giovedì 30 gennaio 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Il morbo di Chissachi

Non c'era molta sostanza nell'uomo dagli occhi pallidi che entrò nell'ambulatorio del dottor Cravert, e ce ne fu ancora meno quando si fu sbarazzato delle spalle imbottite, della camicia e della cravatta. La sua carnagione era giallastra, il suo aspetto malinconico, e le mani dalle nocche massicce che gli penzolavano in fondo a un paio di braccia simili a steli, tremavano.
Lamentava dolori multipli, insonnia, un ronzio all'orecchio sinistro e un tic all'occhio destro, e uno strano esantema blu gli formava come una sciarpa intorno alla vita nuda. Si chiamava Herman Kunkle, aveva trentacinque anni, e guidava un camion di prodotti caseari.
"Mmph," borbottò il dottor Cravert, in tono professionale. "Da quanto tempo ha quell'esantema?"
"Tre... quattro settimane," sospirò Kunkle. "Non è che mi pruda, o qualcosa del genere. Ma di notte provo un solletico ai piedi."
"Solletico?"
"Già, solletico, nel cuore della notte. Mi sveglio, e scoppio a ridere convulsamente."
"Sarà meglio procedere a un esame completo," commentò, lugubre, il dottor Cravert. E mantenne la promessa, nei limiti consentitigli dalla sua attrezzatura diagnostica. Cravert esercitava in un quartiere del centro, che negli ultimi vent'anni era andato continuamente decadendo. Quando i pianificatori della città avevano edificato i nuovi, splendidi palazzi, lui era ormai troppo vecchio per competere col Centro delle Arti Mediche che tanta parte aveva nei loro progetti. Un tempo, era stato ambizioso, avido di fama e di notorietà. Ora, mentre esplorava le strane alterazioni del corpo di Herman Kunkle, una traccia dell'antico entusiasmo lo afferrò. 
"Signor Kunkle," disse, battendosi col martelletto il palmo della mano, "qualunque cosa non funzioni in lei, è certamente fuori del normale. Voglio che lei faccia una serie di radiografie, prima di emettere la diagnosi definitiva.
"Non può farmi una ricetta, penicillina o qualcosa di simile?"
"Non potrò esser sicuro delle indicazioni terapeutiche finché non avrò completato la diagnosi. Potrebbe essere..." Trattenne il fiato. "Potrebbe anche essere una malattia completamente nuova, signor Kunkle."
Quando Kunkle se ne andò, insoddisfatto, con in tasca l'indirizzo di un laboratorio di radiologia, il dottor Cravert approfittò dell'intervallo fra un appuntamento e l'altro per riflettere sul problema. Ma più il tempo passò, più si convinse - pensando alla sindrome del signor Kunkle - di essere incappato in qualcosa di completamente nuovo. Passò in rivista tutte le possibilità, una a una, e le scartò. Cravert si vantava di possedere una conoscenza enciclopedica della patologia; la sua eccezionale memoria, quand'era studente, lo aveva fatto diventare il primo della classe. Poi, tristemente, aveva capito che la memoria e le capacità scolastiche non erano gli unici fattori che determinavano il successo di un medico. C'era un misterioso "quid", una sorta d'intuizione, che gli mancava, forse la personalità. Prima era rimasto deluso, poi amareggiato, e finalmente si era rassegnato alle tariffe da cinque dollari ed alla routine quotidiana. Kunkle, per esempio, era venuto da lui così, per caso. Ma che cosa mai non andava, in Kunkle? E sprofondò nuovamente nel lavoro.
Quella notte, passò quattro ore con i suoi libri di medicina, frugando alla ricerca di qualche paragrafo dimenticato. Più cercava, più la sua eccitazione cresceva. Man mano sfogliava i grossi volumi e li metteva da parte, si augurava di tutto cuore di non trovare nessuna descrizione della malattia di Kunkle. Non voleva trovarla. Voleva che Kunkle fosse qualcosa di nuovo, di originale, la sua scoperta originale.
Quando finalmente il dottore si coricò, stava già componendo nella sua mente un eruditissimo articolo sul caso.
"I sintomi del morbo di Cravert sono i seguenti..."
Kunkle ritornò due giorni più tardi, con le radiografie. Cravert lesse la relazione del radiologo, poi scrutò con la massima attenzione le negative. Non c'erano dubbi: l'analisi ai raggi X non forniva il minimo indizio sulla natura della malattia.
"Bè, dottore," chiese Kunkle. "Che cosa si vede?"
"Niente di anormale. Non c'è dubbio che lei soffra di qualcosa di raro... unico, in verità. Voglio fare molti altri esami del sangue, il metabolismo e così di seguito. Poi vedremo. E, incidentalmente - aggiunse, mentre Kunkle si sfilava lentamente la camicia - potrebbe interessarle sapere che sto per presentare una relazione sul suo caso alle riviste mediche." Ridacchiò di buon umore. "Lei diverrà famoso, signor Kunkle, il primo uomo ad essere colpito dal Morbo di Cravert."
"Ad essere colpito da che cosa?" Kunkle si accigliò.
"Dal Morbo di Cravert," spiegò il medico. "Così l'ho chiamato. Le dispiace allungare il braccio sinistro, per favore?"
"Mi sembrava che lei avesse detto di non sapere che cosa fosse."
"Non lo so, appunto, ed è per questo che ho dato un nome alla sua malattia," disse Cravert, raggiante, e prelevò un campione di sangue. Kunkle osservò apatico l'operazione, la sua bocca si storse per un attimo, rivelando una sorta di corruccio interiore.
"Non capisco," rispose. "Perché mai l'ha chiamato Morbo di Cravert?"
"Bè, il mio nome è Cravert."
"Già, ma non l'ha mica lei la malattia. L'ho io."
Cravert scoppiò a ridere, e fece schizzare il campione di sangue nella provetta. "Lo so, signor Kunkle, ma questa è la procedura normale. Una nuova malattia prende sempre il nome di chi l'ha scoperta. E io l'ho scoperta."
"Lei?" La mascella di Kunkle s'irrigidì, in atteggiamento bellicoso. "Di che cosa s'impiccia, lei? Io l'ho scoperta. Sono io ad averla. Lei deve chiamarla Morbo di Kunkle!"
"Ma non si fa. Non ha sentito parlare del Morbo di Bright? del Morbo di Hodgkin? del Morbo di Parkinson? Tutti hanno ricevuto il nome dei medici che per primi li hanno diagnosticati."
"Non me ne importa un accidente di loro!" Esclamò Kunkle, agitando le braccia sottili. Era la prima volta che mostrava un po' di vivacità. "Nessun altro modo è giusto, soltanto Morbo di Kunkle. Sono io ad averlo, e tocca a me dargli il nome!"
"Ma, signor Kunkle..."
"Lasci perdere i ma!" urlò Kunkle. "Lei non lo chiamerà Morbo di Cravert, dottore, non ne ha alcun diritto!"
"Temo che non tocchi a lei decidere..."
"No, eh?" Kunkle agguantò la camicia e cominciò a infilarsela con gesti rabbiosi.
"Che cosa pensa di fare?"
"Me ne vado!" lo rimbeccò Kunkle. "Ecco quello che farò. Mi troverò un altro dottore..."
"Non può farlo! Ha cominciato..."
"Chi ha detto che non posso scegliermi il medico che voglio? Troverò qualcuno che chiamerà la mia malattia col nome giusto."
Si allacciò la cravatta intorno al collo scarno, agitandola come una frusta. "Il Morbo di Kunkle!" urlò ancora, stringendo con le mani tremanti il nodo. "Il Morbo di Herman Kunkle! Non riuscirà ad imbrogliarmi, signor mio!"
Col fondo della camicia che gli sbatteva sopra la cintura, Kunkle uscì con andatura rigida dall'ambulatorio. Il tonfo della porta, alle sue spalle, fu abbastanza forte da far cadere la provetta dalla mano di Cravert. Urtando il pavimento, la provetta si frantumò e il dottore fissò vacuamente il sangue rosso sulle piastrelle bianche.
Si sentì fiacco e svogliato per tutto il resto della giornata. Lesse e rilesse la prima cartella dell'articolo che aveva pensato d'inviare per la pubblicazione. Il testo era provvisorio, in attesa del risultato conclusivo delle analisi; l'unica cosa sicura era il titolo: Relazione sulla scoperta del Morbo di Cravert. Ora quel titolo sembrava deriderlo.
Rabbiosamente fece a pezzi la pagina e lasciò che i frammenti svolazzassero nel cestino della carta straccia. Quel gesto definitivo gli fece male; il dolore divenne reale, e Cravert chiese sollievo a un analgesico. Quando il telefono squillò e un paziente gli chiese un appuntamento, grugnì una scusa: non era dell'umore adatto a parlare con chichessia. Per la prima volta da quando Herman Kunkle era entrato nel suo studio con l'esantema blu e con quegli strani sintomi, si rese conto di quanto importante, vitale, fosse l'opportunità che aveva fatto irruzione nella sua esistenza. La promessa di gloria dei suoi lontani giorni di studente era stata sul punto di concretarsi; il pubblico riconoscimento che lo aveva sfiorato era stato quasi a portata d'iniezione. Per lui Herman Kunkle era molto più di un paziente... per lui rappresentava l'immortalità!
Quella notte, nella fosca quiete della stanza, prese le decisioni necessarie. Telefonò a Kunkle:
"Signor Kunkle? Sono il dottor Cravert."
"Non ho niente da dirle, dottore. Ho un appuntamento col Centro delle Arti Mediche per domani."
Cravert provò un crampo allo stomaco.
"Signor Kunkle, lei sta commettendo un errore. Ho già stabilito la terapia adatta alla sua malattia, ed è un preciso dovere che lei ha nei suoi confronti quello di consentire che io l'aiuti."
"Ma non ho nessun Morbo di Cravert!"
"Le ho forse parlato di Morbo di Cravert? Dal momento che lei se l'è presa tanto a cuore, le prometto che non lo chiamerò mai più così."
"Dice sul serio?" chiese Kunkle, sospettoso.
"Sul serio. Ho sempre l'intenzione di scrivere il mio articolo, sento che è un preciso dovere verso la professione. Ma se desidera che lo chiami Morbo di Kunkle, o in qualunque altro modo, lo farò."
"Come faccio ad esserne sicuro?"
"Di che cosa?"
"Come faccio ad essere sicuro che lei manterrà la parola?"
Cravert sospirò: "Glielo metterò per iscritto. Le sottoscriverò una garanzia. Lascerò che lei, in persona, spedisca il mio articolo. Farò tutto quello che vuole. Può ritornare nel mio studio, domani?"
Vi fu una pausa.
"D'accordo, dottore. Sempre che lei mantenga la promessa."
Kunkle si fece vivo il giorno successivo, e dopo una serie completa di analisi, il dottor Cravert iniziò la cura con un'iniezione endovenosa.

"E così, signori," concluse il dottor Cravert, voltandosi lentamente per abbracciare tutto l'uditorio, "anche se noi medici preferiamo aggiungere nuove terapie all'insieme delle conoscenze mediche, piuttosto che nuove disfunzioni, il nostro dovere è chiaro. Il Morbo di Cravert fa ora parte del lessico delle malattie umane. E, sfortunatamente, per quanto rara possa essere questa affezione, noi dobbiamo descriverla come mortale. Per lo meno," aggiunse gravemente, "in questo particolare caso."

(Oltre le tenebre. Galassia n. 221. CELT, 1976)




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