giovedì 10 novembre 2022

The Occult Implosion



     
 


Nel 1973 la United Artists pubblicò un curioso doppio album, inquietante fin dal titolo e dalla copertina: The occult explosion, concepito come complemento sonoro al libro omonimo di Nat Freedland, si presentava come un progetto di grande impegno. Apribile, corredato da un fascicolo spillato al centro con testi e immagini, si proponeva di dar voce agli esponenti di nuove forme di spiritualità tanto alternative quanto appetibili a un mercato in crescente espansione.





Si era da poco entrati nei Settanta e gli assunti più ingenui del decennio precedente si erano malamente fracassati contro il muro della realtà ma una discreta fetta della società, soddisfatti i bisogni materiali, aspirava a qualcosa di più. Chiariamo che stiamo parlando degli Stati Uniti e, più specificamente, della California: grande laboratorio di novità che in quel momento si trovava in una fase di passaggio (fra le altre cose) tra la controcultura hippie e la nascente industria informatica, ma anche produttrice planetaria di intrattenimento grazie a Hollywood e alcune tra le maggiori case discografiche del globo.

Di fatto gli ospiti del disco danno voce a tendenze eterogenee che di lì a poco confluiranno nel fenomeno sincretico del New Age: una ricerca di benessere psichico individualista ed edonista che non caso troverà un terreno di coltura ben concimato negli anni Ottanta di Reagan e della Tatcher.

In questo senso il disco riveste un grande interesse, comprendendo tanto cascami della controcultura (il fondatore della Church of Satan Anton LeVey, il filosofo zen Alan Watts allora molto di moda) quanto onesti lavoratori dell’industria del benessere pronti a fornire il loro supporto tramite pratiche e credenze non riconosciute dalla scienza. Tra costoro trovano spazio anche esponenti degli studi sul paranormale come Thelma Moss e Peter Hurkos, un campo su cui si era investito molto, anche a livello istituzionale, nei Cinquanta e nei Sessanta ma che in quel momento cominciava a perdere attrattiva. Forse a causa del mutato spirito dei tempi: queste studi si proponevano di indagare facoltà latenti dell’essere umano in uno spirito, in un certo senso, evoluzionista e sociale, che non presupponeva spiegazioni soprannaturali ma nemmeno le negava. Era insomma poco in linea con un’idea di perseguimento di bisogni strettamente individuali spesso rozzamente traslati dal piano fisico a quello piscologico, realizzato attraverso un veloce consumo di sempre nuove ed effimere mode culturali e prodotti miracolosi.





Di Nat Freedland si sa ben poco, se non che fu a lungo collaboratore di Billboard, il più potente organo dell’industria discografica statunitense, ma scrisse anche su testate underground come Other Scenes e Los Angeles Free Press. Fu probabilmente in virtù di tali credenziali che Freedland riuscì a coinvolgere tanti esponenti del milieu magico a collaborare al progetto e a ottenere l’appoggio dell’United Artists per un progetto discografico di un certo impegno. Del resto non erano nemmeno persone che rifuggissero i riflettori...





Più che su altre questioni, ci focalizzeremo sull’aspetto musicale del disco, apparentemente meno importante in quanto confinato sull’ultima facciata del doppio album. Di Rosemary Brown parleremo dopo; iniziamo col dire che è significativa la scelta di inserire, quale unico esempio di relazioni tra il rock e il mondo dell’occulto, un gruppo britannico: i Black Widow. Non manca una logica: con qualche eccezione (i Coven del seminale Witchcaft destroys minds and reaps souls o i Changes, le cui registrazioni del 1969-1974 videro però la luce solo nel 1996) le relazioni più strette tra musica giovanile e occulto vanno ricercate più sul suolo inglese che su quello americano.





I Black Widow furono inoltre tra i pochi che intrattennero relazioni dirette con quegli ambiti: specificamente nella persona di Alex Sanders, fondatore di un ramo della Wicca che si staccava dalla precedente tradizione gardneriana. La moglie di Sanders, inoltre, impersonò più volte la vittima della messinscena sacrificale allestita dal gruppo nel corso dei loro concerti.







Alex e Maxine Sanders compaiono anche in due pseudo-documentari che immaginiamo essere oggetti di culto per gli amanti della psichedelia occulta (purtroppo non abbiamo ancora avuto modo di vederli). Legend of the Witches venne diretto nel 1970 da Malcolm Leigh mentre l’anno successivo uscì Secret Rites di Derek Ford. Entrambi i film sono raccolti in un unico Blu-ray pubblicato dal British Film Institute nella collana Flipside.





Di tutt’altra provenienza è l’altra esponente britannica del lato musicale: la pianista Rosemary Brown era solita ricevere dall’al di là comunicazioni medianiche da grandi compositori del passato. Doveva essere tenuta in gran considerazione nel paradiso dei musicisti se Bach e Beethoven, Liszt e Chopin facevano a gara per recapitarle le loro composizioni inedite.

Psicologi e musicologi propendono comprensibilmente per attribuire le composizioni a un’attività inconscia (ma in fondo gran parte della creatività artistica non proviene da lì?). In ogni caso quattro dischi documentano la “sua” produzione, uno dei quali realizzato dal famoso pianista e direttore d’orchestra Howard Shelley.





Gli aspetti musicali però debordano dai confini della quarta facciata. Un caso veramente bizzarro è quello di Louise Huebner, nominata con tutti I crismi “Official Witch of Los Angeles County” nel 1968. Celebre personaggio televisivo e radiofonico pubblicò nel 1969 l’album Seduction through Witchcraft per la Warner Bros, le cui musiche vennero composte da Bebe e Louis Barron. Il nome dei Barron non può non essere associato immediatamente all’innovativa colonna sonora del film Forbidden planet del 1956 ma innovativi lo furono sotto molti aspetti. Tra i primi manipolatori del nastro magnetico quale fonte sonora per la produzione di musica concreta, aprirono a New York uno studio di registrazione che calamitò alcuni tra i più importanti compositori d’avanguardia, come John Cage, Morton Feldman e David Tudor. Così come non mancarono di registrare e pubblicare dischi di scrittori del calibro di Henry Miller e Anaïs Nin. Dal momento che, notoriamente, la cultura non paga si trasferirono a Hollywood dove lavorarono alla realizzazione di colonne sonore mantenendo però uno stretto legame con l’avanguardia, grazie ad esempio alle collaborazioni con Maya Deren e Shirley Clarke.





E il mondo musicale non fu estraneo nemmeno all’autore delle illustrazioni del booklet. Sätty, al secolo Wilfried Podriech, fu un artista tedesco nato a Brema all'alba della seconda guerra mondiale. Nel 1965 si trasferì nella San Francisco in piena fioritura psichedelica dove realizzò numerosi manifesti e alcune copertine di dischi, la più celebre delle quali per Gandharva di Paul Beaver e Bernard Krause, molto noto anche al di fuori dell’ambito rock grazie alla presenza di Gerry Mulligan nei brani della seconda facciata registrati dal vivo il 10 e 11 febbraio 1971 nella Grace Cathedral di San Francisco.





La predilezione di Sätty andava alla tecnica del collage: coloratissimo nei manifesti e nelle copertine, in bianco e nero per le illustrazioni di libri. Con un evidente debito, in quest’ultimo caso, verso i “romanzi per immagini” di Max Ernst.

Sätty di romanzi per immagini non ne produsse ma illustrò un’edizione del Dracula di Bram Stoker uscito nel nostro paese per Longanesi nel 1976 e recentemente riedito nella Bur.

Il disco, profondamente radicato nel clima culturale della sua epoca, non è mai stato ristampato ma non è di difficile reperibilità. Chi volesse togliersi la curiosità di ascoltarlo può anche trovarne una digitalizzazione su Internet Archive o (di migliore qualità) su Anti-Gravity Bunny.

Buone vibrazioni!

Fukashita




LINKS


THE OCCULT EXPLOSION

https://archive.org/details/occult_explosion

https://www.antigravitybunny.com/?p=7759

http://www.johncoulthart.com/feuilleton/2012/07/06/the-occult-explosion/


UN ARTICOLO DI NAT FREEDLAND SU FRANK ZAPPA

https://www.afka.net/Articles/1969-11_Knight.htm


BLACK WIDOW

http://www.marmalade-skies.co.uk/peskygeeblackwidow.htm

https://alexandrianwitchcraft.org/alex-and-maxine-with-band-black-widow/


LEGEND OF THE WITCHES & SECRET RITES

https://louderthanwar.com/legend-of-the-witches-secret-rites-film-review/


ROSEMARY BROWN

https://www.lvbeethoven.it/rosemary_brown/


LOUISE HUEBNER

http://www.mentorhuebnerart.com/witchstuff/officialwitch.shtml

http://dieordiy2.blogspot.com/2020/05/louise-huebner-louise-huebners.html


UN’INTERVISTA A BEBE BARRON

https://www.effectrode.com/knowledge-base/the-first-electronic-filmscore-forbidden-planet-a-conversation-with-bebe-barron/


SATTY

http://www.johncoulthart.com/feuilleton/2010/11/01/wilfried-satty-artist-of-the-occult/

http://www.johncoulthart.com/feuilleton/2012/07/03/wilfried-satty-album-covers/

http://www.johncoulthart.com/feuilleton/2010/10/28/illustrating-poe-4-wilfried-satty/

http://cargocollective.com/veronika-veil/SATTY

http://www.iwantyoumagazine.com/satty/




domenica 7 novembre 2021

Do the Stiggy


Non poca dev’essere stata la sorpresa dei tipi della Bam Caruso quando, vedendosi recapitare i master dell’album The Accents per una provvida ristampa, scoprirono invece la prima e la quarta facciata del disco The Kings of Oblivion. Contattato uno dei membri del gruppo si venne a scoprire che i nastri furono inviati alla fine del 1967 alla Gazzarri, piccola etichetta operante in quel di Hollywood, che però decise di non pubblicare il disco. Non solo: gli stolti discografici smarrirono il master di cui nemmeno il gruppo possedeva una copia, essendo quest’ultima andata in fumo nell’incendio del loro studio. Il Big Fish Popcorn dato proditoriamente alle stampe è pertanto un “mezzo album”.

Questa la vicenda narrata nelle note di copertina. Come spesso accade, però, i fatti mal si adeguano all’orizzonte dei desideri. Nel caso specifico a quelli di appassionati e collezionisti, perennemente all’inseguimento un po’ necrofilo del capolavoro sconosciuto occultato nei recessi di qualche magazzino.

Artefici del progetto sono invece due coltissimi burloni che rispondono al nome di Jakko M. Jakszyk (alias Mario “Fat Man” Vanzetti) e Gavin Harrison (alias Elmo “Hairdo” Hudson). Divertita complice della burla, si è detto, la Bam Caruso di Phil Smee, volta a gettare ponti tra un passato (forse troppo) mitizzato e un presente di incertezze se non di ristrettezze.

I più scaltri (o i meno ottusi, che non è proprio la stessa cosa) si rendono subito conto della natura dell’operazione. Il palato giubila al contatto con un pasticcio ben confezionato, gli ingredienti sapidi, la cottura giusta. Giusto per non strafare, per non far alzare i commensali satolli e barcollanti, si dice che quanto hanno nel piatto rappresenta “solo” la prima portata, essendo appunto andata perduta metà delle registrazioni che sarebbero dovute confluire in un album doppio. Se ne auspica il ritrovamento ma, ovviamente, un po’ per omaggiare l’inverosimile ma credibilissima aneddotica del rock e un po’ per strizzare l’occhio all’Avvertito.

Si, perché la natura di doppio LP è uno dei tanti indizi buttati lì per indirizzare l’ascoltatore al modello di riferimento dell’operazione. Gli altri: i nomignoli buffi, la sorda cialtroneria delle case discografiche, la grafica che ricrea mimeticamente le opere di Cal Schenkel e, ovviamente, la musica: uno spettro che va dall’irresistible Energia Idiota agli episodi più dissonanti e spaventapasseri. E poi i testi, frutto di notti insonni a lume di candela passate a cercare di cavar profezie e vaticini dall’opus zappiano. Sì, perché è ovviamente il Duca delle Prugne il profeta a cui i giovani s’inchinano.

Uncle Meat, doppio album pubblicato nel 1969 dalla Bizarre, l’oggetto dello scherno. Parodia sì, ma rispettosa e condotta a giusta distanza.

Va da sé che la parodia, per sua natura, non può ambire a una vera e propria autonomia artistica, per quanto possa però fornire un utile strumento per leggere più ampie dinamiche.

Giusto un paio di anni fa i Dukes Of Stratosphear (Sir John Johns - Andy Partridge, Red Curtain Colin Moulding, Lord Cornelius Plum - David Gregory e E.I.E.I. Owen - Ian Gregory) avevano pubblicato, appropriatamente il primo di aprile, 25 O'Clock, sei mimetiche canzoni traboccanti fanciullesche fantasie e gentili acidità tipiche del suono britannico di fine Sessanta. Giusto quest’anno gli XTC (inutile ribadire l’ovvio: erano loro) hanno dato un seguito a quell’operina, uno Psonic Psunspot meno conciso e fresco ma altamente godibile.


Che dire poi dei sempre più frequenti album di tributo ad artisti del passato. A titolo di esempio, ma è solo uno dei tanti, potremmo citare il lavoro della piccola label Imaginary, le cui antenne piantate nel Lancashire diffondono per il mondo buone vibrazioni. Determinati a omaggiare con tutti i riguardi il Diamante Pazzo, hanno fatto uscire il bel Beyond the Wildwood, con Paul Roland, Mock Turtles, TV Personalities e vari altri simpatici allucinati.


Quanto accomuna queste uscite discografiche, azzardiamo, è forse la percezione dell’approssimarsi della fine per il rock. Le sue, già peraltro limitate, possibilità espressive si stanno esaurendo. Il rock si avvia a diventare un ingombrante anacronistico dinosauro che non presta orecchio a quanti cercano di renderlo edotto della realtà. Tipo Residents o John Lydon: peccato che non abbiano fatto un disco insieme. Una forma che sopravvive alla funzione, ma così grossa che tanti, troppi avrebbero molto da perdere se l’istanza di fallimento giungesse a destinazione. E allora giù di revival e fantasiose etichette appiccicate a coprire il nulla.

Al più, a voler essere benevoli, si può dire che il rock o quello che è funziona ancora come Spettacolo, come Intrattenimento. Tra un concertino dixieland e una cover band di De André.


(Fukashita, recensione di Big Fish PopcornIn Alternative musicali, n. 4, dicembre 1987)