sabato 27 giugno 2015

Strettezza di borsa

In anni di grande depressione economica, in cui l'umorismo agro della Compagnia della Lesina aveva codificato uno stile di vita che per molta gente era strenua necessità osservare, continuava ad alzarsi la voce ammonitrice del Parco che vedeva nell'uomo "il più cieco di tutti gli altri animali... una furia insaziabile, un corpo matematico senza punti, una materia prima senza potenza, et tandem iumentum senza freno" [1]. Egli infatti, nella sua grande imperfezione, al contrario degli animali (parodia dell'homo quidam Deus ficiniano) doveva vestirsi, riscaldarsi, trovare una casa e mangiare. Perciò, "essendo la Privazione non sol principio, ma causa d'ogni nostro diletto... deesi attendere alla parsimonia in tutte le cose" [2] e alla Temperanza, naturalmente, rettamente interpretando le leggi nascoste della natura "la quale diede anco due orecchie, due occhi, due narici e due mani all'uomo, e una sola bocca, accioché oda molto, molto vegga, fiuti e tocchi assai e parli e mangi poco, iuxta illud 'Claude os, et crepitum coge tenere nates'" [3].
Il camaleonte era l'animale emblematico dell'ideale perfezione "lesinante": "direi che l'uomo dovesse nutrirsi d'aria, a guisa di camaleonte, poiché essendo lo spirar principio della vita e spirandosi in virtù dell'aria, chi non sa che l'aria ha l'ufficio del nutrire...?" [4]. Questo mangiatore d'aria, cittadino dell'"alma città della Parsimonia", popolata da "sottilissimi, tiratissimi e plusquam aggaffatissimi Signori" [5] che risparmiano oltre che sul mangiare (un uovo a famiglia), sul vestire, sul calzare, sul riscaldarsi, è perfettamente antifrastico al cittadino della città ideale, parodia delle isole felici dei riformatori utopici del '500, delle città del Sole e delle comunità di savi e di giusti; perché - scriveva G. C. Croce - "chi non è lesinante, non può far robba" [6]. Una città di avidi maniacali borghesi accumulatori, allevati alle tecniche del risparmio secondo i princìpi della corporazione nella quale il "maestro" trasmetteva ai "novitii" i segreti dell'arte (dell'arrangiarsi), i cui "capitoli" dovevano "osservarsi inviolabilmente da tutti i fratelli", anche in materia uxoria perché

Se puoi star casto è meglio: ma se vuoi moglie e non puoi starne senza, onde quel Romano la chiamò "Malum necessarium", pigliala picciola per ispendere manco a vestirla, e per fare i materassi, le lenzuola e le coperte del letto da coprirla più picciole, se la grandezza della dote come raggio non spegnesse le tenebre di questi rispetti... [7]

Una città nella quale anche il banchetto nuziale si celebrava sotto la regìa di "Madonna Parsimonia dispensiera" [8], nella quale Messer Tiratutto Gaffatosto, in vena di generosità, poteva permettersi di prestare a Rampino, servo di Madonna Lesina, "un osso di susino da tenere in bocca per cavar la sete" [9] (col patto però che glielo restituisse), o invitarlo a casa sua a "nasare un pomo cotogno" [10]; una città di uomini "piattonissimi e spilorcissimi" [11] ben qualificati anche onomasticamente, come Pitocco Rastrelli, Coticone de' Coticoni, Tanghero Villani, Lesiniero Finetti, Uncinato degli Uncinati, Brancazio Spilorcioni, Quomodocumque, Taccagnino da Carpi, Tiraquello Rasponi, Truffaldino da Graffignano, Gabbinio de' Gabbini, Semprecarpi, Brancailtutto, Prestaniente, Taccagna, Sottile, Formicone, Mettintasca, Pignastretto, Scorticante, Carpione, Aprilocchio, Gramignante, Stringiforte, tutti messeri di collaudata "lesinante coscienza". In caso d'infermità un capitolo della Compagnia imponeva che

quando alcuno de' fratelli si ammalasse, non mandi così in un tratto a chiamare il medico, per non iscomodarlo, ma s'intertenga sei giorni o otto, facendo in quel tanto buona dieta, per veder dove voglia riuscir cotal malatia. Potrà nondimeno far sapere a Signori Visitatori della Compagnia la sua infermità, et eglino non mancheranno del loro ufficio: e non sarebbe gran fatto che con questo buono avvertimento e intertenimento, che è avvenuto in molti altri dell'altre volte, si liberasse del male, Iuxta illud: "Requiescat in pace" [12].

La coscienza lesinante si serviva con estrema disinvoltura dell'intelligenza graffignante, astutamente furfantesca, mutuando dal mondo dei furbi e dei paltonieri trucchi, espedienti, tecniche che appartenevano al repertorio delle arti della fame, grande inventrice di sottigliezze truffaldine. Nella manoscritta Galeria de Lesinanti, dove quasi tutta l'Italia dello stento viene rappresentata emblematicamente da spilorcissimi figuri, oltre ad un medico bolognese (Messer Gramignante) e ad un fornaio (Messer Sottile da Pisa), compaiono un "milanese alchimista" (M. Anurino), un "mendicante falso" (M. Corriadoni de Trabacchi)...
Le invenzioni per "far grasse le minestre", per far la spesa senza pagare, per rubare con destrezza il formaggio, per rimediare le verdure senza spendere una lira, illuminano un'Italia affamata e picaresca abitata da gente che con "ingegno mirabile" s'arrovella a vivacchiare a spese altrui: specchio di una società povera dove l'ingegnosità (anche dolosa e fraudolenta) era artificio necessario nella dura lotta per l'esistenza. Ne escono pagine dove l'arrangiarsi quotidiano si trasforma in commedia furbesca, recitata da maschere taccagne, come quel "Pedante veronese detto M. Vadibene" prefigurazione della scuola-incubo, di quel tempio della fame giovanile, diabolicamente organizzata dall'ineffabile dottor Capra, nella Historia de la vita del buscon llamado Don Pablo ejemplo de vagabundos y espejo de tacanos.

Teneva costui - il Pedante veronese, racconta Coticone de Coticoni - giovani non solo a scuolama ancora in dozina, et n'aveva molti et era pagato bene da loro. Ora M. Vadibene che sapeva che i giovani hanno sempre fame, acciò che non merendassero o facessero colazione, s'imaginò d'empir loro il ventre al desinare, et di robba dava da digerire, perché comprava ogni volta una pancia di bue vecchio, facendola cucinare così un poco accioché non si potesse così presto digerire, et per conseguenza non gli tornasse apetito fra pasti; et s'alcuno si lamentava che non era cotta, rispondeva che così doveva essere la carne, dicendo il francese "pesce cotto, et carne cruda". Ma prima la faceva sempre empire d'erba pesta galantemente, poi la divideva costa per costa da un capo a l'altro come si farebbe un melone o zucca, et una de quelle poneva fra quattro, dicendo "figliuoli, vedete la liberalità mia, che potrei cavar fuori l'osso, et ve lo lascio acciò potiate trattenervi, oltre che questo pezzo di robba vi rappresenta una sfera, come mangiando potete ancora cibare l'intelletto vostro".
Rastellante - In che guisa poteva assimigliare una costa di bue ad una sfera?
Coticone - In questo modo: diceva, "vedete figliuoli l'osso di questa costa è il fuso del mondo, queste pellicule che girano intorno a l'osso sono i duo colori, questa cinta di pelle che cerchia il pieno è l'equinoziale, questi nervetti sono l'altre zone, il pieno è il centro, e 'l zodiaco che tocca l'uno e l'altro tropico dove si formano i solstizii potete dire che sia la carne che sta attaccata a le pellicole" [13].

La vera regola per mantenersi magro con pochissima spesa, scritta da Messer Spilorcione de' Stitichi, Correttore della nobilissima Compagnia della Lesina a M. Agocchion Spontato suo Compare. Opera Utilissima per tutti coloro che patiscono strettezza di borsa, capitolo bernesco di G. C. Croce, s'inserisce alla perfezione nel clima penurioso degli anni forse più stentati e miseri che Bologna abbia mai conosciuto: la "scienza di risparmiare" [14], l'ideale sublime del digiuno che giunge fino alla teologia eroica della non generazione, indicano anche una forma paleoborghese d'accumulazione fondata non sull'espropriazione d'altri gruppi sociali, ma sulla privazione, l'astinenza e la frode necessarie a mettere insieme, conservare e aumentare quella "roba che con tanto stento e sudore s'acquista" [15].

Non vi vantate aver troppi talenti,
Ma fate sempre il povero, e'l pitocco
Acciò che non v'accoppino le genti [16]

ammoniva Croce, memore di un perentorio avvertimento della Lesina la quale prescriveva che il savio massaro "con giusta e onorata industria pensi, cerchi, tenti e asseguisca di farsi ricco", simulando ristrettezza e povertà per fuggire "ogni sorte di trappole e inganni" tesi da "un gran numero d'uomini mendichi e oziosi", "anzi che con ogni ingegno si pigli occasione in publico e in privato di querelarsi della fortuna, della miseria e calamità sua: il che si dice a questo fine, accioché né ladri, né scrocconi, né abbracciatori, né ruffiani, né vagabondi, né parenti falliti, né sicurtà, né corte, né spioni, né ipocriti, né ingordi vi facciano disegno" [17].
I tentativi di surrogare la farina di frumento con erbe non potevano non essere encomiati dalla bibbia dei taccagni; e infatti vi si racconta della proposta, non giunta in porto, d'un viceré di Napoli di volere far produrre un pane "mescolato con certe radici ridotte in polvere di un'erba, che se ne trova in abbondato, accioché il grano, consumandosene tanto meno, venisse a soprabbondare".

Ma quelle genti nemiche affatto della nostra lodevole professione, in vece di riconoscere quel notabil beneficio e ringraziarnelo, cominciarono a calcitrare e fare schiamazzo, di sorte che il savio Vicerè v'impose perpetuo silenzio e se lo recò in pazienza. Pensisi ora, se 'l negozio aveva effetto, di quanto giovamento sarebbe stato all'una e all'altra parte, a sé d'infinito guadagno e a' popoli d'inestimabile risparmio e abbondanza; perché avendo quel pane alquanto dell'amarognolo e del dispiacevole, se ne sarebbe mangiato manco, si sarebbe fatto più grosso e a miglior derrata: ma gli insaziabili scialacquatori usi a nuotare nel grasso non vi vollono prestar orecchio... [18].

Sebbene la Lesina vi scherzasse sopra crudelmente, per gli "insaziabili scialacquatori usi a nuotare nel grasso " (le plebi urbane affamate e i contadini sottoalimentati), il pane "più grosso" era un sogno drammaticamente urgente che - come già si è visto - spingeva la gente di campagna alla ricerca problematica, per non dire onirica, della pagnotta grande, bianca, buona.
Le plebi meridionali non avevano certamente bisogno degli improbabili suggerimenti d'un vicerè per cercare di sopravvivere con un pane artificiale, con un amaro surrogato di miscele che costituivano la norma per la popolazione di campagna e di montagna (cereali inferiori, fave, ghiande, castagne... ecc.) perché il pane dei poveri era anche in tempi meno tormentati un pane abbondantemente "tagliato": perseguitate - come narrano i testimoni della terribile carestia napoletana o, più generalmente, meridionale del 1764 - "da una fame morbosa e canina" cercavano di sopravvivere facendo ricorso a disperati inganni ("con ogni più abominevole modo ed arte più maligna toglievano a chi languiva il necessario alimento") finendo tuttavia "miseramente distesi sul nudo suolo, in aspetto di tristezza sparuto, cencioso e spirante miserie" [19].

Note

 1 - Della famosissima Compagnia della Lesina. Dialogo, Capitoli e Ragionamenti ..., Venezia, L. Spineda, 1610, c. 21a.
 2 - Ibid., c. 21b-22a.
 3 - Ibid., c. 23a.
 4 - Ibid., c. 22a.-b.
 5 - G.C. Croce, Le nozze di M. Trivello Foranti, e di Madonna Lesine de gli Appuntati. Comedia, Bologna, B. Cochi, 1620, p. 3.
 6 - Ibid., p. 5.
 7 - Della famosissima Compagnia della Lesina ..., cit., c. 73a.-b.
 8 - Le nozze di M. Trivello Foranti..., cit. p. 5.
 9 - Ibid., p. 7.
10 - Ibid., p. 8.
11 - Ibid., p. 48.
12 - Della famosissima Compagnia della Lesina ..., cit., c. 16a.
13 - galeria de' Lesinanti, Bologna, Biblioteca Universitaria, Mss. 3878, caps- LI, T. VI., cc. 101r. - 102v.
14 - Della famosissima Compagnia della Lesina ..., cit., c. 56b.
15 - Ibid., c. 103a.
16 - La vera regola per mantenersi magro..., cit., c. 4v.
17 - Della famosissima Compagnia della Lesina ..., cit., c. 25a.
18 - Ibid., c. 89a.
19 - Cit. da Venturi, 1764: Napoli nell'anno della fame, cit., p. 406.

(Piero Camporesi, Il pane selvaggio. Il Mulino, 1983)




mercoledì 20 maggio 2015

The Legendary B Sides







Disc 1

Louis Philippe,  The touch of evil
Anthony Adverse, T-R-O-U-B-L-E
The King of Luxembourg, How to get on in society
Gol Gappas, Albert Parker
Momus,  on't leave
Bid, Love
The Cavaliers, Ian Botham - The I.T. man
Rosemary's Children, Whatever happened to Alice?
Anthony Adverse, Eine symphonie des grauens
The King of Luxembourg, Sketches of Luxembourg
Louis Philippe, Twangy Twangy
Always, The arcade
The Underneath, Fire (variations)
Marden Hill, Let's make Shane & McKenzie
Mayfair Charm School, Little black dresses
Klaxon 5,  reat railway journeys
Gol Gappas, Roman
Cagliostra,  admen & lovers
Louis Philippe, Little pad
The King of Luxembourg, Espadarte






Disc 2

The King of Luxembourg,  ee Remick
The Florentines, Whisper not
The Raj Quartet, Invocation of Thoth
Always, Park row
Would-Be-Goods, The hanging gardens of Reigate
Anthony Adverse, Fountain
Marden Hill, Hangman
Louis Philippe, What if a day?
The King of Luxembourg, The elusive Pimpernel (le chevalier de Londres)
Bad Dream Fancy Dress, Up The King of Luxembourg!
Always, The flying display
Anthony Adverse, Green park
Marden Hill, The exection of emperor Maximillian
Ambassador 277, Valediction
The King of Luxembourg, Personality parade
Would-Be-Goods, Cecil Beaton's scrapbook
Louis Philippe  Smash hit wonder
Bad Dream Fancy Dress, Choirboys gas
Bad Dream Fancy Dress, You wind me up
Anthony Adverse, Good girl





lunedì 11 maggio 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Il racconto del lupo mannaro

L'amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l'aria si colma d'ombre verdognole e talvolta s'affumica d'un giallo sinistro, tutto c'è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l'amico ed io non possiamo patire la luna.
Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch'è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l'aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l'amico entrò all'improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po' più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse.
- Che è questo? - gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico nell'aspetto e, dirò, nel comportamento della vescica.
- Non vedi? Son riuscito ad acchiapparla... - rispose l'amico guardandomi con un sorriso incerto.
- La luna! - esclamai allora. L'amico annuì tacendo. 
Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l'altro sudava un liquido ialino che gocciolava di tra le dita dell'amico. Questi però non si decideva a deporla.
- Oh mettila in quell'angolo - urlai, - troveremo il modo di ammazzarla!
- No, - disse l'amico con improvvisa risoluzione, e prese a parlare in gran fretta, - ascoltami, io so che, abbandonata a se stessa, questa cosa schifosa farà di tutto per tornarsene in mezzo al cielo (a tormento nostro e di tanti altri); essa non può farne a meno, è come i palloncini dei fanciulli. E non cercherà davvero le uscite più facili, no, su sempre dritta, ciecamente e stupidamente : essa, la maligna che ci governa, c'è una forza irresistibile che regge anche lei. Dunque hai capito la mia idea: lasciamola andare qui sotto la cappa, e, se non ci libereremo di lei, ci libereremo del suo funesto splendore, giacché la fuliggine la farà nera quanto uno spazzacamino. In qualunque altro modo è inutile, non riusciremmo ad ammazzarla, sarebbe come voler schiacciare una lacrima d'argento vivo.
Così lasciammo andare la luna sotto la cappa; ed essa subito s'elevò colla rapidità d'un razo e sparì nella gola del camino.
- Oh, - disse l'amico - che sollievo! quanto faticavo a tenerla giù, così viscida e grassa com'è! E ora speriamo bene; - e si guardava con disgusto le mani impiastricciate.
Udimmo per un momento lassù un rovellio, dei flati sordi al pari di trulli, come quando si punge una vescia, persino dei sospiri: forse la luna, giunta alla strozzatura della gola, non poteva passare che a fatica, e si sarebbe detto che sbuffasse. Forse comprimeva e sformava, per passare, il suo corpo molliccio; gocce di liquido sozzo cadevano friggendo nel fuoco, la cucina s'empiva di fumo, giacché la luna ostruiva il passaggio. Poi più nulla e la cappa prese a risucchiare il fumo.
Ci precipitammo fuori. Un gelido vento spazzava il cielo terso, tutte le stelle brillavano vivamente; e della luna non si scorgeva traccia. Evviva urràh, gridammo come invasati, è fatta! e ci abbracciavamo. Io poi fui preso da un dubbio: non poteva darsi che la luna fosse rimasta appiattata nella gola del mio camino? Ma l'amico mi rassicurò, non poteva essere, assolutamente no, e del resto m'accorsi che né lui né io avremmo avuto ormai il coraggio d'andare a vedere; così ci abbandonammo, fuori, alla nostra gioia. Io, quando rimasi solo, bruciai sul fuoco, con grande circospezione, sostanze velenose, e quei suffumigi mi tranquillizzarono del tutto. Quella notte medesima, per gioia, andammo a rotolarci un po' in un posto umido nel mio giardino, ma così, innocentemente e quasi per sfregio, non perché vi fossimo costretti.
Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse in cielo, lo sentivamo bene invece che c'era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e poterci tormentare. Era come il sole nero e notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l'alba.
Infatti, anche quella nostra misera gioia cessò presto; una notte la luna ricomparve. Era slabbrata e fumosa, cupa da non dire, e si vedeva appena, forse solo l'amico ed io potevamo vederla, perché sapevamo che c'era; e ci guardava rabbuiata di lassù con aria di vendetta. vedemmo allora quanto l'avesse danneggiata il suo passaggio forzato per la gola del camino; ma il vento degli spazi e la sua corsa stessa l'andavano gradatamente mondando della fuliggine, e il suo continuo volteggiare ne riplasmava il molle corpo. Per molto tempo apparve come quando esce da un'eclisse, pure ogni giorno un po' più chiara; finché ridivenne così, come ognuno può vederla, e noi abbiamo ripreso a rotolarci nei braghi.
Ma non s'è vendicata, come sembrava volesse, in fondo è più buona di quanto non si crede, meno maligna più stupida, che so! Io per me propendo a credere che non ci abbia colpa in definitiva, che non sia colpa sua, che lei ci è obbligata tale e quale come noi, davvero propendo a crederlo. L'amico no, secondo lui non ci sono scuse che tengano.
Ed ecco ad ogni modo perché io vi dico: contro la luna non c'è niente da fare.

(Tommaso Landolfi. Le più belle pagine. Scelta e postfazione di Italo Calvino. Rizzoli, 1989)




lunedì 4 maggio 2015

Looking in the Shadows







Only tonight
Don't be mean
Forgotten words
Pretty
Truth is hard
Babydog
You ask why
57 Ways to end it all
So damn early
You kill me
Love a loser
Looking in the shadows






giovedì 2 aprile 2015

Buona Pasqua

Esiste un animale detto lontra, che ha la forma di un cane, ed è nemico del coccodrillo. Quando dorme, il coccodrillo tiene la bocca aperta: allora la lontra va a spalmarsi tutto il corpo di fango, e quando il fango si è disseccato, balza nella bocca del coccodrillo, gli rode tutti i canali del corpo e gli divora gli intestini. 
Il coccodrillo è dunque simile al diavolo, mentre la lontra è un'immagine del nostro Salvatore: infatti il Signore nostro Gesù Cristo si è coperto della carne terrestre, è sceso all'Inferno e ha sciolto l'afflizione della morte, dicendo a quelli che erano in catene: "Uscite!", e a quelli che giacevano nelle tenebre: "Rivelatevi!". E ancora ha detto l'Apostolo: "Dov'è, morte, la tua vittoria, dov'è, Inferno, il tuo pungiglione?" [1 Cor., 15.55]. E dopo tre giorni è risuscitato da morte, e con sé ha risuscitato la carne terrestre.

(Il Fisiologo. A cura di Francesco Zambon. Adelphi, 1975)





giovedì 19 marzo 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: I guai di Barba Tmin

"Gh'era ona vòlta on brav'òmn, che 'l se ciamava Tmin." Ma tutti lo chiamavano Barba ('zio'), perché era sempre onesto e gentile  con tutti, pronto a dare aiuto ogni volta che gli veniva chiesto. Aveva un solo difetto: era un po' troppo ingenuo. E per questa sua ingenuità, a rivoltargli le tasche non ne sarebbe uscito un soldo bucato. Ma Tmin era felice della stima che tutti gli dimostravano, e si accontentava. 
Un giorno un suo vicino ereditò dodici marenghi d'oro, e siccome aveva una moglie spendacciona, pensò bene di darli in custodia a Barba Tmin.
E Tmin, che non era capace di dire di no, e inoltre si sentiva onorato di quella prova di fiducia, acconsentì.
- Ci penso io, a custodire i vostri marenghi!
A quei tempi non esistevano casseforti e Tmin non trovò niente di meglio, per mettere al sicuro il gruzzolo, che infilare la borsa in una calza e nasconderla nel materasso. Per prudenza, alla moglie non disse niente.
Passò del tempo.
Un giorno il vicino, che doveva fare delle spese, tornò a riprendersi i suoi marenghi. Tmin tirò fuori la calza dal materasso e ne tolse la borsa, che dette al vicino senza neanche aprirla. Il vicino l'aprì, e contò i marenghi.
- Ehi, Barba Tmin! Sono undici invece che dodici! Avete tradito la mia fiducia... mi avete rubato un marengo! Non me lo sarei mai aspettato da voi!
Il vicino era proprio su tutte le furie. Quanto a Barba Tmin, cadeva dalle nuvole.
- Amico mio, come potrei avervi rubato il marengo, se non ho neanche aperto la borsa?
- Meno storie. Il marengo manca, e non potete averlo preso che voi. Dovete restituirmelo.
- E come, se non posseggo un soldo?
- Ora vado dal giudice, e vedremo se non me lo restituirete, con le buone o con le cattive!
E andò difilato dal giudice.
Qualche giorno dopo arrivò la citazione. Barba Tmin doveva presentarsi in tribunale, il giorno tale, ora tale.
Il poveretto era sconvolto. Possibile che un uomo come lui, conosciuto ovunque per la sua onestà, dovesse comparire davanti al giudice?
- Io il marengo non l'ho preso, non ce l'ho. Come posso restituirlo?
Non aveva più pace, né giorno, né notte, si arrovellava, smagriva a vista d'occhio.
E venne il giorno del processo. A testa bassa, tirandosi dietro il fido cagnolino, Barba Tmin si incamminò verso il paese vicino, dove aveva sede il tribunale. A metà strada si imbatté nel signorotto del villaggio, un ricco cavaliere, che andava a passeggio in carrozza insieme alla moglie. Vedendolo così abbattuto e mesto, il cavaliere fece fermare la carrozza. 
- Ehi, Barba Tmin, dove andate con quella faccia da funerale? Che vi è successo?
- Ah, signor cavaliere, sono stato citato in tribunale. Un uomo come me, stimato da tutti, che non ha mai avuto niente a che fare con la giustizia!
- E per quale ragione dovete presentarvi in tribunale, Barba Tmin?
Tmin non si fece pregare, e raccontò tutto. Il cavaliere era esterrefatto.
- Voi, prendere un marengo che non vi appartiene! Impossibile! Non ci crederò mai. Verrò a testimoniare in vostro favore davanti al giudice. 
Tmin era al settimo cielo. Cominciò a inchinarsi, a scappellarsi, ad agitarsi. E tanto si inchinò, si scappellò, si agitò che i cavalli si spaventarono, si impennarono, e finirono per rovesciare la carrozza.
La moglie del cavaliere fu sbalzata a terra e si ruppe una gamba. Il cavaliere si infuriò.
- Sciocco zoticone! Avete fatto impennare i cavalli con le vostre stupide smancerie. Adesso mia moglie ha una gamba rotta! Altro che difendervi... verrò anch'io in tribunale a reclamare i danni.
Invano il povero Barba Tmin cercò di scusarsi, di giustificarsi. Il cavaliere era inviperito, non intendeva ragioni. Allora Tmin riprese la sua strada, ancor più accasciato e disperato.
Ed ecco di lontano apparire due guardie. Tmin non sapeva più che fare.
- Me miserello, vengono a prendermi!
Da quelle parti c'era una cascina. Pensò di rifugiarsi lì. Corse nel fienile, salì la scaletta e si nascose tra il fieno. Ma tanto si agitava per nascondersi bene che non vide il foro che serviva a far cadere il fieno nella stalla. E vi si infilò a capofitto.
Nella stalla abitava un vecchio sellaio, che stava aggiustando dei finimenti. Tmin gli precipitò proprio sulla testa, e lo stese secco. Accorse il figlio del sellaio che lavorava lì vicino, e dette in escandescenze.
- Tmin, sciagurato che siete... avete ammazzato mio padre. E lo avete fatto di proposito. Altrimenti perché sareste salito nel fienile?
Tmin cercò di ammansirlo, raccontandogli le sue disavventure. Ma quello si infuriò ancora di più.
- Ah, state andando dal giudice! bene, ci verrò anch'io, e vedremo se non sarete condannato a pagare i danni per la morte di mio padre!
Tmin, sempre più disperato, riprese la via del paese, seguito dal cagnolino. Era giorno di mercato, e un droghiere aveva esposto sulla strada, insieme ad altre merci, un otre pieno d'olio da lampada. Il Cagnolino lo vide, e siccome era stanco e affamato, in un baleno se lo bevve tutto. Tmin non si era accorto di niente, ma i passanti sì, e si sganasciavano dalle risa.
Venne fuori il droghiere, urlando. Il cagnolino, spaventato, si rifugiò tra le gambe del padrone.
- E' vostro questo cane? - domandò il droghiere a Barba Tmin.
- E' mio.
- Ha bevuto un otre di olio da lampada. Dovete pagarmelo.
- E come faccio, se non ho un soldo? Povero me, ho già avuto guai abbastanza!
E per impietosirlo, gli raccontò le sue disavventure. Ma il droghiere non si impietosì affatto.
- Ah, andate dal giudice! Bene, ci vengo anch'io, e vedremo se non mi pagherete il mio olio!
Chiuse il negozio, sebbene fosse giorno di mercato, e via di corsa in tribunale. Quando vi giunse anche Tmin, tutti i suoi accusatori lo avevano già preceduto. E tutti schiumavano rabbia. Il giudice, che era una persona alla buona, si rivolse gentilmente a Tmin, che conosceva da tempo.
- E allora, Barba Tmin? Che mi dite di tutte queste accuse che vi sono piovute addosso in una sola giornata?
- Signor giudice, io non ho mai avuto a che fare con la giustizia, prima d'oggi, e vi giuro che...
- Meno chiacchiere - tagliò corto il giudice. - Avanti il primo accusatore.
- Sono io - disse il vicino.
- Che avete da dire?
- Tempo fa ho consegnato a Barba Tmin una borsa con dodici marenghi d'oro, e lui me ne ha restituiti solo undici.
Il giudice mostrò la borsa a Barba Tmin e gli chiese:
- E' vero quel che afferma il vostro vicino?
- Signor giudice, io ho ricevuto la borsa, l'ho nascosta sotto il materasso e non l'ho mai parte. Come potrei aver preso il marengo?
- Barba Tmin, potete giurare di non aver mai aperto la borsa?
- Lo giuro.
- E voi che lo accusate, potete giurare che la borsa conteneva undici marenghi?
- Lo giuro.
- Allora, se la borsa che conteneva dodici marenghi non è mai stata aperta, e se questa ne contiene undici, significa che non è la vostra. E io la sequestro.
- Ma signor giudice...
Il vicino protestò a lungo, invano.
- Questa è la sentenza, avanti un altro.
Era il turno del cavaliere.
- Barba Tmin si è tanto agitato davanti ai cavalli della mia carrozza che li ha fatti impennare; mia moglie è caduta e si è rotta una gamba. Chiedo che mi siano pagati i danni.
- Giustissimo - disse il giudice.
Poi si rivolse a Barba Tmin.
- Potete risarcire le spese che il cavaliere dovrà affrontare per far curare sua moglie?
- Signor giudice, io non ho il becco di un quattrino.
- Allora, siccome il cavaliere ha diritto a farsi pagare i danni, e Tmin non ha denaro, il cavaliere porterà sua moglie in casa di Tmin, il quale da parte sua si impegnerà a curarla finché non sarà guarita.
- Signor giudice... mia moglie, una distinta dama, in casa di Tmin! Impossibile!
- Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il terzo accusatore era il figlio del sellaio morto.
- Barba Tmin si è gettato giù dal fienile, è caduto sulla testa di mio padre, e lo ha ammazzato. Chiedo di essere ripagato per tanta perdita.
Il giudice, per la terza volta, chiese a Tmin:
- Avete di che pagare?
- No, signor giudice, lo sapete bene. Da quando son qui non faccio che ripetere che non posseggo un soldo.
- Allora, giovanotto, non c'è che una decisione da prendere: applicare la legge del taglione. Occhio per occhio, dente per dente. Tmin si metterà nella stalla sotto il buco del fienile, voi vi butterete giù, e lo ammazzerete.
- E se lui si tira indietro? Potrei morire io!
- Affari vostri. Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il quarto accusatore era il droghiere.
- Il cane di Tmin mi ha bevuto un otre di olio da lampada. Voglio esser pagato.
- Tmin, avete di che pagare l'olio?
- No.
- Droghiere, Tmin non ha denaro, avete sentito. Non vi resta che prendere il suo cane, appenderlo a una trave del soffitto, attaccargli un lucignolo alla coda e accenderlo tutte le volte che avrete bisogno di far luce, finché l'olio che vi ha bevuto non si sia tutto consumato.
Ma il droghiere non intendeva affatto tenersi in bottega un cane-lampada. E se ne andò scornato, insieme al vicino, al cavaliere e al giovanotto. Allora il giudice fece cenno a Tmin di avvicinarsi, e gli sussurrò in un orecchio:
- Cosa ne facciamo di questi marenghi? Io direi che possiamo dividerceli. Sei per me, e cinque per voi.
A Tmin il conto non tornava.
- Perché a me solo cinque?
- Il sesto chiedetelo a vostra moglie. Dalla borsa non può averlo preso che lei.
Tmin esitò un momento, poi tese la mano, prese i cinque marenghi d'oro e se ne tornò a casa tutto soddisfatto, meditando sulla giustizia e sulla sorte, e borbottando fra sé: - L'è pròpri vera quel che dis el proverbi, che chi sbragia pussee gh'ha reson.

(Storie lombarde. Fiabe e leggende di casa nostra. Fabbri editori, 1977)