martedì 28 giugno 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Il sorprendente caso della vista di Davidson

La transitoria aberrazione mentale di cui soffrì Sidney Davidson, già sorprendente in sé e per sé, lo diventa ancor più se vogliamo dar credito alla spiegazione che ne fornisce Wade. Questa induce a fantasticare a curiosissime forme future di comunicazione, a interpolazioni di cinque minuti da trascorrere sull'altra faccia del mondo, all'intrusione di sguardi assolutamente insospettati nelle nostre faccende più segrete. Poiché si dà il caso ch'io sia stato diretto testimone dell'attacco sofferto da Davidson, spetta a me, per naturale ordine di cose, consegnare la storia alla carta.
Fui diretto testimone della crisi, nel senso che fui il primo ad arrivare sul posto. Accadde all'istituto tecnico di Harlow, precisamente dietro l'arcata dell'ingresso principale. Quando accadde l'incidente, egli si trovava da solo, nel laboratorio grande. In un ambiente più piccolo, quello delle bilance, io stavo scrivendo certi appunti. Il temporale aveva scombussolato il mio lavoro, naturalmente. Proprio un attimo dopo uno degli scoppi di tuono più forti, udii, nell'altra stanza, rumore di vetri infranti. M'interruppi dallo scrivere e mi voltai, rimanendo in ascolto. Per un po', non sentii niente; la grandine sonava una stamburata del diavolo sul tetto in lamiera ondulata. Poi venne un altro rumore, uno schianto, e questa volta non c'era da dubitarne. Era stato fatto cadere dal banco un oggetto pesante. Saltai subito in piedi e, raggiungendo la porta che dà nel laboratorio grande, l'aprii.
Rimasi sorpreso nell'udire uno strano riso, e vidi Davidson ritto in mezzo alla stanza, malfermo, con un'aria di stordimento in viso. Come prima impressione, mi parve ubriaco. Non si accorse di me. Stava cercando di acchiappare qualcosa di invisibile, a un metro circa dal volto. Protendeva la mano adagio, in modo piuttosto esitante, e poi non acchiappava niente. "Be', che cosa succede?" chiesi.
Egli si portò le mani al viso, a dita allargate, "Grande Scott!" disse. Il fatto accadeva tre o quattr'anni fa, quando si usava imprecare in nome di quel personaggio. Egli si mise a sollevare goffamente i piedi, quasi ritenendoli incollati al pavimento.
"Davidson!" esclamai. "Che cosa ti prende?" Girò su se stesso, volgendosi nella mia direzione, e mi cercò con gli occhi. Guardò oltre, addosso  e accanto a me, dall'una e dall'altra parte, senza dare il minimo cenno di vedermi. "Ondate," disse "e una gran bella goletta. Avrei giurato ch'era la voce di Bellows. Ehi!" gridò, con quanto fiato aveva in gola.
Sospettai che volesse fare il buffone. Poi vidi i cocci del nostro migliore elettrometro, sparsi intorno ai suoi piedi. "Che cosa ti ha preso, vecchio mio?" dissi. "Hai rotto l'elettrometro!"
"Ancora Bellows!" diss'egli. "Gli amici non mi abbandonano come l'equipaggio! Che cosa c'entrano gli elettrometri... Da che parte sei Bellows?" Improvvisamente, barcollando, mi venne incontro. "Questa dannata roba non taglia più del burro," disse. Andò a sbattere in pieno nel banco di laboratorio, e indietreggiò. "Questa era meno burrosa!" fece, e rimase dov'era, vacillando. 
Io m'impaurii. "Davidson," dissi, "che cosa mai ti è capitato?"
Si guardò intorno, in tutte le direzioni. "Giuro ch'era la voce di Bellows. Perché non vieni fuori, da uomo, Bellows?"
Mi venne in mente che fosse rimasto improvvisamente accecato. Feci il giro della tavola e gli posai una mano sul braccio. In vita mia, non ho mai veduto uomo più sbigottito di lui. Si allontanò da me d'un balzo, e mi fronteggiò, in atteggiamento di difesa, con la faccia stravolta dal terrore. "Gran Dio!" gridò. "Che cosa è stato?"
"Sono io, sono Bellows. Piantala, Davidson!"
Sussultò, udendomi rispondere, e, ad occhi sbarrati fissò lo sguardo... come potrei dire... dritto attraverso di me. Disse (non a me, a se stesso): "Qua, in piena luce, sulla nuda spiaggia, e non un solo posto per nascondersi..." Si guardò attorno, disperatamente. "E allora, via!" Di botto si girò e corse a capofitto nel grosso elettromagnete, con tanta violenza che, come poi constatammo, si produsse una dolorosa contusione alla spalla e alla mascella. Di fronte a ciò, fece un passo indietro ed esclamò, quasi piangendo: "In nome di Dio! Che cosa mi è capitato?" Rimase ritto, sbiancato dal terrore, scosso da un violento tremito, tenendosi con la destra il braccio sinistro, dove si era fatto male.
Ormai ero agitato e parecchio spaventato, ma dissi: "Davidson, non avere paura."
Sussultò, nell'udirmi, ma non come prima. Ripetei le parole, facendo del mio meglio per parlare con voce chiara e ferma. "Bellows," disse egli, "sei tu?"
"Non lo vedi, che sono io?"
Rise: "Non vedo neanche me stesso. Dove siamo?"
"Qua," dissi "nel laboratorio."
"Laboratorio!" ribatté, con voce perplessa, toccandosi la fronte. "Io ero in laboratorio... fino al momento del lampo, ma adesso... Che m'impicchino se sono là. Che nave è, quella?"
"Nessuna nave," dissi. "Da bravo, vecchio mio, sii ragionevole."
"Nessuna nave!" ripeté, e parve scordare lì per lì il mio diniego. "Immagino," fece, lentamente "che siamo morti, tutti e due; ma la cosa strana è che mi sembra proprio di avere ancora il corpo. Forse non ci si abitua di colpo. La mia povera nave è stata colpita dal fulmine, probabilmente. Però così, in un batter d'occhio... Bellows, eh?"
"Non dire scempiaggini. Siamo vivi, vivissimi, tutti e due. Ti trovi nel laboratorio, e stai brancolando. Un attimo fa hai fracassato un elettrometro nuovo. Sentirai Boyce, quando viene! Non t'invidio."
Girò lo sguardo altrove e parve fissare i diagrammi dei crioidrati. "Debbo essere sordo," fece. "Hanno sparato una cannonata, poiché ecco là una nuvola di fumo, e non ho sentito alcun rumore."
Tornai a posargli la mano sul braccio e, questa volta, si spaventò meno. "A quanto pare, abbiamo una specie di corpo invisibile," disse egli. "Per Giove! Ecco un'imbarcazione, che doppia la punta di terra. E' tutto molto simile all'altra vita... in clima diverso."
Gli scossi il braccio. "Davidson," gridai, "svegliati!"
Proprio allora entrò Boyce e, appena questi aprì bocca, Davidson ruppe in una esclamazione: "Il vecchio Boyce! Morto anche lui! Che scherzo!"
Spiegai in fretta che Davidson era in una specie di stato di sonnambulismo. Boyce capì subito. Facemmo entrambi tutto il possibile per riscuotere il nostro compagno dalla sua straordinaria condizione. Egli rispondeva alle nostre domande, ne faceva anche alcune per conto suo; ma pareva avere la mente presa da un'allucinazione, in cui c'erano una nave e una spiaggia. Non smetteva di inserire frasi a proposito di una imbarcazione, e delle gru delle imbarcazioni, e delle vele che prendevano il vento. Nel sentirlo parlare così, nella penombra del laboratorio, ci si sentiva scombussolati.
Era come cieco, impotente a muoversi da solo. Dovemmo tenerlo, uno per parte, per fargli percorrere il disimpegno, fino all'ufficio privato di Boyce, e mentre questi lo intratteneva, senza contraddirlo su quella sua idea della nave, io passai per il corridoio e andai a chiedere al vecchio Wade di venire a dargli un'occhiata. La voce del nostro preside lo acquetò un poco. Chiese dove fossero le sue mani e perché dovesse andare in giro affondato sino alla cintola nel terreno. Wade, standogli accanto, rifletté a lungo (con quel suo modo di corrugare la fronte), poi gli fece tastare il divanetto, guidandogli le mani. "Questo è un divanetto," disse Wade. "Il divanetto nell'ufficio privato del professor Boyce. Imbottitura di crine."
Davidson palpò qua e là, tutto meravigliato e perplesso, e non tardò a rispondere che effettivamente lo sentiva, ma non lo vedeva.
"E che cosa vede?" gli domandò Wade. Davidson rispose di non veder altro che una quantità di sabbia e frammenti di conchiglie. Wade gli diede da tastare vari altri oggetti, dicendogli ciò che erano e osservandolo intensamente.
"Lo scafo della nave è stato quasi mangiati dall'orizzonte," disse Davidson a un tratto, senza alcun rapporto con il discorso.
"Lasci perdere la nave," disse Wade. "Senta, Davidson. Lei ha presente che cos'è un'allucinazione?"
"Altroché," rispose Davidson.
"Ebbene, tutto ciò che lei vede ha carattere di allucinazione."
"Storie," disse Davidson.
"Non mi fraintenda," disse Wade. "Lei è vivo ed è in questa stanza, che è la stanza di Boyce. Ma i suoi occhi non funzionano. Lei ha il tatto, ha l'udito. Regolarmente. Ma non la vista. Riesce a seguirmi?"
"A me sembra di vedere sin troppo." Davidson si sfregò gli occhi con le nocche. "E allora?" disse.
"Tutto qui. Non si lasci turbare. Il nostro Bellows, qui presente, ed io stesso, l'accompagnamo a casa."
"Un momento." Davidson rifletté. "Mi faccia sedere," disse poi. "E adesso... Mi spiace di darle questo fastidio ma... Vuol ripetermi tutto quanto, per favore?"
Con grande pazienza, Wade ripeté. Davidson stava ad occhi chiusi, premendosi la fronte con le mani. "Sì," disse alla fine. "Esatto. Adesso che ho gli occhi chiusi, so che lei ha ragione. Sei tu, Belloes, seduto qua, accanto a me, sul divanetto. Sono di nuovo in Inghilterra. E siamo al buio."
Poi aprì gli occhi. "E qua," disse, "il sole si sta levando in questo istante, ci sono in lontananza i pennoni della nave, il mare mosso, una coppia di uccelli in volo. Non ho mai veduto nulla di più reale. E sono seduto su una spiaggia, con la sabbia fino al collo."
Si piegò in avanti e si coprì il volto con le mani. Poi riaprì gli occhi. "Mare agitato. Alba. Eppure sono seduto sul sofà nella stanza del vecchio Boyce...! Dio m'aiuti!"
Questo fu il principio. Per tre settimane, questo strano scompenso visivo di Davidson proseguì senza alcun miglioramento. Molto peggio che essere cieco. Era del tutto incapace, bisognava imboccarlo, condurlo in giro per mano, spogliarlo. Se appena si attentava a muoversi da solo, capitombolava sugli oggetti o andava a sbattere nei muri o nelle porte. In capo a un giorno, o giù di lì, si abituò ad udire le nostre voci senza vederci, e ammise di buon grado ch'era a casa, e che Wade aveva ragione. Mia sorella , che era la sua fidanzata, volle assolutamente venire a trovarlo, e rimase ad assisterlo, ascoltando per ore, ogni giorno, i suoi discorsi a proposito di quella tale spiaggia. Tenendole la mano tra le sue, pareva enormemente sollevato. Spiegò che quando lo avevamo riportato a casa in carrozza, dall'istituto fino ad Hampstead dove abitava, gli era sembrato come se passassimo, con tutta la carrozza, dentro una duna (in un nero totale, finché non era tornato fuori dall'altra parte), nonché attraverso rocce ed alberi ed altri corpi solidi. E quando l'avevamo portato nella sua camera gli erano venute le vertigini, ed era diventato quasi frenetico per il timore di cadere, perché il fatto di condurlo su per le scale al primo piano gli aveva dato l'impressione di innalzarsi a dieci o dodici metri sopra le rocce della sua isola immaginaria. Continuava a dire che avrebbe schiacciato tutte le uova. In conclusione, lo si era dovuto riportare a pianterreno, nell'ambulatorio del padre, e coricarlo su un divano che c'era lì.
Descrivendo l'isola, disse che, nell'insieme, era un luogo squallido, con pochissima vegetazione, solo un po' di sterpaglia da torba e rocce nude, in quantità. C'erano branchi numerosi di pinguini, che coprivano le rocce di materia bianca, disgustosa a vedersi. Spesso c'era mare grosso, ed una volta scoppiò un temporale ed egli, sdraiato, gridava per i fulmini silenziosi. Una o due volte, qualche foca venne a far sosta sulla spiaggia; ma ciò accadde solo i primi due o tre giorni. Disse di trovare molto curioso che i pinguini, dondolandosi, gli passassero tranquillamente attraverso il corpo e che, sdraiato in mezzo a loro, non sembrasse disturbarli.
Una cosa bizzarra, quand'ebbe una voglia matta di fumare, fu che gli mettemmo in mano la pipa (quasi se la ficcò in un occhio) e gliela accendemmo; ma non sentì nessun sapore. In seguito ho scoperto che lo stesso accade a me, a tutti, può darsi: il tabacco non mi dà nessun piacere se non vedo il fumo.
Ma l'episodio più bislacco delle sue visioni si produsse nella sedia a ruote con la quale, su consiglio di Wade, andava a prendere un po' d'aria. I Davidson ne avevano preso una a nolo e incaricarono quel loro domestico sordo e cocciuto, Widgery, di spingerla. Widgery aveva idee particolari in fatto di gite salubri. Mia sorella, ch'era andata alla Dogs' Home, li incontrò in Camden Town, verso King's Cross, con Widgery che trotterellava soddisfatto, e Davidson, evidentemente angosciatissimo, che in quel suo debole modo di cieco, cercava di richiamare l'attenzione di Widgery.
Quando mia sorella gli rivolse la parola, egli si mise proprio a piangere. "Oh! Fammi uscire da questa orribile tenebra!," le disse, cercando a tentoni la sua mano. "Ne debbo uscire, o muoio." Non era assolutamente in grado di spiegare che cosa gli accadesse, ma mia sorella volle senz'altro farlo tornare a casa, e in breve, facendo la salita verso Hampstead, egli sembrò liberarsi dell'orrore. Disse che era bello rivedere le stelle: ma era circa mezzogiorno, con un cielo abbagliante.
"Pareva," mi disse poi "che venissi irresistibilmente trascinato verso l'acqua. Non ne fui troppo allarmato, dapprima. Naturalmente, là era notte, una notte bellissima."
"Naturalmente?" chiesi, colpito.
"Naturalmente," ripeté. "Là è sempre notte quando qua è giorno... Ebbene, entrammo dritto nell'acqua, ch'era calma e lucente nel chiar di luna, c'era solo un mare lungo che sembrò ancora più lungo e piatto allorché vi entrai. La superficie brillante era come una pelle: sotto poteva anche esserci il nulla, per quel che ne potevo dire io, pro o contro. Molto adagio, poiché venivo immerso là dentro di sbieco, l'acqua mi salì pian piano fino agli occhi. Poi andai sotto e quella pelle parve infrangersi e cicatrizzarsi nuovamente intorno ai miei occhi. La luna fece un salto, su, nel cielo, diventando verde e poco luminosa, e pesci mi sfrecciarono intorno, con debole bagliore. Anche altre cose, che sembravano fatte di vetro luminescente. Passai attraverso un groviglio di alghe che brillavano di una lucentezza oleosa. E così scesi dentro il mare, le stelle sparirono ad una ad una, la luna si fece più verde e scura, e la vegetazione sottomarina assunse un colore rosso purpureo. Tutto era appena intravisto, misterioso, e come in un brivido. Intanto, non cessavo un solo istante di sentire il cigolio delle ruote della seggiola, i passi della gente, uno strillone che, lontano, vendeva il Pall Mall.
"Colavo sempre più a fondo. Intorno a me si fece buio, nero come l'inchiostro. Dall'alto neanche un raggio penetrava in quelle tenebre, e le fosforescenze diventavano sempre più brillanti. Gli steli serpentini delle alghe, più in fondo, tremolavano come la fiamma di un fornello ad alcool, ma, dopo un po', non ci furono più alghe. I pesci con gli occhi fissi, le bocche spalancate, si avvicinavano, mi penetravano, passavano dall'altra parte. Pesci come non me li ero mai immaginati. Con righe ignee sui fianchi, come se fossero stati sottolineati con una matita luminosa. Ci fu anche un animale orrendo che nuotava all'indietro, con una quantità di braccia flessibili. E infine vidi venirmi incontro, molto lentamente attraverso il buio, una massa confusa di luce che, nell'avvicinarsi, si risolse in moltitudini di pesci, che lottavano e sfrecciavano intorno a un oggetto fluttuante. Venivo portato dritto contro a quello, e ben presto, nel mezzo del tumulto, al lume dei pesci, vidi un pezzo d'albero di nave, spezzato, che si alzava sopra di me, ed uno scafo scuro, tutto sbandato, e alcune forme fosforescenti, rilucenti, che ai morsi dei pesci oscillavano e si contorcevano. Fu allora che tentai di richiamare l'attenzione di Widgery. Fui colto dall'orrore. Oh! Sarei stato portato direttamente attraverso quel... quelle cose per metà divorate. Se non fosse sopraggiunta tua sorella... Avevano nel corpo grandi buchi, Bellows, e... Non fa niente. Ma era orribile!"
Per tre settimane Davidson restò in quello stato singolare, vedendo ciò che allora ritenemmo fosse un mondo di fantasmi, puro e semplice, e rimanendo completamente cieco al mondo che lo circondava. Poi, un martedì, nell'andare a fargli visita, incontrai il vecchio Davidson nell'andito. "Riesce a vedere il proprio pollice!" disse il vecchio signore, con autentico trasporto. Stava faticosamente infilandosi il cappotto. "Riesce a vedere il proprio pollice, Bellows!" disse, con le lacrime agli occhi. "Il ragazzo si rimetterà."
Mi precipitai dentro, da Davidson. Si reggeva un libriccino davanti al volto, e lo guardava, e debolmente rideva.
"Stupefacente," disse. "Si è prodotta una specie di chiazza, qui," e additò il punto. "Io sono sulle rocce come al solito, i pinguini barcollano e starnazzano in giro come al solito, e si è fatta vedere, a tratti, una balena, ma adesso è già troppo scuro.
Tuttavia, mettiamo una cosa qua, ed io la vedo, la vedo proprio. In una semioscurità, e con qualche frammentarietà, ma ciò non toglie che la vedo, come un pallido spettro di se stessa. Me ne sono accorto stamane, mentre stavano vestendomi. E' come una breccia in questo infernale mondo di fantasmi. Metti un po' la tua mano accanto alla mia. No... non là. Ah! Sì, la vedo! La base del tuo pollice e un pezzo del polsino. E' simile allo spettro di un pezzo della tua mano che sporgesse dal cielo che annotta. Proprio accanto sta apparendo un gruppo di stelle, che forma come una croce."
Da quel momento, Davidson cominciò a riprendersi. Il suo resoconto del mutamento risultava assai convincente, come quello delle sue visioni. Su certi tratti del suo campo visivo, il mondo spettrale si fece più pallido, trasparente, si può dire; e attraverso quelle aperture traslucide egli cominciò a vedere l'ombra del mondo reale che lo circondava. Le chiazze si allargarono, crebbero di numero, finché per ultimo rimasero soltanto alcuni punti ciechi nella sua vista. Egli fu in grado di alzarsi, di orientarsi, di rimettersi a mangiare da solo, leggere, fumare e comportarsi come qualsiasi cittadino che si rispetti. In un primo momento rimaneva molto confuso, per quelle due viste che smarginavano l'una sull'altra come i mutamenti di quadro di una lanterna magica, ma egli non tardò a distinguere quella reale dall'illusoria.
Dapprima egli apparve sinceramente felice e più che desideroso di completare la cura, facendo del moto e prendendo tonici. Ma quando quella sua strana isola cominciò a svanire, cominciò a provare per essa una bizzarra curiosità. Desiderava specialmente di scendere un'altra volta nelle profondità del mare, e trascorse metà del suo tempo a vagare per le parti più basse di Londra, cercando di trovare il relitto pieno di acqua ch'egli aveva visto fluttuare. La luce diurna reale, come il suo splendore, non tardò a produrre impressioni tanto vivide da cancellare completamente il suo mondo di ombre; ma, nottetempo, in una stanza, a luci spente, ancora vedeva le rocce dell'isola maculate di bianco, e i goffi pinguini che girellavano barcollando avanti e indietro. Anche questi, però, si fecero sempre più deboli e alla fine, poco dopo il suo matrimonio con mia sorella, li vide per l'ultima volta.
Resta ora da riferire la cosa più bizzarra. Circa due anni dopo la sua guarigione, avevo cenato dai Davidson e, dopo cena, venne in visita un certo Atkins. E' tenente di marina, simpatico, e conversa volentieri. Era in rapporti molto cordiali con mio cognato, e non tardò ad esserlo con me. Seppi che era fidanzato con la cugina di Davidson, e, quando si venne a parlarne, egli tirò fuori una specie di custodia tascabile per fotografie, allo scopo di mostrarci una recente immagine della sua fiancée. "E, già che ci siamo," disse, "ecco qua quella vecchia carcassa del mio Fulmar."
Davidson guardò distrattamente la fotografia. Di colpo il suo viso si illuminò. "Santo cielo!" fece. "Potrei quasi giurare..."
"Che cosa?" domandò Atkins.
"Di avere già visto quella nave."
"Non so come potresti. Non ha lasciato i Mari del Sud, da sei anni a questa parte, e prima..."
"Tuttavia..." prese a dire Davidson. E poi: "Sì, è proprio la nave che ho visto in sogno. Sono certo che è quella. Era in panne, al largo di un'isola che brulicava di pinguini, e ha sparato una cannonata."
"Buon Dio!" disse Atkins, che intanto era stato informato dei particolari della crisi. "Come diavolo hai potuto sognartelo?"
E poi, a pezzi e bocconi, saltò fuori che, proprio il giorno in cui Davidson era stato colto dalla sua crisi, la nave da guerra Fulmar si trovava effettivamente al largo di una scogliera, a sud dell'isola degli Antipodi. Un'imbarcazione era andata a terra di notte, a raccogliere uova di pinguino, aveva subito un ritardo, e, poiché avanzava un temporale, aveva aspettato l'alba per tornare a bordo. Atkins, ch'era tra quelli andati a terra,confermò parola per parola le descrizioni dell'isola e dell'imbarcazione fornite a suo tempo da Davidson. Non rimane alcun dubbio, nella mente di nessuno di noi, che Davidson avesse realmente veduto quel luogo. In modo inspiegabile, mentre si muoveva qua e là, a Londra, la sua vita si muoveva qua e là, in corrispondenza, sulla lontana isola. Il come rimane un completo mistero.
Ciò conclude la sorprendente storia della vista di Davidson. Si tratta, probabilmente, del miglior caso, controllato ed autentico, di reale vista a distanza. Non si offre alcuna spiegazione, eccetto quella avanzata dal professor Wade. Ma la sua spiegazione implica la "quarta dimensione" e comporterebbe una dissertazione sui concetti teorici di spazio. A me sembra assurdo sentir parlare di un "cappio spaziale": forse perché non sono un matematico. Quando gli obiettai che nulla poteva alterare il fatto che quel luogo si trovava a una distanza di tredicimila chilometri, egli ribatté che due punti possono essere lontani un metro su un foglio di carta, ma congiungersi se il foglio viene piegato in tondo. Forse il lettore afferra questa tesi: io, certamente no. A quanto pare Wade pensa che Davidson, chino tra i poli del grande elettromagnete, abbia subito una torsione straordinaria agli elementi della sua retina, a causa del repentino cambiamento provocato, nel campo delle forze, dal fulmine.
Egli ne deduce anche che possa risultare possibile di vivere, visualmente, in una parte del mondo, mentre, con il corpo, si vive in un'altra. Ha condotto persino alcuni esperimenti a sostegno della sua ipotesi; ma, fino a questo momento, è riuscito soltanto a rendere ciechi alcuni cani. Ritengo che il provento netto del suo lavoro si riduca a questo; però non lo vedo da alcune settimane. Ultimamente sono stato così preso dal lavoro, per gli impianti di Saint Pancras, che ho avuto poco modo di andare a trovarlo e a fargli una visitina. Ma la sua teoria mi sembra del tutto fantastica. Su tutt'altro piano stanno i fatti riguardanti Davidson, e posso personalmente testimoniare dell'esattezza di ogni particolare che ho riferito.

(Herbert George Wells, Racconti. Garzanti, 1976)










giovedì 19 maggio 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Le mie invisibilissime pagine

Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori è... non scrivere. Ci passerei tutta la vita. Che gioia non annegare nel calamaio, non torturare nel buio e nella materia dell'inchiostro le idee, i sogni così felici di essere abbandonati liberi a se stessi! seguire le fantasie come vengono e dove trascinano! Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti. Quanto a me, la mia fatica di inveterato non scrittore - non volgare fatica! - è di condurre, in pensiero, invisibili penne all'assalto di invisibili fogli di carta alla conquista ideale di volumi e volumi che non saranno mai, altro che nella mia mente, e n'ho ogni soddisfazione. Mi sono composto, così, dentro, un'intera biblioteca, tutta opera mia, e di cui io solo ho la chiave, e dove, modestamente, ci si può trovar di tutto. Filosofia? eccone: tre volumi: 1° Dio esiste. 2° L'uomo è cacciatore. 3° La fregatura è ammessa. E' la trascrizione dei dogmi di una vecchia scuola romana, già presieduta da Gandolin (che tempi!) ma in tema di filosofia nulla si è mai trovato di così sano ed in pari tempo di così trascendentale, e ne ho fatto senz'altro e comodamente la mia dottrina. Politica? servitevi: Bon appétit, messieurs! Naturalmente questi non sono che gli enunciati, i frontespizi dei miei ponderosi trattati ma le ipotetiche pagine che seguono la ipotetica copertina non si contano, ed è una più sensata dell'altra. 
La mia teoria, aiutata da una ben nota indolenza la quale mi è stata fin qui di gran conforto nella vita, è che le idee son fatte per rimanere idee. Sono cose di lusso o pericolose che a portarle sul mercato ci perdono o creano guai. Quante idee - diventate fisse - hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è servirsene per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato.
Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà!
E' grazie a questi sodi principii che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate. 
E questo sia detto a certi amici i quali si sono presa e si prendono - chissà perché - grandissima cura della mia salute letteraria e non sanno darsi pace - poveretti! - perché io non fabbrichi romanzi, non affacci alle vetrine dei librai volumi di novelle, non illustri il mio nome sui cartelloni teatrali, non scriva - e ci sarebbe tanto da guadagnare! - film cinematografiche ed altrettali e molte bellissime corbellerie consimili. Sciagurati!
Non ci ho io meglio, ed incontaminato, tutto questo, in ciò che i teosofi chiamano il piano astrale, vale a dire il mondo astratto e superiore dov'è lo spirituale stampo delle forme tangibili e concrete?
Signori, favoriscano.
Scelgo, caso, tra le ultime mie creazioni... rimaste al loro stato increato. E' un romanzo e s'intitola l'Insalata Russa. E' un titolo profondo.
Non pare, ma lo è: vuol significare la società dove, come nell'insalata russa, c'è di tutto, dal tartufo alla patata; la patata in prevalenza. E', come già avete immaginato, un romanzo sociale, vale a dire un racconto di calamità oscure, affatto simili - le calamità - a tutte le altre non meno oscure relegate negli altri angoli e la cui somma dà appunto questo splendido totale: la vita dell'umanità. I personaggi li riconoscete e riconoscete anche le comparse. C'è tra loro qualche canaglia, me ne spiace, ma come escludere le canaglie? La gente per bene, riposata e riposante, fa un gran piacere averci a che fare, personalmente, ma per una storia - e diciamo pure la Storia - ci vuol altro! Senza anime birbe e senza matti provati la sua trama sarebbe insulsa. Il mondo savio, che ha la coscienza tranquilla, si addormenterebbe volentieri, e stagnerebbe, ma per fortuna ci sono i perturbatori della pubblica quiete e si va innanzi. Che volete, ogni potente elemento di progresso è brutale ed il bene, che per se stesso è passivo, non diventa una forza che in quanto si mette a cimento contro il male.
Siccome questa consolante conclusione è quella stessa a cui viene, tra i più vari episodi, colti dal vero, la mia Insalata romantico-sociale, voi già di qui ne sentite l'aroma.
E tiriamo via.
Pervinca - andiamo vanti - Pervinca è una semplice istoria, inquadrata in una dolorosa pittura della vita campagnuola, di una brava figliuola della terra la quale, fin dalla più tenera infanzia, si sentiva la vocazione di fare la balia.
Un cuore sotto una zuppiera racconta le vicissitudini commoventi di una cuoca innamorata di un poeta futurista e spiantato che lo sfama all'insaputa dei suoi padroni e come qualmente la disgraziata, presa ella pure, per contagio, dal delirio immaginativo, credendosi perseguitata dagli sguardi degli occhi... del brodo si avveleni col prezzemolo che si figura cicuta.
Le sventure del professor Pipa - Il pomodoro azzurro - L'ultimo giorno di un Palombaro - L'uomo dal naso di velluto - sono, come già l'avrete capito, romanzi d'avventure. Per esempio, Il Dottor Felicissimo Zero ed il suo Cimpanzé, uno di questa serie, contiene le vicende del prefato dottore, scienziato e filantropo, il quale per ritrovare i genitori e la famiglia di uno cimpanzé (di nome Bartolomeo) ereditato da un munifico benefattore, intraprende un pericoloso viaggio di esplorazione intorno al Sotto Nilo verdognolo, nel centro più buio del Continente Nero, in paesi dove il cannibalismo costituisce la sola industria nazionale e dove solo può sfuggire alla sorte di essere mangiato vivo sposando una cannibalessa che si era innamorata di lui. Non vi starò a riassumere e nemmeno ad enumerare le peripezie del fortunosissimo viaggio. Mi limiterò per darvi un saggio dello stile, a citarvi un brano:
"Tolto dal taccuino del Dottore - 31 febbraio (calendario makkarakka) - Avanziamo lentamente e con prudenza di serpenti, allo scopo precisamente di evitare questi ultimi (com'è naturale, a sonagli). Li sentiamo intorno suonare a tutte le ore, alla mezz'ora, ai quarti. Il mio cronometro ritarda 65 minuti sull'ora dei serpenti. Bartolomeo è inquieto ed ha voluto che gli facessi una puntura di morfina. L'erba è così alta e così fitta che per scrivere queste note sono costretto di tener levato il mio taccuino al di sopra della testa. Domani...". Ma questo saggio basterà.
Signori, favoriscano, - avanti! Ci ho altro, qualcosa nel genere giudiziario e nel terribile. Si usano tanto oggi e così bene si adattano a film! Ecco qui, roba all'ultima moda e fabbricata secondo le ricette più reputate. Ci avete, cosa essenziale, il vostro bravo detective, tenuto in iscacco fino alla fine dallo scellerato regolamentare e che la farebbe sempre franca se non si dovesse venire all'ultimo capitolo: ci avete la povera ragazza orfanella a pagina 5 e contesa, a pagina 420, da tre padri, di cui uno in galera, ci avete il documento cifrato che nessuno sa più dove sia e da cui dipendono la vita di due duchesse, l'onore di una famiglia, la sicurezza di uno Stato, ed un'eredità di cento milioni; ci avete il laboratorio misterioso dove si prepara quella sostanza spaventosa capace di far  saltare in aria l'intero globo terracqueo; e via discorrendo; i dodici tocchi della mezzanotte, il pugnale macchiato di sangue entro lo scrigno damaschinato, l'impronta della mano sconosciuta, il messaggio invisibile, l'incognita dal profumo... cilestrino, il compagno di viaggio scomparso, il diamante che porta sventura, il testamento involato dal tutore, la camera parata a nero, l'esumazione della bara... senza cadavere, l'uomo che è... un altro, contate, nulla ci manca. E come è giusto, secondo i canoni fondamentali di questo gradevole genere letterario, fino all'ultima riga siete tenuti nel dubbio se metà dei personaggi siano birbe o galantuomini e l'altra metà siano vivi oppure morti; e non vi parlo dell'atmosfera di mistero e di terrore in cui, come di dovere, vi rinchiudo e v'imprigiono.
I titoli, scelti con cura, bastano da soli a mettere i brividi. Volete? Eccovi: Il teschio che morde, Lo stagno dai miasmi di stricnina, Il delitto della principessa tatuata, I fabbricanti di colera, I divoratori di dinamite, Il cadavere sott'aceto, Il francobollo maledetto, Il Sherlock Holmes automatico... Ancora? Il complotto dei beccamorti gialli, La bettola dei Giuda, L'eco avvelenata, Il lucignolo che latra, La lagrima del balbuziente, Il boa vendicatore, Il ghigliottinato nel boccale di malachite... Ancora?
C'è già quanto basta da far venire la pelle d'oca ai due emisferi. Io stesso sento rizzarmisi sul capo, con un sinistro scricchiolio di foglie secche, i capelli. Mi immagino così irte tutte le teste; si troverà tanta pomata per ricomporre e risigillare sulle tempie, educatamente, le capigliature scomposte e sollevate dal terrore?
Coi Cercatori di X, Le storielle per scombussolare Archimede, entriamo in un altro genere: il genere scientifico.
Si prendono i raggi ultra violetti, la quarta dimensione, la telepatia, l'estrinsecazione del moto e della sensibilità, si fa il calore freddo, la luce buia, il suono che non si sente, e si mescola il tutto.
Che ne pensereste, tanto per dirne una, di un naturalista (e un naturalista, un ingegnere o un medico sono indispensabili in questo genere di novelle) il quale si metta in mente di capovolgere le proporzioni delle cose?
E' il caso del professor Sophus, o per dire intero il titolo del mio racconto: La trovata del professor Sophus della Università di Upernawick.
Il professore ha trovato la maniera di ingrandire smisuratamente quello che è infinitamente piccolo e di impicciolire quello che è immensamente grande. Le cose sono sempre le stesse, salvo che sono mutate le proporzioni. Voi vedete che cosa succede quando il professor Sophus (della Università di Upernawick) applica la sua invenzione: tappeti di quercie minuscole si stendono vellutate all'ombra di prezzemoli giganteschi; bacilli della mole degli iguanodonti paventano le insidie di una umanità diventata microbica, veicolo di tutte le pestilenze... E non sono più i leoni che si grattano le pulci, ma le pulci che si grattano i leoni!
E' una delle mie invisibili pagine a cui più tengo.
Un'altra novella ed ancora uno scienziato; si possono rintracciare negli specchi i riflessi perduti delle persone che vi si sono mirate? E "sempre più difficile", come si dice al complicarsi degli esercizi nei circhi equestri, una sensitiva (mimosa pudica) è da un botanico resa ad arte così sensitiva, che un giorno si mette dirottamente a piangere.. alla presenza di un notaio e di due testimoni; certo portentoso gas, immaginato da un chimico, ha il dono di rivelare, grazie a date fosforescenze, le donne infedeli... il che fa pel mondo una bella illuminazione; l'intestino cieco, per virtù d'un oculista, riacquista la vista perduta da tempo immemorabile; il Niagara viene operato della cataratta.
I signori favoriscano nella mia biblioteca invisibile e vedranno ben altro...
Ma divago, è evidente. Ebbene, mettete che io sia come chi, una domenica nostalgica d'autunno, solo, in qualche remota casa in qualche vecchia città di torri e di chiostri, lasci errare le mani a capriccio sulla tastiera, ed improvvisi e suoni per sé, così per suonare, senza pensare che forse, sotto le persiane socchiuse, nella strada morta - è l'ora dei vespri - un passante si è fermato ad ascoltare. [21 giugno 1919]

(Ernesto Ragazzoni, Le mie invisibilissime pagine. Sellerio, 1993)








giovedì 31 marzo 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Olio di cane

Mi chiamo Boffer Bings. Sono nato da onesti genitori appartenenti alle più umili condizioni, essendo mio padre produttore di olio di cane e avendo mia madre un piccolo laboratorio all'ombra della chiesa del villaggio, dove svolgeva le operazioni necessarie all'eliminazione di quei neonati ritenuti poco desiderabili. Fin da ragazzo mi avevano insegnato a sapermi ingegnare: non soltanto aiutavo mio padre a procacciarsi i cani per le sue tinozze, ma spesso prestavo servizio anche per mia madre provvedendo all'asporto di quei residui del suo lavoro che rimanevano nello studio. Adempiendo a quest'incarico ogni tanto mi trovavo costretto a sfruttare ogni oncia della mia naturale intelligenza in vista del fatto che tutti i locali agenti della legge erano contrari all'attività di mia madre. Essi non venivano eletti in seguito a votazione popolare, e la faccenda quindi non aveva mai costituito un problema politico; si faceva così e basta. 
L'attività di mio padre, la produzione dell'olio, suscitava naturalmente meno risentimento, quantunque i proprietari dei cani che scomparivano lo guardassero a volte con sospetto, il quale sospetto veniva riflesso, in certa misura, su di me. Mio padre aveva, quali taciti soci nei suoi affari, tutti i medici della città, e questi di rado scrivevano una ricetta che non prescrivesse ciò che si compiacevano di designare Ol.can. E' veramente la medicina più preziosa che sia mai stata scoperta. La maggioranze dalle persone, però, non è disposta a sacrificarsi personalmente per gli afflitti, ed era evidente che a molti dei cani più grassi della città fosse stato proibito di giocare con me - un fatto che feriva la mia giovane sensibilità e che, a un determinato momento, poco ci mancò non mi spingesse alla pirateria.
Ripensando a quei giorni non posso che rammaricarmi, a volte, che nel condurre involontariamente i miei genitori alla morte io fui anche il fautore di sventure che ebbero profonda ripercussione sul mio futuro.
Una sera, passando davanti alla fabbrica d'olio di mio padre con in braccio il corpicino di un trovatello prelevato dallo studio di mia madre, scorsi una guardia che sembrava osservare con grande attenzione i miei movimenti. Ragazzetto com'ero, avevo ugualmente imparato che gli atti di una guardia. qualunque sia la loro apparente natura, sono sempre suggeriti da motivi reprensibili, e quindi la elusi sgattaiolando dentro la fabbrica attraverso una porta laterale che era rimasta semiaperta. La richiusi immediatamente e mi trovai solo col mio morto. Mio padre a quell'ora ormai se n'era andato. L'unica luce veniva dalla fornace che risplendeva di un cremisi vivo, profondo, sotto una delle marmitte, riverberando foschi riflessi sulle pareti. Dentro il calderone l'olio continuava a rimuginarsi in indolente ebollizione e ogni tanto portava alla superficie un pezzo di cane. Essendomi seduto ad aspettare che la guardia se ne andasse, tenevo sulle ginocchia il corpicino nudo del trovatello e gli carezzavo dolcemente i capellucci, corti, di seta. Ah com'era bello! Persino a quella tenera età avevo una gran passione per i bambini, e mentre guardavo quel cherubino, in fondo al cuore sentivo quasi il desiderio che quella piccola ferita rotonda sul suo petto - opera di mia madre - non fosse stata mortale.
Fin allora era stata mia abitudine buttare i piccini nel fiume che la natura, appunto, aveva giudiziosamente fornito a tale scopo, ma quella sera non osai abbandonare la fabbrica per timore del poliziotto. "Dopo tutto," mi dissi, "che importanza può avere se lo metto in questo calderone? Mio padre non distinguerà mai le ossa sue da quelle di un cucciolo, e i due o tre decessi che si potrebbero verificare a causa della somministrazione di un altro genere di olio al posto dell'incomparabile Ol.can. non contano molto in una popolazione che aumenta con tanta rapidità." In breve, fu allora che mossi il primo passo verso il crimine e, col gettare il piccino nel calderone, mi attirai addosso indescrivibile dolore.
Il giorno dopo, con qualche meraviglia da parte mia, il babbo, fregandosi le mani con soddisfazione, comunicò alla mamma e a me che era riuscito a produrre la migliore qualità di olio che fosse mai esistita; che i medici stessi a cui ne aveva sottoposto alcuni esemplari l'avevano pronunciata tale. Aggiunse che non aveva assolutamente idea di come avesse raggiunto quel risultato; i cani erano stati trattati come al solito sotto tutti i riguardi, e appartenevano a razze comuni. Ritenni fosse mio dovere spiegare com'erano andate le cose - e quindi lo feci senz'altro, benché, se avessi potuto prevederne le conseguenze, la mia lingua si sarebbe paralizzata. Deplorando la loro precedente ignoranza circa i vantaggi insiti nella possibilità di combinare le loro rispettive industrie, i miei genitori presero immediatamente le misure necessarie per riparare a quell'errore. Mia madre trasferì il suo studio in un'ala della fabbrica, e le mie mansioni relative alla sua attività cessarono; non dovevo più eliminare i corpi dei piccoli superflui, e non c'era alcun bisogno di adescare i cani verso il proprio destino dato che mio padre li scartò completamente, anche se le bestiole mantenevano ancora un onorevole posto nel nome dell'Olio. Di conseguenza, gettato così improvvisamente nell'ozio, avrei potuto naturalmente diventare un ragazzo vizioso e dissoluto; invece no. La santa influenza di mia madre mi era sempre accanto per proteggermi dalle tentazioni che assalgono la gioventù; mio padre, poi, era decano in una delle chiese della città. Ohimè, perché mai due persone così stimabili, per colpa mia, son dovute finire così miseramente!
Vedendo che ora i suoi affari le fruttavano il doppio, mia madre ci si dedicò con novella assiduità. Non soltanto eliminava i piccini poco graditi e superflui su ordinazione, ma andava anche per le strade, di qua e di là, a raccogliere bambini più grandi, e addirittura gli adulti, quelli almeno che riusciva ad attirare nella fabbrica d'olio. Anche mio padre, innamorato della qualità superiore di olio che riusciva a produrre, faceva provvigioni per le sue latte con zelo e diligenza. La conversione del prossimo loro in olio di cane divenne, insomma, l'unica passione della loro vita - un'avidità travolgente ed entusiasmante s'impossessò delle loro anime e sostituì, per loro, la speranza nel Paradiso - da cui, anche, essi erano ispirati.
Erano diventati così intraprendenti che si tenne una riunione pubblica in cui vennero prese alcune risoluzioni che li censuravano severamente. Il presidente fece loro capire che qualsiasi altra incursione sulla popolazione locale sarebbe stata giudicata con spirito di ostilità. I miei poveri genitori abbandonarono l'aula della riunione affranti, disperati e, penso, leggermente squilibrati. In tutti i modi io, quella sera, stimai prudente non entrare con loro in fabbrica, e dormii perciò fuori, in una stalla.
Intorno a mezzanotte un qualche misterioso impulso mi spinse ad alzarmi e ad andare a curiosare attraverso una finestra nella stanza della fornace dove sapevo che ora dormiva mio padre. Il fuoco bruciava con una tale alacrità che faceva prevedere un raccolto abbondante per il giorno seguente. Uno dei calderoni più grandi stava "borbottando" lentamente con un'aria misteriosa di riserbo, come se segnasse il tempo in attesa di esibire tutta la sua energia. Mio padre non era a letto; s'era alzato e, in camicia da notte, stava preparando un cappio all'estremità di una grossa corda. Dagli sguardi che lanciava verso la porta della camera da letto di mia madre capivo anche troppo bene cosa aveva in mente di fare. Muto e immobile dal terrore non potevo far nulla né per prevenire né per impedire. Improvvisamente la porta dell'appartamento di mia madre si aprì pian piano, e i due si trovarono una di fronte all'altro, entrambi sorpresi, a quanto pareva. Anche la signora era in camicia da notte e, nella mano destra, brandiva l'arnese del suo mestiere, un lungo stiletto dalla lama sottile.
Anche lei era stata incapace di rinunciare all'ultima occasione di profitto che l'azione ostile dei cittadini e la mia assenza le avevano lasciato. Per un istante si guardarono negli occhi fiammeggianti, quindi balzarono l'uno sull'altra con indescrivibile furia. Lottarono e lottarono girando la stanza tutto attorno, lui imprecando, lei urlando, tutti e due combattendo come demoni - lei nel tentativo di colpirlo con lo stiletto, lui in quello di strangolarla con le sue manone nude. Non so per quanto tempo ebbi la sventura di assistere a questo sgradevole esempio di infelicità domestica, infine però, dopo uno sforzo più accanito degli altri, i due combattenti improvvisamente si divisero.
Il torace di mio padre e l'arma di mia madre rivelavano segni evidenti di contatto. Per un altro istante i due si fissarono nel modo meno amabile possibile; poi il mio povero babbo, ferito, sentendosi la mano della morte addosso, balzò in avanti, e, incurante della resistenza di lei, agguantò la mia cara mamma, la trascinò accanto al calderone in ebollizione, raccolse tutte le forze che stavano ormai per abbandonarlo, e saltò dentro con lei! Dopo un attimo erano entrambi scomparsi e aggiungevano il proprio olio a quello del comitato di cittadini presentatosi il giorno avanti per portar loro l'invito a comparire di fronte alla pubblica assemblea.
Convinto che tali infelici eventi mi precludessero qualunque strada verso una carriera rispettabile in quella città, mi trasferii nella famosa città di Otumwee, dove scrivo queste memorie con il cuore colmo di rimorso per un'azione sventata che culminò in un così desolante disastro commerciale.

(Ambrose Bierce, Racconti neri. Garzanti, 1974)