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martedì 17 novembre 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Bal Macabre

Lord Hopeless mi invitò ad unirmi agli altri che erano seduti al suo tavolo, e mi presentò alcuni di quei signori.
Era passata da molto la mezzanotte, e ho dimenticato la maggior parte dei loro nomi.
Il dottor Zitterbein l'avevo già conosciuto.
"Sta sempre seduto da solo. E' un vero peccato" disse, stringendomi la mano. "Perché se ne sta sempre da solo?"
So che non avevamo bevuto molto. Ciò nonostante, eravamo sotto l'incantesimo di quella delicata e impalpabile ebrezza che dà l'impressione che alcune parole vengano da lontano, uno stato d'animo tipico di quelle ore tarde, quando siamo cullati dal fumo delle sigarette, dalle risate delle donne e da musica scadente.
Strano che da una simile atmosfera da night club, col suo miscuglio di musica zingaresca, cakewalk e champagne nascesse una discussione sulle cose soprannaturali! Lord Hopeless stava raccontando una storia.
Di uomini e donne che si supponeva fossero realmente esistiti - o meglio di cadaveri, o apparenti cadaveri - che appartenevano alla migliore società e che, secondo la testimonianza dei viventi, erano morti da molto tempo, e avevano perfino lapidi e tombe con i loro nomi e le date della loro morte, ma che in realtà giacevano da qualche parte in città, dentro un vecchio palazzo, in uno stato di ininterrotta catalessi, inanimati, ma protetti dalla decomposizione e ben sistemati in una serie di cassetti. Si diceva che se occupasse un domestico gobbo con le scarpe con la fibbia e la parrucca incipriata, soprannominato Spotted Aron. In certe notti le loro labbra emanavano una debole fosforescenza, un segnale per il gobbo che era ora di fare una misteriosa manipolazione sulle vertebre cervicali delle persone affidate alle sue cure. Così disse.
Le loro anime potevano allora vagare senza intralci, temporaneamente libere dai loro corpi, e indulgere ai vizi della città, con un'avidità e un'intensità che superavano l'immaginazione del più audace libertino.
Fra le altre cose, sapevano come attaccarsi, a mo' di vampiri, a quei reprobi viventi che passano barcollando di vizio in vizio... succhiando, rubando, arricchendosi di strane sensazioni a spese delle masse viventi. Questo club, che fra l'altro aveva il curioso nome di Amanita, possedeva anche statuti, regolamenti e severe condizioni concernenti l'ammissione di nuovi membri. Ma questi erano circondati da un impenetrabile velo di segretezza.

Non riuscii a capire le ultime parole di Lord Hopeless, a causa del fragoroso baccano dei musicisti e dei cantanti, che ammannivano una moderna canzone di successo:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

Le grottesche contorsioni di una coppia di mulatti, che accompagnava la musica con una sorta di cancan negro, accentuavano, come la canzone, lo spiacevole effetto che quella storia aveva avuto su di me.
In quel night club, fra prostitute truccate, camerieri provetti e magnaccia tempestati di diamanti, l'intera impressione mi parve che diventasse piuttosto frammentaria, storpiata, finché non restò nella mia mente solo come un'immagine raccapricciante, distorta e quasi irreale.
Come se all'improvviso, in momenti di disattenzione, il tempo si affretta con passi spediti e silenziosi, e le ore si riducono nella cenere di pochi secondi per uno che è ebbro... secondi che volano via dall'anima come scintille, per illuminare una ripugnante ragnatela di sogni curiosi e audaci, intessuti in una confusa mescolanza di passato e futuro.
Così, nel mio vago ricordo, mi pare ancora di sentire una voce che disse: "Dovremmo mandare un messaggio al Club Amanita".
A giudicare da questo, pare che la nostra conversazione vertesse ripetutamente sullo stesso tema. Fra un discorso e l'altro mi pare di ricordare frammenti di brevi osservazioni, un bicchiere di champagne che si era rotto, un fischio... e poi, che una cocotte francese mi si era seduta in grembo, mi aveva baciato, aveva soffiato il fumo della sigaretta nella mia bocca e infilato la sua lingua appuntita nel mio orecchio. Più tardi, una cartolina piena di firme venne sospinta verso di me, con la richiesta che anch'io vi mettessi il mio nome... la matita mi cadde di mano... e poi non riuscii di nuovo, perché una ragazzotta mi aveva versato un bicchiere di champagne sui polsini.
Mi ricordo distintamente che tutti noi divenimmo improvvisamente sobri; cercammo nelle nostre tasche, sopra e sotto il tavolo e sulle sedie la cartolina, che Lord Hopeless voleva riavere a tutti i costi, ma era svanita, e non si vide più...

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore.

I violini ripetevano con suono stridulo il ritornello, sommergendo di nuovo la nostra coscienza nel buio. Se si chiudevano gli occhi, sembrava di star sdraiati su un tappeto nero morbido e vellutato, su cui spiccavano fiammeggianti alcuni fiori rossi come rubini.
"Voglio qualcosa da mangiare" sentii che qualcuno diceva. "Cosa? Cosa? Caviale?... Sciocchezze! Mi porti... mi porti... be'... mi porti dei funghi conservati."
E tutti noi mangiammo quei funghi aspri, che nuotavano in un liquido chiaro e viscoso, aromatizzato.

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

Improvvisamente un acrobata dallo strano aspetto, che indossava una calzamaglia troppo grande che gli ondeggiava terribilmente addosso, si sedette al nostro tavolo, e alla sua destra era seduto un gobbo mascherato, con una parrucca color canapa. Vicino a lui c'era una donna; e tutti ridevano.
Come diavolo era arrivato lì... con quelli? Mi guardai attorno: la sala era vuota; c'eravamo solo noi. Oh, be', pensai... non importa...
Il tavolo a cui eravamo seduti era molto lungo, e la maggior parte della tovaglia splendeva, bianca come un lenzuolo... senza piatti né bicchieri.
"Monsieur Phalloides, vorrebbe ballare per noi, per favore?" disse uno dei signori, dando un colpetto sulla spalla dell'acrobata.
Dovevano conoscersi bene - mi passò per la testa in una specie di sogno - molto probabilmente è seduto qui già da molto tempo, quel... quella calzamaglia.
Poi guardai il gobbo vicino a lui, e i nostri occhi s'incontrarono. Portava una maschera lucente di lacca bianca e una giacca verdastra, sbiadita, assai malconcia e piena di pezze mal cucite. Raccattata per strada! Quando rideva, era un miscuglio fra un ansito e un rantolo.
"Crotalus... Crotalus Horridus." Mi attraversò la mente quella frase che dovevo aver sentito o letto da qualche parte; non riuscivo a ricordarne il significato, ma comunque rabbrividii, sussurrandola piano.
E poi sentii le dita di quella ragazzotta che mi toccavano le ginocchia sotto il tavolo.
"Mi chiamo Albina Veratrina" mi sussurrò esitante, come se mi stesse confidando un segreto, mentre io le prendevo la mano.
Si avvicinò molto a me; e ricordavo vagamente che una volta aveva versato un bicchiere di champagne sui miei polsini. I suoi vestiti emanavano un odore pungente; quando si muoveva, veniva quasi da starnutire.
"Si chiama Germer, naturalmente... Miss Germer, sa" disse il dottor Zitterbein ad alta voce.
A quel punto l'acrobata scoppiò in una breve risata, la guardò e scrollò le spalle, come se si sentisse in dovere di scusare il suo comportamento.
Mi dava la nausea. Aveva delle strane cicatrici sul collo, larghe come una mano, ma tutto attorno e di un colore pallido, che facevano pensare a un collare... come il collo di un fagiano. E la sua calzamaglia pendeva molle su di lui dal collo ai piedi, perché era stretto di torace e magro. Aveva un copricapo piatto e verdastro a pois bianchi, con dei bottoni. Si era alzato e stava ballando con una ragazza con una collana di bacche macchiettate.
"Sono venute qui altre donne?" chiesi a Lord Hopeless con gli occhi.
"E' solo Ignatia... mia sorella" disse Albina Veratrina, e mentre pronunciava la parola "sorella" mi strizzò l'occhio e rise istericamente.
Improvvisamente mi mostrò la lingua, e notai che nel mezzo c'era una lunga striscia rossastra, secca; ero inorridito. E' come un sintomo di avvelenamento, pensai. perché ha quella striscia rossastra? E' come un sintomo di avvelenamento! E di nuovo udii la musica che veniva da lontano:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,

e, pur tenendo gli occhi chiusi, sapevo che tutti scuotevano il capo a quel ritmo indiavolato...
E' come un sintomo di avvelenamento, sognai... e mi svegliai con un brivido.
Il gobbo, nella sua giacca verde maculata, aveva in grembo una ragazzotta e le strappava gli abiti di dosso in una sorta di ballo di san Vito, apparentemente al ritmo di una musica che non si udiva.
Il dottor Zitterbein si alzò, e le sbottonò le spalline.

"Fra un secondo e l'altro c'è un breve intervallo, che non appartiene al tempo, ma solo all'immaginazione. Come le maglie di una rete" sentii che il gobbo declamava in tono subdolo "sono questi intervalli. Si possono sommare, ma il risultato non è ancora il tempo reale, eppure ci pensiamo... una volta, due volte, una volta ancora, e una quarta volta...
"E se viviamo solo entro questi limiti e dimentichiamo i minuti e i secondi reali, per non più ricordarli... ebbene, allora siamo morti, allora viviamo solo nella morte.
"Si vive, diciamo, cinquant'anni. Di questi la scuola ne porta via dieci: ne restano quaranta.
"E il sonno ne ruba venti: ne restano venti.
"E dieci sono pieni di preoccupazioni: ne rimangono dieci.
"Di questi, nove anni si passano nella paura del domani; così si vive solo un anno... forse!
"Perché piuttosto non morire?
"La morte è bella.
"Lì c'è il riposo, l'eterno riposo.
"E nessuna preoccupazione per il domani.
"Lì c'è l'eterno, silenzioso presente, che non si conosce; non c'è prima né dopo.
"Lì c'è il silenzioso presente, che non si conosce! Queste sono le maglie nascoste fra un secondo e l'altro nella rete del tempo."

Le parole del gobbo risonavano ancora nel mio cuore. Alzai lo sguardo e vidi che la blusa scollata della ragazzotta era caduta fino alla vita, e che stava seduta sul suo grembo, nuda. Non aveva né seni né corpo... solo una nebulosa fosforescente, dal collo ai fianchi. Il gobbo toccava quella nebulosa con le dita e ne traeva dei suoni come quelli delle corde di una viola da gamba, e da quel corpo spettrale cadevano sul pavimento con gran rumore pezzi di scorie. Così è la morte, pensai, come una melma di residui.
Lentamente il centro di quella tovaglia bianca si sollevò come un'immensa bolla... un vento gelido spazzò la stanza e fece volar via la nebulosa. Apparvero corde d'arpa scintillanti, che andavano dal collo della ragazzotta fino ai fianchi. Una creatura mezza donna e mezza arpa!
Con quella il gobbo suonò, così sognai, una canzone di morte e di lussuria, che terminava con uno strano inno:

Ogni gioia deve divenire sofferenza;
nessun piacere terreno può durare!
chi desidera la gioia, chi sceglie la gioia,
raccoglierà il dolore che porta:
chi giammai brama o aspetta la gioia, 
mai ha bramato la fine del dolore.

Un inesplicabile desiderio di morte mi assalì, e desiderai morire.
Ma in cuor mio, la vita diede battaglia... l'istinto di conservazione. E la morte e la vita si schierarono minacciosamente l'una contro l'altra; questa è la catalessi.
I miei occhi erano sgranati, immobili. L'acrobata si chinò su di me, e notai la sua calzamaglia spiegazzata, il copricapo verdastro e il collare.
"Catalessi" volevo farfugliare, ma non riuscii ad aprire la bocca.
Mentre andava dall'uno all'altro e sbirciava le loro facce con un sogghigno interrogativo, sapevo che eravamo paralizzati: era come un fungo velenoso! Abbiamo mangiato funghi velenosi, cotti con veratrum album, l'erba chiamata Germer bianca.
Ma quello è solo un fantasma della notte, una chimera! Volevo gridarlo forte, ma non potevo. Volevo voltare la testa, ma non potevo.
Il gobbo con la maschera bianca laccata si alzò silenziosamente, e gli altri lo seguirono e si disposero in coppie, altrettanto silenziosamente.
L'acrobata con la tromba francese, il gobbo con l'arpa umana. Ignatia con Albina Veratrina... così penetrarono nella parete al passo saltellante di un cakewalk.
Solo una volta Albina Veratrina si voltò a guardarmi, accompagnando quello sguardo con un gesto osceno.
Volevo distogliere gli occhi o chiudere le palpebre, ma non potevo. Ero costretto a fissare sempre l'orologio a muro e le sue lancette che strisciavano sul quadrante come dita furtive.
E negli orecchi risonava sempre quel ritornello ossessivo:

Ho preso il più bianco fio-ore
per rallegrare le mie scure o-ore,
tra-la, tra-la, tra-la,
tra - la-la-la - tra-la.

e come un basso ostinato veniva dagli abissi:

Ogni gioia deve divenire sofferenza:
chi giammai brama o aspetta la gioia,
mai ha bramato la fine del dolore.

Guarii da quell'avvelenamento dopo molto, molto tempo; ma gli altri sono stati tutti sepolti.
Era troppo tardi per salvarli - così mi è stato detto - quando arrivarono i soccorsi.
Ma sospetto che non fossero realmente morti quando vennero sepolti. Anche se il dottore mi dice che la catalessi non può derivare dall'aver mangiato funghi velenosi, e che i sintomi avrebbero dovuto essere differenti, sospetto che non fossero morti, e con un brivido penso al Club Amanita e al suo strano guardiano gobbo, Spotted Aron, con la sua maschera bianca.




Nel primo quarto di questo secolo i cineasti tedeschi si occuparono di film di fantasia, e anzi furono loro che in realtà cominciarono a sviluppare quello che oggi è noto come cinema dell'orrore. Una delle prime e più famose di queste fantasie pionieristiche fu Il Golem, fatto nel 1915, e poi rifatto ancora nel 1917 e nel 1920. Tutti e tre questi film erano interpretati dal gigantesco attore tedesco Paul Wegener, nella parte dell'uomo-mostro d'argilla dall'andatura terrificante. Il film era tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Gustav Meyrink (1868-1932), che dapprima fu pubblicato a puntate nel 1913-1914, e poi raccolto in libro nel 1915. Il libro e il film resero famosi in tutto il mondo sia Meyrink che Paul Wegener. L'autore in effetti aveva sentito parlare della secolare leggenda del Golem - il corpo senz'anima - quando viveva a Praga, e si convinse - per usare le sue stesse parole - che "qualcosa che non può morire incombe sulla città ed è in qualche modo connesso con la leggenda del Golem". Da questo spunto affascinante fu tratta la sua storia meravigliosa, e col passar del tempo il romanzo di Meyrink divenne famoso come il racconto di Mary Shelley su un'altra creatura fatta dall'uomo, "Frankenstein". Meyrink era molto attratto dal lato oscuro della natura umana, e le sue schiette opinioni fecero sì che i suoi libri fossero messi all'indice in Germania durante la prima guerra mondiale. Un'altra sua opera trasformata in film fu Il Museo delle Cere (1924), che includeva una straordinaria sequenza tratta da un racconto intitolato Bal Macabre, che Meyrink aveva scritto nel 1904. Viene ristampato in questa raccolta per la prima volta dopo più di mezzo secolo. [Sean Richard]

(Elephant Man e altri mostri. A cura di Sean Richard. Mondadori, 1991)







lunedì 2 novembre 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Tamlin

In un tempo così antico che nessuno lo ricorda, la Regina delle Fate era solita riunire la sua corte notturna a Carterhaugh, vicino a Selkirk, nel punto dove le acque del fiume Ettrick curvano per unirsi allo Yarrow, ed entrare insieme a lui nel Tweed.

Lungo e crudele era l'inverno nelle alte e solitarie vallate della Terra di Confine, quando il vento del nord fischiava e ululava attraverso gli alberi spogli e soffiava la neve più in alto delle mura dei granai e delle case. Le ragazze dei villaggi di Ettrickdale e di Yarrow, sedute nelle loro stanze a cucire la seta, lasciavano cadere il lavoro sulle ginocchia e sospiravano pensando alla primavera, quando avrebbero potuto di nuovo incontrarsi nella pianura di Carterhaugh.
Pensavano:
"In nessun posto della Terra di Confine l'erba è verde come quella di Carterhaugh! In nessun posto le rose di campo hanno un colore così delicato, e le campanule un colore così puro, la ginestra è di un oro tanto splendente! Come è bello quando ci andiamo a raccogliere i fiori, a giocare a palla e ridere, ballare e cantare, prima di tornare a casa al tramonto, perché, noi lo sappiamo, quando è buio la pianura appartiene al Piccolo Popolo!"
Fra tutte le ragazze che giocavano, parlavano, ridevano e danzavano sull'erba verde a primavera, la più bella e coraggiosa era Lady Janet: i suoi genitori l'amavano moltissimo, e suo padre le aveva regalato la terra di Carterhaugh.
Era una luminosa mattina di maggio, e Janet giocava con altre ventiquattro ragazze, lanciando in alto una palla colorata, e ridevano sollevando le vesti di seta per correre con i piedi scalzi a riprenderla. All'improvviso, apparve in mezzo a loro la Regina delle Fate e disse con voce fredda:
- Questa è l'ultima volta che potete giocare in questo posto. Vi proibisco di rimettere i piedi sull'erba di Carterhaugh sia di giorno che di notte, perché ora appartiene al giovane Tamlin.
E in un attimo la fata scomparve.
Le ragazze, spaventate, andarono di corsa a infilarsi le pantofole, e a raccogliersi i capelli, pronte ad obbedire a quell'ordine. Solo Janet rimase ferma, e gridò con furia:
- Che diritto ha di dire che non possiamo più giocare in questo posto? Questa terra è mia, me l'ha donata mio padre. Di notte ci viene il Piccolo Popolo, ed è benvenuto, ma durante il giorno mi appartiene, e io ci verrò ogni volta che vorrò. E anche voi verrete a giocare!
- No, Janet, non verremo! - rispose una delle amiche.
- Non possiamo fare arrabbiare la Regina delle Fate! - disse un'altra.
- Ci dispiace, addio! - disse una terza.
E le ventiquattro compagne corsero alle loro case lungo lo Yarrow e l'Ettrick.
Janet, rimasta sola nella distesa verde, sospirò profondamente e se ne andò: ma quando arrivò a casa sua, a Bowhill, non raccontò niente di quello che era accaduto ai suoi genitori.
Il mattino seguente, appena sveglia, stirò le braccia verso il cielo, prese in faccia il primo raggio di sole e pensò:
"Cosa farò di bello quest'oggi? Ecco cosa farò: raccoglierò fiori per mia madre, che mi ama tanto. Raccoglierò per lei le rose di campo, che hanno quella tinta leggera così bella, e crescono sul cespuglio di rovi accanto al pozzo di Carterhaugh, la mia terra..."
Allora indossò il vestito di seta, verde come l'erba, e le pantofole, che erano rosse come bacche di sorbo, si pettinò i lunghi capelli biondi, fece una treccia, l'avvolse attorno alla testae la fissò con due pettini d'oro ornati di smeraldi, verdi come il vestito e come l'erba di Carterhaugh. Poi raccolse la lunga gonna fra le mani e corse sul prato, fino al cespuglio di rovi che cresceva accanto al pozzo.
Aveva appena raccolto il primo bocciolo di rosa, così delicatamente colorato, quando sentì una voce arrabbiata alle sue spalle che gridava:
- Chi sei? Che ci fai, tu, qui a Carterhaugh?
Janet si voltò, e si trovò davanti un cavaliere su un cavallo bianco come il latte, che aveva agli zoccoli due ferri d'argento e due d'oro. Anche il cavaliere era vestito di bianco dalla testa ai piedi, e sui capelli bruni e ricciuti portava un bel cappello dalla piuma rosa.
- Chi sei? E cosa fai qui a Carterhaugh? - domandò di nuovo il cavaliere.
- Sono Lady Janet, - rispose con orgoglio la ragazza. - Sto raccogliendo rose di campo per mia madre, perché tutta questa terra mi fu donata da mio padre, e mi appartiene.
Il cavaliere la guardò con occhi freddi e grigi come le acque dell'Ettrick in un giorno di febbraio.
- La Regina delle Fate ha dato questa terra a me, Tamlin! - gridò. - Se tu vieni in questa terra, rischi molto!
- Questa terra è tua dal tramonto all'alba, - disse lei. - Non ne hai abbastanza?
Tamlin scosse la testa, corrucciato, e il cavallo bianco nitrì, colpendo violentemente il suolo con uno zoccolo.
- Ieri ho giocato qui con ventiquattro compagne, - disse Janet. - C'era abbastanza spazio per tutte, e anche di più: oggi ci dovrebbe essere abbastanza spazio per me e per te!
Poi si voltò, e cominciò a raccogliere i bianchi boccioli spruzzati di un rosa delicato.
La rabbia allora scomparve dalla faccia di Tamlin, e il suo sguardo divenne strano e triste.
- Resta pure, per oggi, e raccogli le rose per tua madre, - disse. - Ma poi Carterhaugh sarà solo mia.
Janet non disse niente: raccolse l'ultima rosa di campo, poi guardò il cielo blu, ascoltò il trillo armonioso dell'allodola che volava sopra di lei. Anche il cavaliere bianco guardò in alto con il suo sguardo triste, e disse sospirando:
- Quanto tempo è passato, da quando ho sentito il canto dell'allodola... Era un mattino di maggio, e non ricordavo più come fosse meraviglioso!
Poi diede uno strattone alle redini, e il cavallo bianco come il latte galoppò via, mentre Janet raccoglieva la gonna di seta con la mano sinistra, e tornava lentamente verso casa.
Il mattino seguente, quando si svegliò, si stirò a lungo, e sorrise al sole appena levato, e si chiese cosa avrebbe fatto in quella giornata.
"Raccoglierò fiori per mia madre, che mi ama tanto, - pensò. - Raccoglierò anche ramoscelli di ginestra verde pieni di fiori dorati, quelli del cespuglio che cresce vicino al pozzo di Carterhaugh, che mi appartiene."
Così indossò il vestito di seta verde come l'erba e le pantofole rosse come le bacche di sorbo selvatico, pettinò i lunghi capelli biondi, fece una treccia, se l'avvolse alla testa e la fissò con due pettini d'oro ornati da smeraldi verdi come il vestito e come l'erba di Carterhaugh. Poi raccolse la gonna e corse nel prato, fino alla ginestra che cresceva accanto al pozzo. Aveva appena spezzato il primo rametto, quando sentì dietro di sé una voce arrabbiata:
- Chi sei? Cosa fai qui a Carterhaugh?
Janet si voltò: ecco il cavaliere sul cavallo bianco come il latte, con due ferri d'oro e due ferri d'argento sugli zoccoli: ma questa volta la piuma sul cappello del cavaliere era dorata come il fiore di ginestra.
- Io sono Lady Janet, - rispose tranquilla la ragazza, - e sto raccogliendo ginestra dorata per mia madre, poiché tutta questa terra mi appartiene.
- Appartiene a me! - gridò Tamlin con furia, e i suoi occhi grigi erano crudeli come il fiume Yarrow quando si scioglie la neve sulle colline, e l'acqua precipita giù a caccia di pecore affaticate o viandanti dispersi.
- Non ricordi? - disse la ragazza a bassa voce. - Ieri ho raccolto un mazzo di rose per mia madre, e abbiamo ascoltato l'allodola che cantava. C'era abbastanza spazio per tutti e due: perché non dovrebbe essercene anche oggi?
Poi si voltò, e ricominciò a raccogliere i rami verdi dai fiori dorati.
Sul volto di Tamlin la rabbia si spense, e i suoi occhi grigi si riempirono di uno sguardo triste.
- Poiché sei qui a raccogliere ginestre per tua madre, rimani pure, - disse. - Ma dopo, Carterhaugh sarà soltanto mia.
Senza parlare, la bella Janet raccolse l'ultimo rametto di ginestra dorata, e poi sedette sull'erba a guardare, oltre lo Yarrow, le lontane brughiere, ascoltando il canto lamentoso del chiurlo: e Tamlin la guardava con i suoi occhi tristi e sospirava.
- E' passato tanto tempo dall'ultima volta che ho ascoltato il chiurlo, in una mattina di maggio, che quasi avevo dimenticato come è meraviglioso, - disse, poi diede uno strattone alle redini e il cavallo bianco come latte galoppò via.
Janet si alzò, raccolse con la sinistra la gonna di seta e tornò a casa lentamente.
Il mattino dopo, al risveglio, la ragazza decise di raccogliere un mazzo di giacinti di campo per sua madre, e siccome i giacinti più belli crescevano vicino al pozzo di Carterhaugh, si vestì, si pettinò, raccolse la gonna e corse al prato.
Quando fu al pozzo, c'era Tamlin che l'aspettava sul suo cavallo bianco come il latte, e la piuma sul cappello era blu come il giacinto.
Questa volta, però, il cavaliere non fece domande, e rimase in silenzio a guardarla mentre lei raccoglieva i lunghi steli delle campanule, e quando il mazzo fu completo lui scese da cavallo e camminarono insieme fino alla sponda dello Yarrow, e là sedettero, ascoltando il grido malinconico di una pavoncella.
- Quanto tempo è passato da quando ho sentito la pavoncella gridare! - disse Tamlin guardando gli occhi di Janet. - Quasi avevo dimenticato com'è meraviglioso...
La ragazza inclinò il capo, e domandò:
- Non ci sono forse uccelli nella Terra delle Fate? Perché sospiri quando senti il canto dell'allodola, del chiurlo o della pavoncella?
- No. - lui rispose abbassando gli occhi sull'acqua del fiume. - Le Fate hanno la loro musica per danzare, e non hanno bisogno del canto degli uccelli. Ma io li ricordo ancora, perché sono nato mortale.
Lei aspettò in silenzio, guardando l'acqua come lui, finché il cavaliere riprese a raccontare:
- Mio padre era Randolph, Conte di Murray, e mia madre era la donna più dolce del mondo. Ma un giorno, mentre ero a caccia sulle colline, la Regina delle Fate mi vide, e mi volle come suo cortigiano. Chiamò dal Nord un vento freddo che mi gelò fino al midollo delle ossa, e io caddi da cavallo e restai per terra svenuto. Poi la Regina delle Fate mi fece portare su quella collina verde, laggiù, dove mi bagnò con erbe magiche e fece strani incantesimi, e mi diede da bere il latte delle capre invisibili di Nettygan... E ora sono Tamlin, il suo cavaliere prediletto, e ogni giorno che passa la mia memoria delle cose della vita scompare, come scompare un sogno lungo una giornata...
- Non sei felice di vivere nella Terra delle Fate, dove nessuno ha dolore e malattia? - chiese la bella Janet.
- Una volta lo ero, - lui rispose. - Ma adesso che ti ho incontrato, vorrei che l'incantesimo finisse per poterti sposare.
E lei rispose:
- Quello che la Regina delle Fate fa, io lo posso disfare, perché nemmeno io sarò felice finché tu non tornerai a essere mortale e io ti potrò sposare. Dimmi cosa bisogna fare, e lo farò.
Lui la guardò negli occhi e disse:
- L'incantesimo è potente, e per vincerlo dovrai essere più coraggiosa di tutte le ragazze della Terra di Confine: dovrai tornare a casa, e fare la tua vita per tutta l'estate e l'autunno, senza mai pensare a Tamlin, e senza venire mai, né di giorno né di notte, nella verde piana di Carterhaugh. Quando arriverà l'ultima notte di ottobre, la vigilia di Ognissanti, se avrai ancora il coraggio di rompere l'incantesimo, dovrai andare a Miles Cross e aspettare là, perché a mezzanotte la Regine delle Fate passerà a cavallo con tutti i suoi cavalieri, per andare a danzare sulla verde erba di Carterhaugh.
- E come potrò riconoscerti fra tanti cavalieri? - disse la bella Janet.
- Ascolta attentamente, - disse Tamlin, sfiorandole con le dita fredde il dorso della mano. - Ascolta bene, e fa esattamente quello che ti sto per dire, perché da questo dipenderà il mio destino: e per quanto la Terra delle Fate sia un incanto, io desidero solo ritornare mortale e vivere insieme a te.
Dunque, quando sarai là a Miles Cross la notte della vigilia di Ognissanti, tu sentirai per prima cosa il suono dei flauti fatati, suonati dai Folletti di Grastacombe, e poi i colpi dei tamburi fatati, suonati da quelli di Norsival, e poi verrà un portabandiera vestito di foglie d'argento, con una bandiera rossa, e guiderà la prima compagnia, chiamata degli Uomini Leggeri: ma tu non badare a loro, e non ti muovere, perché io non sarò fra quelli.
Poi arriverà un portabandiera vestito di foglie d'oro, e porterà una bandiera verde, alla testa della seconda compagnia di cavalieri, detti i Fratelli Senza Tristezza: ma tu non agitarti, non muovere un dito, perché io non sarò fra quelli.
Alla fine vedrai un portabandiera vestito di foglie rosse, che porterà una bandiera bianca, davanti alla terza compagnia, detta dei Cavalieri Del Lungo Grido, e allora cercami attentamente con gli occhi. Il primo cavaliere avrà un'armatura nera, e cavalcherà una bestia nera come la notte: non sarà Tamlin. Il secondo avrà un'armatura marrone come una castagna, e anche il suo cavallo: ma non sarà Tamlin. Il terzo cavaliere sarà bianco, con il cavallo bianco come latte: e sarò io. Porterò una stella d'oro in fronte, e avrò un guanto bianco sulla destra, ma la sinistra nuda, e in quella terrò la mano della Regina delle Fate. Appena mi vedrai, mia bella Janet, salta fuori come una volpe, afferra le redini, e tirami giù da cavallo, e tienimi stretto qualunque cosa accada, perché la Regina delle Fate si arrabbierà molto, e userà molti trucchi per fare in modo che tu mi lasci andare: e se tu mi lascerai andare, sarà per sempre.
- Farò come hai detto, Tamlin, o che io abbia un dolore per ogni capello della mia testa, - promise la bella Janet.
Così se ne andò, e per tutta l'estate e tutto l'autunno non ritornò più nel verde prato di Carterhaugh, e si teneva la mente occupata tessendo e filando, per non pensare al cavaliere bianco.
Quando arrivò l'ultima notte di ottobre, vigilia di Ognissanti, Janet si avvolse nel mantello verde erba, e si mise in cammino alla luce della luna verso Miles Cross.
C'era un silenzio terribile, e nel cuore della ragazza c'era il gelo della paura, perché molte cose terribili erano avvenute in quel tratto di campagna, o almeno si raccontava che fossero avvenute.
Era nel piccolo cimitero della chiesetta di Saint George, per esempio, che Mary Gull la lavandaia, cento anni prima, era stata trascinata in una tomba da magre e bianche mani.
Era sul muretto del ponte di Castlefrog, si diceva, che i diavoli più cattivi dell'inferno venivano ad arrotare i loro denti neri.
Era dai rami della quercia di Pendritt Place che, si raccontava, si allungavano nella notte corde viscide, alla ricerca di colli viventi.
Ma nonostante quel nocciolo di terrore nel cuore, e nonostante sentisse la radice di ogni capello tirarle sulla testa, Janet camminava, perché doveva essere la più coraggiosa, per liberare il cavaliere bianco.
Finalmente arrivò a Miles Cross, e si mise ad aspettare. C'era ancora silenzio, ma la paura del cuore se n'era andata, e i capelli non tiravano più, e si muovevano appena a un leggero vento notturno.
Ed ecco, sentì un lontano rumore di flauti, e poi di tamburi fatati, e capì che stava arrivando la processione della Regina delle Fate, per andare a danzare sul verde di Carterhaugh.
Per primo arrivò il portabandiera con la bandiera rossa, ma la ragazza restò ferma e nascosta, e lasciò passare quella compagnia, perché non era quella di Tamlin.
Poi passò il portabandiera con la bandiera verde, e di nuovo la bella Janet non si mosse, perché non era quella la compagnia del suo amico.
Ma quando arrivò il portabandiera con la bandiera bianca, con il cuore che le batteva forte, lasciò passare il cavaliere dall'armatura nera, sul suo cavallo colore della notte, e lasciò passare il cavaliere marrone: ma quando vide il cavaliere bianco, con la stella d'oro in fronte, sul suo cavallo colore del latte, e il guanto sulla destra, e la sinistra nuda, che reggeva la mano della Regina delle Fate che cavalcava accanto a lui, Janet prese un fondo respiro, corse avanti, afferrò le redini bianche, prese la mano guantata di Tamlin e lo tirò giù dalla sella, stringendolo forte tra le braccia.
Le fate che seguivano la Regina cominciarono a strillare, e la Regina fermò il cavallo, e guardò la ragazza con la furia negli occhi. Le Fate sono belle, ma quando si infuriano possono fare più paura delle streghe.
- Pensi di poter scappare, Tamlin? - gridò, e alzò un dito della mano destra. Subito il cavaliere bianco si trasformò in una grande lucertola verde che tremava e si agitava per liberarsi: ma Janet guardò negli occhi dolci della creatura, e la tenne stretta contro di sé.
La Regina delle Fate era ancora più furiosa. Alzò la mano destra, e Tamlin si trasformò in un serpente verde che si contorceva e si dimenava per liberarsi: ma Janet lo guardava negli occhi tristi e lo tenne stretto.
- Dunque vuoi sfidare la Regina delle Fate! - gridò la Regina, e alzò il braccio destro: subito Tamlin divenne un cervo selvaggio che scalciava e combatteva per liberarsi, ma Janet guardava i suoi occhi grigi, e lo teneva.
Allora la Regina delle Fate capì che l'incantesimo era rotto, e che non poteva fare più niente per tenere Tamlin al suo servizio. Lentamente sollevò la mano sinistra e ridiede al giovane l'aspetto umano. Subito Janet lo coprì con il suo mantello verde, e rimasero insieme accanto alla strada mentre la processione proseguiva verso la piana di Carterhaugh.
Il giorno dopo, a Ognissanti, Janet e Tamlin si fecero la promessa di matrimonio, e il primo giorno dell'anno nuovo le campane della chiesa di Selkirk suonarono a festa, annunciando a tutta la gente che viveva fra lo Yarrow e l'Ettrick che Tamlin, figlio del Conte di Murray, aveva sposato la bella Lady Janet, che con il suo amore e il suo coraggio lo aveva liberato.

(Storie di meraviglia. Scelte da Berlie Doherty. Edizioni EL, 2000)