantità di rifiuti in cucina, ma sfortunatamente disinfettano una volta alla settimana. Ho incontrato quattro possibili mogli tutte malaticce per i vapori, ma decise a rimanere in cucina. Quanto a me, ho scelto di stare di sopra. Non ho rivali, e tutti quei vassoi delle colazioni, e qualche volta gli spuntini di mezzanotte. Forse sono diventato un vecchio scapolo, ma ancora abbastanza energia in corpo nel caso dovesse presentarsi una possibile moglie. Nel frattempo mi considero di gran lunga superiore a quei bipedi dell'Hotel Duke che ho visto mangiare roba che io non oserei toccare, o menzionare. Lo fanno per scommessa. Scommessa! La vita è un gioco, no? Che bisogno c'è di scommettere?

(Patricia Highsmith, Delitti bestiali. Sonzogno, 1984)






sabato 7 giugno 2014

Maslow, Sheldrake e l'Esperienza culminale

L'altro giorno, al bar sotto casa, uno sconosciuto mi ha domandato quanti libri avessi scritto. Quando ho risposto "cinquantacinque" la sua espressione si è fatta attonita; mi ha domandato allora se ci fosse un tema costante che li univa tutti. Più tardi, giacendo insonne nel cuore della notte, decisi che avrei preso quella domanda come una sfida e che avrei cercato di riassumere il tema di fondo di tutto il mio lavoro. Il risultato è quel che segue: tanto prossimo a quel tema quanto è possibile arrivarci in uno spazio di diecimila battute. 
All'incirca venticinque anni fa ricevetti una lettera da un professore di psicologia americano che si chiamava Abraham Maslow, e l'originalità di quanto lui ebbe a dirmi mi lasciò senza parole. Nella sua professione di psicologo, diceva Maslow, si era stancato di studiare persone malate, che non parlano d'altro che della loro malattia. L'aveva colpito invece il fatto che nessuno si fosse mai dato la pena di studiare le persone sane. Per questo fece circolare fra gli amici la domanda: "Chi è la persona più sana che conoscete?" Successivamente riunì quelle persone sane e pose loro alcuni quesiti. Scoprì subito qualcosa di cui nessuno si era mai accorto: che le persone sane provavano con discreta frequenza quelle che Maslow chiamò "esperienze culminali", ossia esperienze di una spumeggiante, travolgente felicità. Eccone un esempio tipico: una giovane mamma si trova a osservare il marito e i bimbi intenti a fare colazione. Di colpo, un raggio di sole attraversa la finestra; lei pensa: "Dio mio, quanto sono fortunata" ed entra in un'esperienza culminale.
Parlando delle esperienze culminali ai propri studenti Maslow fece un'altra importante scoperta: i suoi allievi cominciarono a ricordare esperienze culminali avute in passato, delle quali si erano quasi del tutto dimenticati. Si rese allora conto di quale fosse il nocciolo della questione: tutti noi abbiamo esperienze culminali ma le diamo per scontate, dimenticandocene presto. Non appena però gli studenti presero a ricordarsi delle proprie esperienze culminali e a parlarne fra loro, cominciarono tutti ad averne più spesso. In qualche modo, parlarne e rifletterci sopra li metteva nella giusta condizione d'animo per sperimentarle di nuovo. 
Io fui tremendamente emozionato da queste scoperte, perché è evidente che, se la scienza fosse in grado di indurre esperienze culminali a piacimento, la maggior parte dei nostri peggiori problemi sociali scomparirebbe. Anche allora - nei primi anni Sessanta - era evidente che molti dei nostri problemi sono dovuti alla frustrazione e alla noia, che alcolismo, abuso di droghe, teppismo sportivo, vandalismo e crimini sessuali non sono che un'oscura e confusa ricerca di esperienze culminali. Se potessimo apprendere il segreto dell'esperienza culminale, saremmo davvero sulla strada giusta per arrivare all'"Utopia moderna" di H.G. Wells. 
Tuttavia, quando sottoposi a Maslow queste idee la sua risposta mi deluse: disse che non riteneva possibile avere esperienze culminali "a comando", che le esperienze venivano quando volevano e noi non potevamo farci niente. Mi parve però che un commento siffatto fosse in contrasto col suo ottimismo di fondo. Perciò mi misi all'opera per trovare io stesso un modo per indurre l'esperienza culminale.
Il primo indizio fu il fatto che gli studenti di Maslow avevano preso ad avere esperienze culminali più frequenti non appena avevano cominciato a pensarci sopra e a parlarne. Il motivo è evidente: pensare alla felicità e parlarne ci predispone all'ottimismo, e ci dà la sensazione che all'uomo sia stato dato il destino di essere felice. A questo proposito Epitteto ha fatto un'osservazione interessante: "L'uomo non è tanto afflitto dai problemi reali quanto lo è dalle proprie ansie immaginarie verso i problemi reali". Cioè, da condizioni di spirito totalmente negative. Questa è la ragione per cui le persone sane hanno esperienze culminali più frequenti: non perdono tanto tempo ad affliggersi per cose che non accadranno mai.
Durante gli scorsi venticinque anni ho appreso parecchio riguardo i diversi trucchi per indurre l'esperienza culminale, provando con mia personale soddisfazione che Maslow si sbagliava (sfortunatamente, l'interessato è morto prima che avessi il tempo di farglielo sapere). Esiste un gran numero di semplici tecniche mentali che permettono di indurre l'esperienza culminale e tutte si fondano sul medesimo metodo di base: generare deliberatamente una "tensione interna", subito seguita dal rilassamento. Graham Greene scoprì il metodo di base da ragazzo, quando giocò alla roulette russa con il revolver del fratello: nell'istante in cui il cane scattò a vuoto, egli sperimentò una travolgente sensazione di piacere. Un metodo del genere evidentemente non è raccomandabile, ma chiunque lo consideri con attenzione si renderà conto che contiene già tutto il necessario. 
Un paio di settimane fa, mi sono trovato per quattro giorni ad Amsterdam a insegnare, in un'aula affollata di "studenti maturi", tecniche per indurre l'esperienza culminale. L'esperimento ottenne un successo al di là delle mie aspettative. Nel corso dell'ultima sessione, due studenti si erano convinti di poter vedere una luce dorata, mentre un'altra disse che si era vista fluttuare al di sopra del pavimento.
 Tutto questo ci avvicina forse all'"Utopia moderna"? Cinque anni fa avrei risposto di no. Nel frattempo però si è avuto uno sviluppo nuovo e affascinante, in larga misura dovuto al lavoro di un singolo studioso, il biologo Rupert Sheldrake. Fu Sheldrake che in un libro intitolato A New Science of Life propose una teoria dell'evoluzione che la maggior parte dei colleghi più anziani trovò oltraggiosa. Secondo la biologia moderna l'evoluzione ha luogo per mutazione dei geni. Secondo Sheldrake, esiste invece un metodo assai più semplice e rapido, che egli chiama "risonanza morfica". Il modo più semplice di illustrarlo è citare l'aneddoto famoso delle scimmie dell'isola di Koshima., al largo delle coste giapponesi. Alcuni scienziati nutrivano le scimmie con patate dolci non lavate: una scimmia particolarmente brillante, Imo, scoprì che se lavava le patate nell'acqua di mare quelle non solo diventavano meno terrose, ma anche di gusto migliore. Di lì a poco tutte le scimmie di Koshima avevano imparato il trucco... ma altrettanto avevano fatto altre scimmie del continente, scimmie che non avevano avuto alcun tipo di contatto con quelle di Koshima. 
Si è trattato di una forma di telepatia? Pare di no, perché, oltre che negli animali, funziona nei cristalli. Ci sono sostanze estremamente difficoltose da realizzare in laboratorio: ma non appena si raggiunge l'obiettivo da qualche parte, la sostanza inizia a cristallizzare più facilmente ovunque nel mondo. Dapprima si è pensato che minuti frammenti dei nuovi cristalli venissero trasportati nei vestiti, o nella barba, da scienziati in visita, ma alla fine questa eventualità è stata scartata. Pareva che i cristalli stesero, in qualche modo, "apprendendo" l'uno dall'altro... Sheldrake volle portare numerosi esperimenti a conferma della sua teoria. Uno di questi consisteva nel diffondere migliaia di quelle "immagini magiche" dove sotto in groviglio di linee è celato un volto: egli calcolò che una volta che un certo numero di persone avesse imparato a "vedere" il volto, sarebbe subito cresciuto il numero delle persone in grado di vederlo all'istante. Il che avvenne puntualmente.
Sheldrake viene avversato con le unghie e con i denti dagli altri biologi, ma se fosse nel giusto dalla sua teoria deriverebbero di sicuro conseguenze di grande importanza. Per cominciare, saremmo costretti a riconoscere che ai nostri artisti e scrittori va attribuita buona parte della colpa per lo stato caotico in cui si trova la società. A quanto pare, considerare la vita cosa futile e priva di senso, e asserirlo in opere letterarie e teatrali il cui epilogo veda la sconfitta dell'eroe, è un requisito imprescindibile per ottenere un premio Nobel. Noi ingozziamo di questa velenosa immondizia i nostri figli, dalla scuola all'università, credendo con ciò di prepararli ad affrontare la vita; ma se la teoria della risonanza morfica ha un senso, allora quel che facciamo equivale al diffondere i germi della peste nell'acquedotto cittadino. 
D'altro canto, se un gruppo abbastanza ampio di esseri umani potesse imparare ad avere esperienze culminali a comando, o anche soltanto a porsi in una condizione d'animo disposta all'esperienza culminale, allora, secondo Sheldrake, questa capacità si propagherebbe di continuo e spontaneamente in un numero sempre più elevato di persone.
E forse di qui a un secolo, o forse molto meno, ciascuno verrà al mondo con la capacità di autoindurre l'esperienza culminale. E il volto della nostra civiltà ne sarà radicalmente mutato.

(Strani attrattori. Antologia di fantascienza radicale. Shake, 1996)