domenica 15 giugno 2014

Jolie

A distanza di ben cinque anni da By Paris, By Taxi, By Accident, Bill Pritchard ha da poco pubblicato per la Tapete Records l'album A Trip to the Coast. Artista la cui notorietà non è all'altezza dei meriti, Pritchard esordisce nel 1987 per la Third Mind di Gary Levermore. Già l'anno successivo passa alla belga Play It Again Sam per la quale realizza il concept Parce que insieme al cantante francese Daniel Darc. Jolie, terzo album per la PIAS, ben esemplifica le coordinate musicali lungo le quali si muove il nostro: un riuscito incontro tra l'ineguagliabile tradizione pop britannica e la canzone d'autore francese, non troppo distante da alcuni lavori di Momus. Produzione di alto livello: Ian Broudie (Echo and the Bunnymen, Fall, Icicle Works, Pale Fountains e molti altri).





Number Five
Pretty Emily
I'm in Love Forever
Anglesey
In the Summer
Gustave Cafe
Tears of Maxine
Violet Lee
Souvenir of Summer
The Lie that Tells the Truth



sabato 14 giugno 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Riflessioni di uno scarafaggio

Mi sono trasferito.
Prima abitavo all'Hotel Duke, all'angolo di Washington Square. La mia famiglia ci viveva da generazioni, e intendo dire come minimo due o trecento generazioni. Ma non fa più al caso mio. Il posto è degenerato. Ho sentito la mia bis-bis-bis -, e potete risalire fin che vi pare, era ancora viva quando le ho parlato - raccontare dei bei tempi andati, quando la gente arrivava in carrozze a cavalli con valigie che odoravano di cuoio, gente che faceva colazione a letto e lasciava cadere qualche briciola per noi sul tappeto. Non di proposito, naturalmente, perché anche noi allora sapevamo stare al nostro posto, e il nostro posto era negli angoli dei bagni o giù in cucina. Adesso possiamo camminare sui tappeti con una certa impunità, perché i clienti dell'Hotel Duke sono troppo ciechi per vederci, o non hanno il coraggio di calpestarci se ci vedono, oppure si limitano a ridere.
L'Hotel Duke ha un lacero tendone verde che si estende fino al bordo del marciapiede, con tali e tanti buchi che non potrebbe riparare proprio nessuno dalla pioggia. Si salgono quattro gradini di cemento e ci si ritrova in una triste hall che sa di marijuana e whisky stantio, scarsamente illuminata. Dopotutto la clientela adesso non ha necessariamente voglia di vedere chi altri alloggia nell'albergo. La gente si aggira nella hall e può anche succedere che faccia conoscenza, ma più spesso tutto si risolve con uno spiacevole scambio di parole. Sulla sinistra, nella hall, c'è un buco ancora più scuro chiamato "Sala da ballo del Dr. Toomuch". Per entrare si pagano due dollari. Musica da juke-box. Clientela da vomito. Perdio!
L'albergo ha sei piani e di solito prendo l'ascensore. Perché mai dare la scalata a quelle sudice canne fumarie o salire scala dopo scala quando posso coprire con un balzo il dislivello di un solo centimetro tra pavimento e cabina e rintanarmi al sicuro in un angolo dietro l'uomo dell'ascensore? Riconosci i vari piani dall'odore. Quinto piano, ovvero odore di disinfettante da quando, più di un anno fa, ci fu una sparatoria con spargimento di sangue e budella in quantità proprio davanti all'ascensore. Il secondo piano si fregia di un tappeto consunto, così ha odore di polvere mescolato a un vago odore di urina. Il terzo piani puzza di crauti (qualcuno deve averne rovesciato un vasetto sul pavimento di piastrelle) e così via. Se voglio scendere al terzo, per esempio, e l'ascensore non si ferma, non faccio che aspettare il viaggio successivo e prima o poi ci riesco.
Mi trovavo all'Hotel Duke quando arrivarono le schede per il censimento degli USA nel 1970. Che spasso. Ognuno ricevette una scheda, e tutti ridevano. Tanto per cominciare la maggior parte della gente qui non ha casa e il censimento chiedeva: "Di quante stanze è composta la vostra casa?" e: "Quanti bagni avete?" e: "Quanti bambini?" e così via. E quanti anni ha vostra moglie? La gente crede che gli scarafaggi non capiscano l'inglese o qualsiasi altro linguaggio si parli dalle loro parti. La gente crede che gli scarafaggi capiscano soltanto una luce che si accende all'improvviso, che significa: "Fila via!" 
Ma quando si è in un posto da tanto tempo quanto noi, e cioè molto prima che arrivasse il Mayflower, la parlata corrente non è più un mistero. Così ebbi modo di godermi più di un commento sul censimento degli USA, cui nessuno degli stronzi del Duke si dava la pena di rispondere. Mi divertiva l'idea di poter rispondere io,  - e perché no? Vantavo più generazioni di residenti di qualsiasi altra bestia umana nell'albergo. Sono uno scarafaggio (non dico con questo di essere Kafka sotto mentite spoglie), e non conosco l'età di mia moglie e, se per quello, non so neppure quanti mogli ho. Una settimana fa ne avevo sette, tanto per dire, ma quante di loro sono state schiacciate? Quanto ai figli, sono al di là di ogni possibile calcolo, una considerazione che ho sentito fare con un certo orgoglio anche dai miei vicini a due zampe, ma se volessimo contarli davvero, se è il numero che vogliono (più sono, meglio è, immagino) scommetto che vincerei io. Soltanto la scorsa settimana mi ricordo due capsule di uova che stavano per essere depositate da due mie mogli al terzo piano (quello dei crauti). Mio Dio, andavo talmente di fretta, ero a caccia - mi vergogno a dirlo - di cibo, di cui avevo sentito l'odore e che poteva essere distante un centinaio di metri. Patatine al sapore di formaggio, pensai. Mi spiace dire addio alle mie mogli così in fretta, ma i miei bisogni erano forse grandi quanto i loro, e che ne sarebbe di loro, o piuttosto della nostra razza, se non pensassi a tenermi in forze? Un momento dopo vidi una terza moglie schiacciata sotto uno stivale da cowboy (gli hippies di qui adottano lo stile western anche se sono di Brooklyn), quanto meno non stava deponendo un uovo in quel momento, se ne andava di fretta, come me, in direzione opposta. Addio piccola! ma, ahimè, non sono neppure sicuro che mi abbia visto. Forse non rivedrò più le mie mogli partorienti, quelle due, mentre è possibile che abbia visto qualcuno dei miei figli prima di lasciare il Duke. Chi può saperlo?
Quando vedo certa gente qui, mi ritengo fortunato di essere uno scarafaggio. Quanto meno sono più sano, e nel mio piccolo elimino i rifiuti. Ed eccomi arrivato al punto. In passato c'erano rifiuti sotto forma di briciole di pane, qualche tartina avanzata da un festino a base di champagne in camera. L'attuale clientela dell'Hotel Duke non mangia. O si drogano o si sbronzano. Ho sentito solo parlare dei bei tempi andati dai miei bis-bis-bis-nonni. Ma ci credo. Raccontano che potevano saltare in una scarpa, per esempio, fuori della porta, ed essere portati in camera da un cameriere con il vassoio alle otto del mattino, e fare così colazione con le briciole dei croissants. Sono finiti anche i giorni in cui si lustravano le scarpe, perché di questi tempi se qualcuno si arrischia a mettere le scarpe fuori della porta, non solo non le trova pulite, ma non le trova del tutto. Al giorno d'oggi tutto quello che si può sperare è che questi orridi capelloni vestiti di pelle di daino a frange,  e le loro donne trasparenti, facciano un bagno di tanto in tanto, e mi lascino da bere qualche goccia d'acqua nella vasca. E' pericoloso bere dal gabinetto e alla mia età non me la sento più.
Ma adesso voglio parlare della fortuna che mi è appena capitata. Ne avevo viste delle belle la settimana prima, con un'altra giovane moglie schiacciata sotto i miei occhi da un passo falso (si teneva fuori del passaggio, ricordo), e la follia di quella intera stanza di avanzi da leccare - proprio così - cibo servito sul pavimento come per uno strano gioco. Giovani uomini e donne, nudi, che fingevano di essere senza mani per qualche pazzesca ragione, e cercavano di mangiare i loro sandwiches come dei cani, disseminandoli sul pavimento e poi contorcendosi per la stanza tra salami, sottaceti e maionese. C'era cibo in quantità questa volta, ma era rischioso lanciarsi in mezzo a quei corpi rotolanti. Peggio dei piedi. Ma la vista dei sandwiches era irresistibile. Non c'è più ristorante. Metà delle camere dell'Hotel Duke sono "appartamenti", in altre parole sono dotate di un frigorifero e di un fornellino. Ma per lo più, tutto quello che la gente tiene di scorta è qualche lattina di succo di pomodoro per il Bloody Mary. Non friggono neppure un uovo. Tanto per cominciare, l'albergo non fornisce casseruole, tegami, apriscatole e neppure un coltello o una forchetta: glieli ruberebbero subito. E nessuno di quei bei tipi si sogna di uscire a comperare una pentola per scaldarci la minestra. Così gli avanzi sono ben poca cosa. E dei "servizi" dell'albergo questo non è certo il peggio. La maggior parte delle finestre non chiudono bene, i letti sembrano delle amache piene di protuberanze, le sedie hanno le giunture che non tengono e le cosiddette poltrone, forse una per camera, ti possono sparare da un momento all'altro una molla nelle parti basse. I lavabi sono spesso otturati, e nei gabinetti l'acqua o manca del tutto, oppure continua a scorrere furiosamente. E i furti! Alcuni li ho visti con i miei occhi. Una cameriera fornisce il passepartout e qualcuno entra, fuggendo poi con il contenuto delle valigie sotto il braccio, nelle tasche, o in una federa, come fosse biancheria sporca. 
In ogni caso, circa una settimana fa, mi trovavo al Duke in una camera temporaneamente libera, alla ricerca di qualche briciola o di un po' d'acqua, quando entrò un fattorino negro con una valigia che sapeva di cuoio. Lo seguiva un distinto signore che profumava di lozione dopobarba, oltre che di tabacco naturalmente, è ovvio. Disfece i bagagli, posò alcune carte su uno scrittoio, aprì il rubinetto dell'acqua calda, e borbottò qualcosa tra sé, fece scorrere l'acqua nel gabinetto, controllò la doccia che schizzò dappertutto sul pavimento, quindi chiamò la direzione. Riuscivo a capire gran parte di quello che diceva. In sostanza stava dicendo che per il prezzo che pagava per notte questo e quello potevano essere meglio, e non era possibile magari cambiare stanza?
Mi rimpiattai nel mio angolino, affamato, assetato, ma incuriosito, sapendo anche che sarei stato schiacciato da quello stesso distinto signore se avessi fatto tanto di comparire sul tappeto. Sapevo perfettamente che sarei entrato nella lista dei reclami se mi avesse visto. La vecchia portafinestra si spalancò (era una giornata ventosa) e le carte si sparpagliarono ai quattro angoli. Dovette richiudere la finestra spingendoci contro lo schienale di una sedia, quindi raccolse le carte imprecando.
"Washington Square! Henry James si rivolterebbe nella tomba!"
Ricordo queste parole pronunciate mentre si picchiava la fronte come per scacciare una zanzara.
Un fattorino in un'assurda, logora, livrea della casa, picchiò e armeggiò attorno alla finestra senza nessun risultato. La finestra spifferava aria fredda, faceva un terrificante baccano e qualsiasi cosa, perfino un pacchetto di sigarette doveva essere ancorato, altrimenti veniva spazzato via. Il fattorino, guardando la doccia, riuscì a bagnarsi, poi disse che avrebbe chiamato il "tecnico". Il "tecnico" all'Hotel Duke è un capitolo a parte che non voglio neppure affrontare. Quel giorno non si presentò, immagino perché il fattorino aveva fatto la sua ultima brutta figura, e il signore prese il telefono e disse:
"Può mandare qualcuno di sobrio, se possibile, per portare giù la mia valigia?... Oh tenga pure i soldi, pago il conto e me ne vado. E mi chiami un taxi, per favore."
E fu a questo punto che presi la la mia decisione. Mentre il signore faceva i bagagli dissi addio mentalmente a tutte le mie mogli, fratelli, sorelle, cugini, figli e nipoti e bisnipoti e salii a bordo della bella valigia che sapeva di cuoio. Mi infilai in una tasca nel coperchio e mi rintanai tra le pieghe di una borsa di plastica fragrante di sapone da barba e lozione, dove non avrei potuto essere schiacciato neppure quando si fosse chiuso il coperchio.
Mezz'ora dopo mi ritrovai in una stanza più accogliente dove il tappeto era folto e non puzzava di polvere. Il signore fa colazione a letto alle sette e trenta del mattino. In corridoio trovo ogni bendidio nei vassoi lasciati sul pavimento davanti alle porte; perfino avanzi di uova strapazzate e naturalmente marmellata e riccioli di burro in quantità. L'ho scampata bella ieri quando un cameriere in giacca bianca mi ha inseguito per trenta metri giù nella hall pestando con entrambi i piedi, ma mancandomi ogni volta. Sono svelto, io, e la vita all'Hotel Duke me ne ha insegnate di cose!
Ho già ispezionato la cucina, andando su e giù, in ascensore naturalmente. Una quantità di rifiuti in cucina, ma sfortunatamente disinfettano una volta alla settimana. Ho incontrato quattro possibili mogli tutte malaticce per i vapori, ma decise a rimanere in cucina. Quanto a me, ho scelto di stare di sopra. Non ho rivali, e tutti quei vassoi delle colazioni, e qualche volta gli spuntini di mezzanotte. Forse sono diventato un vecchio scapolo, ma ancora abbastanza energia in corpo nel caso dovesse presentarsi una possibile moglie. Nel frattempo mi considero di gran lunga superiore a quei bipedi dell'Hotel Duke che ho visto mangiare roba che io non oserei toccare, o menzionare. Lo fanno per scommessa. Scommessa! La vita è un gioco, no? Che bisogno c'è di scommettere?

(Patricia Highsmith, Delitti bestiali. Sonzogno, 1984)






sabato 7 giugno 2014

Maslow, Sheldrake e l'Esperienza culminale

L'altro giorno, al bar sotto casa, uno sconosciuto mi ha domandato quanti libri avessi scritto. Quando ho risposto "cinquantacinque" la sua espressione si è fatta attonita; mi ha domandato allora se ci fosse un tema costante che li univa tutti. Più tardi, giacendo insonne nel cuore della notte, decisi che avrei preso quella domanda come una sfida e che avrei cercato di riassumere il tema di fondo di tutto il mio lavoro. Il risultato è quel che segue: tanto prossimo a quel tema quanto è possibile arrivarci in uno spazio di diecimila battute. 
All'incirca venticinque anni fa ricevetti una lettera da un professore di psicologia americano che si chiamava Abraham Maslow, e l'originalità di quanto lui ebbe a dirmi mi lasciò senza parole. Nella sua professione di psicologo, diceva Maslow, si era stancato di studiare persone malate, che non parlano d'altro che della loro malattia. L'aveva colpito invece il fatto che nessuno si fosse mai dato la pena di studiare le persone sane. Per questo fece circolare fra gli amici la domanda: "Chi è la persona più sana che conoscete?" Successivamente riunì quelle persone sane e pose loro alcuni quesiti. Scoprì subito qualcosa di cui nessuno si era mai accorto: che le persone sane provavano con discreta frequenza quelle che Maslow chiamò "esperienze culminali", ossia esperienze di una spumeggiante, travolgente felicità. Eccone un esempio tipico: una giovane mamma si trova a osservare il marito e i bimbi intenti a fare colazione. Di colpo, un raggio di sole attraversa la finestra; lei pensa: "Dio mio, quanto sono fortunata" ed entra in un'esperienza culminale.
Parlando delle esperienze culminali ai propri studenti Maslow fece un'altra importante scoperta: i suoi allievi cominciarono a ricordare esperienze culminali avute in passato, delle quali si erano quasi del tutto dimenticati. Si rese allora conto di quale fosse il nocciolo della questione: tutti noi abbiamo esperienze culminali ma le diamo per scontate, dimenticandocene presto. Non appena però gli studenti presero a ricordarsi delle proprie esperienze culminali e a parlarne fra loro, cominciarono tutti ad averne più spesso. In qualche modo, parlarne e rifletterci sopra li metteva nella giusta condizione d'animo per sperimentarle di nuovo. 
Io fui tremendamente emozionato da queste scoperte, perché è evidente che, se la scienza fosse in grado di indurre esperienze culminali a piacimento, la maggior parte dei nostri peggiori problemi sociali scomparirebbe. Anche allora - nei primi anni Sessanta - era evidente che molti dei nostri problemi sono dovuti alla frustrazione e alla noia, che alcolismo, abuso di droghe, teppismo sportivo, vandalismo e crimini sessuali non sono che un'oscura e confusa ricerca di esperienze culminali. Se potessimo apprendere il segreto dell'esperienza culminale, saremmo davvero sulla strada giusta per arrivare all'"Utopia moderna" di H.G. Wells. 
Tuttavia, quando sottoposi a Maslow queste idee la sua risposta mi deluse: disse che non riteneva possibile avere esperienze culminali "a comando", che le esperienze venivano quando volevano e noi non potevamo farci niente. Mi parve però che un commento siffatto fosse in contrasto col suo ottimismo di fondo. Perciò mi misi all'opera per trovare io stesso un modo per indurre l'esperienza culminale.
Il primo indizio fu il fatto che gli studenti di Maslow avevano preso ad avere esperienze culminali più frequenti non appena avevano cominciato a pensarci sopra e a parlarne. Il motivo è evidente: pensare alla felicità e parlarne ci predispone all'ottimismo, e ci dà la sensazione che all'uomo sia stato dato il destino di essere felice. A questo proposito Epitteto ha fatto un'osservazione interessante: "L'uomo non è tanto afflitto dai problemi reali quanto lo è dalle proprie ansie immaginarie verso i problemi reali". Cioè, da condizioni di spirito totalmente negative. Questa è la ragione per cui le persone sane hanno esperienze culminali più frequenti: non perdono tanto tempo ad affliggersi per cose che non accadranno mai.
Durante gli scorsi venticinque anni ho appreso parecchio riguardo i diversi trucchi per indurre l'esperienza culminale, provando con mia personale soddisfazione che Maslow si sbagliava (sfortunatamente, l'interessato è morto prima che avessi il tempo di farglielo sapere). Esiste un gran numero di semplici tecniche mentali che permettono di indurre l'esperienza culminale e tutte si fondano sul medesimo metodo di base: generare deliberatamente una "tensione interna", subito seguita dal rilassamento. Graham Greene scoprì il metodo di base da ragazzo, quando giocò alla roulette russa con il revolver del fratello: nell'istante in cui il cane scattò a vuoto, egli sperimentò una travolgente sensazione di piacere. Un metodo del genere evidentemente non è raccomandabile, ma chiunque lo consideri con attenzione si renderà conto che contiene già tutto il necessario. 
Un paio di settimane fa, mi sono trovato per quattro giorni ad Amsterdam a insegnare, in un'aula affollata di "studenti maturi", tecniche per indurre l'esperienza culminale. L'esperimento ottenne un successo al di là delle mie aspettative. Nel corso dell'ultima sessione, due studenti si erano convinti di poter vedere una luce dorata, mentre un'altra disse che si era vista fluttuare al di sopra del pavimento.
 Tutto questo ci avvicina forse all'"Utopia moderna"? Cinque anni fa avrei risposto di no. Nel frattempo però si è avuto uno sviluppo nuovo e affascinante, in larga misura dovuto al lavoro di un singolo studioso, il biologo Rupert Sheldrake. Fu Sheldrake che in un libro intitolato A New Science of Life propose una teoria dell'evoluzione che la maggior parte dei colleghi più anziani trovò oltraggiosa. Secondo la biologia moderna l'evoluzione ha luogo per mutazione dei geni. Secondo Sheldrake, esiste invece un metodo assai più semplice e rapido, che egli chiama "risonanza morfica". Il modo più semplice di illustrarlo è citare l'aneddoto famoso delle scimmie dell'isola di Koshima., al largo delle coste giapponesi. Alcuni scienziati nutrivano le scimmie con patate dolci non lavate: una scimmia particolarmente brillante, Imo, scoprì che se lavava le patate nell'acqua di mare quelle non solo diventavano meno terrose, ma anche di gusto migliore. Di lì a poco tutte le scimmie di Koshima avevano imparato il trucco... ma altrettanto avevano fatto altre scimmie del continente, scimmie che non avevano avuto alcun tipo di contatto con quelle di Koshima. 
Si è trattato di una forma di telepatia? Pare di no, perché, oltre che negli animali, funziona nei cristalli. Ci sono sostanze estremamente difficoltose da realizzare in laboratorio: ma non appena si raggiunge l'obiettivo da qualche parte, la sostanza inizia a cristallizzare più facilmente ovunque nel mondo. Dapprima si è pensato che minuti frammenti dei nuovi cristalli venissero trasportati nei vestiti, o nella barba, da scienziati in visita, ma alla fine questa eventualità è stata scartata. Pareva che i cristalli stesero, in qualche modo, "apprendendo" l'uno dall'altro... Sheldrake volle portare numerosi esperimenti a conferma della sua teoria. Uno di questi consisteva nel diffondere migliaia di quelle "immagini magiche" dove sotto in groviglio di linee è celato un volto: egli calcolò che una volta che un certo numero di persone avesse imparato a "vedere" il volto, sarebbe subito cresciuto il numero delle persone in grado di vederlo all'istante. Il che avvenne puntualmente.
Sheldrake viene avversato con le unghie e con i denti dagli altri biologi, ma se fosse nel giusto dalla sua teoria deriverebbero di sicuro conseguenze di grande importanza. Per cominciare, saremmo costretti a riconoscere che ai nostri artisti e scrittori va attribuita buona parte della colpa per lo stato caotico in cui si trova la società. A quanto pare, considerare la vita cosa futile e priva di senso, e asserirlo in opere letterarie e teatrali il cui epilogo veda la sconfitta dell'eroe, è un requisito imprescindibile per ottenere un premio Nobel. Noi ingozziamo di questa velenosa immondizia i nostri figli, dalla scuola all'università, credendo con ciò di prepararli ad affrontare la vita; ma se la teoria della risonanza morfica ha un senso, allora quel che facciamo equivale al diffondere i germi della peste nell'acquedotto cittadino. 
D'altro canto, se un gruppo abbastanza ampio di esseri umani potesse imparare ad avere esperienze culminali a comando, o anche soltanto a porsi in una condizione d'animo disposta all'esperienza culminale, allora, secondo Sheldrake, questa capacità si propagherebbe di continuo e spontaneamente in un numero sempre più elevato di persone.
E forse di qui a un secolo, o forse molto meno, ciascuno verrà al mondo con la capacità di autoindurre l'esperienza culminale. E il volto della nostra civiltà ne sarà radicalmente mutato.

(Strani attrattori. Antologia di fantascienza radicale. Shake, 1996)





sabato 31 maggio 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: Per la scienza

Il telaio era evidentemente il pezzo forte della mostra. Non il più prezioso, e neanche quello scientificamente più importante, ma quello che attirava di più l'attenzione dei visitatori certamente sì. Eppure, a prescindere dai pesi d'argilla che tenevano tesi i fili dell'ordito, che venivano dallo scavo, si trattava d'un manufatto chiaramente contemporaneo, com'era contemporaneo il tessuto impostato sulla metà superiore dell'apparecchio. Ma, insomma, non era necessario studiarsi la gigantografia del pannello laterale, la riproduzione d'un vaso attico a figure rosse che raffigurava un telaio praticamente identico, per capire che si trattava della ricostruzione fedele e istruttiva d'uno strumento antico. I presenti erano persone colte, che sapevano tutto della cultura materiale e di quanto fosse importante didatticamente mostrare come funzionavano gli strumenti di produzione antichi. E comunque, era ovvio che vedere un telaio identico a quelli usati dagli etruschi interessava di più di tutti i cocci graffiti delle altre sale.
La dottoressa V. aveva avuto un piccolo sussulto, varcando la porta, ma nessuno se n'era accorto. Adesso era pronta a spiegare. "Il materiale di questa sala", cominciò, rivolgendosi al piccolo gruppo d'estimatori raccolti attorno al telaio, "viene tutto dallo stesso edificio, quello che abbiamo chiamato "la casa del laboratorio". Che ci fosse un laboratorio di tessitura, in effetti, è evidente: il pavimento di uno dei locali era praticamente ricoperto di pesi ad anello, come questi. Le altre stanze dovevano servire da magazzino: vedete tutte quelle anfore nella vetrina là a destra..."
Gli amici volsero debitamente gli occhi a destra, ma era evidente che il loro cuore era ancora con il telaio. 
"Sono anfore per granaglie", proseguì sbrigativa la dottoressa V. "Contenevano, quando le abbiamo scavate, resti riconoscibili di fave... miglio... spelta... due tipi di frumento..." una brevissima, impercettibile, esitazione, "carbonizzati, certo." Aspettò il solito commento idiota sulla dieta degli etruschi, ma, per questa volta, non venne. Meglio così: poteva tornare tranquillamente al telaio. 
"I telaio, naturalmente, è una ricostruzione. Lo scavo ha restituito solo i pesi, e ha permesso d'individuare la base rialzata, sul pavimento. Ma è un modello diffuso nelle culture del bronzo e del ferro, in tutta l'area. Qui, vedete, abbiamo fatto un po' di scena: la lana viene da una vecchia matassa che avevo a casa. A tessere ha provveduto la Bianca", un cenno verso la sorella, un po' scostata dagli altri, e un po' imbarazzata. "Le navette... beh, ieri sera, a dieci ore dall'inaugurazione, ci siamo accorti che non c'erano. Per fortuna ci ha pensato Luigi." Anche Luigi, suo cognato, sembrava a disagio, mentre si levava il solito cicaleccio di lodi.
Ha provveduto la Bianca... Ci ha pensato Luigi... Non sapevano quanto. Ore e ore per tessere, e non solo quella striscia di stoffa grigiastra. Avevano provato a farle a maglia, le tuniche, ma non venivano bene. E l'argilla: tutti i su e giù in campagna per trovare l'argilla che s'erano fatti...
"L'edificio sorgeva sulla via principale dell'abitato. Dalle dimensioni, e dalla diversificazione delle attività economiche che ospitava, possiamo dedurre qualche informazione sull'abitato stesso. Era un centro cospicuo: il più importante a nord del fiume, direi. Non è chiaro se la popolazione fosse tutta riconducibile all'etnico etrusco o se fosse mista, con una qualche presenza di italici o celti..."
Un centro importante, abituato ai forestieri, in cui nessuno si sarebbe stupito a vedere delle facce nuove sulla via. Facce nuove, ma non esotiche, naturalmente, di tipo mediterraneo, dai lineamenti minuti. O anche qualche tipo celtico, qualche barba bionda, come quella... come quella di Luigi? Era stato un po' un azzardo, a pensarci bene. 
"Il nostro edificio, forse era un centro di produzione, il telaio, e di scambio. Nel complesso, il ritrovamento è stato notevole: non è comune trovare tanto materiale in situ. La distruzione improvvisa..."
"La distruzione improvvisa?" La domanda la riscosse dai suoi mezzi pensieri. S'era distratta: ora non poteva fare a meno di spiegare... e non ne aveva gran voglia.
"Sì. Un incendio. L'edificio è bruciato, tutto d'un colpo, ed è crollato su se stesso. I materiali sono stati conservati nelle macerie: il fuoco ha cotto l'argilla, naturalmente. Parecchi pezzi sono deformati dalle fiamme, come quelle anfore là..."
"Deformati dalle fiamme?" Il solito saputello. "Ma... deve essersi sviluppato un calore di più di settecentocinquanta gradi..."
"E' possibile!" Era possibile, certo. Un grande incendio si autoalimenta, finché c'è qualcosa da bruciare. E con una buona partenza...
"Chissà che fiammata!"
"La struttura era in legno, naturalmente. E il tetto di paglia. Gli incendi erano piuttosto frequenti..."
Sì, erano piuttosto frequenti, specialmente se qualcuno aveva motivo per appiccarli.
"... lo sappiamo anche dalle fonti. Un episodio drammatico, probabilmente."
Un episodio drammatico, poco ma sicuro. Una gran confusione, grida, animali in fuga, gente che accorreva, tentativi di spegnere le fiamme... una gran confusione, in quel crepuscolo illuminato dalla vampa del fuoco. Una confusione preziosa per i tre estranei , avvolti in rozze tuniche di lana grigia, che filavano a passo spedito verso i campi, fuori dall'abitato, dove li aspettava il loro accompagnatore...
Due minute figure femminili, che portavano a fatica un grande orcio d'argilla, che emanava uno strano odore penetrante (due schiave italiche, a prima vista), e un tipo di celta barbuto che di orci, invece, ne portava disinvoltamente due. Tutti e tre con l'aria di avere una gran fretta.
"D'altronde... Sappiamo che l'archeologia vive di catastrofi, piccole o grandi. I bronzi di Riace li abbiamo perché la nave che li portava ha fatto naufragio. Le tavolette in lineare B si sono salvate perché i palazzi di Cnosso e Pilo sono bruciati, nel corso dell'invasione dorica."
Sì, nel corso dell'invasione... o almeno così si diceva. Chissà se sir Arthur Evans, invece...
"Il nostro incendio è stato ben poca cosa, a paragone. E senza vittime: non abbiamo trovato ossa carbonizzate."
Vero. Ma non aveva bisogno di dirlo: non aveva bisogno di giustificarsi. Era andata bene, ma la scienza esige le sue vittime, a volte. In un modo o nell'altro.
"Nel complesso, la "casa del laboratorio" rappresenta un ritrovamento interessante, d'un certo peso. Ci illumina sulla vita economica e sulla tecnologia di quella comunità, sui suoi rapporti con l'esterno. I cereali, per esempio, non sono di produzione locale, non tutti, almeno: dobbiamo supporre dei traffici, un commercio. D'altronde, nel corredo delle tombe ci sono pezzi di vasellame attico, e quel delizioso aryballos rodio in pasta di vetro..."
Un piccolo incendio. Tanto, non le sarebbe servito a niente dar fuoco al palazzo di Cnosso: non aveva a che fare con i suoi scavi. Lei si occupava di insediamenti etruschi a nord del fiume. Ma da scavo si passa a scavo, da cosa nasce cosa. Era così facile, ora che sapeva il trucco, andare nel passato, con una sorella, un cognato, qualche orcio di benzina e una scatola di fiammiferi. Lui era sempre pronto ad accompagnare chiunque lo chiedesse, nella debita forma, impegnandosi a pagare il giusto prezzo. Nel passato gli incendi erano sempre possibili, no?
La visita proseguiva senza intoppi: erano ormai arrivati nella sala dei rilievi, l'ultima.
"Questo rilievo è un po' malridotto. Doveva raffigurare, crediamo, l'arrivo delle anime nell'Ade. Questa a destra, alata e con le mani adunche, è una figura diabolica."
Sì, una figura diabolica, ma quanto poco attendibile! Ben diversa da quella che era venuta a trovarla, mesi prima, per farle la proposta. L'aveva riconosciuta subito, con alta professionalità: non per niente Lui amava il passato, amava l'archeologia.
Mentre usciva dal palazzo, nello splendido pomeriggio settembrino, la dottoressa V. riviveva, pur senza averne esattamente desiderio, tutta la vicenda. Il suo assenso immediato, la breve consultazione con la Bianca e Luigi, la firma col sangue, i termini dell'impegno... Non era affatto turbata. Oltre ad avere una preparazione scientifica di prim'ordine, era una donna di salde convinzioni. Per la scienza, lo aveva ripetuto tante di quelle volte anche prima, per il bene dell'archeologia, sarebbe andata persino all'inferno.

(Carlo Oliva. Tra di noi. Storie di soprannaturale urbano. Baldini & Castoldi, 1992)






domenica 25 maggio 2014

La Buona Annata's Literary Supplement: L'Uomo Dei Miracoli

Luther stava fissando il manifesto da tempo.
Non era sicuro per quanto fosse rimasto catturato dalle sue crude immagini e dai caratteri pieni delle parole, ma sembravano passati pochi attimi da quando si era trovato con quindici minuti da trascorrere prima dell'appuntamento con Hawthorne e ora era in ritardo.
Hawthorne era il socio delle piccole malefatte di Luther, e sebbene non si fidassero uno dell'altro, i due anziani ladruncoli avevano ricavato buoni frutti dall'attività in comune nelle città in frenetica espansione del mid-west americano. Hadonville, il loro attuale rifugio, era stata scelta da Luther perché era una fermata della nuova ferrovia che univa la Costa Orientale a quella Occidentale e prometteva buoni affari per i borseggiatori. Mentre percorreva la Main Street nel suo cervello ronzavano innumerevoli piani che avrebbero sicuramente allontanato i pionieri dai loro risparmi e questo rendeva ancor più strano che la sua attenzione fosse stata attirata dal manifesto del guaritore. All'inizio lo aveva incuriosito il fascino perverso delle sue ridicole pretese ma poi l'occhio di Luther aveva vagato soffermandosi su di un rozzo disegno raffigurante un'apparentemente infinita fila di oppressi, doni alla mano. Ognuno ansioso di separarsi dai suoi dollari e cents in cambio di un tocco della mano dell'Uomo Dei Miracoli.
L'Uomo Dei Miracoli! sogghignò, affrettandosi sulla Main Street verso il bordello. Come gli sarebbe piaciuto sgonfiare l'ego di quell'uomo o meglio ancora godere della crudele ironia di posare le sue mani callose sulla salvezza materiale del guaritore - la sua collezione di doni. Luther ricordava come aveva odiato i pii ottusi paesani che si bevevano i sermoni del suo patrigno, in Virginia, e come aveva tremato di rabbia mentre il fratellastro si comprava l'affetto del padre mandando  a memoria interi passaggi delle scritture. E quanto gli piaceva ora prendersi gioco delle sette autocompiacenti che si formavano in quella parte del nuovo mondo. 
Per tutta la sera, sebbene cercasse di prestare attenzione ai nuovi piani del suo socio, l'enorme montagna d'oro dell'Uomo Dei Miracoli occupò il suo pensiero.
Più tardi, incapace di prendere sonno, uscì nella sognante immobilità delle strade della cittadina. Finalmente si trovò, non seppe se per caso o deliberatamente, ai bordi del campo di Hewson, alla periferia della città, un luogo prescelto dalle giostre di passaggio e dai senatori in campagna elettorale. Ora era occupata da un'enorme tendone a strisce e da una piccola carrozza. 
Un'ombra attraversò la finestra della carrozza e Luther schizzò dietro a un barile dell'acqua. Un attimo dopo la porta della carrozza si aprì e ne uscì una figura smilza e contorta, che si avviò verso un cavallo legato lì vicino. Riuscì appena a distinguerne il volto alla luce pallida e dondolante della lampada. Era un viso smunto i cui lineamenti giovanili erano stati distrutti dalla sofferenza. Mentre osservava la povera creatura arrancare verso il cavallo, pronunciando parole di conforto con una voce pateticamente tremolante, Luther maledisse i suoi nervi. Dopo aver calmato l'animale il triste personaggio ritornò verso la carrozza e i due uomini si trovarono faccia a faccia. "Immagino che sia venuto per incontrare l'Uomo Dei Miracoli" disse lo zoppo dopo un momento. "Beh... sì" balbettò Luther preso alla sprovvista. "Entra, entra allora", lo invitò l'altro.
Dall'interno la carrozza sembrava ancora più piccola che vista da fuori, sicuramente a causa della quantità di cianfrusaglie ammassate contro le pareti. C'era comunque poco che avesse la funzione di mobilia, solo due poltrone con sbiaditi disegni floreali e un piccolo tavolo. Un'arrugginita stufa da campeggio stava solitaria sul tavolo mandando un debole calore che combatteva gli spifferi che penetravano dalla porta scardinata. Era una battaglia persa, che serviva solo a proiettare ombre selvagge attorno alle pareti. Ma quello che più innervosì Luther fu la collezione di oggetti religiosi di quell'uomo. C'erano croci finemente lavorate o rozzamente abbozzate. Alcune erano di legno, altre d'oro. Icone di tutte le fatture affollavano le bacheche agli angoli e statue di santi brillavano benignamente dagli scaffali sistemati su tre lati. Luther si sentì intrappolato. Il suo disagio era aumentato dai movimenti ripugnanti dello storpio, e la sua voce non poté nascondere il disgusto quando chiese: "Dov'è il tuo padrone?". "Egli è qui, e tutt'intorno a noi" rispose quell'altro.
"Intendo l'Uomo Dei Miracoli" sbottò Luther impaziente.
"Potrai vederlo subito". Il tono condiscendente urtò i nervi di Luther come una zanzara. Quando lo storpio si allontanò per posare la lampada, Luther lo colpì alla nuca con una delle statue sacre. A cavalcioni della figura gemente Luther impugnò il sacro oggetto come un randello. "Dov'è la roba di valore?" chiese.
"In... in quella scatola" gemette lo sciagurato. Luther scavalcò il corpo e tolse una semplice scatola di legno da sotto una pila di libri.
In un attimo ne fece saltare il coperchio e ne fissò incredulo il contenuto. Non c'erano dollari né spiccioli, solo un paio di vecchi guanti di cotone, ricamati con simboli curiosi e una grossa palla di vetro opaco che si sarebbe adattata perfettamente ai palmi delle sue mani se solo avesse voluto provare.
"Dimmi dove tieni il denaro" chiese ancora Luther ma lo storpio, combattendo l'incoscienza negò ce ne fosse. Dopo una breve e violenta ricerca Luther si convinse. Esausto si lasciò andare su una delle poltrone e rigirando senza sosta i guanti nelle sue goffe mani meditò sul significato dei simboli. Uno rappresentava un occhio all'interno di un cerchio e l'altro un occhio al centro di un sole splendente. Luther era così concentrato che non vide lo storpio alzarsi e gettarglisi contro. "Non ne caverai niente di buono" protestò lo storpio, strappando i guanti dalla presa di Luther. "Non hai la fede per usarli". Nella lotta che seguì la palla di vetro cadde sul pavimento e si spezzò in migliaia di frammenti. Nel vederlo lo storpio si distrasse e Luther fu in grado di centrarlo con un colpo alla testa che chiuse la questione. Luther avvicinò la faccia insanguinata alla sua afferrandolo per un colletto sudicio ma tutto quello che riuscì a sentire fu "Non hai la fede per usarli" poi silenzio. Luther lasciò la presa e la faccia contorta ritornò a sprofondare nell'ombra. 
Infilarsi i guanti richiese tutto il suo sforzo cosciente. Non era per paura delle conseguenze, perché che paura potevano fare dei guanti a uno come lui. No, era il fatto che quei guanti appartenevano a quell'impostore, all'Uomo Dei Miracoli. 
Inizialmente non sentì niente, niente di niente. Poi lentamente si rese conto di un formicolio ai polpastrelli. La polpa carnosa sotto le unghie divenne calda poi bruciante. Il calore si sparse versò l'esterno e pulsò nel cavo del palmo delle mani. Sentì che se avesse potuto toccare la palla di vetro allora avrebbe potuto trasferire il calore, ma ormai era troppo tardi per questo. Istintivamente si inginocchiò vicino alla figura a terra e girò l'uomo a faccia in su. Mentre lo faceva sentì il calore passare dalle sue mani al corpo spezzato. Quindi le sue mani diventarono fredde, molto fredde, ghiacciate e i polpastrelli persero ogni sensibilità. Nello stesso istante si rese conto di un cambiamento del corpo sul pavimento. Le gambe si erano raddrizzate e un braccio prima rattrappito si era ingrossato fino a una dimensione normale. Luther giurò di aver sentito lo scricchiolio delle ossa secche che andavano riempiendosi di fluido. Raccolse la lampada ancora accesa e la tenne sopra il corpo. Erano spariti i lineamenti nodosi e al loro posto c'era la faccia del manifesto - la faccia dell'Uomo Dei Miracoli. Mentre cresceva in lui il terrore più completo, la mente traballante di Luther sentì il vuoto delle sue dita incominciare a strisciare verso il resto del corpo. E insieme udì il terrificante scricchiolio delle sue ossa sane che si spezzavano. Ora conosceva il segreto dell'Uomo Dei Miracoli.
L'Uomo Dei Miracoli non emise alcun suono. L'unico suono udibile nella calma pulsante era quello dell'urlo intrappolato nella gola contratta di un uomo senza fede.

(Paul Roland: The Haunted Pages. A cura di Carlo Albertoli. Stampa Alternativa, 1989)




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