venerdì 5 settembre 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Un cittadino di Carcosa

Perché esistono diverse specie di morte: alcuni conservano il corpo, e di altri il corpo svanisce insieme allo spirito, ma questo di solito accade in solitudine (tale è il volere di Dio) e, non vedendo la sua fine, noi diciamo che l'uomo è morto o partito per un lungo viaggio - come infatti avviene. In una specie di morte, anche lo spirito muore, e questo può accedere pur rimanendo per molti anni il corpo vigoroso. Talora, come è testimoniato veridicamente, lo spirito muore insieme al corpo, ma dopo un certo tempo rivive nel luogo ove il corpo si è putrefatto. Hali



Stavo meditando le parole di Hali (che Dio gli dia pace) per penetrarne appieno il significato, come chi, cogliendo un'allusione, si domanda se dietro le parole non ci sia qualcosa d'altro, e non feci caso al luogo in cui mi ero smarrito. Finché un improvviso alito di vento freddo non risuscitò in me il senso di ciò che mi circondava. Con stupore osservai che nulla mi era familiare. Ai miei lati si stendevano campi desolati, fitti di alti arbusti secchi che frusciavano e stridevano nel vento autunnale, evocando suggestioni Dio sa quanto misteriose e inquietanti. In alto, a breve distanza l'uno dall'altro, si ergevano picchi cupi, che parevano aver stretto tra loro un'intesa e si scambiavano sguardi di dubbio significato, quasi levassero il capo a sorvegliare l'adempimento di un evento da lungo tempo previsto. Pochi alberi morti apparivano qua e là in quella malevola cospirazione di tacita attesa.
La giornata doveva essere vicino a concludersi. Sebbene sentissi l'aria fredda e cruda, la mia coscienza di questo fatto era più mentale che visiva; non provavo alcun senso di disagio. Su tutta la scena gravava un ammasso di nuvole basse, plumbee, come una visibile maledizione. C'era nell'aria una minaccia, il presagio di un prodigio, un che di malefico, un'allusione ad una sorte avversa. Non si vedevano uccelli, né animali, né insetti. Il vento sospirava tra i nudi rami degli alberi spogli, e l'erba verde si piegava a sospirare il suo terrificante segreto alla terra, ma nessun altro suono o movimento rompeva la spaventosa pace di quel luogo desolato. 
Osservai tra l'erba numerose pietre consumate dal tempo, palesemente tagliate con arnesi maneggiati da mano umana. Spezzate, coperte di muschio, mezzo interrate; qualcuna a terra, altre inclinate ad angolazioni diverse, nessuna verticale. Erano ovviamente pietre tombali, sebbene le tombe da lungo tempo non esistessero più, nemmeno come tumuli o depressioni del terreno: gli anni avevano tutto livellato. Sparsi qua e là, dei blocchi più massicci indicavano dove tombe pompose e ambiziosi monumenti funerari erano stati un giorno eretti, a sfida dell'oblio. Così antichi apparivano quei relitti, quei vestigi della vanità umana, quei segni di affetto e di pietà, così rovinati, macchiati, disfatti, così negletto, deserto, abbandonato il luogo che non potei fare a meno di immaginarmi nelle vesti di uno che scopre casualmente un cimitero dove è sepolta una razza d'uomini preistorici, il cui nome è da secoli estinto. 
Assorto in meditazione, per un po' dimenticai me stesso e i miei casi personali. Poi mi chiesi: "Come sono capitato qui?". Bastò un attimo di riflessione per rendermi tutto chiaro, e anche per spiegare, se pure in maniera inquietante, il singolare carattere di cui la mia fantasia rivestiva ciò che vedevo e sentivo. Io ero ammalato.
Adesso ricordavo di essere stato prostrato da una subitanea febbre. I miei familiari mi avevano raccontato come nel delirio gridassi senza sosta, chiedendo aria e libertà. Avevano dovuto legarmi al letto per impedirmi di fuggire all'aperto.  E adesso, eludendo la vigilanza di chi mi assisteva, ero riuscito ad evadere ed ero qui! Qui, dove? Non potevo nemmeno immaginarlo, privo come ero di punti di riferimento. Chiaramente, mi trovavo a notevole distanza dalla città dove abitavo, l'antica e famosa città di Carcosa. 
Non c'era intorno a me segno di vita umana, né visibilmente né auditivamente; non si levava fumo nell'aria, né abbaiavano cani, né belavano pecore, né bambini gridavano, intenti ai loro giuochi. Nulla, se non quel vecchio cimitero in rovina, con la sua aria di mistero e di incubo, dovuta certo alla mia mente turbata. Stavo delirando di nuovo, in  un posto sconosciuto, senza possibilità di aiuto? O tutto era un'illusione della mia follia, un'allucinazione? Chiamai per nome le mie mogli e i miei figli, allungai le mani in cerca delle loro, pur continuando a camminare tra tombe fatiscenti ed erba secca.
Un rumore alle mie spalle mi fece voltare. Un animale selvatico, una lince, si stava approssimando... Pensai;:"Se fuggo nel deserto, se mi torna la febbre e cado al suolo, quella bestia mi azzanna, mi divora...". Così preferii andarle incontro, gridando nella speranza di spaventarla in maniera che fosse lei a fuggire. Ma la lince trotterellò tranquilla sino a giungere a pochi passi da me, poi girò a sinistra e scomparve dietro una roccia.
Pochi minuti dopo la testa di un uomo spuntò dalla terra, non lontano dal punto in cui mi trovavo. Stava risalendo il pendio di una bassa collina la cui cresta si distingueva appena dalle ondulazioni naturali del terreno. L'uomo era mezzo nudo, i capelli arruffati, la barba lunga e incolta. Portava in una mano un arco e una freccia, e con l'altra reggeva una torcia accesa che si lasciava dietro una lunga scia di fumo nero. Camminava piano, con prudenza, come se temesse di cadere in qualche tomba aperta e nascosta tra l'erba. Questa bizzarra apparizione mi sorprese senza allarmarmi, tanto che, avvicinatomi, rivolsi all'uomo il saluto abituale: "Dio vi guardi!".
Non rispose né si fermò. Io dissi: "Sto male e mi sono perduto. Vi prego d'indicarmi la strada per Carcosa".
Invece di rispondere, l'uomo prese a cantare una specie di inno barbarico in una lingua sconosciuta, continuando a camminare, e dopo pochi minuti scomparve.
Sul ramo secco di un albero morto, una civetta emise il suo lugubre verso, e lontano un'altra civetta rispose. Alzando gli occhi, vidi uno squarcio di improvviso sereno tra le nuvole; in quel lembo azzurro, Aldebaran e le Pleiadi brillavano come diamanti! In tutto il paesaggio dominava un presagio notturno; la lince, l'uomo con la torcia accesa, la civetta... Eppure... Vedevo le stelle splendere nel cielo azzurro! Vedevo, ma apparentemente non ero visto né udito. Nelle maglie di quale sortilegio ero rimasto impigliato?
Sedetti ai piedi di un grande albero per riflettere con calma a ciò che più mi conveniva fare. Che fossi pazzo, non potevo ormai dubitare, ma nella mia convinzione sussisteva un'ombra di incertezza. La febbre era caduta, provavo anzi una sensazione di euforia e di vigore finora a me ignota; una esaltazione mentale e fisica. I miei sensi erano vigili; sentivo lo spessore dell'aria, percepivo il silenzio. 
Una grossa radice dell'albero a cui mi appoggiavo racchiudeva nelle sue volute una lastra di pietra rettangolare, e la parte inferiore di questa lastra (inferiore o superiore, come dirlo?) si protendeva in una cavità formata da un'altra radice. La pietra era così parzialmente protetta dalle intemperie, sebbene apparisse assai malridotta. Gli angli smussati, i bordi consunti, la superficie scavata. Quella lastra evidentemente ricopriva la tomba su cui l'albero era poi cresciuto. Le prepotenti radici avevano derubato la tomba, facendone prigioniera la pietra.
Di colpo, il vento fece volar via foglie secche e ramoscelli che si erano accumulati sulla lastra, ed io vidi le lettere in bassorilievo di una iscrizione. Mi chinai a leggerle. Dio del cielo! Il mio nome e cognome, la data della mia nascita, la data della mia morte!
Mentre scattavo in piedi, terrorizzato, un raggio di luce illuminò il tronco dell'albero, dal mio lato. Dall'oriente rosato stava sorgendo il sole. Io ero in piedi tra l'albero e il grande disco di fuoco, ma nessuna ombra si proiettava sul tronco.
Un coro di lupi ululanti salutava l'alba. Li vidi isolati o in gruppi, seduti sui posteriori in vetta alle piccole irregolari alture e tumuli che popolavano il deserto, sino alla linea dell'orizzonte.
E improvvisamente seppi che quelle alture, quei tumuli erano le rovine dell'antica e famosa città di Carcosa.

Questi sono i fatti rivelati al medium Bayrolles dallo spirito di Hoseib Alar Robardin. 

(Ambrose Bierce, Una cosa infernale. Del Bosco, 1972)






lunedì 1 settembre 2014

Great Wall of China

Any music can be psychedelic, no stimulants needed. Just use your brain to drift through the melodies, harmonies, and rhythms. Dream aloud.
(Jim Cuomo)

Impropriamente gettati nel calderone della musica folk i Mormos, gruppo americano che operò prevalentemente in Francia, si muovevano lungo coordinate ben differenti. Sarebbe come a dire, insomma, che la Penguin Cafe Orchestra o la Third Ear Band erano gruppi folk perché utilizzavano strumenti acustici (a onor del vero bisogna ricordare che la svolta acustica di questi ultimi fu "propiziata" dal furto della strumentazione elettrica...). Fonte autorevole di questa interpretazione è lo stesso fondatore del gruppo, Jim Cuomo, che in un'interessante intervista a It's Psychedelic Baby nega influenze o collegamenti con il folk, preferendo accostare le esibizioni dal vivo del gruppo allo spirito dei Grateful Dead acustici. Un altro parallelo può essere fatto con i primi Pearls Before Swine, considerata l'spirazione letteraria di Tom Rapp (Great Wall of China contiene due brani su testi di Shakespeare e W.B. Yeats).
Ripercorriamo in sintesi la storia dei Mormos attingendo alla suddetta intervista e a un'analisi di Bad Cat Records dei loro due album.
Progenitori dei Mormos furono gli Spoils of War, fondati nel 1968 da Cuomo mentre studiava all'Università dell'Illinois a Urbana. Il bizzarro nome deriva da uno dei tanti originali strumenti musicali inventati da Harry Partch. Il gruppo pubblica un disco omonimo sotto forma di sette pollici a trentatre giri contenente un lungo brano per ciascuna facciata. Edito in mille copie l'EP verrà incluso nel 1999 in una raccolta della tedesca Shadoks comprendente diversi brani inediti, alcuni dei quali ripresi successivamente in chiave acustica nei due dischi dei Mormos. Le composizioni degli Spoils of War ben riflettono gli ampi interessi musicali di Cuomo: clarinettista classico, appassionato di jazz, sperimentatore elettronico e di musica concreta. La musica che ne scaturisce è sorprendentemente simile a quella dei ben più noti United States of America di Joseph Byrd, uno dei più felici connubi tra elettronica e psichedelia di fine Sessanta.
Trasferitosi a New York Cuomo assume l'incarico di direttore musicale del La Mama Experimental Theatre Club. Durante un tour francese avvengono due incontri decisivi per Cuomo: nel corso del primo riceve i complimenti di Eugene Ionesco -e scusate se è poco...- mentre grazie a un giornalista musicale parigino ottiene degli ingaggi per un progetto musicale collaterale all'attività teatrale. Il gruppo prende il nome di Misty Mountain Mormos e, oltre a Cuomo, comprende Sandy Spencer e Dianne Taylor. Un breve ritorno negli Stati Uniti porta nella band Elliott Delman, Rick Mansfield e Annie Hat, quest'ultima già parte degli Spoils of War. Con il nome abbreviato in Mormos si stabiliscono definitivamente in Francia e nel 1971 pubblicano per la CBS Great Wall of China, contenente sia registrazioni effettuate dal precedente trio sia composizioni registrate dalla nuova formazione. 
Il buon riscontro ottenuto dall'album induce la CBS francese a pubblicare l'anno successivo un secondo disco, The Magic Spell of Mother's Wrath, a cui segue di lì a poco lo scioglimento del gruppo. Delman, Mansfield e Annie Hat si aggregano agli Sky Farmer, band sorta dalle ceneri dei Mountain Bus e che opera come comune nel Wisconsin. Cuomo, dopo una lunga permanenza in Francia, si trasferisce a Melbourne continuando la sua attività di compositore, al pari di Delman, tornato nel frattempo a Chicago. Nel corso degli anni non sono nemmeno mancate occasionali riformazioni e concerti dei Mormos. 
La ristampa Spalax di Great Wall of China del 1997 contiene anche al singolo Listen to the Flavour / Paranoid Nightdream. L'altro singolo dei Mormos (Magic Stone / Hey Gilles) può essere recuperato su Left and to the Back, prezioso blog dedito alla riscoperta di oscure gemme a sette pollici.
Per completare la discografia della band va citato infine Ca droit etre bien, pubblicato dalla CBS nel 1971, in cui i Mormos fungono da gruppo di accompagnamento al musicista francese Francois Béranger.






Womanbud Deborah
Great Wall of China
Forever Seventh Loved Time
Now is Made in America
The Crimson Uniform
Poughkeepsie
Smelling like a Rose
Victoria Falls
Jack of Hearts
O Mistress Mine
Cap and Bell
Walk In, Walk Out
These Echoes / My Grandma Rocks
St. Ives
Listen to the Flavour (bonus)
Paranoid Nightdream (bonus)





C'era uno sgabello a portata di mano e il robusto sedile sembrava più che sufficiente per i vecchi pannelli. Prima si aprì una spaccatura nel legno e poi la porta cedette, come spinta dalla parte opposta: soffiò una folata di vento gelido che puzzava di segrete senza fondo e si sprigionò un risucchio che non apparteneva a questo mondo, ma che avvinghiò il detective alla braccia e alle gambe e lo trascinò nell'apertura, giù per spazi bui dove risuonavano lamenti, sussurri e ogni tanto una risata di scherno.
Naturalmente si è trattato di un sogno: tutti gli specialisti concordano su questo fatto e Malone non può in alcun modo dimostrare il contrario, anzi preferirebbe che fosse così, perché in tal caso la vista degli squallidi edifici di mattoni e le facce scure degli stranieri non torturerebbero la sua anima. Ma in quel momento sembrò tutto tremendamente reale e niente potrà cancellare dalla sua memoria le catacombe avvolte nelle tenebre, le gigantesche arcate, le figure informi che parevano uscite dall'inferno e che s'aggiravano maestose nel silenzio, reggendo esseri divorati a metà e in qualche caso ancora vivi, imploranti pietà o in preda a risate isteriche. Odori d'incenso e corruzione formavano un insieme ripugnante, e il buio viveva di sembianze nebulose, informi e semi-invisibili ma fornite di occhi. Da qualche parte onde melmose lambivano moli d'onice, e una volta un suono di campanelle sottolineò festosamente l'insano cachinno di un essere nudo e fosforescente che nuotò a riva, emerse dall'acqua e si arrampicò su un piedistallo d'oro dove rimase acquattato. 
Da ogni parte s'irradiavano gallerie di notte eterna: quel luogo era il centro d'un contagio destinato a corrompere città e nazioni, a spegnere il mondo in un'ibrida pestilenza. Lì si era infiltrato il male cosmico e lì, alimentato da riti vietati, aveva cominciato la marcia trionfale che avrebbe trasformato noi uomini in orrende anomalie e frutti della corruzione, in qualcosa di troppo orripilante perché anche la tomba volesse accoglierci. Satana teneva in quel luogo la sua corte pagana e le membra contaminate di Lilith venivano lavate col sangue dei bambini. Incubi e succubi gridavano le lodi di Ecate, mostri nati senza testa invocavano la Magna Mater. Capre danzavano al suono di flauti e satiri davano la caccia a fauni deformi su massi che avevano la forma di rospi enormi. Moloch e Astaroth non erano assenti, perché nella quintessenza della dannazione i vincoli della coscienza si allentavano e alla fantasia dell'uomo si aprivano visioni di ogni regno d'orrore o dimensione vietata che il male potesse forgiare. Il mondo della natura era indifeso di fronte all'attacco che procedeva dai pozzi spalancati della notte, e non c'era segno o preghiera che potesse mettere in scacco quel tumulto da notte di Valpurga; una chiave malefica, usata da un evocatore di demoni, aveva spalancato le porte dell'abisso.
A un tratto un raggio di luce materiale filtrò in mezzo ai fantasmi e Malone sentì uno sciabordio di remi fra le blasfemie di creature che avrebbero dovuto essere morte. Apparve una barca con una lanterna a prua, attraccò a un anello di ferro che sporgeva dal molo e vomitò una serie di uomini scuri che reggevano un grosso fardello avvolto in un lenzuolo. Lo portarono al cospetto della creatura nuda e fosforescente accosciata sul piedistallo e quella rise, sfiorando il lenzuolo con una zampa. Gli uomini strapparono il lenzuolo e sollevarono il cadavere di un uomo corpulento, con i capelli bianchi e le guance coperte di stoppia. L'essere fosforescente ridacchiò di nuovo e gli uomini estrassero dalle tasche alcune bottiglie di liquido rosso, che versarono ai piedi della creatura; poi gliele diedero perché ne bevesse.
All'improvviso, da un corridoio sormontato da arcate che si perdevano in lontananza venne il boato di un organo blasfemo, che riassumeva nei suoi toni bassi tutte le beffe dell'inferno. In un attimo tutto ciò che viveva si galvanizzò e una processione rituale prese forma, mentre l'orda d'incubo strisciava verso la fonte della musica: capre, satiri, fauni, incubi, succubi, lemuri, rospi deformi ed elementali senza nome, creature dal muso di cane che urlavano nel buio e creature che avanzavano in silenzio. Davanti a tutti era l'entità fosforescente che ora, scesa dal piedistallo, camminava insolente e reggeva tra le braccia il cadavere dagli occhi vitrei del vecchio. Gli uomini dalla pelle scura danzavano verso il fondo, mentre la colonna si agitava ed eccitava con la passione di un baccanale. Malone barcollò dopo aver fatto pochi passi e al colmo della confusione dubitò del posto che gli spettasse in quello o in qualsiasi altro mondo. Si girò, inciampò e scivolò sulla pietra viscida, mentre l'organo demoniaco gli dava i brividi. I fremiti e i cachinni della folle processione si facevano sempre più distanti.
Si rendeva conto vagamente degli inni d'orrore e dei paurosi gracidii che risuonavano nel buio, mentre di quando in quando una frase gli giungeva dalle nere arcate; alla fine sentì ripetere lo spaventoso incantesimo greco che aveva letto sul pulpito della chiesa.
"O amico e compagno della notte, tu che ti rallegri dell'abbaiare dei cani e degli spargimenti di sangue, tu che cammini in mezzo alle ombre fra le tombe, che brami sangue e porti terrore ai mortali, Gorgo, Mormo, luna dalle mille facce, accetta con favore i nostri sacrifici!"

(H.P. Lovecraft, Orrore a Red Hook. 1925)


lunedì 18 agosto 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Alcuni aspetti del problema della scarsità di tempo

LA TEORIA DEL MINIBUCO
L'ipotesi proposta da James Osbold del Lick Observatory, per quanto magnificamente comprensiva, presenta alcune difficoltà per gli organismi che stanno cercando soluzioni pratiche per il problema. Spogliata della sua formulazione matematica, la teoria del dottor Osbold può essere descritta in termini molto approssimativi come la proposta dell'esistenza di un'anomalia nel continuo spazio-tempo. La causa dell'anomalia è dovuta al fatto che la realtà non corrisponde alle specificazioni della Teoria Generale della Relatività, sia pure in un unico, piccolo particolare. Il suo effetto sulla costituzione dell'universo è un'imperfezione o lacuna locale, cioè un buco nel continuo. 
Il buco, secondo i calcoli di Osbold, è un buco tipicamente spaziale. Il pericolo sta in questa spazialità, dato che lo squilibrio così costituito nel continuo causa un influsso compensativo dall'aspetto temporale del cosmo. In altre parole, il tempo fugge attraverso il buco. Questo sta accadendo molto probabilmente fin da quando ebbe origine l'universo, 12 o 15 miliardi di anni fa, ma solo di recente la perdita ha raggiunto proporzioni notevoli.
Il propugnatore di questa teoria non è pessimista, e fa notare che sarebbe anche peggio se l'anomalia esistesse nell'aspetto spaziale del continuo, nel qual caso fuggirebbe forse una dimensione alla volta, e questo causerebbe disagi e confusione; anche se, come aggiunge Osbold, "Allora forse avremmo abbastanza tempo per rimediare."
Poiché la teoria colloca l'ubicazione del buco un po' qua e un po' là, il Lick e due osservatori australiani hanno concordato una ricerca coordinata delle variazioni locali del redshift che potrebbero aiutare a individuare il punto-istante. "Può darsi che il buco sia ancora molto piccolo" dice Osbold. "Un minibuco. Non è necessario che sia molto grande per causare gravissimi danni. Ma poiché l'effetto è così notevole qui sulla Terra, ritengo che abbiamo buone probabilità di trovarlo forse non più lontano della galassia di Andromeda, e allora non dovremo far altro che procurarci un bambino olandese perché turi con un dito la falla nella diga."

IL MOMENTO NON BIODEGRADABILE
Una spiegazione totalmente diversa della scarsità di tempo viene proposta da un team di ricercatori dell'Interco Development Corporation. Il loro approccio al problema, che viene presentato da N.T. Chaudhuri, autorità di fama internazionale nel campo dell'ecologia e dell'etologia del motore a combustione interna, è chimico anziché cosmologico. Chaudhuri ha provato che i fumi dei carburanti del petrolio non completamente combusti, in certe condizioni (l'ansietà diffusa è il principale fattore predisponente) formano una valenza chimica con il tempo, "legando" gli istanti nello stesso modo in cui un agente nucleante "lega" gli atomi liberi formando molecole. Il processo è chiamato cronocristallizzazione oppure (nel caso dell'ansietà acuta) cronoprecipitazione. Il risultante arrangiamento compatto degli istanti è molto più ordinato del "presente" randomizzato preesistente, ma purtroppo questa diminuzione dell'entropia viene pagata con un aumento rilevante della bioinsopportabilità. In effetti il composto petrolio-tempo appare assolutamente incompatibile con la vita in ogni sua forma, inclusi i batteri anaerobici nei quali erano state riposte tante speranze.
Il pericolo attuale, quindi, così come viene descritto da F. Gonzales Park, membro del team di ricerca, è che tanto del nostro tempo libero, o tempo radicale propriamente parlando, rimanga fissato in questo composto nocivo (da lei chiamato petropsicotossima o PPST) al punto che saremo costretti a riesumare gli enormi depositi di PPST che il governo degli Stati Uniti ha scaricato o immagazzinato in varie grotte, paludi, cavità, oceani e cortili, e a disgregare il composto, per liberare i radicali temporali. Il senatore Helms e vari democratici della cosiddetta "Fascia del Sole" hanno già protestato. Senza dubbio il processo per recuperare il tempo estraendolo dalle PPST è rischioso, e richiede tanto ossigeno che potremmo finire per ritrovarci, come dice O. Heiko, terzo membro del team, con tanto tempo libero e niente aria. 
Convinto che il tempo si vada esaurendo ancora più rapidamente dei pozzi di petrolio, lo stesso Heiko si dichiara favorevole all'"austerità" per risolvere il problema, incominciando con il divieto per gli aerei che superano la velocità del suono, e scendendo rapidamente via via attraverso gli aerei a elica, le macchine da corsa, le macchine normali, le navi, le barchette a motore, eccetera, fino a quando, se sarà necessario, verranno eliminati tutti i veicoli alimentati da prodotti del petrolio. La velocità costituisce il criterio di priorità, poiché, tanto più è elevata la velocità del veicolo alimentato da prodotti del petrolio e quindi è più concentrata l'ansietà conscia o subliminale del guidatore e dei passeggeri, quanto più è completa la petrolizzazione del tempo, e più è velenosa la PPST risultante. Heiko, convinto che la contaminazione non abbia un "livello di sicurezza", pensa che probabilmente alla fine non sfuggiranno al divieto neppure i motorini. Come fa osservare, un tosaerba a benzina che si muove a meno di 3 metri orari può petrolizzare tre ore intere di una domenica pomeriggio in un'area di un isolato cittadino.
La messa al bando dei veicoli a derivati del petrolio, tuttavia, potrà risolvere solo una metà del problema. Recentemente un tentativo compiuto dalla Lega Araba per alzare il prezzo del tempo grezzo di 8,50 dollari l'ora è stato frustrato dal pronto intervento dell'Organizzazione degli Stati Consumatori di Tempo; ma la Germania Federale sta già pagando 18,75 dollari l'ora, il doppio di quello che si aspetta di pagare per il suo tempo il consumatore americano.

CUORI STRAZIATI? IL MOVIMENTO PER LA CONSERVAZIONE TEMPORALE
Disposto ad ascoltare tanto l'ipotesi cosmologica quanto quella chimica, ma non legato all'una o all'altra, c'è un crescente consorzio di scienziati e laici, molti dei quali si sono riuniti in organizzazioni come Le Temps Perdu (Bruxelles), Protestanti Preoccupati per lo Spreco del Tempo (Indianapolis) e il diffuso gruppo d'azione latino-americano Manana. Una portavoce mananista, Dolores Guzman McIntosh di Buenos Aires, così ha espresso l'opinione del gruppo: - Tutti noi abbiamo sprecato quasi interamente il nostro tempo. Se non lo risparmieremo, saremo perduti. Non ce ne rimane molto. - Finora i mananisti hanno prudentemente evitato ogni affiliazione politica, e hanno affermato recisamente che la scarsità di tempo è colpa, in parti eguali, dei governi comunisti e capitalisti. Un numero crescente di preti cattolici, dal Messico al Cile, ha aderito al movimento, ma di recente il Vaticano ha emanato una riprovazione ufficiale nei confronti di coloro che "mentre parlano di salvare il tempo, perdono le loro anime." In Italia un gruppo comunista per la conservazione temporale, Eppur Si Muove, si è recentemente spaccato in seguito alla defezione del suo presidente il quale, dopo una visita a Mosca, ha dichiarato alla stampa: - Da quando ho visto in azione la burocrazia dell'Unione Sovietica ho perso ogni fiducia nel risveglio della coscienza di classe quale mezzo principale per la realizzazione del nostro scopo.
Un gruppo di scienziati sociali a Cambridge, in Inghilterra, continua nel frattempo a indagare sul legame, non ancora dimostrato, tra la scarsità del tempo e la scarsità di pazienza. - Se potessimo dimostrare l'esistenza del nesso - dichiara lo psicologo Derrick Groat, - i gruppi di conservazione temporale potrebbero agire con maggiore efficienza. Così come stanno le cose, non fanno quasi altro che litigare. Tutti vogliono salvare il tempo prima che si esaurisca per sempre, ma nessuno sa con precisione che cosa fare, e quindi ci indispettiamo tutti quanti. Se almeno esistesse un surrogato, vedete, come l'energia solare e geotermica per il petrolio, questo attenuerebbe la tensione. Ma evidentemente dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo. - Groat ha parlato dell'"allungatempo" che veniva venduto dalla General Substances con il marchio di fabbrica Sudokron e che fu ritirato lo scorso anno dopo che gli esami accertarono che bastavano dosi moderate perché i topi di laboratorio si trasformassero in fazzolettini di carta. Informato del fatto che la Road Corporation ha dedicato cospicui stanziamenti alle ricerche per trovare un surrogato del tempo, Groat ha dichiarato: - Gli auguro buona fortuna. Ma forse dovranno lavorarci adattandosi a orari più lunghi! - Lo scienziato britannico si riferiva al fatto che gli Stati Uniti hanno abbreviato l'ora di dieci minuti, conservando ventiquattro ore al giorno, mentre i paesi della CEE, prevedendo ulteriori scarsità, hanno preferito mantenere le ore di sessanta minuti, ma assegnando appena venti ore al giorno europeo "svalutato".
Nel frattempo il comune cittadino, a Mosca o a Chicago, sebbene si lamenti spesso della scarsità di tempo e del deterioramento della qualità di quello che è rimasto, sembra portato a ridere dei profeti della catastrofe e a rimandare il più possibile le misure estreme come il razionamento. Forse pensa, come l'Ecclesiaste e il presidente, che quando hai visto un giorno li hai visti tutti.

(Ursula Le Guin, La rosa dei venti. Editrice Nord, 1984)






martedì 29 luglio 2014

Mastro Piccone

Dirò quello che penso; tanto è il parere di un incompetente. Sono nato a Milano in via del Fieno e venuto grande in via Olmetto e se stesse a me me ne andrei ormai definitivamente dalla mia città per non assistere allo scempio sistematico a cui la sottopongono le Competenze col C maiuscolo. 
Uno che se ne intende osservava su queste colonne che a Milano è sempre mancato un qualsiasi organico piano regolatore e che si è fatto tutto a pezzi e bocconi curandosi molto più di distruggere che di rifabbricare. 
S'è mai pensato, a mo' di esempio, che ogni città vive nell'atmosfera dei luoghi ove è nata e siede?
Al povero Cesarino - il commesso del notaio Bertoglio (quello vecchio) - e batti e batti erano riusciti a far fare un viaggetto. E' andato a Venezia. Al suo ritorno dopo un paio di giorni d'assenza gli eran corsi incontro a chiedergli:
"E inscì? T'è piasuu? Coss t'ee vist?"
"Tutt navili!"
Questa è la definizione di Venezia del Cesarin Cappellett: una città dove non vi son che navigli.
La definì così precisando pure e involontariamente la caratteristica della sua amatissima Milano.
L'acqua! Sicuro; l'acqua! La regina delle risaie come la regina dell'Adriatico viveva di questo elemento. Aveva un Re con tutta la sua Corte e glie l'hanno tolto. Sapete chi era? il Re-de-Fossi! E le rogge, i canali, i navigli sono scomparsi col loro Monarca; tutto è sepolto.
Gli igienisti dicono che era una schifezza perché puzzavano. Ma non puzzano forse e terribilmente le acque morte di Venezia? Quello era il loro problema; far sì che rimanessero senza dar fastidio. Hanno invece tagliato la testa col male che c'era dentro. 
Per me - ve lo dico senz'altro - si è sbagliato tutto. Sbagliato dal giorno che han buttato giù il Coperto de' Figini in Piazza del Duomo per sostituirlo colla Galleria, che mi rincresce di non poter ammirare.
La deprecata manìa del mastodontico - che non è da confondersi col monumentale - è cominciata di lì. Il nucleo della città vecchia, chiuso nell'anello dei navigli, l'avrei lasciato tale e quale pensando che a lungo andare anche il vecchio diventa antico e finalmente venerabile. Fra i navigli e i bastioni e più oltre, approfittando dello spazio che la pianura offriva, avrei costruito la Città Nuova coi suoi uffici , colle sue banche, con tutto. In un gran centro abitato si trova sempre un gruppetto di originali che preferisce le viette ai larghi viali alberati; le donnette di chiesa avrebbero potuto vivere indisturbate nei loro abbaini all'ombra dei campanili. Insomma dentro la cerchia dei navigli avrei immaginato una specie di Ghetto dei vecchi milanesi. Gli "ariosi" avrebbero potuto trovar posto fin che volevano, ma fuori. Bene inteso nel sancta sanctorum nulla avrei mutato, men che meno poi i nomi delle vie. Tutti i santi del calendario al loro posto: san Giuseppe... san Vittore ai 40 Martiri... san Celso... Chi sono infine i Santi? Non son forse i testimoni, i confessori, gli eroi della Chiesa altrettanto degni di menzione quanto gli eroi di tutte le altre guerre? Perché dunque detronizzarli? Che cosa ci guadagna l'Italia se una città qualsiasi le dedica in omaggio uno dei suoi corsi? 
Ma fin qui il danno è poco; i guasti maggiori e irreparabili li fa il Piccone Risanatore al quale è riserbata la parte del boia mentre il Piano Regolatore è per così dire la sentenza di morte delle antiche mura.
Or non è molto Mastro Piccone demoliva la chiesetta di S. Giovanni Laterano ove Padre Gazzola fece il suo ultimo Quaresimale prima di ritirarsi a Livorno in penitenza e a morirvi. 
Non passo da Piazza del Duomo senza raccapriccio. Chi si sofferma sui gradini della Cattedrale e le volta le spalle vede a sinistra venir su la fredda mole dei casoni di piazza Diaz che fanno a pugni colle maniche del Palazzo Reale e a calci coi portici meridionali. Se poi fa quattro passi per il lungo di quel deserto di pietra che è il sagrato verso il monumento del gran Re in bagnarola e qui giunto si gira e guarda il Duomo, dovrebbe subito aver una sensazione spiacevole come se la settima meraviglia del mondo si fosse improvvisamente schiacciata giù, verso terra. Sarà certo uno scherzo della mia vista - ma mi sembra che la mole della Cattedrale, dall'attuazione del Sagrato in poi e per quei pochi centimetri di rialzo del piano stradale, abbia perso d'imponenza. Le è vento a mancare parte d'un gradino ed è come se a una gran dama abbiano tagliato i tacchi. Ma come - ci si chiede - non era più grande?
E il Duomo ancora si salva! Fortuna per lui che era già isolato fin da prima se no penserebbero d'isolarlo ora. Così hanno fatto con Sant'Ambrogio e così stanno facendo con San Lorenzo. Isolare le cattedrali! Che vuol dire ciò? Vuol dire togliere i pulcini alla chioccia. Buttar giù le vecchie e sbilenche casette che circondano le basiliche, che le si serran d'attorno con umiltà devota e che rendono col loro miserabil aspetto ancor più solenne ed augusta la maestà della chiesa mi sembra un ripudio, un odioso ripudio di quel piccolo gregge tanto amato da Gesù.
Abito dalle parti del Santuario di San Celso e tutte le volte che ci passo davanti mi rendo conto che per amore di varietà e per quel che lo riguarda in luogo d'isolarlo l'han chiuso dentro! In altri tempi la chiesa aveva a sfondo il cielo e il giardino del ricovero dei vecchi sacerdoti. Oggi i preti li hanno mandati a Monza e le piante - manco a dirlo - sono state abbattute. A lato della basilica e della storica chiesetta è venuto su il bellissimo paravento color paglierino di nuove case di affitto.
Il giardino del ricovero sacerdotale è andato a far compagnia a tant'altri e non parliamone più. Ma anche quei pochi alberi che sono ancora in piedi li pelano maledettamente. Una mala lingua mi ha detto che il Municipio fa legna per scaldare i ragazzi delle elementari. Certo il fine è lodevole e mi impedisce di protestare circa il mezzo. Non resta da parte mia e di chi la pensa come me che un senso di rammarico di natura estetico-sentimentale, da repudiarsi quindi. 
Senz'acque, senza piante, senza un piano apprezzabile che disciplini i nuovi tracciati e le nuove costruzioni, la cosiddetta metropoli lombarda da non bella che era si avvia a diventar veramente brutta.
C'è che crede ai rimedi, ma ne dubito. Ormai tutto è compromesso.
E allora? Come risolvere il groviglio di tanti problemi?
Ve lo dirò, ma in un orecchio:
Chiamare Barbarossa!

(Delio Tessa, Ore di città. A cura di Dante Isella. Einaudi, 1988)





giovedì 24 luglio 2014

Shock Theater!

Una sera del 1958, una donna descritta da The Saturday Evening Post come "una delle più eminenti ereditiere di Philadelphia" declinò un invito a bridge. Il motivo? Coincideva con l'appuntamento settimanale con Shock Theater, una scorpacciata di cinquantadue film horror Universal d'annata appena venduti a stazioni televisive in tutto il Paese. L'anfitriona, comunque, aveva anticipato l'obiezione della sua invitata. "Ma mia cara", aveva detto, "puoi venire benissimo. Naturalmente quando comincia il programma smetteremo subito di giocare."
Il programma si rivelò qualcosa di più di un vecchio film. La trasmissione di Philadelphia era presentata da un personaggio dall'aria cadaverica con un cappotto da becchino d'occasione, guance scavate, una rista vuota, occhi cerchiati di nero, e labbra che parevano cucite insieme come in una testa d'annegato. Si chiamava "Roland", con l'accento sulla seconda sillaba, per favore.
Nella realtà, Roland era John Zacherle, un trentottenne appassionato di teatro amatoriale che non aveva mai visto alcuno dei classici film horror prima di essere invitato a presentarli. Se avesse dovuto scegliere, avrebbe preferito passare il tempo a curare rose (aveva vinto diversi premi), ma ora, a quanto pareva, Zacherle lo avrebbe trascorso crescendo margherite.
Quattro anni prima, Vampira era stata una pioniera della bella arte di presentare film horror in televisione, ma era rimasta un fenomeno limitato a Los Angeles senza filiazioni dirette. Shock Theater fornì nuova linfa per banalità sul macabro. "Mostri di cerimonie" cominciarono a spuntare indipendentemente l'uno dall'altro in dozzine di stazioni locali in tutta l'America.
Era stato battezzato "Roland" nel corso di una serie di western giornalieri intitolata Action in the Afternoon, prodotta a Philadelphia. Zacherle era stato scelto per interpretare un becchino viaggiatore sulle piste del vecchio West, profittatore delle frequenti sanguinose sparatorie. Ed White, produttore alla WCAU-Tv, si ricordò il personaggio, contattando Zacherle all'acquisto del pacchetto Shock e scrivendo la maggior parte dei soprannaturali monologhi di Roland. Il personaggio emergeva come una sorta di necrofilo burlone, tra i cui compari figuravano la moglie vampira My Dear (rappresentata da un paletto di legno sporgente da una bara di minuscole dimensioni), e Gasport, un'entità non-morta in un sacco di iuta. Anche se Zacherle pareva masticare le battute con ispirazione demoniaca, lavorava senza particolari modelli per il proprio ruolo; a differenza di Lenny Bruce, non aveva avuto quasi alcuna familiarità con le classiche icone orrorifiche.
Shock Theater fu l'avvenimento inaugurale della Monster Culture, un caotico fenomeno legato ai film horror, iniziato nei tardi anni Cinquanta e continuato fino alla metà dei Sessanta. Nella Monster Culture, i rituali di contorno al film erano importanti quanto i film stessi. Il rituale prevedeva una ricognizione di gruppo sugli avi dei mostri che presentavano; un'esplosione di fanzine che venivano lette, rilette e scambiate tra gli appassionati; e persino la creazione di modellini con effigie in plastica. La cosa più importante era che i mostri si materializzavano in tinello per la prima volta: non più mera luce riflessa nei cinema, ma ora fonte di illuminazione, un falò di splendente luce elettronica intorno al quale una generazione poteva tramare, tremare e condividere. 
A Philadelphia, Roland ottenne un successo superiore a qualsiasi previsione. La stazione invitava i fan a partecipare a un incontro per conoscere "The Cool Ghoul" (Il fantasma alla moda); previsti nell'ordine di qualche centinaio, se ne presentò un'orda di 13.000. John Zacherle si trasferì alla WOR-Tv, un'affiliata newyorkese della CBS, abbandonando il nome Roland in favore di una leggera modificazione del proprio: Zacherley. Un fan ricordava nel 1978 sulla rivista New York la Zacherleymania: "Mio Dio, facevo parte del suo fan club", ricordava lo scrittore Peter Occhiogrosso. "Avevo un tavolo per esperimenti in cantina. E alambicchi e storte, tutto. Ogni ragazzino disegnava aghi ipodermici e cappi sui quaderni di scuola. Le suore sequestrarono la mia ricetta per la zuppa di ragno! Era contraria alla religione cattolica. E ogni domenica il monsignore si alzava dal pulpito e si scagliava contro il male di Shock Theater. Noi ce ne fregavamo."
Zacherley fu anche l'occasione per uno dei primi connubi tra musica pop e macabro. Anni luce prima di Alice Cooper, John divenne un'istituzione di Halloween per la trasmissione American Bandstand. Il suo primo singolo, Dinner with Drac, entrò nel marzo 1958 fra i primi dieci. (In quel periodo vi fu una certa moda per il bizzarro e inclassificabili registrazioni pop; fra gli altri esempi: Flying Purple People Eater e Witch Doctor). Dinner with Drac era fondamentalmente costituito da una serie di macabri limericks recitati con accompagnamento di chitarra jazz. Dick Clark, presentatore di American Bandstand, ricordava le primitive tecniche dello studio di registrazione. "Se volevano eco, dovevano aspettare che il palazzo si svuotasse, poi sistemavano una serie di casse nel salone e le assicuravano al john con un microfono".
Zacherley ebbe la più elevata visibilità nazionale di qualunque presentatore horror, ma non era solo. La WABC-Tv di New York aveva un horror host senza volto noto solo come "The Voice". Fort Worth ospitava Gorgon , New Orleans Morgus. A San Francisco si adorava Terrence, a Chicago Marvin. A Baltimora, l'etere si illuminò con dottor Lucifer. Ghoulardi conquistò Cleveland.
I presentatori horror erano sciamani, cantastorie, figure estreme, anarchici, decostruzionisti prima del tempo. In un'intervista del 1991, John Zacherle ricordava la prima occasione in cui fece veramente parte di un film, invece di accontentarsi semplicemente di presentarlo. "Era The Black Cat, con Boris Karloff e Bela Lugosi. C'era una scena con un gruppo di adoratori del diavolo che assistevano a un rito. Decidemmo di sovrapporvi una mia inquadratura insieme al gruppo, mentre facevo smorfie alla telecamera". I fan lo adorarono. Per tutta l'America, i presentatori horror cominciarono a interrompere e alternare le vecchie pellicole a commenti irriverenti  e oltraggiosi inserti filmici. I film strizzavano l'occhio allo spettatore, e viceversa. I ragazzini si fabbricavano mostri in casa. 

(David J. Skal, The Monster Show. Baldini & Castoldi, 1998)




sabato 12 luglio 2014

La Buona Annata's History Channel: Geo Chavez, trasvolatore

Blériot aveva attraversato il Canale d'Inghilterra con una calma aumentata dal salvagente sotto la camicia, dal cielo turchino e dai gabbiani in disinteressato volo circolare. Il testardo Chavez, invece, traversò in volo per primo le Alpi, fidando nel suo ostinato ardire, ma stordito dalla frivola eccitazione che gli italiani, infidi quanto più sono ingenui, tessevano al loro intorno. Fu infatti per colpa di quegli striduli pensieri che infiammano provvisoriamente i cervelli nelle sere estive, che s'istituirono gara e premio per chi avesse tra il 18 e il 24 settembre del 1910 volato lungo il percorso Briga-Sempione-Domodossola-Milano. Alla chiusura delle iscrizioni risultarono in lista dieci piloti; ma durante i voli di prova la metà di essi dovette ritirarsi a cause d'incidenti vari. Cupe nuvole gravide di pioggia, il 18, dissuasero i cinque temerari rimasti, nessuno partì. Nei giorni seguenti rinunciarono, dimostrando ogni buon senso, Wiencziers tedesco, Aubrun francese, l'italiano Cattaneo: gli aerei erano allora teli malamente incollati come ombrelli, e i vortici di una anche lieve corrente o un temporale sarebbero bastati a rovesciarli. L'americano Weymann e il glabro Geo Chavez, pallido ventitreenne francese con passaporto peruviano, invece attesero che finissero i temporali. Il 23 da Briga alte nuvole illuminavano un'aria che si era illimpidita; e non pioveva. Ma, come fantasmi, albe nuvole basse erano in salita veloce attraverso le Alpi. Weymann vide che le correnti erano ormai troppo mutevoli, biasimò l'ovvia sciocchezza criminale degli organizzatori, pure lui rinunciò. E Chavez pareva quel mattino deciso a imitarlo; ma come tutti coloro insicuri di avere coraggio, inclinava a esagerare. Risolini di dame in altro affaccendate, e non a lui rivolti, l'agitarsi ingenuo di molti berretti, l'abitudine al volo solamente da qualche mese, il primato d'alta quota che aveva sì ottenuto, ma non meritato: il ventitreenne Chavez indossò sopra l'impermeabile alcuni maglioni. Goffo, come un pulcino ingrassato, scaldò il suo Blériot XI monoplano con motore Gnome da cinquanta cavalli, e decollò piuttosto nervoso. L'euforia di una piccola folla composta per lo più da italiani, notoriamente a loro agio in quale che sia ostentata leggerezza, sommerse il lento, sempre più lontano, andare scoppiettante del motore. Sospiri generali; ma subito delusi accompagnarono una iniziale perdita di quota del monoplano. Ma scivolò a onda e si riprese, come su una montagna russa. Salì in morbose lente spirali; e sparì, dirigendo da Briga verso il Sempione. A terra fu un unico grido: via, tutti in automobile. Così mentre il monoplano di Chavez, che era lungo e sbilanciato, ronzava nelle valli, come un zanzaro, la festante carovana di veicoli attraversava, con lui ma ben incollata a terra, quel desolato passo del Sempione bruciato di continuo dal vento. Chavez dall'alto li guardava rassicurandosi; ma tremava e non solo per il freddo. Gli parve che le mani non facessero più presa sui comandi, quando in una vertigine s'accorse che un mobile muro di turbini di vento gl'impediva d'infilarsi nel passo di Monscera. Calcolò addirittura di tornare indietro, e tentare un atterraggio sul Sempione. Ma l'aereo non virava e le ali tese dalle continue ventate e dai sali e scendi sinistramente iniziarono a scricchiolare. Si infilò senza volerlo nelle paurose gole di Gondo. E nel burrone tra due pareti scoscese non badò al farmacista Garimberti, che agitando il berrettone quasi rischiava di cadere nel baratro, soddisfatto di aver indovinato il percorso nel quale le correnti avrebbero trascinato il monoplano. Chavez distinse il pizzo, e persino il pomo d'Adamo pulsante di felicità di costui; ma non sorrise. Era tutto bianco come un lampadario d'alabastro e per la paura respirava con dei piccoli fiati nervosi ma frenetici. Arrivò in vista di Domodossola contro ogni sua già pessimistica previsione, e persino scorse un reggimento di fazzoletti bianchi e scomposti che lo salutava. Sorrise senza aprire la bocca, ma allungandola, guardò per aria, in cielo, e vide. Vide che a ogni oscillazione l'attaccatura delle ali si piegava segandosi di un poco: solo dei cavi, sempre più cigolanti, reggevano le ali sulla loro verticale. Pianse. Ma dai binocoli che si distribuivano tra la folla davanti a un lungo filare d'abeti che parevano cipressi nessuno se ne accorse. Risuonavano evviva entusiasti, ed epidemie d'applausi. Risa, congratulazioni di tutti a tutti, incassi di scommesse, signorine col muso, fidanzati che si vantavano di poterlo rifare loro, molto delusi che non ci fosse scappato ancora il morto: l'aura di fatua idiozia che accompagnò la prima trasvolata delle Alpi. Videro il monoplano lento avvicinarsi con regolare volo al prato per atterrare; cento, cinquanta, quindici metri. Già era scoppiato l'applauso, quando l'aereo s'arrestò: le sue ali si richiusero a libro. Il monoplano Blériot XI a cinquanta cavalli cadde con un rumore d'aquilone rotto tra le ferraglie. Il povero Chavez fu estratto dai rottami ancora vivo e a prima vista senza ferite, e addirittura nulla di rotto. Fu portato all'ospedale di Domodossola. Morì quattro giorni dopo, forse di stupore. "Perché non avrà sosta colui che cerca finché non abbia trovato. E quando avrà trovato rimarrà attonito e invaso di stupore."

(Geminello Alvi, Vite fuori del mondo. Mondadori, 2001)