martedì 9 maggio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: L'ultima visita del Gentiluomo Malato

Nessuno seppe mai il vero nome di colui che tutti chiamavano il Gentiluomo Malato. Non è rimasto di lui, dopo l'improvvisa scomparsa, che il ricordo dei suoi indimenticabili sorrisi ed un ritratto di Sebastiano del Piombo, che lo raffigura nascosto nell'ombra morbida di una pelliccia, con una mano inguantata che ricade giù floscia come quella di un dormiente. Qualcuno che lo amò di più - ed io fui tra quei pochissimi - ricorda anche la sua singolare pelle di un pallido giallo trasparente e la leggerezza quasi femminile dei suoi passi e lo smarrimento abituale dei suoi occhi. Amava parlare molto ma nessuno comprendeva tutto ciò che volesse dire e so di alcuni che non vollero comprenderlo, perché le cose che diceva erano troppo orribili.
Era, veramente, un seminatore di spavento. La sua presenza dava un colore fantastico alle cose più semplici - quando la sua mano toccava qualche oggetto sembrava che questo entrasse a far parte del mondo dei sogni. I suoi occhi non riflettevano le cose presenti ma cose sconosciute e lontane, che quelli ch'eran con lui non vedevano. Nessuno gli chiese mai quale fosse il suo male e perché mostrasse di non curarlo. Viveva camminando sempre, senza posarsi, giorno e notte. Nessuno seppe dove fosse la sua casa; nessuno gli conobbe padre o fratelli. Apparve un giorno nella città e dopo alcuni anni un altro giorno scomparve.
La vigilia di questo giorno, di primo mattino, quando appena il cielo cominciava a farsi bianco, venne a svegliarmi nella mia camera. Sentii la soffice carezza del suo guanto sulla mia fronte e lo vidi dinanzi a me, ravvolto nella pelliccia, colla sua bocca che portava eternamente il ricordo di un sorriso e i suoi occhi più smarriti del solito. Mi accorsi, dal rossore delle palpebre, che aveva vegliato tutta la notte e doveva aver atteso l'alba con grande ansia perché le sue mani tremavano e tutto il suo corpo sembrava scosso dalla febbre.
- "Che avete? - gli chiesi - il vostro male vi tormenta più degli altri giorni?"
- "Il mio male? - rispose - il mio male? Voi credete dunque, come tutti, ch'io abbia un male? Che ci sia un male che sia mio? Perché non dire ch'io sono, io stesso, un male? Non c'è niente che sia mio, intendete? Non c'è niente che mi appartenga! Ma io sono di qualcuno e c'è qualcuno a cui appartengo!"
Ero abituato ai suoi bizzarri discorsi e perciò non gli risposi. Continuai a guardarlo e il mio sguardo doveva essere molto dolce perché egli si accostò ancora al mio letto e mi toccò ancora la fronte col  suo molle guanto.
- "Non avete nessuna traccia di febbre - proseguì - siete perfettamente sano e tranquillo. Il vostro sangue cammina con calma nelle vostre vene. Posso dunque dirvi qualcosa che forse vi spaventerà; posso dirvi, e cioè, chi sono io. Ascoltatemi con attenzione, ve ne prego, perché forse non potrò dire due volte le stesse cose, ed è pur necessario ch'io le dica almeno una volta. "
Dicendo questo si gettò in una poltrona paonazza accanto al mio letto e seguitò con voce più alta:
- "Io non sono un uomo reale. Non sono un uomo come gli altri, un uomo di ossa e di muscoli, un uomo generato da uomini. Non son nato come i vostri compagni; nessuno mi ha cullato e ha spiato il mio crescere; non ho conosciuto né l'inquieta adolescenza né la dolcezza dei legami del sangue. Io sono - e voglio dirlo per quanto, forse, non vorrete credermi - io sono nient'altro che la figura di un sogno. Un'immagine di Guglielmo Shakespeare è divenuta per me letteralmente e tragicamente esatta: io sono della stessa stoffa colla quale son fatti i vostri sogni! Esisto perché c'è uno che mi sogna; c'è uno che dorme e sogna e mi vede agire e vivere e muovere e in questo momento sogna ch'io dico tutto questo. Quando quest'uno ha cominciato a sognarmi ho cominciato ad esistere; quando si sveglierà cesserò di esistere. Io sono una sua immaginazione, una sua creazione, un ospite delle sue lunghe fantasie notturne. Il sogno di quest'uno è talmente duraturo ed intenso ch'io son divenuto visibile anche agli uomini che vegliano. Ma il mondo della veglia, il mondo della realtà concreta non è il mio. Mi sento così a disagio in mezzo alla volgare solidarietà della vostra esistenza! La mia vita è quella che scorre lentamente nell'anima del mio addormentato creatore...
"Non crediate ch'io parli per enigmi e per simboli. Quello che vi dico è la verità, tutta la semplice e tremenda verità. Cessate dunque dal dilatare le vostre pupille per lo stupore! Non guardatemi più con la vostra aria di pietoso sgomento!
"L'essere attore di un sogno non è ciò che mi tormenta di più. Ci sono poeti che hanno detto esser la vita degli uomini l'ombra di un sogno e vi sono filosofi che hanno suggerito che la realtà tutta è allucinazione. Io sono invece perseguitato da un'altra idea: chi è colui che mi sogna? chi è quest'uno, quest'essere ignoto ch'io non conosco e di cui sono la proprietà, che m'ha fatto sorgere ad un tratto dal buio del suo cervello stanco e che al suo risveglio mi spegnerà ad un tratto, come una fiamma a un improvviso soffio? Quanti giorni ho pensato a questo mio padrone che dorme, a questo mio creatore occupato dallo scorrere della mia effimera vita! Certo dev'essere grande e potente; un essere per il quale i nostri anni sono minuti, e che può vivere tutta la vita di un uomo in  una delle sue ore e la storia dell'umanità in una delle sue notti. I suoi sogni debbono essere così vivi e forti e profondi da proiettare al di fuori le immagini, in modo da farle parere cose reali. Forse il mondo intero non è che il prodotto perpetuamente variabile di un incrociarsi di sogni di esseri simili a lui. Ma non voglio troppo generalizzare; lasciamo le metafisiche agli imprudenti! Basta a me la tremenda sicurezza di essere io l'immaginaria creatura di un enorme sognatore.
"Chi è dunque costui? Questa è la domanda che mi agita da lunghissimo tempo, fin da quando ho scoperto la materia di cui son fatto. Voi capite bene l'importanza di questo problema per me. Dalla risposta che potevo darne dipendeva tutto il mio destino. I personaggi dei sogni godono di un'assai larga libertà e perciò la mia vita non era del tutto determinata dalla mia origine, ma per molta parte in mio arbitrio. Bisogna però che sapessi chi era il mio sognatore per scegliere lo stile della mia vita. Nei primi tempi ero spaventato dal pensiero che poteva bastare la più piccola cosa per svegliarlo, cioè per annientarmi. Un grido, un rumore, un soffio poteva ad un tratto calarmi nel nulla. Io tenevo allora alla vita e perciò mi torturavo vanamente per indovinare quali fossero i gusti e le passioni del mio ignoto posseditore; per dare alla mia esistenza quelle attitudini e quelle forme che potessero essergli care. Tremavo ogni istante all'idea di commettere qualche cosa che potesse offenderlo, spaventarlo e perciò svegliarlo. Immaginai per qualche tempo ch'egli fosse una specie di paterna divinità evangelica e perciò m'industriai di menare la più virtuosa e santa vita del mondo. Qualche giorno invece pensavo che fosse un qualche eroe pagano e allora m'incoronavo coi larghi pampini della vite e cantavo inni da ubriaco e ballavo colle fresche ninfe nelle radure delle foreste. Credetti perfino, una volta, di far parte del sogno di qualche sublime ed eterno saggio, che fosse giunto a vivere in un superiore mondo spirituale, e passai lunghe notti vegliando sopra i numeri delle stelle e sopra le misure del mondo e la composizione dei vivi.
"Ma finalmente fui stanco e umiliato pensando di dover servire di spettacolo a questo padrone sconosciuto e inconoscibile; mi accorsi che questa finzione di vita non valeva tanta bassezza e tanta adulatrice viltà. Desiderai allora ardentemente ciò che prima mi faceva orrore, cioè il suo risveglio. Mi sforzai di riempire la mia vita di spettacoli tanto orridi da farlo destare per lo spavento. E tutto ho tentato per giungere al riposo dell'annientamento; tutto ho messo in opera per interrompere questa triste commedia della mia vita apparente, per distruggere questa ridicola larva di vita che mi fa simile agli uomini!
"Nessun delitto mi fu alieno; nessuna nefandezza mi fu ignota; da nessun terrore mi ritrassi. Uccisi con raffinate torture i vecchi innocenti; avvelenai le acque d'intere città; incendiai nello stesso istante le capigliature di una moltitudine di donne; sbranai coi miei denti, resi selvaggi dalla volontà di annientamento, tutti i fanciulli che trovai sul mio cammino. La notte cercai la compagnia dei mostri giganteschi, neri, sibilanti, che gli uomini non conoscono più; presi parte a incredibili imprese di gnomi, d'incubi, di coboldi, di fantasmi; mi precipitai dall'alto di un monte in una valle nuda e sconvolta, circondata da caverne piene di bianche ossa; e le fattucchiere m'insegnarono urli di belve desolate che fanno rabbrividire nella notte anche i più forti. Ma sembra che colui che mi sogna non s'impaurisca di quello che fa tremare voialtri uomini. O gode alla vista di ciò che v'è di più orribile, oppure non se ne cura e non se ne spaventa. Fino a questo giorno non sono riuscito a svegliarlo e debbo ancor trascinare questa ignobile vita, servile e irreale.
"Chi mi libererà dunque dal mio sognatore? Quando spunterà l'alba che lo chiamerà alla sua opera? Quando suonerà la campana, quando canterà il gallo, quando echeggierà la voce che deve svegliarlo? Io attendo da tanto tempo la mia liberazione! Attendo con tanto desiderio la fine di questo sciocco sogno nel quale fo una parte così monotona!
"Quello ch'io faccio in questo momento è l'ultimo tentativo. Io dico al mio sognatore ch'io sono un sogno; voglio ch'egli sogni di sognare. E' una cosa che accade agli uomini, non è vero? E accade allora che si sveglino quando si accorgono di sognare? Per questo son venuto da voi e per questo vi ho detto tutto ciò e vorrei che colui che m'ha creato si accorgesse in questo momento ch'io non esisto come uomo reale e nell'istante medesimo finirei d'esistere anche come immagine irreale. Credete che riuscirò? Credete che a forza di ripeterlo e di gridarlo sveglierò di soprassalto il mio invisibile proprietario?"
E pronunciando queste parole il Gentiluomo Malato si agitava sulla poltrona, si toglieva e si rimetteva il guanto della mano sinistra e mi guardava con occhi sempre più smarriti. Pareva che attendesse da un momento all'altro qualcosa di meraviglioso e di pauroso. La sua faccia prendeva delle espressioni da agonizzante. Fissava di tanto in tanto il suo corpo come se aspettasse di vederlo dissolvere e si accarezzava nervosamente l'umida fronte.
- "Voi credete tutto questo non è vero? - riprese - sentite che non mentisco? Ma perché non poter sparire, perché non esser libero di finire? Sarei forse parte di un sogno che non finirà mai? Il sogno di un eterno dormiente, di un eterno sognatore? Scacciate dunque da me questa idea spaventosa! Consolatemi un poco; suggeritemi qualche stratagemma, qualche intrigo, qualche frode che mi sopprima! Ve lo chiedo con tutta l'anima. Non avete dunque pietà di questo annoiato spettro?"
E siccome continuavo a tacere egli mi guardò ancora una volta e s'alzò in piedi. Mi sembrò allora assai più alto di prima e osservai ancora una volta la sua pelle un poco diafana. Il suo corpo era tutto agitato: sembrava un animale che cerchi di svincolarsi da qualche rete. La dolce mano inguantata strinse la mia e fu l'ultima volta. Mormorando qualcosa a bassa voce egli uscì dalla mia camera e uno solo l'ha visto dopo quell'ora.

(Giovanni Papini, Lo specchio che fugge. Mondadori, 1990)





lunedì 3 aprile 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: Può essermi accaduto

Ricordo che uscii dall'ufficio di un amico, tra Avenida San Martín e Calle Corrientes, e guardai l'ora all'orologio della compagnia Transradio, distrutto qualche mese dopo nel bombardamento dell'Alleanza. Erano le dieci. La mattinata era fresca, benché fosse febbraio. L'aria, sottile, vibrava elettricamente nell'ambito della via. In alto, verso oriente, si muovevano alcune nuvole leggere. Volsi lo sguardo e distinsi in lontananza l'Obelisco, con la sua finestrella. Decisi di tornare a casa a piedi e subito mi distrassi, cogliendo solo qualche stridio di clacson o il tossico sbuffo degli scappamenti... Perché non si cammina sempre distratti del tutto. E neppure completamente attenti a ciò che ci succede attorno. Io camminavo così: metà e metà, se si possono misurare l'attenzione o l'indifferenza. E poi, dopo tanti anni che si abita a Buenos Aires, ci si imbatte in molti luoghi, angoli, incroci che ci fanno un cenno dal passato. Allora, non siamo noi che stiamo attenti. Sono quei luoghi che vengono incontro al nostro passo e ci dicono: ricorda.
Per esempio, quante volte ho guardato l'orologio della compagnia Transradio? Centinaia. E sempre l'orologio segnava l'ora di quel momento, e poi un'altra, e un'altra. Bene. Presi per Corrientes, e giunto a una ventina di metri dall'ingresso alla metropolitana di Calle Lacroze guardai casualmente il viso di un uomo che veniva verso di me. Ripeto che lo guardai casualmente. Non c'era nulla in lui che mi spingesse a fissare gli occhi sulla sua persona. Non era un volto familiare; e neppure era un volto che colpisse, perché bello o perché sgradevole. Non era il passato che mi balzava innanzi e diceva: ricorda. No. Tuttavia, alzai meccanicamente gli occhi su di esso, e sul breve fiocco della cravatta a farfalla, sotto il mento sottile. Due secondi dopo, distolsi gli occhi e pensai ad altro. Proseguii il cammino e passai davanti al cinema Rotary. Senza fermarmi, guardai le locandine e subito tornai a volgere lo sguardo davanti a me. Allora accadde il fatto che è motivo di questa narrazione. Cioè, accadde il fatto che motivò la mia sorpresa e poi la mia inquietudine e poi il desiderio irrefrenabile di accertare la verità. Guardando avanti - ripeto - vidi di nuovo l'uomo che avevo incrociato qualche metro prima. Logicamente, ne fui sorpreso. L'uomo era tornato rapidamente indietro di venti o trenta metri per poi marciare di nuovo nella direzione precedente? Era possibile, ma strano. Continuai a pensare alla stranezza dell'episodio e all'improvviso mi scosse qualcosa come una scintilla mentale. No. L'uomo non era vestito nella stessa maniera. Anche se non avevo guardato chiaramente che il viso, era indubbio che la prima volta portava una cravatta a farfalla, e ora una lunga, chiara. Non ne ero completamente certo, ma mi parve che anche l'abito fosse diverso. Naturalmente, l'osservazione di questo particolare mi causò sgomento e fastidio. Per tranquillizzarmi pensai che possono esistere due persone molto somiglianti, o due fratelli gemelli, e che in questo caso l'unica particolarità del fatto sarebbe stata quella che uno camminasse dietro l'altro. Immerso in queste riflessioni, passai davanti al Círculo de Armas e poi al locale dove qualche anno fa c'era una boîte chiamata Charly. Mancavano pochi metri a Maipú. Allora, ormai apertamente allarmato, vidi venire l'uomo per la terza volta.
La terza volta l'uomo passò con un impeccabile vestito di lino bianco. Quella notte, solo in casa mia, mentre i riflessi del neon filtravano attraverso le tende e il rumore cittadino si acquietava, consultai parecchi trattati scientifici. Lessi che esiste un'illusione della memoria che consiste nel credere di riconoscere, fino al più piccolo particolare, l'insieme psicologico che forma il contenuto totale e attuale della coscienza in un dato momento, come se si rivivesse integralmente un istante già vissuto. Questo non era male. Io potevo aver rivissuto lo stesso istante diverse volte. Ma perché l'uomo mutava abito? Allora, non era lo stesso istante? Lessi anche che esistono altri casi prodotti da scombussolamenti della memoria. Può esistere il falso riconoscimento di ciò che non è stato realmente percepito una prima volta, o il credere una novità ciò che è già stato percepito. Il primo caso non variava fondamentalmente l'impostazione precedente. E se ciò che io prendevo per fatti nuovi erano realmente incontri reali precedenti con quell'uomo, tornavo al punto di partenza: la straordinaria esperienza di vedere un uomo camminare dietro se stesso più volte nel corso di duecento metri. Fu a questo punto che gettai a terra il libro e sentii un tremito. Il tremito dei racconti fantastici letti o ascoltati in vita mia. Ora ero io il protagonista, in una trama in cui l'inquietudine si univa all'illusione. Uno di quei fatti che ci impongono un mutamento della nozione del tempo, che ci fanno affacciare a una finestra siderale e vertiginosa. Ma era molto tardi. Il sonno e la stanchezza mi dominavano e mi sommergevano come una marea: riuscii a immaginare un piano d'azione; poi, lentamente, molto lentamente, naufragai nel blando e tenebroso ondeggiamento.
Sì. Era ciò che dovevo fare, mi dissi e mi ripetei la mattina seguente, camminando per Calle Lavalle diretto all'ufficio del mio amico. Il mio piano, d'altra parte, era di una semplicità estrema. Consisteva nel far visita all'amico, che dirige un'importante libreria, nel parlare con lui per la stessa quantità di minuti del giorno precedente, e nell'uscire in strada alle dieci in punto (ricordavo chiaramente di aver interrotto la conversazione vedendo che l'orologio segnava le dieci meno un minuto). Nell'ufficio dell'amico, tutto si svolse come avevo pensato, salvo la conversazione, che fu incoerente da parte mia e sfumata di meraviglia dalla sua. Era logico, perché io ero nervoso e tentavo di coprire un lasso di tempo, senza potermi preoccupare troppo della logica delle mie risposte. Mi chiese, per esempio, perché non avevo piazzato una partita di libri di un giovane poeta (faccio il rappresentante librario). Invece di rispondergli che il giovane poeta non lo voleva leggere nessuno, mi difesi con certe scuse assurde che aumentarono il suo sgomento. Infine, sudando e guardando l'orologio, raggiunsi le dieci meno un minuto. Mi congedai e uscii, cercando di camminare con lo stesso passo che ricordavo di aver tenuto la mattina precedente. All'angolo controllai l'ora all'orologio della compagnia Transradio. Certo di proseguire correttamente nell'esecuzione del mio piano, imboccai Calle Corrientes. Giunto di fronte all'ingresso della metropolitana, vidi venire l'uomo; poi, passando davanti alla libreria lo vidi venire di nuovo; finalmente, qualche metro prima di giungere all'angolo di Calle Maipú, osservai che per la terza volta, e come il giorno prima, camminava verso di me e mi incrociava.
Per un mese continuai a realizzare l'esperimento ogni mattina, con l'unica variante, rispetto ai primi giorni, che iniziavo il cammino dall'angolo dell'orologio.
Espongo qui le osservazioni realizzate, le congetture e qualcosa che mi accadde una notte, qualche tempo fa, e che lascerò per il finale.
Una delle prime rivelazioni che ebbi durante quel mese vertiginoso fu quella che gli incontri con l'uomo significavano per lui (e per me, naturalmente) il trascorrere di un lasso di tempo. Vale a dire che le varie immagini non erano, per esempio, come diverse copie della stessa fotografia. No. Il tempo trascorreva, per lui. Lo capii osservando la sua pettinatura, l'abito, le cravatte, che erano sempre diversi o mostravano qualche particolare che variava coi giorni o nello stesso giorno. Per dirla in breve, il soggetto andava dal passato al presente o dal presente al passato. Per parecchi giorni non riuscii a capire quale fosse la soluzione corretta. Poi, grazie alla mia straordinaria memoria,che tutti conoscono e che è una delle poche cose di cui posso vantarmi, risolsi il problema. L'uomo veniva verso il presente: io tutte le mattine vedevo la sua vita all'indietro. Come lo accertai? Grazie alla mia memoria, come ho già detto. Osservai che il viso, l'abito, la cravatta che vedevo ogni mattina nel secondo incontro erano quelli che il giorno prima avevo visto subito, appena iniziata la mia marcia in Corrientes e San Martín. E ogni giorno, il primo viso, o meglio, il primo viso, la prima pettinatura, il primo abito dello stesso uomo, erano diversi. Dunque, ogni mattina, io vedevo quel giorno e i giorni precedenti di quell'uomo, le sue quotidiane e preferite camminate verso l'ufficio o verso casa. Indovino il sorriso ironico del possibile lettore. Indovino le sue prevedibili domande. Notavo forse un invecchiamento crescente nell'uomo il cui passato si offriva ai miei occhi? O notavo indizi di ringiovanimento man mano che le immagini si allontanavano? Rispondo senza incertezze. Non potevo notare alcuna delle due cose, perché il lasso di tempo durante il quale il fenomeno si produceva era di giorni soltanto. Invecchiamo un giorno dopo l'altro, ma non lo si vede. Il fatto è che pensando a queste domande me ne venne in mente un'altra. Io stavo vedendo la giornata attuale di un uomo, e poi, all'indietro, le sue giornate precedenti. Bene. E se in qualche maniera io, collocato ormai in quella sorta di canale del tempo, potessi vedere mesi e anni del suo passato? E poi venne, naturalmente, un'altra domanda, che mi procurò ansia. E se io potessi vedere, non il passato di questo sconosciuto che non mi interessa affatto, bensì quello di mia madre, o della mia povera Giselle, morta tanti anni fa? Se potessi vedere, per esempio, la notte del 31 dicembre 1937, a Les Ambassadeurs? Quale via, quale canale avrei potuto realizzare a questo scopo? Ci misi pochi giorni a capire che per passare a una fase così meravigliosa avrei dovuto anzitutto completare la prima. Ossia, fare un esperimento con lo sconosciuto, per poi passare all'obiettivo susseguente.
Dopo alcuni giorni in cui non riuscii a individuare il mio personaggio, una mattina lo vidi venire. Io mi trovavo davanti all'ingresso della metropolitana, e lui camminava di fretta, come se fosse in ritardo. Era l'uomo di oggi, quello di ieri o quello dell'altrieri? Non indugiai ad accertarlo. Appena passò, presi a seguirlo. Mi divertiva pensare che dietro di noi venivano altre versioni dello stesso uomo, altri giorni, come fogli di un calendario che in qualche punto andavano a unirsi. Giunto a un edificio situato all'altezza del 200 entrò, salutato dal portiere. Io entrai dietro di lui nell'ascensore e aspettai che scendesse, senza guardarlo. Fece qualche metro lungo un corridoio, sempre seguito da me, ed entrò. Allora decisi di abbordarlo. Era già seduto, davanti ad alcuni incartamenti. Tossii, bussai leggermente alla porta, ed egli sollevò gli occhi. Poi disse: "Avanti". La sua voce mi provocò un leggero brivido: mi parve di averla sentita da qualche parte, molto tempo prima. Ma il viso mi era assolutamente ignoto. Entrai, mi sedetti ed espletai i convenevoli abituali prima di venire al dunque. Notai che era uomo di poche parole, o molto occupato, Mi pregò di stringere.
"Le sembrerà assurdo ciò che mi propongo", lo prevenni; "ma posso e devo compiere un esperimento sorprendente con il tempo."
"Con il tempo?" disse con un leggero pallore e la voce arrochita. "Con il tempo?"
"Sì. Ho scoperto che posso giungere al passato delle persone, ma ho bisogno di collaborazione..."
Mi guardò con un leggero sorriso.
"Collaborazione? Di chi?"
"Delle persone al cui passato voglio arrivare. Di lei, per esempio."
In quell'istante notai due cose. L'uomo aveva abbassato la mano e aveva toccato qualcosa sotto la scrivania. Lontano, molto lontano, mi parve di udire lo squillo di un campanello. L'altra cosa che notai fu più allarmante. Già la voce dell'individuo mi aveva fatto un'impressione strana, come ascoltare un tono familiare, dimenticato e poi ricordato. Ma quello che mi preoccupò fu che l'uomo cominciò a sembrarmi conosciuto, con la dolorosa sensazione di non poter andare oltre in quel riconoscimento. Per meglio dire, mi ricordava qualcosa. Potevo averlo conosciuto. Ma dove? Quando? Glielo chiesi e negò con durezza. Divenne antipatico e toccò di nuovo qualcosa sotto la scrivania. Ero sul punto di odiarlo, ma tentai di convincerlo.
"Per mezzo suo voglio arrivare al passato di altre persone. Lei sarà soltanto l'oggetto di un esperimento sorprendente. Forse poi anche lei vorrà conoscere altre vite, altre persone."
La sua irritazione aumentò, e io cominciai a capire. In quel momento si aprì la porta e apparve un individuo basso, servile.
"Ha chiamato, signore?"
"Sì. Accompagni quest'uomo all'uscita. Se diventa molesto chiami un agente."
Mi misero fuori quasi a spintoni; ma poiché non resistetti che verbalmente, non mi causarono altri fastidi. Camminai per un pezzo, masticando maledizioni, e quando mi calmai ritornai a casa. Non uscii per tutto il giorno, e la sera andai a letto presto. Eccomi giunto al momento di riferire quanto ho sognato - se ciò che avvenne fu un sogno - e le sue conseguenze. Mi trovavo a letto supino, e dalla finestra entrarono molte immagini, come stampe, del viso dell'uomo, che si incollarono alla prima fino a formare un volto animato, lungo, dotato di ampiezza e profondità. Non mosse le labbra, ma sentii la sua voce come se fosse dentro di me o come se avessi una cuffia radiofonica alle orecchie. Le sue parole mi desolarono. Disse: "Fermati. Non pretendere di guardare indietro. So che puoi vedere tua madre. Ma la vedrai dapprima morta, poi decrepita, poi più giovane, ma allora la vedrai sfocata. E non la riconoscerai. Vedrai anche la notte del 31 dicembre 1937 a Les Ambassadeurs e vedrai Giselle, ma vedrai anche ciò che non vuoi vedere. Non so per quanto tempo continuò a parlare, ma io non lo ascoltavo più. Con orrore avevo capito ciò che quel viso significava per me. Era, ed è, qualcuno che mi ha causato un male immenso, ma che non riuscii mai a smascherare. Qualcuno che ho sempre visto di spalle, che mi ha ferito senza mostrarsi, che sempre ha chiuso la finestra e si è nascosto quando mi facevo avanti per vedergli la faccia.
Mi svegliai sudando. Per un pezzo mi aggirai come un sonnambulo per la stanza, e poi presi la mia decisione. Stavolta sapevo dove potevo trovarlo. Per ogni evenienza, presi con me la mia piccola Smith & Wesson 32 e uscii. Poiché ero vicino, andai a piedi. Ad ogni passo mi convincevo e la mia decisione si rafforzava. Raggiunsi il palazzo, presi lo stesso ascensore e percorsi il corridoio. La porta era aperta. Entrai, ma non vidi nessuno. Battei le mani e apparve, molto cortese, l'uomo basso, servile, che mi aveva buttato fuori a spintoni il giorno prima. Gli chiesi del "signore che riceve lì", indicando la stanza. Mi rispose che in quella stanza non riceveva nessuno, che era usata solo per depositarvi pratiche che gli uscieri lasciavano e prendevano per portarle in altri uffici. L'uomo era gentile, ma davanti alla mia insistenza cominciò a fare una faccia strana. Mi scusai e uscii. Non so per quante ore andai come stordito, camminando per la strada, finché macchinalmente giunsi a casa e mi coricai. Credo che in un momento di lucidità feci qualche progetto per il giorno seguente. Ma il giorno seguente non accadde nulla, e neppure in seguito. Sono passati diversi mesi, durante i quali ho vigilato quotidianamente, all'ora opportuna, il tratto di strada in cui quella mattina di febbraio vidi venire l'uomo. Non l'ho più rivisto. Tuttavia, non dispero di incontrare un giorno il responsabile di tutto ciò che ho sofferto nella mia vita e di scoprire chi è.

(Racconti argentini. A cura di Jorge Luis Borges. Mondadori, 1991)










mercoledì 22 febbraio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: La speranza

Nelle cripte del Tribunale Vescovile di Saragozza, al cader di una sera di tanto tempo fa, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, sesto priore dei domenicani di Segovia, terzo Grande Inquisitore di Spagna, - seguito da un fra redemptor (maestro torturatore) e preceduto da due famigli del Santo Uffizio, che reggevano delle lanterne - scese verso una segreta perduta. La serratura di una porta massiccia cigolò; essi penetrarono in un mefitico in pace, in cui la luce dall'alto lasciava intravedere, tra anelli infissi ai muri, un cavalletto annerito dal sangue, un fornello, una brocca. Su uno strato di letame, trattenuto dai ceppi, la gogna di ferro al collo, stava seduto, stravolto, un uomo coperto di cenci, di un'età ormai indistinta.
Questo prigioniero non era altri che rabbi Aser Abarbanel, ebreo aragognese che, imputato di usura e impietoso sdegno dei Poveri, da più di un anno era stato quotidianamente sottoposto a tortura. Tuttavia, poiché "il suo accecamento era duro quanto la sua pelle", egli si era rifiutato di abiurare.
Fiero di una filiazione plurimillenaria, orgoglioso dei suoi antichi antenati - poiché tutti gli ebrei degni di questo nome sono gelosi del loro sangue - egli discendeva, talmudicamente, da Othoniel, e, di conseguenza, da Ipsiboȅ, moglie di quest'ultimo Giudice d'Israele: circostanza che aveva contribuito a sostenere il suo coraggio nei momenti più terribili degli incessanti supplizi.
Il venerabile Pedro Arbuez d'Espila aveva dunque le lacrime agli occhi, pensando che quest'anima così ferma si privava della salvezza, quando, avvicinatosi al rabbino fremente, pronunciò le seguenti parole:
"Figlio mio, rallegratevi: ecco che le vostre prove quaggiù stanno per terminare. Se, di fronte a tanta ostinazione, ho dovuto permettere, gemendo, che si usasse grande rigore, il mio compito di correzione fraterna ha i suoi limiti. Voi siete il fico caparbio che, trovato tante volte senza frutto, incorre nell'inaridimento... ma spetta a Dio solo decidere della vostra anima. Forse l'infinita Clemenza risplenderà per voi nel supremo istante! Noi dobbiamo sperarlo! Ci sono degli esempi... Così sia! Riposate, dunque, stasera, in pace. Farete parte, domani, dell'autodafé: cioè sarete esposto al quemadero, braciere premonitore dell'eterna Fiamma; esso non brucia, voi lo sapete, che a distanza, figlio mio, e la Morte mette almeno due ore (spesso tre) a giungere, a causa delle bende bagnate e ghiacciate con le quali abbiamo cura di proteggere la fronte e il cuore degli olocausti. Sarete solamente quarantatré. Considerate che, collocato per ultimo, avrete il tempo necessario per invocare Dio, per offrirgli questo battesimo di fuoco che è dello Spirito Santo. Sperate dunque nella Luce e dormite."
Al termine di questo discorso, don Arbuez, avendo con un cenno fatto togliere le catene al disgraziato, lo abbracciò teneramente. Poi fu la volta del fra redemptor, che, sottovoce, pregò l'ebreo di perdonargli ciò che egli gli aveva fatto subire al fine di redimerlo; poi lo abbracciarono i due famigli, il cui bacio, attraverso le loro buffe, fu silenzioso. Terminata la cerimonia, il prigioniero fu lasciato solo e interdetto, nelle tenebre.
Rabbi Aser Abarbanel, con la bocca secca, il viso inebetito dalla sofferenza, fissò, dapprima senza particolare attenzione, la porta chiusa. "Chiusa?..." Questa parola, a sua stessa insaputa, risvegliava, nei suoi pensieri confusi, una fantasticheria. Perché egli aveva intravisto, per un istante, il bagliore delle lanterne nella fessura tra gli stipiti di quella porta. Una morbosa idea di speranza, dovuta allo spossamento del suo cervello, commosse il suo essere.
Egli si trascinò verso l'insolita cosa apparsa! E, piano piano, facendo passare un dito, con lunghe precauzioni, nello spiraglio, tirò la porta verso di sé. Oh stupore! per un caso straordinario, il famiglio che l'aveva richiusa aveva girato la grossa chiave un po' prima dell'urto contro gli stipiti di pietra. Di modo che, non essendo la stanghetta arrugginita entrata nel dado, la porta scivolò di nuovo nel ridotto.
Il rabbino si arrischiò a gettare uno sguardo al di fuori.
Col favore di una sorta di oscurità livida, distinse dapprima un semicerchio di muri terrosi, forati da spirali di scalini; e, dominanti, di fronte a lui, cinque o sei gradini di pietra, una specie di portico nero, da cui si accedeva a un vasto corridoio, del quale non era possibile intravedere dal basso altro che le prime arcate.
Stesosi al suolo, dunque, strisciò fino a questa soglia. Sì, era proprio un corridoio, ma di una lunghezza smisurata! Lo illuminava una luce pallida, un chiarore di sogno; alcuni lumi, sospesi alle volte, azzurravano, a intervalli, il colore smorto dell'aria; il fondo lontano non era altro che ombra. Non una porta, lateralmente, in questa distesa! Da un solo lato, alla sua sinistra, alcuni spiragli, chiusi da inferriate incrociate, nelle rientranze del muro, lasciavano passare un crepuscolo - che doveva essere quello della sera, a causa delle striature rosse che tagliavano, a lunghi intervalli, il lastricato.  E quale terribile silenzio!... Eppure, laggiù, nella profondità di quella bruma, un'uscita poteva condurre alla libertà! La vacillante speranza dell'ebreo era tenace, poiché era l'ultima. Senza esitare, dunque, egli si avventurò sul lastricato, costeggiando la parete degli spiragli, sforzandosi di confondersi con la tinta tenebrosa delle lunghe muraglie. Avanzava con lentezza, trascinandosi sul petto, e trattenendosi dal gridare quando una piaga, recentemente messa a nudo, lo straziava.
All'improvviso, il rumore di un sandalo che si avvicinava giunse fino a lui nell'eco di quel viale di pietra. Un tremito lo scosse; l'ansia lo soffocava; la vista gli si oscurò. Addio! era finita, senza dubbio! Egli si rannicchiò, bocconi, in una rientranza, e, mezzo morto, attese.
Era un famiglio che si affrettava. Passò rapidamente, con uno strappa-muscoli in pugno, la buffa abbassata, terribile, e disparve. L'emozione che aveva attanagliato il rabbino aveva come sospeso le sue funzioni vitali: egli rimase per quasi un'ora senza poter compiere un movimento. Nella paura di un supplemento di tormenti se fosse stato ripreso, gli venne l'idea di ritornare nella sua segreta. Ma la vecchia speranza gli sussurrava, nell'anima, quel divino può darsi, che rincuora nei peggiori sconforti. Si era verificato un miracolo! Non bisognava più dubitare! Egli riprese quindi a strisciare verso la possibile evasione. Estenuato dalla sofferenza e dalla fame, tremando per le angosce, egli avanzava! E quel sepolcrale corridoio sembrava allungarsi misteriosamente! E lui, senza finir di avanzare, guardava sempre l'ombra, laggiù, che doveva essere un'uscita salvatrice. 
Oh! oh! ecco che dei passi suonarono di nuovo, ma questa volta più lenti e più sordi. Le forme bianche e nere di due inquisitori, dai lunghi cappelli dai bordi rovesciati, gli apparvero, emergendo dall'aria smorta, laggiù. Essi parlavano a bassa voce e sembravano in controversia su un punto importante, poiché le loro mani si agitavano.
A questa vista, rabbi Aser Abarbanel chiuse gli occhi; il suo cuore batté a morte; i suoi cenci furono penetrati da un freddo sudore di agonia; restò stupito, immobile, steso lungo il muro, sotto il raggio di un lume, immobile, implorando il Dio di Davide.
Arrivati di fronte a lui, i due inquisitori si fermarono sotto il chiarore della lampada, per un caso senza dubbio dovuto alla loro discussione. Uno di loro, ascoltando il suo interlocutore, si trovò a guardare il rabbino! E, sotto quello sguardo di cui non comprese, all'inizio, l'espressione distratta, il disgraziato credeva di sentire le tenaglie calde mordere ancora la sua povera carne; egli sarebbe dunque ridiventato un lamento e una piaga! Sentendosi venir meno, senza poter respirare, battendo le palpebre, egli tremava, sfiorato da quella veste.
Ma, cosa insieme strana e naturale, gli occhi dell'inquisitore erano evidentemente quelli di un uomo profondamente preoccupato da quello che sta per rispondere, assorbito dall'idea di ciò che ascolta, essi erano fissi - e sembravano guardare l'ebreo senza vederlo!
In effetti, dopo che furono trascorsi alcuni minuti, i due sinistri conversatori continuarono il loro cammino, a passi lenti, e sempre discorrendo a bassa voce, verso il bivio dal quale era uscito il prigioniero; NON ERA STATO VISTO!... Tanto che, nell'orribile sconvolgimento delle sue sensazioni, la sua mente fu attraversata da questa idea: "Sarei già morto, dato che non mi vedono?" Un'impressione orrenda lo fece uscire dal suo letargo: osservando il muro, proprio contro il suo viso, credette di vedere, di fronte ai suoi, due feroci occhi che l'osservavano!... Gettò la testa all'indietro, in un'angoscia travolgente e brusca, coi capelli ritti!
... Ma no. La sua mano si era resa conto, tastando le pietre: era il riflesso degli occhi dell'inquisitore che egli aveva ancora nelle pupille, e che egli aveva rifratto su due macchie del muro.
In cammino! Bisognava affrettarsi verso quella fine che egli s'immaginava (morbosamente senza dubbio) fosse la liberazione! Verso quelle ombre dalle quali non distava più che una trentina di passi, all'incirca. Riprese dunque, più velocemente, sulle ginocchia, sulle mani, sul ventre, il suo doloroso percorso; e presto entrò nella parte buia di quel pauroso corridoio.
Ad un tratto, il disgraziato sentì freddo sopra le mani che appoggiava sul lastricato: un violento soffio d'aria scivolava sotto una porta alla quale conducevano i due muri. Ah! Dio! se questa porta si aprisse sull'esterno! Tutto l'essere del povero evaso ebbe come una vertigine di speranza! Egli l'esaminava, dall'alto in basso, senza poterla ben distinguere a causa dell'oscurità intorno a lui. Tastava: nessun chiavistello, nessuna serratura. Un lucchetto!... Si raddrizzò: il lucchetto cedette sotto il suo pollice; la silenziosa porta scivolò davanti a lui.
"ALLELUIA!..." mormorò, in un immenso sospiro di ringraziamento, il rabbino, ora in piedi sulla soglia, alla vista di ciò che gli appariva.
La porta si era aperta su dei giardini, sotto una notte di stelle! Sulla primavera, sulla libertà, sulla vita! I giardini davano sulla campagna circostante, prolungandosi verso le sierre le cui sinuose linee azzurre si profilavano all'orizzonte; là, era là la salvezza! Oh! fuggire! Avrebbe corso tutta la notte sotto quel bosco di limoni di cui gli giungeva il profumo. Una volta sulle montagne, sarebbe stato salvo! Respirava la buona, sacra aria; il vento lo rianimava, i suoi polmoni risuscitavano!
Sentiva, nel cuore dilatato, il Veni foras di Lazzaro! E per benedire ancora il Dio che gli concedeva questa misericordia, tese le braccia davanti a sé, alzando gli occhi al firmamento. Fu un'estasi.
Allora, credette di vedere l'ombra delle sue braccia ritorcersi su di lui: credette di sentire quelle braccia d'ombra circondarlo, avvinghiarlo e stringerlo teneramente contro un petto. Un'alta figura era, in effetti, accanto alla sua. Fiducioso, abbassò lo sguardo verso quella figura e restò ansimante, sconvolto, con l'occhio spento, tremebondo, gonfiando le guance e sbavando per lo spavento.
Orrore! era fra le braccia del Grande Inquisitore in persona, del venerabile Pedro Arbuez d'Espila, che lo osservava, gli occhi pieni di lacrime, e un'aria da buon pastore che ritrova la pecorella smarrita!...
Lo scuro prete si stringeva al cuore lo sventurato ebreo, con uno slancio di carità così fervida che le punte del cilicio monacale sarchiarono, sotto il saio, il petto del domenicano. E mentre rabbi Aser Abarbanel, gli occhi rovesciati sotto le palpebre, rantolava d'angoscia fra le braccia dell'ascetico don Arbuez e comprendeva confusamente che tutte le fasi della fatale serata non erano altro che un supplizio previsto, quello della Speranza! il Grande Inquisitore, con un accento di pungente rimprovero e lo sguardo costernato, gli mormorava all'orecchio, con alito ardente e alterato dai digiuni:
"Ma come, figlio mio! Alla vigilia, forse, della salvezza... volevate dunque lasciarci!"

(Villiers de l'Isle-Adam, Il convitato delle ultime feste. Mondadori, 1989)










sabato 4 febbraio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: Yzur

Acquistai la scimmia all'asta di un circo fallito. La prima volta che mi passò per il capo l'idea di tentare l'esperienza che sto per narrare in queste righe, fu un giorno che lessi non so dove che gli indigeni di Giava attribuiscono la carenza di linguaggio articolato nelle scimmie all'astensione e non all'incapacità. "Non parlano", dicono, "perché non le facciano lavorare". Simile idea, all'inizio per nulla profonda, finì per preoccuparmi tanto da mutarsi in questo postulato antropologico: 
Le scimmie furono uomini che per una ragione o per l'altra smisero di parlare. Il che produsse l'atrofia dei loro organi di fonazione e dei centri cerebrali del linguaggio; debilitò fin quasi a sopprimerlo il rapporto fra gli uni e gli altri, fissando l'idioma della specie nel grido inarticolato, e l'umano primitivo decadde in animale.
E' chiaro che se si riuscisse a dimostrare quanto sopra, verrebbero spiegate naturalmente tutte le anomalie che rendono la scimmia un essere così singolare; ma non ci sarebbe che una dimostrazione possibile: ridare alla scimmia il linguaggio.
Intanto, avevo percorso mezzo mondo col mio esemplare, che mi si affezionava sempre più grazie a varie peripezie e avventure. In Europa richiamò l'attenzione, e se avessi voluto avrei potuto elevarlo alla celebrità di un Consul; ma la mia serietà di uomo d'affari mal si conciliava con simili pagliacciate.
Tormentato dalla mia idea fissa del linguaggio delle scimmie, esaurii tutta la bibliografia concernente il problema, ma senza alcun risultato apprezzabile. Sapevo solo, con assoluta certezza, che non esiste alcuna ragione scientifica perché la scimmia non possa parlare. Questo era il risultato di cinque anni di meditazioni. 
Yzur (nome di cui non riuscii mai a scoprire l'origine, perché ignorata anche dal precedente proprietario), Yzur era certamente un animale notevole. L'educazione del circo, benché ridotta quasi esclusivamente al mimetismo, aveva assai sviluppato le sue facoltà; era questo ciò che mi incitava maggiormente a provare su di lui la mia apparentemente sballata teoria.
D'altro canto, è noto che lo scimpanzé (Yzur lo era) è tra le scimmie quella meglio provvista di cervello e una delle più docili, il che aumentava le mie probabilità. Ogni volta che lo vedevo venire avanti su due zampe, con le mani dietro la schiena per mantenere l'equilibrio, e il suo aspetto di marinaio ubriaco, la convinzione della sua umanità trattenuta si rafforzava in me.
Non esiste in realtà ragione alcuna perché la scimmia non articoli assolutamente. Il suo linguaggio naturale, vale a dire l'insieme di grida per mezzo delle quali comunica coi suoi simili, è abbastanza variato; la sua laringe, per quanto risulti diversa da quella umana, non lo è mai tanto come quella del pappagallo, che tuttavia parla; e quanto al suo cervello, a parte che il paragone con quello di quest'ultimo animale fuga ogni dubbio, basta ricordare che quello dell'idiota è altrettanto rudimentale; e malgrado ciò vi sono dei cretini che sanno pronunciare alcune parole. Per ciò che concerne la circonvoluzione di Broca, dipende, è evidente, dallo sviluppo generale del cervello; bisogna dire inoltre che non è provato che essa sia fatalmente il punto di localizzazione del linguaggio. Se è il caso di localizzazione meglio stabilito in anatomia, l'esistenza di dati contrastanti è comunque incontestabile.
Fortunatamente, le scimmie hanno, fra le molte cattive qualità, il gusto dell'apprendimento, come dimostra la loro tendenza all'imitazione; la memoria è buona, la riflessione si spinge fino a una profonda capacità di dissimulazione, e l'attenzione è comparativamente più sviluppata che nel bambino. Sono dunque soggetti pedagogici tra i più adatti.
La mia inoltre era giovane, ed è noto che la giovinezza costituisce l'epoca più intellettuale della scimmia, simile sotto questo aspetto al negro. La difficoltà consisteva soltanto nel metodo che avrei dovuto usare per comunicarle la parola.
Conoscevo tutti gli infruttuosi tentativi dei miei predecessori; ed è inutile dire che dinanzi alla competenza di alcuni di essi e all'inutilità di tutti i loro sforzi, i miei propositi vennero meno più di una volta; quando la tenace meditazione su quel problema mi condusse a questa conclusione: Per prima cosa si tratta di sviluppare l'apparato di fonazione della scimmia.
Ed è così, in effetti, che si procede coi sordomuti prima di condurli all'articolazione; e avevo appena concepito questa riflessione, che tutte le analogie fra il sordomuto e la scimmia mi si affollarono nella mente.
Anzitutto, la loro straordinaria capacità mimica che sostituisce il linguaggio articolato, dimostrando che l'assenza di parole non è assenza di pensiero, come se questa facoltà fosse sminuita dalla paralisi di quella. Poi altri caratteri più peculiari in quanto più specifici: la diligenza sul lavoro, la fedeltà, il coraggio accresciuto fino alla temerità da queste due condizioni la cui coesistenza è veramente rivelatrice: la facilità di eseguire esercizi d'equilibrio e la resistenza al mal di mare.
Decisi allora di iniziare la mia opera con una vera e propria ginnastica delle labbra e della lingua della mia scimmia, trattandola in questo come un sordomuto. Per il resto, mi avrebbe aiutato l'udito a stabilire comunicazioni dirette di parola, senza bisogno di ricorrere al tatto. Il lettore vedrà che a questo proposito le mie previsioni erano troppo ottimistiche.
Per fortuna, fra tutte le grandi scimmie lo scimpanzé è quella che ha le labbra più mobili; e nel caso specifico, avendo Yzur sofferto di angina, sapeva aprir la bocca per farsela esaminare.
Il primo esame confermò in parte i miei sospetti. La lingua rimaneva immobile in fondo alla bocca, come una massa inerte; gli unici movimenti erano quelli della deglutizione. La ginnastica produsse presto il suo effetto, perché in capo a due mesi sapeva già tirar fori la lingua in segno di beffa. Fu questo il primo rapporto che riuscii a stabilire fra il movimento della sua lingua e un'idea; un rapporto in perfetto accordo con la sua natura, peraltro.
Le labbra mi diedero più problemi, perché bisognò addirittura tendergliele con delle mollette; ma egli apprezzava - forse dalla mia espressione - l'importanza di quel compito anomalo, e lo intraprendeva con prontezza. Mentre io praticavo i movimenti labiali che doveva imitare, restava seduto, grattandosi la groppa col braccio teso all'indietro e ammiccando in una concentrazione dubitosa, o lisciandosi le basette con tutta l'aria di un uomo che armonizza le proprie idee per mezzo di gesti ritmici. Alla fine imparò a muovere le labbra.
L'esercizio del linguaggio è un'arte difficile, come dimostrano i lunghi balbettii del bambino, che lo conducono, parallelamente al suo sviluppo intellettuale, ad acquisirne l'abitudine. In effetti, è dimostrato che il centro delle innervazioni vocali si trova associato a quello della parola in forma tale, che lo sviluppo normale di entrambi dipende dal loro esercizio armonico; questo era già stato presentito nel 1785 da Heinicke, l'inventore del metodo orale per l'insegnamento ai sordomuti, come una conseguenza filosofica. Egli parlava di una "concatenazione dinamica delle idee"; frase la cui profonda chiarezza onorerebbe più di uno psicologo contemporaneo.
Yzur si trovava, rispetto al linguaggio, nella stessa situazione del bambino che prima di saper parlare capisce già molte parole; ma era molto più in grado di associare alle parole i giudizi che doveva possedere sulle cose, per la sua maggior esperienza della vita.
Questi giudizi, che non dovevano essere solo impressionistici, bensì anche inquisitivi e disquisitivi, a giudicare dal carattere differenziale che assumevano, il che presuppone un ragionamento astratto, dimostravano un grado superiore di intelligenza assai favorevole in verità ai miei intenti.
Se le mie teorie paiono troppo audaci, basta riflettere che il sillogismo, ossia l'argomento logico fondamentale, non è estraneo alla mente di molti animali. Poiché il sillogismo è originariamente una comparazione fra due sensazioni. Se no, perché gli animali che conoscono l'uomo lo sfuggono, e non quelli che non l'hanno mai conosciuto?...
Diedi inizio, quindi, all'educazione fonetica di Yzur.
Si trattava di insegnargli dapprima la parola meccanica, per condurlo poi progressivamente alla parola sensata.
Poiché la scimmia possiede la voce, essendo in questo avvantaggiata sul sordomuto, con più sicure articolazioni rudimentali, si trattava di insegnarle le sue modificazioni, che costituiscono i fonemi, e la loro articolazione, definita dai maestri statica o dinamica, secondo che si riferisca alle vocali o alle consonanti. Data la ghiottoneria della scimmia, e seguendo in ciò un metodo usato da Heinicke coi sordomuti, decisi di associare ogni vocale con una leccornia: a con patata; e con miele; i con vino; o con cocco; u con zucchero, facendo in modo che la vocale fosse contenuta nel nome del cibo, ora con il dominio pressoché unico e ripetuto, come in patata, cocco, miele, ora accentrando su di sé i due accenti, tonico e prosodico, ossia come suono fondamentale: vino, zucchero.
Tutto andò bene finché si trattò delle vocali, cioè dei suoni che si formano con la bocca aperta. Yzur le imparò in quindici giorni. La u fu quella che gli costò di più pronunciare.
Le consonanti mi diedero un lavoro tremendo; e ben presto compresi che non sarebbe mai riuscito a pronunciare quelle alla cui formazione concorrono i denti e le gengive. Le sue lunghe zanne lo ostacolavano troppo.
Il suo vocabolario si riduceva, quindi, alle cinque vocali e alla b, la k, la m, la g, la f e la c, cioè a tutte quelle consonanti alla cui formazione partecipano solo il palato e la lingua.
Ma anche per questo non mi bastò l'udito. Dovetti ricorrere al tatto come con un sordomuto, appoggiandogli la mano sul mio petto prima e poi sul suo, affinché sentisse le vibrazioni del suono.
E passarono tre anni, senza che riuscissi a fargli formare neppure una parola. Tendeva ad attribuire alle cose, come nome proprio, quello della lettera il cui suono predominava in esse. Questo era tutto.
Nel circo aveva imparato ad abbaiare, come i cani, suoi compagni di lavoro; e quando mi vedeva disperare nei vani tentativi di strappargli la parola, abbaiava forte come per darmi tutto ciò di cui era capace. Pronunciava isolatamente le vocali e le consonanti, ma non sapeva associarle. Al massimo, imbroccava una ripetizione vertiginosa di pi e di emme.
Per quanto lentissimo, si era operato un gran mutamento nel suo carattere. Mostrava una minor mobilità nelle espressioni, aveva lo sguardo più profondo, e assumeva atteggiamenti meditabondi. Aveva acquisito, per esempio, l'abitudine di contemplare le stelle. Anche la sua sensibilità subiva lo stesso sviluppo: notai che era assai più facile alle lacrime.
Le lezioni continuavano con irremovibile costanza, benché senza il minimo successo. Erano pian piano divenute una dolorosa ossessione, e a poco a poco mi sentivo sempre più incline a usare la forza. Il mio carattere si inacidiva a causa del fallimento, fino a farmi assumere una sorda animosità contro Yzur. Questi si intellettualizzava sempre più, in fondo al suo mutismo ribelle, e cominciavo a convincermi che non sarei mai riuscito a superare quel punto morto, quando improvvisamente seppi che non parlava perché non voleva parlare.
Il cuoco, terrorizzato, venne a dirmi una sera che aveva sorpreso la scimmia mentre "parlava con vere parole". A quanto raccontò, Yzur se ne stava raggomitolato accanto a un fico, nell'orto; ma il terrore gli impedì di ricordare le cose essenziali, ossia le parole. Gli pareva di rammentarne solo due: casa e pipa. Per poco non lo prendevo a calci per la sua imbecillità.
Inutile dire che passai quella notte in preda a una grande emozione; e ciò che non avevo commesso in tre anni, l'errore che mandò a monte tutto, fu causato dalla spossatezza di quella veglia, non meno che dalla mia eccessiva curiosità.
Invece di lasciare che la scimmia arrivasse naturalmente alla manifestazione del linguaggio, la chiamai il giorno seguente e volli imporgliela per obbedienza.
Non ottenni che le pi e le emme di cui ero ormai stufo, le strizzatine d'occhio ipocrite e - Dio mi perdoni - un certo barlume di ironia nell'irrequieta ubiquità delle sue smorfie.
Mi abbandonai alla collera e senza alcuna giustificazione lo picchiai. L'unica cosa che ottenni fu il suo pianto e un silenzio assoluto che escludeva persino i gemiti.
Tre giorni dopo si ammalò, cadendo in una sorta di oscura demenza complicata da sintomi di meningite. Sanguisughe, docce fredde, purganti, revulsivi cutanei, infusi di brionia in alcol, bromuro; tutta la terapeutica della spaventosa malattia gli venne applicata. Lottai con disperato vigore, spinto da un rimorso e da un timore. Quello, perché ritenevo l'animale vittima della mia crudeltà; questo, per la sorte del segreto che forse si sarebbe portato nella tomba. Migliorò in capo a moltissimo tempo, ma rimase tuttavia così debole che non poteva muoversi dal letto. La vicinanza della morte lo aveva nobilitato e umanizzato. I suoi occhi pieni di gratitudine non mi lasciavano un istante, seguendomi per tutta la stanza come due sfere girevoli, anche se mi trovavo dietro di lui; la sua mano cercava le mie in una intimità da convalescenza. Nella mia grande solitudine, andava acquistando rapidamente l'importanza di una persona.
Il demone dell'analisi, che altro non è se non una forma dello spirito di perversità, mi spingeva tuttavia a rinnovare le mie esperienze. In realtà la scimmia aveva parlato. Quella faccenda non poteva finire così.
Iniziai con molta cautela, chiedendogli le lettere che sapeva pronunciare. Nulla! Lo lasciai solo per ore, spiandolo attraverso un forellino praticato nel tramezzo. Nulla! Gli rivolsi brevi orazioni, cercando di sollecitare la sua fedeltà o la sua ghiottoneria. Nulla! Quando scivolavo nel patetico, gli occhi gli si riempivano di lacrime. Quando gli dicevo una frase abituale, come quel "io sono il tuo padrone" con cui iniziavo tutte le mie lezione, o quel "tu sei la mia scimmia" con cui completavo la mia precedente affermazione, per mettere innanzi al suo spirito la certezza di una verità totale, egli assentiva chiudendo le palpebre; ma non emetteva il minimo suono,e neppure arrivava a muovere le labbra.
Era tornato alla gesticolazione come unico mezzo di comunicazione con me; e questo particolare, aggiunto alle sue analogie coi sordomuti, raddoppiava le mie precauzioni, perché nessuno ignora la grande predisposizione di questi ultimi alle infermità mentali. A volte desideravo che diventasse pazzo, per vedere se il delirio avrebbe infine rotto il suo silenzio.
La sua convalescenza continuava, stazionaria. La stessa debolezza, la stessa tristezza. Era evidente che era malato d'intelligenza e di dolore. La sua unità organica si era spezzata sotto l'impulso di un'attività cerebrale anormale, e giorno più giorno meno, era ormai da considerarsi perduto.
Ma, nonostante la mansuetudine che il progredire della malattia accresceva in lui, il suo silenzio, quel disperante silenzio provocato dalla mia esasperazione, non cedeva. Da un oscuro recesso di tradizione pietrificata in istinto, la razza imponeva il proprio millenario mutismo all'animale, fortificandosi di volontà atavica nelle radici stesse della sua essenza. Gli antichi uomini della giungla, costretti al silenzio, ossia al suicidio intellettuale, da chissà quale barbara ingiustizia, mantenevano il loro segreto formato da misteri di foresta e abissi di preistoria, in quella decisione ormai inconscia, ma formidabile per l'immensità della sua durata.
Infortuni dell'antropoide ritardato nell'evoluzione alla cui avanguardia passava l'umano con un despotismo di oscura barbarie, avevano senza dubbio spodestato le grandi famiglie quadrumani nel dominio arboreo dei loro primitivi eden, diradando le loro file, catturandone le femmine per organizzare la schiavitù dallo stesso ventre materno, fino a ispirare alla loro impotenza di vinti l'atto di dignità morale che li portava a rompere col nemico persino il legame, superiore sì, ma infausto, della parola, rifugiandosi come salvezza suprema nella notte dell'animalità.
E quali orrori, quali stupefacenti sevizie non devono aver commesso i vincitori sulla semibestia in fase critica di evoluzione, perché questa, dopo aver gustato il fascino intellettuale che è il frutto paradisiaco delle bibbie, si rassegnasse a quella claudicazione della propria stirpe nella degradante eguaglianza degli inferiori; a quella retrocessione che cristallizzava per sempre la sua intelligenza nei gesti di un automatismo da acrobata; a quella gran viltà della vita che avrebbe curvato per l'eternità, come un contrassegno bestiale, la sua schiena di dominata, imprimendole quel malinconico turbamento che permane sullo sfondo della sua caricatura.
Ecco ciò che sul punto di conseguire il successo il mio malumore aveva risvegliato nel profondo del limbo atavico. Attraverso milioni di anni, la parola, col suo esorcismo, smuoveva l'antica anima scimmiesca; ma contro questa tentazione che stava per violare le tenebre dell'animalità protettrice, la memoria ancestrale, diffusa nella specie sotto forma di un istintivo orrore, opponeva un'età sopra l'altra come una muraglia.
Yzur entrò in agonia senza perdere conoscenza. Una dolce agonia a occhi chiusi, respiro debole, polso impercettibile, calma assoluta, che egli interrompeva solo per volgere verso di me, con una lacerante espressione di eternità, il suo vecchio volto di mulatto triste. E l'ultima sera, la sera della sua morte, accadde la cosa straordinaria che mi decise a narrare questi fatti. Mi ero appisolato al suo capezzale, vinto dal calore e dalla quiete del crepuscolo incipiente, quando sentii improvvisamente qualcosa di caldo toccarmi il polso. Mi svegliai di soprassalto. La scimmia, con gli occhi spalancati, stava morendo, e la sua espressione era così umana che mi terrorizzò; ma la sua mano, i suoi occhi mi attiravano con tanta eloquenza verso di lui, che dovetti chinarmi subito accanto al suo viso; e allora, col suo ultimo respiro, l'ultimo respiro che coronava e frustrava nel contempo la mia speranza, sgorgarono - ne sono certo - sgorgarono in un mormorio (come descrivere il tono di una voce rimasta muta per diecimila secoli?) queste parole la cui umanità riconciliava le specie:
"Padrone, acqua. Padrone, padrone mio..."

(Leopoldo Lugones, La statua di sale. Franco Maria Ricci, 1980)