mercoledì 22 febbraio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: La speranza

Nelle cripte del Tribunale Vescovile di Saragozza, al cader di una sera di tanto tempo fa, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, sesto priore dei domenicani di Segovia, terzo Grande Inquisitore di Spagna, - seguito da un fra redemptor (maestro torturatore) e preceduto da due famigli del Santo Uffizio, che reggevano delle lanterne - scese verso una segreta perduta. La serratura di una porta massiccia cigolò; essi penetrarono in un mefitico in pace, in cui la luce dall'alto lasciava intravedere, tra anelli infissi ai muri, un cavalletto annerito dal sangue, un fornello, una brocca. Su uno strato di letame, trattenuto dai ceppi, la gogna di ferro al collo, stava seduto, stravolto, un uomo coperto di cenci, di un'età ormai indistinta.
Questo prigioniero non era altri che rabbi Aser Abarbanel, ebreo aragognese che, imputato di usura e impietoso sdegno dei Poveri, da più di un anno era stato quotidianamente sottoposto a tortura. Tuttavia, poiché "il suo accecamento era duro quanto la sua pelle", egli si era rifiutato di abiurare.
Fiero di una filiazione plurimillenaria, orgoglioso dei suoi antichi antenati - poiché tutti gli ebrei degni di questo nome sono gelosi del loro sangue - egli discendeva, talmudicamente, da Othoniel, e, di conseguenza, da Ipsiboȅ, moglie di quest'ultimo Giudice d'Israele: circostanza che aveva contribuito a sostenere il suo coraggio nei momenti più terribili degli incessanti supplizi.
Il venerabile Pedro Arbuez d'Espila aveva dunque le lacrime agli occhi, pensando che quest'anima così ferma si privava della salvezza, quando, avvicinatosi al rabbino fremente, pronunciò le seguenti parole:
"Figlio mio, rallegratevi: ecco che le vostre prove quaggiù stanno per terminare. Se, di fronte a tanta ostinazione, ho dovuto permettere, gemendo, che si usasse grande rigore, il mio compito di correzione fraterna ha i suoi limiti. Voi siete il fico caparbio che, trovato tante volte senza frutto, incorre nell'inaridimento... ma spetta a Dio solo decidere della vostra anima. Forse l'infinita Clemenza risplenderà per voi nel supremo istante! Noi dobbiamo sperarlo! Ci sono degli esempi... Così sia! Riposate, dunque, stasera, in pace. Farete parte, domani, dell'autodafé: cioè sarete esposto al quemadero, braciere premonitore dell'eterna Fiamma; esso non brucia, voi lo sapete, che a distanza, figlio mio, e la Morte mette almeno due ore (spesso tre) a giungere, a causa delle bende bagnate e ghiacciate con le quali abbiamo cura di proteggere la fronte e il cuore degli olocausti. Sarete solamente quarantatré. Considerate che, collocato per ultimo, avrete il tempo necessario per invocare Dio, per offrirgli questo battesimo di fuoco che è dello Spirito Santo. Sperate dunque nella Luce e dormite."
Al termine di questo discorso, don Arbuez, avendo con un cenno fatto togliere le catene al disgraziato, lo abbracciò teneramente. Poi fu la volta del fra redemptor, che, sottovoce, pregò l'ebreo di perdonargli ciò che egli gli aveva fatto subire al fine di redimerlo; poi lo abbracciarono i due famigli, il cui bacio, attraverso le loro buffe, fu silenzioso. Terminata la cerimonia, il prigioniero fu lasciato solo e interdetto, nelle tenebre.
Rabbi Aser Abarbanel, con la bocca secca, il viso inebetito dalla sofferenza, fissò, dapprima senza particolare attenzione, la porta chiusa. "Chiusa?..." Questa parola, a sua stessa insaputa, risvegliava, nei suoi pensieri confusi, una fantasticheria. Perché egli aveva intravisto, per un istante, il bagliore delle lanterne nella fessura tra gli stipiti di quella porta. Una morbosa idea di speranza, dovuta allo spossamento del suo cervello, commosse il suo essere.
Egli si trascinò verso l'insolita cosa apparsa! E, piano piano, facendo passare un dito, con lunghe precauzioni, nello spiraglio, tirò la porta verso di sé. Oh stupore! per un caso straordinario, il famiglio che l'aveva richiusa aveva girato la grossa chiave un po' prima dell'urto contro gli stipiti di pietra. Di modo che, non essendo la stanghetta arrugginita entrata nel dado, la porta scivolò di nuovo nel ridotto.
Il rabbino si arrischiò a gettare uno sguardo al di fuori.
Col favore di una sorta di oscurità livida, distinse dapprima un semicerchio di muri terrosi, forati da spirali di scalini; e, dominanti, di fronte a lui, cinque o sei gradini di pietra, una specie di portico nero, da cui si accedeva a un vasto corridoio, del quale non era possibile intravedere dal basso altro che le prime arcate.
Stesosi al suolo, dunque, strisciò fino a questa soglia. Sì, era proprio un corridoio, ma di una lunghezza smisurata! Lo illuminava una luce pallida, un chiarore di sogno; alcuni lumi, sospesi alle volte, azzurravano, a intervalli, il colore smorto dell'aria; il fondo lontano non era altro che ombra. Non una porta, lateralmente, in questa distesa! Da un solo lato, alla sua sinistra, alcuni spiragli, chiusi da inferriate incrociate, nelle rientranze del muro, lasciavano passare un crepuscolo - che doveva essere quello della sera, a causa delle striature rosse che tagliavano, a lunghi intervalli, il lastricato.  E quale terribile silenzio!... Eppure, laggiù, nella profondità di quella bruma, un'uscita poteva condurre alla libertà! La vacillante speranza dell'ebreo era tenace, poiché era l'ultima. Senza esitare, dunque, egli si avventurò sul lastricato, costeggiando la parete degli spiragli, sforzandosi di confondersi con la tinta tenebrosa delle lunghe muraglie. Avanzava con lentezza, trascinandosi sul petto, e trattenendosi dal gridare quando una piaga, recentemente messa a nudo, lo straziava.
All'improvviso, il rumore di un sandalo che si avvicinava giunse fino a lui nell'eco di quel viale di pietra. Un tremito lo scosse; l'ansia lo soffocava; la vista gli si oscurò. Addio! era finita, senza dubbio! Egli si rannicchiò, bocconi, in una rientranza, e, mezzo morto, attese.
Era un famiglio che si affrettava. Passò rapidamente, con uno strappa-muscoli in pugno, la buffa abbassata, terribile, e disparve. L'emozione che aveva attanagliato il rabbino aveva come sospeso le sue funzioni vitali: egli rimase per quasi un'ora senza poter compiere un movimento. Nella paura di un supplemento di tormenti se fosse stato ripreso, gli venne l'idea di ritornare nella sua segreta. Ma la vecchia speranza gli sussurrava, nell'anima, quel divino può darsi, che rincuora nei peggiori sconforti. Si era verificato un miracolo! Non bisognava più dubitare! Egli riprese quindi a strisciare verso la possibile evasione. Estenuato dalla sofferenza e dalla fame, tremando per le angosce, egli avanzava! E quel sepolcrale corridoio sembrava allungarsi misteriosamente! E lui, senza finir di avanzare, guardava sempre l'ombra, laggiù, che doveva essere un'uscita salvatrice. 
Oh! oh! ecco che dei passi suonarono di nuovo, ma questa volta più lenti e più sordi. Le forme bianche e nere di due inquisitori, dai lunghi cappelli dai bordi rovesciati, gli apparvero, emergendo dall'aria smorta, laggiù. Essi parlavano a bassa voce e sembravano in controversia su un punto importante, poiché le loro mani si agitavano.
A questa vista, rabbi Aser Abarbanel chiuse gli occhi; il suo cuore batté a morte; i suoi cenci furono penetrati da un freddo sudore di agonia; restò stupito, immobile, steso lungo il muro, sotto il raggio di un lume, immobile, implorando il Dio di Davide.
Arrivati di fronte a lui, i due inquisitori si fermarono sotto il chiarore della lampada, per un caso senza dubbio dovuto alla loro discussione. Uno di loro, ascoltando il suo interlocutore, si trovò a guardare il rabbino! E, sotto quello sguardo di cui non comprese, all'inizio, l'espressione distratta, il disgraziato credeva di sentire le tenaglie calde mordere ancora la sua povera carne; egli sarebbe dunque ridiventato un lamento e una piaga! Sentendosi venir meno, senza poter respirare, battendo le palpebre, egli tremava, sfiorato da quella veste.
Ma, cosa insieme strana e naturale, gli occhi dell'inquisitore erano evidentemente quelli di un uomo profondamente preoccupato da quello che sta per rispondere, assorbito dall'idea di ciò che ascolta, essi erano fissi - e sembravano guardare l'ebreo senza vederlo!
In effetti, dopo che furono trascorsi alcuni minuti, i due sinistri conversatori continuarono il loro cammino, a passi lenti, e sempre discorrendo a bassa voce, verso il bivio dal quale era uscito il prigioniero; NON ERA STATO VISTO!... Tanto che, nell'orribile sconvolgimento delle sue sensazioni, la sua mente fu attraversata da questa idea: "Sarei già morto, dato che non mi vedono?" Un'impressione orrenda lo fece uscire dal suo letargo: osservando il muro, proprio contro il suo viso, credette di vedere, di fronte ai suoi, due feroci occhi che l'osservavano!... Gettò la testa all'indietro, in un'angoscia travolgente e brusca, coi capelli ritti!
... Ma no. La sua mano si era resa conto, tastando le pietre: era il riflesso degli occhi dell'inquisitore che egli aveva ancora nelle pupille, e che egli aveva rifratto su due macchie del muro.
In cammino! Bisognava affrettarsi verso quella fine che egli s'immaginava (morbosamente senza dubbio) fosse la liberazione! Verso quelle ombre dalle quali non distava più che una trentina di passi, all'incirca. Riprese dunque, più velocemente, sulle ginocchia, sulle mani, sul ventre, il suo doloroso percorso; e presto entrò nella parte buia di quel pauroso corridoio.
Ad un tratto, il disgraziato sentì freddo sopra le mani che appoggiava sul lastricato: un violento soffio d'aria scivolava sotto una porta alla quale conducevano i due muri. Ah! Dio! se questa porta si aprisse sull'esterno! Tutto l'essere del povero evaso ebbe come una vertigine di speranza! Egli l'esaminava, dall'alto in basso, senza poterla ben distinguere a causa dell'oscurità intorno a lui. Tastava: nessun chiavistello, nessuna serratura. Un lucchetto!... Si raddrizzò: il lucchetto cedette sotto il suo pollice; la silenziosa porta scivolò davanti a lui.
"ALLELUIA!..." mormorò, in un immenso sospiro di ringraziamento, il rabbino, ora in piedi sulla soglia, alla vista di ciò che gli appariva.
La porta si era aperta su dei giardini, sotto una notte di stelle! Sulla primavera, sulla libertà, sulla vita! I giardini davano sulla campagna circostante, prolungandosi verso le sierre le cui sinuose linee azzurre si profilavano all'orizzonte; là, era là la salvezza! Oh! fuggire! Avrebbe corso tutta la notte sotto quel bosco di limoni di cui gli giungeva il profumo. Una volta sulle montagne, sarebbe stato salvo! Respirava la buona, sacra aria; il vento lo rianimava, i suoi polmoni risuscitavano!
Sentiva, nel cuore dilatato, il Veni foras di Lazzaro! E per benedire ancora il Dio che gli concedeva questa misericordia, tese le braccia davanti a sé, alzando gli occhi al firmamento. Fu un'estasi.
Allora, credette di vedere l'ombra delle sue braccia ritorcersi su di lui: credette di sentire quelle braccia d'ombra circondarlo, avvinghiarlo e stringerlo teneramente contro un petto. Un'alta figura era, in effetti, accanto alla sua. Fiducioso, abbassò lo sguardo verso quella figura e restò ansimante, sconvolto, con l'occhio spento, tremebondo, gonfiando le guance e sbavando per lo spavento.
Orrore! era fra le braccia del Grande Inquisitore in persona, del venerabile Pedro Arbuez d'Espila, che lo osservava, gli occhi pieni di lacrime, e un'aria da buon pastore che ritrova la pecorella smarrita!...
Lo scuro prete si stringeva al cuore lo sventurato ebreo, con uno slancio di carità così fervida che le punte del cilicio monacale sarchiarono, sotto il saio, il petto del domenicano. E mentre rabbi Aser Abarbanel, gli occhi rovesciati sotto le palpebre, rantolava d'angoscia fra le braccia dell'ascetico don Arbuez e comprendeva confusamente che tutte le fasi della fatale serata non erano altro che un supplizio previsto, quello della Speranza! il Grande Inquisitore, con un accento di pungente rimprovero e lo sguardo costernato, gli mormorava all'orecchio, con alito ardente e alterato dai digiuni:
"Ma come, figlio mio! Alla vigilia, forse, della salvezza... volevate dunque lasciarci!"

(Villiers de l'Isle-Adam, Il convitato delle ultime feste. Mondadori, 1989)










sabato 4 febbraio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: Yzur

Acquistai la scimmia all'asta di un circo fallito. La prima volta che mi passò per il capo l'idea di tentare l'esperienza che sto per narrare in queste righe, fu un giorno che lessi non so dove che gli indigeni di Giava attribuiscono la carenza di linguaggio articolato nelle scimmie all'astensione e non all'incapacità. "Non parlano", dicono, "perché non le facciano lavorare". Simile idea, all'inizio per nulla profonda, finì per preoccuparmi tanto da mutarsi in questo postulato antropologico: 
Le scimmie furono uomini che per una ragione o per l'altra smisero di parlare. Il che produsse l'atrofia dei loro organi di fonazione e dei centri cerebrali del linguaggio; debilitò fin quasi a sopprimerlo il rapporto fra gli uni e gli altri, fissando l'idioma della specie nel grido inarticolato, e l'umano primitivo decadde in animale.
E' chiaro che se si riuscisse a dimostrare quanto sopra, verrebbero spiegate naturalmente tutte le anomalie che rendono la scimmia un essere così singolare; ma non ci sarebbe che una dimostrazione possibile: ridare alla scimmia il linguaggio.
Intanto, avevo percorso mezzo mondo col mio esemplare, che mi si affezionava sempre più grazie a varie peripezie e avventure. In Europa richiamò l'attenzione, e se avessi voluto avrei potuto elevarlo alla celebrità di un Consul; ma la mia serietà di uomo d'affari mal si conciliava con simili pagliacciate.
Tormentato dalla mia idea fissa del linguaggio delle scimmie, esaurii tutta la bibliografia concernente il problema, ma senza alcun risultato apprezzabile. Sapevo solo, con assoluta certezza, che non esiste alcuna ragione scientifica perché la scimmia non possa parlare. Questo era il risultato di cinque anni di meditazioni. 
Yzur (nome di cui non riuscii mai a scoprire l'origine, perché ignorata anche dal precedente proprietario), Yzur era certamente un animale notevole. L'educazione del circo, benché ridotta quasi esclusivamente al mimetismo, aveva assai sviluppato le sue facoltà; era questo ciò che mi incitava maggiormente a provare su di lui la mia apparentemente sballata teoria.
D'altro canto, è noto che lo scimpanzé (Yzur lo era) è tra le scimmie quella meglio provvista di cervello e una delle più docili, il che aumentava le mie probabilità. Ogni volta che lo vedevo venire avanti su due zampe, con le mani dietro la schiena per mantenere l'equilibrio, e il suo aspetto di marinaio ubriaco, la convinzione della sua umanità trattenuta si rafforzava in me.
Non esiste in realtà ragione alcuna perché la scimmia non articoli assolutamente. Il suo linguaggio naturale, vale a dire l'insieme di grida per mezzo delle quali comunica coi suoi simili, è abbastanza variato; la sua laringe, per quanto risulti diversa da quella umana, non lo è mai tanto come quella del pappagallo, che tuttavia parla; e quanto al suo cervello, a parte che il paragone con quello di quest'ultimo animale fuga ogni dubbio, basta ricordare che quello dell'idiota è altrettanto rudimentale; e malgrado ciò vi sono dei cretini che sanno pronunciare alcune parole. Per ciò che concerne la circonvoluzione di Broca, dipende, è evidente, dallo sviluppo generale del cervello; bisogna dire inoltre che non è provato che essa sia fatalmente il punto di localizzazione del linguaggio. Se è il caso di localizzazione meglio stabilito in anatomia, l'esistenza di dati contrastanti è comunque incontestabile.
Fortunatamente, le scimmie hanno, fra le molte cattive qualità, il gusto dell'apprendimento, come dimostra la loro tendenza all'imitazione; la memoria è buona, la riflessione si spinge fino a una profonda capacità di dissimulazione, e l'attenzione è comparativamente più sviluppata che nel bambino. Sono dunque soggetti pedagogici tra i più adatti.
La mia inoltre era giovane, ed è noto che la giovinezza costituisce l'epoca più intellettuale della scimmia, simile sotto questo aspetto al negro. La difficoltà consisteva soltanto nel metodo che avrei dovuto usare per comunicarle la parola.
Conoscevo tutti gli infruttuosi tentativi dei miei predecessori; ed è inutile dire che dinanzi alla competenza di alcuni di essi e all'inutilità di tutti i loro sforzi, i miei propositi vennero meno più di una volta; quando la tenace meditazione su quel problema mi condusse a questa conclusione: Per prima cosa si tratta di sviluppare l'apparato di fonazione della scimmia.
Ed è così, in effetti, che si procede coi sordomuti prima di condurli all'articolazione; e avevo appena concepito questa riflessione, che tutte le analogie fra il sordomuto e la scimmia mi si affollarono nella mente.
Anzitutto, la loro straordinaria capacità mimica che sostituisce il linguaggio articolato, dimostrando che l'assenza di parole non è assenza di pensiero, come se questa facoltà fosse sminuita dalla paralisi di quella. Poi altri caratteri più peculiari in quanto più specifici: la diligenza sul lavoro, la fedeltà, il coraggio accresciuto fino alla temerità da queste due condizioni la cui coesistenza è veramente rivelatrice: la facilità di eseguire esercizi d'equilibrio e la resistenza al mal di mare.
Decisi allora di iniziare la mia opera con una vera e propria ginnastica delle labbra e della lingua della mia scimmia, trattandola in questo come un sordomuto. Per il resto, mi avrebbe aiutato l'udito a stabilire comunicazioni dirette di parola, senza bisogno di ricorrere al tatto. Il lettore vedrà che a questo proposito le mie previsioni erano troppo ottimistiche.
Per fortuna, fra tutte le grandi scimmie lo scimpanzé è quella che ha le labbra più mobili; e nel caso specifico, avendo Yzur sofferto di angina, sapeva aprir la bocca per farsela esaminare.
Il primo esame confermò in parte i miei sospetti. La lingua rimaneva immobile in fondo alla bocca, come una massa inerte; gli unici movimenti erano quelli della deglutizione. La ginnastica produsse presto il suo effetto, perché in capo a due mesi sapeva già tirar fori la lingua in segno di beffa. Fu questo il primo rapporto che riuscii a stabilire fra il movimento della sua lingua e un'idea; un rapporto in perfetto accordo con la sua natura, peraltro.
Le labbra mi diedero più problemi, perché bisognò addirittura tendergliele con delle mollette; ma egli apprezzava - forse dalla mia espressione - l'importanza di quel compito anomalo, e lo intraprendeva con prontezza. Mentre io praticavo i movimenti labiali che doveva imitare, restava seduto, grattandosi la groppa col braccio teso all'indietro e ammiccando in una concentrazione dubitosa, o lisciandosi le basette con tutta l'aria di un uomo che armonizza le proprie idee per mezzo di gesti ritmici. Alla fine imparò a muovere le labbra.
L'esercizio del linguaggio è un'arte difficile, come dimostrano i lunghi balbettii del bambino, che lo conducono, parallelamente al suo sviluppo intellettuale, ad acquisirne l'abitudine. In effetti, è dimostrato che il centro delle innervazioni vocali si trova associato a quello della parola in forma tale, che lo sviluppo normale di entrambi dipende dal loro esercizio armonico; questo era già stato presentito nel 1785 da Heinicke, l'inventore del metodo orale per l'insegnamento ai sordomuti, come una conseguenza filosofica. Egli parlava di una "concatenazione dinamica delle idee"; frase la cui profonda chiarezza onorerebbe più di uno psicologo contemporaneo.
Yzur si trovava, rispetto al linguaggio, nella stessa situazione del bambino che prima di saper parlare capisce già molte parole; ma era molto più in grado di associare alle parole i giudizi che doveva possedere sulle cose, per la sua maggior esperienza della vita.
Questi giudizi, che non dovevano essere solo impressionistici, bensì anche inquisitivi e disquisitivi, a giudicare dal carattere differenziale che assumevano, il che presuppone un ragionamento astratto, dimostravano un grado superiore di intelligenza assai favorevole in verità ai miei intenti.
Se le mie teorie paiono troppo audaci, basta riflettere che il sillogismo, ossia l'argomento logico fondamentale, non è estraneo alla mente di molti animali. Poiché il sillogismo è originariamente una comparazione fra due sensazioni. Se no, perché gli animali che conoscono l'uomo lo sfuggono, e non quelli che non l'hanno mai conosciuto?...
Diedi inizio, quindi, all'educazione fonetica di Yzur.
Si trattava di insegnargli dapprima la parola meccanica, per condurlo poi progressivamente alla parola sensata.
Poiché la scimmia possiede la voce, essendo in questo avvantaggiata sul sordomuto, con più sicure articolazioni rudimentali, si trattava di insegnarle le sue modificazioni, che costituiscono i fonemi, e la loro articolazione, definita dai maestri statica o dinamica, secondo che si riferisca alle vocali o alle consonanti. Data la ghiottoneria della scimmia, e seguendo in ciò un metodo usato da Heinicke coi sordomuti, decisi di associare ogni vocale con una leccornia: a con patata; e con miele; i con vino; o con cocco; u con zucchero, facendo in modo che la vocale fosse contenuta nel nome del cibo, ora con il dominio pressoché unico e ripetuto, come in patata, cocco, miele, ora accentrando su di sé i due accenti, tonico e prosodico, ossia come suono fondamentale: vino, zucchero.
Tutto andò bene finché si trattò delle vocali, cioè dei suoni che si formano con la bocca aperta. Yzur le imparò in quindici giorni. La u fu quella che gli costò di più pronunciare.
Le consonanti mi diedero un lavoro tremendo; e ben presto compresi che non sarebbe mai riuscito a pronunciare quelle alla cui formazione concorrono i denti e le gengive. Le sue lunghe zanne lo ostacolavano troppo.
Il suo vocabolario si riduceva, quindi, alle cinque vocali e alla b, la k, la m, la g, la f e la c, cioè a tutte quelle consonanti alla cui formazione partecipano solo il palato e la lingua.
Ma anche per questo non mi bastò l'udito. Dovetti ricorrere al tatto come con un sordomuto, appoggiandogli la mano sul mio petto prima e poi sul suo, affinché sentisse le vibrazioni del suono.
E passarono tre anni, senza che riuscissi a fargli formare neppure una parola. Tendeva ad attribuire alle cose, come nome proprio, quello della lettera il cui suono predominava in esse. Questo era tutto.
Nel circo aveva imparato ad abbaiare, come i cani, suoi compagni di lavoro; e quando mi vedeva disperare nei vani tentativi di strappargli la parola, abbaiava forte come per darmi tutto ciò di cui era capace. Pronunciava isolatamente le vocali e le consonanti, ma non sapeva associarle. Al massimo, imbroccava una ripetizione vertiginosa di pi e di emme.
Per quanto lentissimo, si era operato un gran mutamento nel suo carattere. Mostrava una minor mobilità nelle espressioni, aveva lo sguardo più profondo, e assumeva atteggiamenti meditabondi. Aveva acquisito, per esempio, l'abitudine di contemplare le stelle. Anche la sua sensibilità subiva lo stesso sviluppo: notai che era assai più facile alle lacrime.
Le lezioni continuavano con irremovibile costanza, benché senza il minimo successo. Erano pian piano divenute una dolorosa ossessione, e a poco a poco mi sentivo sempre più incline a usare la forza. Il mio carattere si inacidiva a causa del fallimento, fino a farmi assumere una sorda animosità contro Yzur. Questi si intellettualizzava sempre più, in fondo al suo mutismo ribelle, e cominciavo a convincermi che non sarei mai riuscito a superare quel punto morto, quando improvvisamente seppi che non parlava perché non voleva parlare.
Il cuoco, terrorizzato, venne a dirmi una sera che aveva sorpreso la scimmia mentre "parlava con vere parole". A quanto raccontò, Yzur se ne stava raggomitolato accanto a un fico, nell'orto; ma il terrore gli impedì di ricordare le cose essenziali, ossia le parole. Gli pareva di rammentarne solo due: casa e pipa. Per poco non lo prendevo a calci per la sua imbecillità.
Inutile dire che passai quella notte in preda a una grande emozione; e ciò che non avevo commesso in tre anni, l'errore che mandò a monte tutto, fu causato dalla spossatezza di quella veglia, non meno che dalla mia eccessiva curiosità.
Invece di lasciare che la scimmia arrivasse naturalmente alla manifestazione del linguaggio, la chiamai il giorno seguente e volli imporgliela per obbedienza.
Non ottenni che le pi e le emme di cui ero ormai stufo, le strizzatine d'occhio ipocrite e - Dio mi perdoni - un certo barlume di ironia nell'irrequieta ubiquità delle sue smorfie.
Mi abbandonai alla collera e senza alcuna giustificazione lo picchiai. L'unica cosa che ottenni fu il suo pianto e un silenzio assoluto che escludeva persino i gemiti.
Tre giorni dopo si ammalò, cadendo in una sorta di oscura demenza complicata da sintomi di meningite. Sanguisughe, docce fredde, purganti, revulsivi cutanei, infusi di brionia in alcol, bromuro; tutta la terapeutica della spaventosa malattia gli venne applicata. Lottai con disperato vigore, spinto da un rimorso e da un timore. Quello, perché ritenevo l'animale vittima della mia crudeltà; questo, per la sorte del segreto che forse si sarebbe portato nella tomba. Migliorò in capo a moltissimo tempo, ma rimase tuttavia così debole che non poteva muoversi dal letto. La vicinanza della morte lo aveva nobilitato e umanizzato. I suoi occhi pieni di gratitudine non mi lasciavano un istante, seguendomi per tutta la stanza come due sfere girevoli, anche se mi trovavo dietro di lui; la sua mano cercava le mie in una intimità da convalescenza. Nella mia grande solitudine, andava acquistando rapidamente l'importanza di una persona.
Il demone dell'analisi, che altro non è se non una forma dello spirito di perversità, mi spingeva tuttavia a rinnovare le mie esperienze. In realtà la scimmia aveva parlato. Quella faccenda non poteva finire così.
Iniziai con molta cautela, chiedendogli le lettere che sapeva pronunciare. Nulla! Lo lasciai solo per ore, spiandolo attraverso un forellino praticato nel tramezzo. Nulla! Gli rivolsi brevi orazioni, cercando di sollecitare la sua fedeltà o la sua ghiottoneria. Nulla! Quando scivolavo nel patetico, gli occhi gli si riempivano di lacrime. Quando gli dicevo una frase abituale, come quel "io sono il tuo padrone" con cui iniziavo tutte le mie lezione, o quel "tu sei la mia scimmia" con cui completavo la mia precedente affermazione, per mettere innanzi al suo spirito la certezza di una verità totale, egli assentiva chiudendo le palpebre; ma non emetteva il minimo suono,e neppure arrivava a muovere le labbra.
Era tornato alla gesticolazione come unico mezzo di comunicazione con me; e questo particolare, aggiunto alle sue analogie coi sordomuti, raddoppiava le mie precauzioni, perché nessuno ignora la grande predisposizione di questi ultimi alle infermità mentali. A volte desideravo che diventasse pazzo, per vedere se il delirio avrebbe infine rotto il suo silenzio.
La sua convalescenza continuava, stazionaria. La stessa debolezza, la stessa tristezza. Era evidente che era malato d'intelligenza e di dolore. La sua unità organica si era spezzata sotto l'impulso di un'attività cerebrale anormale, e giorno più giorno meno, era ormai da considerarsi perduto.
Ma, nonostante la mansuetudine che il progredire della malattia accresceva in lui, il suo silenzio, quel disperante silenzio provocato dalla mia esasperazione, non cedeva. Da un oscuro recesso di tradizione pietrificata in istinto, la razza imponeva il proprio millenario mutismo all'animale, fortificandosi di volontà atavica nelle radici stesse della sua essenza. Gli antichi uomini della giungla, costretti al silenzio, ossia al suicidio intellettuale, da chissà quale barbara ingiustizia, mantenevano il loro segreto formato da misteri di foresta e abissi di preistoria, in quella decisione ormai inconscia, ma formidabile per l'immensità della sua durata.
Infortuni dell'antropoide ritardato nell'evoluzione alla cui avanguardia passava l'umano con un despotismo di oscura barbarie, avevano senza dubbio spodestato le grandi famiglie quadrumani nel dominio arboreo dei loro primitivi eden, diradando le loro file, catturandone le femmine per organizzare la schiavitù dallo stesso ventre materno, fino a ispirare alla loro impotenza di vinti l'atto di dignità morale che li portava a rompere col nemico persino il legame, superiore sì, ma infausto, della parola, rifugiandosi come salvezza suprema nella notte dell'animalità.
E quali orrori, quali stupefacenti sevizie non devono aver commesso i vincitori sulla semibestia in fase critica di evoluzione, perché questa, dopo aver gustato il fascino intellettuale che è il frutto paradisiaco delle bibbie, si rassegnasse a quella claudicazione della propria stirpe nella degradante eguaglianza degli inferiori; a quella retrocessione che cristallizzava per sempre la sua intelligenza nei gesti di un automatismo da acrobata; a quella gran viltà della vita che avrebbe curvato per l'eternità, come un contrassegno bestiale, la sua schiena di dominata, imprimendole quel malinconico turbamento che permane sullo sfondo della sua caricatura.
Ecco ciò che sul punto di conseguire il successo il mio malumore aveva risvegliato nel profondo del limbo atavico. Attraverso milioni di anni, la parola, col suo esorcismo, smuoveva l'antica anima scimmiesca; ma contro questa tentazione che stava per violare le tenebre dell'animalità protettrice, la memoria ancestrale, diffusa nella specie sotto forma di un istintivo orrore, opponeva un'età sopra l'altra come una muraglia.
Yzur entrò in agonia senza perdere conoscenza. Una dolce agonia a occhi chiusi, respiro debole, polso impercettibile, calma assoluta, che egli interrompeva solo per volgere verso di me, con una lacerante espressione di eternità, il suo vecchio volto di mulatto triste. E l'ultima sera, la sera della sua morte, accadde la cosa straordinaria che mi decise a narrare questi fatti. Mi ero appisolato al suo capezzale, vinto dal calore e dalla quiete del crepuscolo incipiente, quando sentii improvvisamente qualcosa di caldo toccarmi il polso. Mi svegliai di soprassalto. La scimmia, con gli occhi spalancati, stava morendo, e la sua espressione era così umana che mi terrorizzò; ma la sua mano, i suoi occhi mi attiravano con tanta eloquenza verso di lui, che dovetti chinarmi subito accanto al suo viso; e allora, col suo ultimo respiro, l'ultimo respiro che coronava e frustrava nel contempo la mia speranza, sgorgarono - ne sono certo - sgorgarono in un mormorio (come descrivere il tono di una voce rimasta muta per diecimila secoli?) queste parole la cui umanità riconciliava le specie:
"Padrone, acqua. Padrone, padrone mio..."

(Leopoldo Lugones, La statua di sale. Franco Maria Ricci, 1980)












lunedì 24 ottobre 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Uomini animali rampicanti

Nel cadere persi sicuramente i sensi. Ricordo soltanto due occhi che mi guardavano e l'ultimo dondolio dell'aereo, come se una enorme balia mi cullasse tra le sue braccia. Piacerà così a un bambino esser cullato. Serrai le palpebre, vagai per mondi sconosciuti. Poi un rumore assordante e quindi un colpo secco mi riportarono alla realtà: l'incontro duro con il suolo. Dopo, null'altro mi collegava con questa terra, eccetto la sensazione di un falò che si spegne e lascia cenere grigia simile al silenzio. Non comprendo in che modo avvenne l'incidente: che io stia qui solo in questa selva con i viveri e che tutt'intorno non resti alcuna traccia dell'apparecchio sul quale viaggiavo, mi sgomenta. Qualcuno verrà a cercarmi, confido nella capacità degli aviatori che, più che cercare me e tutti gli altri di bordo, cercheranno l'aereo. Mi ritroveranno per caso: il caso esiste e talvolta risolve. Queste provviste, razionate, basteranno per una ventina di giorni. Il mio calcolo potrebbe essere inesatto. Per di più qualche roditore, qualche uccello o una bestia qualsiasi potrebbe divorare i viveri che non sono adeguatamente  protetti; allora la mia razione si ridurrebbe notevolmente. Mi resterebbero, comunque, le marmellate e le gallette in scatola dal sapore di cartone, la ventresca affumicata, le linguette, i datteri, le prugne, le disgustose castagne di Cajù, le arachidi.
Però, quegli occhi, dove saranno?
Venti giorni è molto, è quasi un mese. Viveri per venti giorni, che posso chiedere di più? Dosarli, mi sarà data questa felicità? Non so dove ho letto che certi monaci si nutrivano per lunghi periodi con due o tre datteri al giorno. Anche le bottiglie di vino mi aiuteranno a mantenermi sano e forte.
Però quegli occhi che mi guardavano, cosa berranno?
A nessun animale interessa bere vino, chissà perché?
E a proposito di animali, penso alla probabile esistenza di belve. Sento a volte scricchiolare i rami e mi sembra che ci sia odore di fiera, però capisco che se do retta alle mie elucubrazioni diventerò pazzo, e allora mi butto con la faccia a terra, la bacio e cerco di immaginare un mondo di agnelli, come nei santini della prima comunione, e di farfalle, come nei libri di lettura infantili. Il mio letto è così comodo che dopo aver dormito otto ore mi sveglio placidamente credendo di essere a casa. Allungo il braccio e con mano sicura cerco di accendere il lume sul mio comodino: mi soffermo un po' su questa illusione. Se la notte è molto scura, mi afferra una grande angoscia, però se c'è la luna contemplo la luce che brilla sulle foglie degli alberi e sui tronchi coperti di musco e immagino di stare in un giardino ben curato. Mi tranquillizza questa immagine, così sciocca in verità, giacché ho sempre preferito la selva a un giardino civilizzato. Proprio per questo andavo sempre spettinato, mi lasciavo crescere la barba, e a volte la proprietà del mio vestiario non era impeccabile. Ora che sono circondato da una vegetazione che si estende a casaccio, preferirei essere attorniato da piante più disciplinate? No, assolutamente. Tutti i miei pensieri vanno alla città che odiai; ai dintorni della città che disprezzai. Ricordo con rabbia il suo odore di nafta, di naftalina, di farmacia, di sudore, di vomito, di piedi, di cantina, di vecchio, di insetticida, di orinatoio, di neonato, di sputacchiera, di escrementi, di cucina. Non cado nell'equivoco di riscattare l'immagine della città con quella delle persone amate. Cerco di non rimpiangere né il gabinetto né il lavandino. Mi abituo a questa vita. Ci si abitua a tutto, mi diceva mammà, e aveva ragione.
Non conosco il clima di questo posto; questo sì, mi secca un po' la mia ignoranza. Sarebbe difficile conoscerlo senza nulla che possa orientarmi: né barometro, né indicazione geografica, né studi botanici né climatici. Per colpa di una tormenta l'aereo dovette cambiare direzione, cosicché non so neppure approssimativamente dove è caduto. Potrei consultare il cielo, però non mi intendo neppure di stelle. Temo si sbagliarmi. Credo che questo posto sia umido perché ci sono delle liane e certe varietà di madreselva che crescono in luoghi umidi. Non so se il caldo che sento è tropicale, o semplicemente estivo. Ci sono sotto gli alberi certe felci che si ammassano tra il musco.
Di che colore erano quegli occhi? Del colore delle palline di vetro che io sceglievo nei negozi di giocattoli quando ero piccolo.
Di notte ci sono lucciole e grilli assordanti. Un profumo dolce e penetrante mi afferra, da dove proviene? Ancora non lo so. Credo mi faccia bene. Esala da fiori o da alberi o da erbe o da radici o da tutto insieme (non sarà da un fantasma?); è un profumo che non ho aspirato in nessun'altra parte del mondo, un profumo inebriante e al tempo stesso rilassante. Annusando come un cane, diventerò un cane? Pesto le foglie, le erbe, i fiori selvatici che incontro. Studio le foglie per accertare se questo profumo emani da esse. Strappo e assaporo la corteccia degli alberi. Finalmente ho scoperto cos'è che profuma l'aria con tanta forza: è un rampicante, dai fiori piuttosto insignificanti. Niente del suo aspetto lo distingue dagli altri, salvo il suo rigoglioso fogliame. Mentre lo guardo mi sembra che cresca. Mi nutro metodicamente secondo il calcolo della razioni giornaliere che mi sono proposto di mangiare perché gli alimenti mi bastino fino all'arrivo dell'aereo o dell'elicottero che aspetto dagli uomini e da Dio. Mangio varie volte al giorno piccole dosi di cibo. Ci sono certi frutti selvatici che arricchiscono la mia dieta. Mi faccio schifo. Perché mi affanno tanto? Non più di un mese fa pensavo di suicidarmi; ora mi nutro meticolosamente, cerco di riposare, come se accudissi un bambino. Ci sono persone che ci mettono parecchio a sapere chi sono. Il canto degli uccelli a mezzogiorno (quello che io calcolo sia mezzogiorno) diventa frenetico. Avrei potuto fabbricarmi una fionda con degli elastici che ho alla cinta del mio anorak e due rami che ho tagliato. Perché colpire un uccello?, mi domando. La cosa più naturale sarebbe ucciderlo e mangiarlo. Non potrei. La mia volontà si affievolisce, forse. Dormo molto. Quando mi sveglio faccio fotografie agli alberi, alla mia mano, al mio piede, al fogliame, e del resto che altre fotografie potrei scattare? Non ho l'autoscatto per fotografarmi. D'altronde non so se la mia macchina fotografica funziona, perché ha ricevuto un colpo. In certi momenti pronuncio il mio nome svariate volte, dando alla mia voce tonalità differenti. Avrò paura di dimenticarlo? Scopro che c'è un'eco nel bosco. Niente mi fa tanta paura. A volte odo, o credo di udire, il rumore di un aereo: allora guardo il cielo disperatamente.
Dove saranno quegli occhi che mi guardavano tanto? Di che parleranno? Saranno caduti in mare attratti dal proprio colore? Se arrivassero all'improvviso?
A poco a poco mi abituo a questa vita. Preferisco dormire, è quel che faccio meglio, forse troppo. Se una belva mi attaccasse durante il sonno non potrei difendermi, e commetto tutti i giorni l'imprudenza di dormire profondamente all'ora della siesta: è chiaro che non so con precisione quando sia l'ora della siesta, perché il mio orologio si è fermato e per prima cosa ho perduto la nozione del tempo. Attraverso tanti alberi, la luce del sole mi giunge indirettamente. Dopo aver perso il filo dell'ora, se così si può dire, difficile mi sarebbe orientarmi rispetto a quella luce. Non so se è autunno, inverno, primavera o estate. Come potrei saperlo se non so in quale posto mi trovo? Credo che gli alberi che mi circondano siano dei sempreverdi. Non mi azzardo ad avventurarmi nel bosco: potrei perdere le mie provviste. Questa è ormai la mia casa. I rami sono i miei attaccapanni. Non uso molto il sapone e lo specchio, le forbici e il pettine. Comincia a preoccuparmi la faccenda del sonno, mi sembra che dormo per quasi tutto il tempo e credo che la colpa sia di questi fiori che profumano tanto l'aria. L'aspetto anodino che hanno, inganna: formano un chiosco che a ben guardarlo è diabolico. Invano li strappo dal terreo; tornano a crescere con più vigore. Ho cercato di distruggerne alcuni sotterrandoli, ma non ho attrezzi per scavare la terra e mi sono servito di un pezzo di legno piatto, il cui uso è stato malagevole. Povero Robinson Crosuè, o meglio felice Robinson Crosuè che sapeva cavarsela nelle difficoltà che la solitudine impone. Io non sono adatto per una situazione come questa. Invano ho cercato di distruggere fiori, come stavo dicendo, poiché molti si avvinghiano agli alberi e si perdono in alto chiudendomi il cielo. Non potrei distruggere in alcun modo il loro profumo, perché questo luogo è come una stanza chiusa. A volte mi sono addormentato guardando un ramo con due o tre fiori; al risveglio mi sono accorto che lo stesso ramo aveva già nove fiori in più. Quanto tempo avrò dormito? Non lo so. Non so mai la durata del mio sonno, però suppongo di dormire come nei giorni in cui svolgo una vita normale. Com'è che in un tempo così breve hanno potuto sbocciare tanti fiori? Se penso a queste cose diventerò pazzo. Osservo il fiore colpevole del mio sonno: è come una campanula ed è dolce (l'ho assaggiato). I rami sui quali sboccia vanno ordendo strani canestrelli. Non ho mai osservato un rampicante tanto da vicino. Si avvolge a tronchi e rami con un tessuto tanto fitto che a volte è impossibile strapparlo. E' come una fascia, come una cascata, come un serpente. Assetato di acqua, cerca i miei occhi, si accosta. Ora ho paura di dormire. Ho degli incubi. Sono già diverse notti che sogno la stessa cosa: madreselva mi confonde con un albero e comincia a tessere intorno alle mie gambe una rete che mi imprigiona. Non credo di star male in salute. Credo, al contrario, di stare assolutamente bene. Eppure, questo stato di sonnolenza non sembra tanto normale. A volte mi chiedo: non avrò perduto completamente la nozione del tempo? Dormo di più di quanto sia abituale per un essere umano, o credo di dormire di più? E' il profumo che mi dà sonnolenza? Nell'ora in cui più si espande, comincio a battere le palpebre, mi si chiudono gli occhi, e cado in un letargo che al risveglio mi preoccupa. Il cammino di un rampicante su un albero fu per alcuni giorni il mio orologio. Come una ricamatrice, andava tessendo i suoi punti intorno a ciascun ramo. Al risveglio, dai nodi che aveva fatto, io potevo calcolare il tempo del mio sonno, però ora, da poco, fa più in fretta. Sono io o il tempo? Passare da un'dea all'altra senza ordine alcuno, è una delle mie caratteristiche attuali, però la verità è che mai ho disposto di tanto tempo né di tanta inattività fisica. Mai ho pensato di potermi trovare in una situazione simile. L'astinenza, oltretutto, mi ha sempre causato orrore. Ieri, sarà stato ieri?. ho bevuto due bottiglie di vino per riprendermi, e dopo aver vagato per il bosco, ubriaco, sono caduto addormentato per non so quanto tempo.
Ho sognato che dicevo: Dove staranno quegli occhi che mi guardavano tanto? Che berranno? Ci sono persone che sono mani, altre bocche, altre capigliature, altre petto dove uno giace, altre collo, altre occhi, nient'altro che occhi. Come lei. Cercavo di spiegarglielo quando stavamo sull'aereo, però lei non capiva. Capiva solo con gli occhi e domandava: "Come? Come dice?"
Mi svegliai lontano dai viveri credendo che non li avrei più ritrovati. Mi redarguii aspramente. Ebbi discussioni con me stesso. Tornai guidato da una grazia divina, senza dubbio, al luogo di salvezza: i miei alimenti. Che ironia della sorte! Dipendere dai cibi quando mi vantavo tra gli uomini di poter trascorrere venti giorni a digiuno, e me la ridevo dello sciopero della fame! Ora, per un dattero o per una disgustosa castagna di Cajù, avrei venduto l'anima. Sicuramente tutti gli uomini sono uguali e reagirebbero allo stesso modo. Non mi muovo, sto chiuso come in una cella. Non avrei mai supposto che cella e selva si somigliassero tanto, che società e solitudine avessero tanti punti di contatto. Dentro il mio orecchio un milione di persone discutono, si scontrano, si ingegnano per distruggermi. Tra ra ra ra ra sono stufo.
Dio mio, che mi sia concesso di non dimenticarmi di quegli occhi. Che l'iride viva nel mio cuore come se il mio cuore fosse di terra e l'iride una pianta.
Queste voci contraddittorie (tornando alle voci che sento dentro il mio orecchio), si ingegnano per distruggermi.
Amatevi gli uni con gli altri. Mai fu tanto difficile seguire questo precetto. Ugualmente non c'è bisogno di disprezzare la solitudine. Un giorno il mondo si popolerà tanto che la mia tana non sarà più solitaria. Pensare a trasformazioni mi dà il capogiro. Con gli occhi chiusi penso a tutte queste scemenze, ed è una imprudenza; il rampicante approfitta della mia distrazione per avvinghiarsi alla mia gamba destra, tesse una rete minuziosa su ciascun dito del mio piede. Il dito più piccolo mi fa ridere. Con quale stratagemma gli si avvolge intorno. Non parliamo dell'alluce che pare un issopo. Il rampicante avanza rapidamente nel suo lavoro con metodi distinti: per i diti piccoli del mio piede utilizza semplicemente un punto che assomiglia molto alle spalliere di sedie di vimini moderne, per superfici grandi utilizza uno strano intreccio di arabeschi che imitano le foderine di plastica delle automobili. Strappo dal mio piede la treccia con una certa difficoltà. Ricordo un rampicante della mia casa chiamato amante del muro, e che ha zampette con degli artigli che aderiscono alle pareti. Ricordo di averne strappato da bambino alcuni rami, e di aver sentito la resistenza della pianta in ciascuna foglia, come gattini che non vogliono mollare la presa. Questo rampicante non ha zampette come l'amante del muro. Maggiore è il suo merito. Infaticabilmente va tessendo e tessendo lacci. Poveri alberi, povere piante che cadono sotto i suoi artigli! Felice l'albero poco sensitivo. Glielo dicevo a qualcuna (per la quale ormai non sento più amore) per commuoverla. Mi è rimasto il verso, ma non sono tanto sicuro di codesto poco sensitivo. Di notte mi pare di aver udito gli alberi lamentarsi, abbracciarsi, respingersi o sospirare, inginocchiarsi davanti a quelli della propria famiglia e ad altri già sopraffatti dal rampicante. Sono entrato in questo mondo vegetale ignorandolo completamente. L'unico albero che conoscevo, fuori del salice, s'intende, era la tipa. Una volta la mamma disse attraversando piazza San Martin:
 - Che belle tipe! - passavano in quel momento due donne orrende e scoppiai a ridere.
- Di che cosa ridi? - protestò mamma guardando le fronde delle tipe, e aggiunse: - Per caso ora non si possono ammirare neppure gli alberi?
- Che alberi? - chiesi.
- Le tipe, ignorante. Non sai ancora cosa sono le tipe?
- Ah!, le tipe, - risposi con evidente stupore, - io credevo che parlavi di quell'altre tipe.
- Non sai neppure parlare. Staresti meglio nella foresta a chiacchierare con le scimmie.
Povera mamma, come si sarà pentita dell'insulto. A volte questo ricordo mi tiene desto, ma non posso farci niente. Guardo nell'oscurità le tipe. Avevano fiori gialli, il vestito di mamma sembrava più celeste. E io avrò sempre la mia faccia grigia di Buenos Aires?
Cosa guarderanno quegli occhi?
Faccia scipita, diceva la sarta che veniva a cucire in casa per le mie sorelle e pensava sempre che io avessi ancora dodici anni quando già ne avevo compiuto venti. Che strazio avere vent'anni! Non rimpiango la mia casa; questo no, però uno specchio è sempre una compagnia, cattiva o buona come tutte le compagnie, e lì avevo uno specchio rotondo come una luna. Stavolta ho dormito più di tutte le altre volte, più del giorno della sbronza: è chiaro che non posso essere sicuro di non sbagliarmi.
Dove saranno quegli occhi? Li starò dimenticando? Non ricordo molto bene la forma del loro angolo interno.
A volte uno dorme cinque minuti e sembrerebbe che ha dormito tutta la notte... Mi sono addormentato all'imbrunire, mi sono svegliato con una luce crepuscolare. Avrei dunque dormito solo cinque minuti? Però ho una prova schiacciante che non è stato così: il rampicante ha avuto tempo di tessere la sua treccia intorno alla mia gamba sinistra e di arrivare fino alla coscia; ce l'ha con la mia gamba sinistra! Come se non fosse sufficiente, ha fatto altrettanto con il mio braccio sinistro. Questa volta l'ho strappata con maggiore difficoltà però con meno fretta della volta precedente, dicendogli animale, come ad una delle mie amiche che mi punzecchiava sempre. Ho deciso di cambiare tana. Carico i miei viveri e mi sposto in cerca di un angolo senza rampicanti però non lo trovo e la camminata mi stanca. A volte penso che siano passati tanti anni e che sono vecchio; però se fosse così non mi resterebbero provviste. Ora mi sono fermato in un posto forse peggiore, ma non ho la forza di tornare sui miei passi. Tutta questa foresta è un rampicante. Perché preoccuparmi? C'è da preoccuparsi soltanto per le cose che hanno una soluzione. Il profumo continuerà ad ubriacarmi, a darmi sonnolenza. Il rampicante continuerà a fare le sue trecce. Adesso sono rare le volte che mi sveglio senza che non abbia tessuto qualche treccia intorno al mio braccio o alla mia gamba. Non più tardi di ieri si è arrampicato sul mio collo. Mi seccò un poco. Non che mi facesse paura, neppure quando si attorcigliò intorno alla lingua. Ricordo che nel sognare gridai e aprii imprudentemente la bocca. E' strano. Non avevo mai pensato che un rampicante potesse introdursi tanto facilmente in bocca.
- Anormale. Che ti sei creduto? Non ci si può fidare proprio di nessuno, - gli dissi.
Mi diverte perché penso alle risate che si faranno i miei amici a questo punto. Non mi crederanno. Neppure crederanno che non posso stare in ozio. Negli ultimi tempi cerco di tessere trecce come i rampicanti intorno ai rami: è un esperimento piuttosto interessante, ma difficile. Chi può competere con una pianta rampicante? Sono tanto occupato che mi dimentico di quegli occhi che mi guardavano; a maggior ragione dimentico persino di bere e di mangiare. Mutevole genere umano! Avvolsi l'astuccio della penna con i miei steli verdi, come i portapenne ricamati con lana e seta dei detenuti.

(Silvina Ocampo, I giorni della notte. Einaudi, 1976)








lunedì 12 settembre 2016

Brevi note sull'arte e il modo di sistemare i propri libri


Ogni biblioteca [1] risponde a una duplice esigenza, che spesso è anche una duplica mania: quella di conservare alcune cose (dei libri) e quella di sistemarle in un certo modo.
Un mio amico un giorno progettò di arrestare la sua biblioteca a 361 opere. L'idea era la seguente: partendo da un numero n di opere, e avendo raggiunto, per addizione o sottrazione, il numero K=361, ritenuto quello giusto per una biblioteca, se non ideale, almeno sufficiente, imporsi di non acquistare definitivamente un'opera nuova X se non dopo averne eliminata (regalandola, buttandola, vendendola, o con qualunque altro sistema atto alla bisogna) una vecchia Z si mantenga costante e uguale a 361: 
K + X > 361 > K - Z
La realizzazione del seducente progetto si scontrò con ostacoli prevedibili, ai quali furono trovate le soluzioni necessarie: innanzi tutto si giunse a considerare che un volume - mettiamo della Pléiade - contasse per (1) libro, anche se riuniva tre (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.); se ne dedusse che tre (3) o quattro (4) o n romanzi di uno stesso autore corrispondevano (implicitamente) a un (1) volume di tale autore, intendendoli come frammenti non ancora riuniti, ma inevitabilmente destinati a riunirsi in Opere Complete. A partire da questo punto, si cominciò a considerare che il romanzo appena acquistato di quel romanziere di lingua inglese della seconda metà del XIX secolo non avrebbe logicamente potuto contare come un'opera nuova X, bensì come un'opera Z appartenente a una serie in via di costituzione: l'insieme T di tutti i romanzi scritti dal suddetto romanziere (e Dio solo sa quanti!). Ciò non alterava affatto il progetto iniziale: semplicemente, invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori, sia che avessero scritto uno smilzo opuscolo o di che riempire un camion. La modifica risultò efficace per parecchi anni: ma arrivò il momento in cui apparve chiaro che certe opere - poniamo i romanzi del ciclo cavalleresco - non avevano autore o ne avevano più di uno, e che certi autori - i dadaisti, per esempio - non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall'80 al 90 % di ciò che costituiva il loro interesse precipuo: si giunse così all'idea di una biblioteca limitata a 361 temi - il termine è vago, ma i gruppi che a volte ricopre lo sono altrettanto - e questo limite ha rigorosamente assolto fino a ora alla propria funzione.
Così, uno dei principali problemi per l'uomo che conserva i libri che ha letto, o che si ripromette un giorno di leggere, è dunque quello dell'accrescimento della propria biblioteca. Non tutti hanno la fortuna di essere il Capitano Nemo:

"... per me il mondo è finito il giorno in cui il Nautilus si è inabissato per la prima volta nelle acque. Quel giorno, ho comprato i miei ultimi libri, i miei ultimi opuscoli, i miei ultimi gionali, e da allora voglio credere che l'umanità non ha più pensato né scritto".

I 12.000 volumi del Capitano Nemo, tutti rilegati alla stessa maniera, sono stati classificati una volta per tutte, e tanto più facilmente dal momento che la classificazione, viene precisato, non fa distinzione, almeno dal punto di vista linguistico (precisazione che non riguarda affatto l'arte di sistemare una biblioteca, mentre intende più semplicemente ricordarci come il Capitano Nemo parli indifferentemente tutte le lingue). Ma per noi, che continuiamo ad avere a che fare con un'umanità che si ostina a pensare, a scrivere e soprattutto a pubblicare, il problema dell'incremento delle nostre biblioteche tende a diventare il solo problema reale: è evidente che non è poi così difficile conservare dieci o venti libri, e diciamo pure anche cento; ma quando si comincia ad averne 361, o mille, o tremila, e soprattutto quando il numero continua ad aumentare ogni  giorno o quasi, allora il problema si pone davvero: in primo luogo, dove sistemare tutti questi libri; poi, poterli trovare allorché, per una ragione o l'altra, arriva il momento in cui si ha finalmente voglia o bisogno di leggerli, o anche di rileggerli.
Così il problema delle biblioteche si rivela duplice: un problema di spazio innanzi tutto, e poi di ordine.

1. Lo spazio

   1.1. Generalità

I libri non sono sparsi ma riuniti. Come si mettono in una credenza tutti i barattoli della marmellata, così mettiamo tutti i libri in uno stesso posto, o in più posti. Volendo, si potrebbero conservare ficcandoli in valigie che poi sbattiamo in cantina o in solaio o in fondo a qualche armadio; ma in genere si preferisce che i libri siano visibili.
In pratica, i volumi sono per lo più disposti uno accanto all'altro, lungo un muro o una parete che faccia da divisorio, su dei supporti rettilinei, paralleli fra loro, non troppo profondi né troppo distanziati. I libri sono sistemati - di solito - nel senso dell'altezza e in modo che il titolo sul dorso sia visibile (a volte, si espone la copertina dei volumi, come nelle vetrine delle librerie; ma è indisponente, quasi sempre di cattivo gusto, e perciò proscritto, disporre un libro in modo che di esso si veda solo uno dei lati rifilati).
Nell'arredamento contemporaneo, la biblioteca è un angolo: l'"angolo biblioteca". Spesso rientra in un insieme detto "soggiorno" di cui fanno parte anche:
   il mobile-bar a ribalta
   il secrétaire anch'esso a ribalta
   la credenza a due ante
   lo hi-fi
   il televisore
   il proiettore per le diapositive
   la vetrinetta
   ecc.
e che i cataloghi, per renderlo più attraente, presentano abbellito con false rilegature d'epoca.
In pratica però, i libri possono essere collocati quasi dappertutto.

   1.2 Vani in cui è possibile mettere i propri libri

   nell'ingresso
   nel soggiorno
   nella o nelle camere
   nel cesso
In cucina d'abitudine si tiene un solo genere di volumi, quello che per la precisione è detto "libro di cucina".
E' molto raro trovare libri in bagno, benché sia per molti un luogo favorito di lettura. L'umidità dell'ambiente è unanimemente considerata la prima nemica per la conservazione della carta stampata. Tutt'al più, in bagno si può trovare un armadietto-farmacia con dentro un libretto intitolato Che cosa bisogna fare in attesa del medico?

   1.3. Posti di un vano dove è possibile disporre libri

   Sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo),
   tra due finestre,
   nella strombatura di una porta chiusa,
   sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan),
   sotto una finestra,
   in un mobile disposto obliquamente e che separi il vano in due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde).

   1.4. Oggetti che non sono libri e che si trovano spesso nelle biblioteche

Fotografie in cornici di ottone dorato, piccole stampe, disegni a penna, fiori secchi in bicchieri a calice, pirofori guarniti o no di accendini chimici (pericolosi), soldatini di piombo, una fotografia di Ernest Renan nel suo studio al  Collège de France, cartoline postali, bamboline, scatolette, bustine di sale pepe e mostarda della Lufthansa, pesalettere, ganci a X, biglie, nettapipe, modellini di vecchie automobili, ciottoli e sassi multicolori, ex-voto, molle.

2. L'ordine

Una biblioteca non in ordine crea disordine: si tratta dell'esempio che mi è stato presentato per farmi capire il concetto dell'entropia e più volte l'ho verificato in via sperimentale.
Il disordine in una biblioteca non è di per sé una cosa grave; c'è forse ordine in "chissà in quale cassetto ho messo i calzini?": istintivamente si crede sempre si sapere dove è stato messo il tal libro o il talaltro; e anche se non lo si sa, non è poi così difficile scorrere rapidamente gli scaffali.
A questa apologia del disordine simpatico si oppone la meschina tentazione della burocrazia individuale: ogni cosa al posto giusto e il posto giusto per ogni cosa, e viceversa; tra queste due tensioni, l'una che privilegia il lasciar andare, la bonomia anarchica, e l'altra che esalta le virtù della tabula rasa, della freddezza efficiente della grande sistemazione, si finisce sempre per cercare di mettere ordine tra i propri libri: è un'operazione defatigante, deprimente, eppure suscettibile di riservare piacevoli sorprese, per esempio quella di ritrovare un libro dimenticato a forza di non vederlo più e che, rinviando all'indomani ciò che non si farà oggi, uno divora di nuovo piazzandosi ben comodo sul letto.

   2.1 Modi di sistemare i libri

   ordine alfabetico
   ordine per continenti o paesi
   ordine per colore
   ordine in base alla data d'acquisto
   ordine secondo la data di pubblicazione
   ordine per formati
   ordine per generi
   ordine seguendo i grandi generi letterari
   ordine per lingua
   ordine per priorità di lettura
   ordine per rilegature
   ordine per collane

Nessuno di questi ordini è in sé e per sé soddisfacente. In pratica, ogni biblioteca trova la propria sistemazione a partire dalla combinazione di tutti questi modi di classificazìone: ponderazione, resistenza ai cambiamenti, desuetudine, stabilità, conferiscono a ogni biblioteca una personalità unica.
Innanzi tutto conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie; le classificazioni stabili sono quelle che in linea di principio si continuerà a rispettare; le classificazioni provvisorie sono destinate a durare appena qualche giorno, ossia il tempo che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo: può trattarsi di un'opera acquistata di recente e non ancora letta, o di un'opera letta da poco, che non si sa bene dove collocare e alla quale ci siamo ripromessi di trovare un posto in occasione di una prossima "grande sistemazione"; o, ancora, è un'opera di cui abbiamo interrotto la lettura e che non vogliamo classificare prima di averla ripresa e conclusa, oppure un libro che abbiamo molto consultato durante un determinato periodo, o un volume che è stato preso per cercare un'informazione o una citazione e che non è ancora stato rimesso al suo posto, o un libro che non si può inserire dove si dovrebbe perché non è nostro e più volte abbiamo deciso di restituirlo, ecc.
Per quanto mi riguarda, circa tre quarti dei miei libri non hanno mai avuto una vera classificazione. Quelli che non sono sistemati in maniera definitivamente provvisoria lo sono in maniera provvisoriamente definitiva, come all'OuLiPo. Aspettando l'ordine, li trasporto da una stanza all'altra, da uno scaffale all'altro, da un mucchio all'altro, e mi capita così di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a volte, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso.

   2.2. Libri molto facili da sistemare

I grandi Jules Verne con la rilegatura rossa (siano essi dei veri Hetzel o riedizioni Hachette), i volumi molto grandi e quelli piccolissimi, i Baedeker, i libri rari o ritenuti tali, i libri rilegati, i volumi della Pléiade, i Présence du Futur, i romanzi pubblicati dalle Editions de Minuit, le collane (Change, Textes, Les Lettres nouvelles, Le Chemin, ecc.), le riviste, quando ce ne siano almeno tre numeri, ecc.

   2.3. Libri non troppo difficili da sistemare

I libri sul cinema, siano saggi su registi, album su dive o su sceneggiature di film; i romanzi sudamericani, l'etnologia, la psicanalisi, i libri di cucina (vedi più sopra), le guide del telefono (a fianco dell'apparecchio), i romantici tedeschi, i volumetti della collana Que sais-je? (il problema, infatti, è se metterli tutti assieme o suddividerli secondo la disciplina che trattano), ecc.

   2.4. Libri quasi impossibili da sistemare

Tutti gli altri libri, per esempio riviste di cui si possiede un solo numero, o La Campagne de 1812 en Russie di Clausewitz, tradotto dal tedesco da M. Bégouen, Capitano del 31° Dragoni, ufficiale diplomato di Stato Maggiore, con una carta, Paris, Librairie militaire R. Chapelot et Cie, 1900, o ancora il fascicolo 6 del volume 91 (novembre 1976) delle Publications of the modern Language Association of America (PMLA) che contiene il programma delle 666 riunioni di lavoro del congresso annuale della predetta associazione.

2.5. Come i borgesiani bibliotecari di Babele alla ricerca del libro che darà loro la chiave di tutti gli altri, anche noi oscilliamo fra l'illusione della compiutezza e la vertigine dell'inafferrabile. In nome della compiutezza, vogliamo credere che esista un unico ordine che ci permetterebbe di accedere di colpo al sapere; in nome dell'inafferrabile, vogliamo pensare che l'ordine e il disordine siano due termini che si equivalgono nel designare il caso.
Può anche darsi che entrambi siano solo delle illusioni e delle apparenze destinate a dissimulare l'usura dei libri e dei sistemi.
Tra i due, in ogni caso, non è poi tanto male che di tanto in tanto le nostre biblioteche servano anche per appendervi dei promemoria, da cuccia per il gatto e da ripostiglio.


1 - Definisco biblioteca un insieme di libri raccolto da un lettore non di professione per il proprio piacere e uso quotidiano. La definizione esclude le collezioni dei bibliofili e le rilegature a metraggio, ma anche la maggior parte delle biblioteche specializzate (quelle dei professori, per esempio), poiché i loro problemi particolari sono affini a quelli delle biblioteche pubbliche.


(Georges Perec, Pensare/Classificare. Rizzoli, 1989)