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mercoledì 22 febbraio 2017

La Buona Annata's Literary Supplement: La speranza

Nelle cripte del Tribunale Vescovile di Saragozza, al cader di una sera di tanto tempo fa, il venerabile Pedro Arbuez d'Espila, sesto priore dei domenicani di Segovia, terzo Grande Inquisitore di Spagna, - seguito da un fra redemptor (maestro torturatore) e preceduto da due famigli del Santo Uffizio, che reggevano delle lanterne - scese verso una segreta perduta. La serratura di una porta massiccia cigolò; essi penetrarono in un mefitico in pace, in cui la luce dall'alto lasciava intravedere, tra anelli infissi ai muri, un cavalletto annerito dal sangue, un fornello, una brocca. Su uno strato di letame, trattenuto dai ceppi, la gogna di ferro al collo, stava seduto, stravolto, un uomo coperto di cenci, di un'età ormai indistinta.
Questo prigioniero non era altri che rabbi Aser Abarbanel, ebreo aragognese che, imputato di usura e impietoso sdegno dei Poveri, da più di un anno era stato quotidianamente sottoposto a tortura. Tuttavia, poiché "il suo accecamento era duro quanto la sua pelle", egli si era rifiutato di abiurare.
Fiero di una filiazione plurimillenaria, orgoglioso dei suoi antichi antenati - poiché tutti gli ebrei degni di questo nome sono gelosi del loro sangue - egli discendeva, talmudicamente, da Othoniel, e, di conseguenza, da Ipsiboȅ, moglie di quest'ultimo Giudice d'Israele: circostanza che aveva contribuito a sostenere il suo coraggio nei momenti più terribili degli incessanti supplizi.
Il venerabile Pedro Arbuez d'Espila aveva dunque le lacrime agli occhi, pensando che quest'anima così ferma si privava della salvezza, quando, avvicinatosi al rabbino fremente, pronunciò le seguenti parole:
"Figlio mio, rallegratevi: ecco che le vostre prove quaggiù stanno per terminare. Se, di fronte a tanta ostinazione, ho dovuto permettere, gemendo, che si usasse grande rigore, il mio compito di correzione fraterna ha i suoi limiti. Voi siete il fico caparbio che, trovato tante volte senza frutto, incorre nell'inaridimento... ma spetta a Dio solo decidere della vostra anima. Forse l'infinita Clemenza risplenderà per voi nel supremo istante! Noi dobbiamo sperarlo! Ci sono degli esempi... Così sia! Riposate, dunque, stasera, in pace. Farete parte, domani, dell'autodafé: cioè sarete esposto al quemadero, braciere premonitore dell'eterna Fiamma; esso non brucia, voi lo sapete, che a distanza, figlio mio, e la Morte mette almeno due ore (spesso tre) a giungere, a causa delle bende bagnate e ghiacciate con le quali abbiamo cura di proteggere la fronte e il cuore degli olocausti. Sarete solamente quarantatré. Considerate che, collocato per ultimo, avrete il tempo necessario per invocare Dio, per offrirgli questo battesimo di fuoco che è dello Spirito Santo. Sperate dunque nella Luce e dormite."
Al termine di questo discorso, don Arbuez, avendo con un cenno fatto togliere le catene al disgraziato, lo abbracciò teneramente. Poi fu la volta del fra redemptor, che, sottovoce, pregò l'ebreo di perdonargli ciò che egli gli aveva fatto subire al fine di redimerlo; poi lo abbracciarono i due famigli, il cui bacio, attraverso le loro buffe, fu silenzioso. Terminata la cerimonia, il prigioniero fu lasciato solo e interdetto, nelle tenebre.
Rabbi Aser Abarbanel, con la bocca secca, il viso inebetito dalla sofferenza, fissò, dapprima senza particolare attenzione, la porta chiusa. "Chiusa?..." Questa parola, a sua stessa insaputa, risvegliava, nei suoi pensieri confusi, una fantasticheria. Perché egli aveva intravisto, per un istante, il bagliore delle lanterne nella fessura tra gli stipiti di quella porta. Una morbosa idea di speranza, dovuta allo spossamento del suo cervello, commosse il suo essere.
Egli si trascinò verso l'insolita cosa apparsa! E, piano piano, facendo passare un dito, con lunghe precauzioni, nello spiraglio, tirò la porta verso di sé. Oh stupore! per un caso straordinario, il famiglio che l'aveva richiusa aveva girato la grossa chiave un po' prima dell'urto contro gli stipiti di pietra. Di modo che, non essendo la stanghetta arrugginita entrata nel dado, la porta scivolò di nuovo nel ridotto.
Il rabbino si arrischiò a gettare uno sguardo al di fuori.
Col favore di una sorta di oscurità livida, distinse dapprima un semicerchio di muri terrosi, forati da spirali di scalini; e, dominanti, di fronte a lui, cinque o sei gradini di pietra, una specie di portico nero, da cui si accedeva a un vasto corridoio, del quale non era possibile intravedere dal basso altro che le prime arcate.
Stesosi al suolo, dunque, strisciò fino a questa soglia. Sì, era proprio un corridoio, ma di una lunghezza smisurata! Lo illuminava una luce pallida, un chiarore di sogno; alcuni lumi, sospesi alle volte, azzurravano, a intervalli, il colore smorto dell'aria; il fondo lontano non era altro che ombra. Non una porta, lateralmente, in questa distesa! Da un solo lato, alla sua sinistra, alcuni spiragli, chiusi da inferriate incrociate, nelle rientranze del muro, lasciavano passare un crepuscolo - che doveva essere quello della sera, a causa delle striature rosse che tagliavano, a lunghi intervalli, il lastricato.  E quale terribile silenzio!... Eppure, laggiù, nella profondità di quella bruma, un'uscita poteva condurre alla libertà! La vacillante speranza dell'ebreo era tenace, poiché era l'ultima. Senza esitare, dunque, egli si avventurò sul lastricato, costeggiando la parete degli spiragli, sforzandosi di confondersi con la tinta tenebrosa delle lunghe muraglie. Avanzava con lentezza, trascinandosi sul petto, e trattenendosi dal gridare quando una piaga, recentemente messa a nudo, lo straziava.
All'improvviso, il rumore di un sandalo che si avvicinava giunse fino a lui nell'eco di quel viale di pietra. Un tremito lo scosse; l'ansia lo soffocava; la vista gli si oscurò. Addio! era finita, senza dubbio! Egli si rannicchiò, bocconi, in una rientranza, e, mezzo morto, attese.
Era un famiglio che si affrettava. Passò rapidamente, con uno strappa-muscoli in pugno, la buffa abbassata, terribile, e disparve. L'emozione che aveva attanagliato il rabbino aveva come sospeso le sue funzioni vitali: egli rimase per quasi un'ora senza poter compiere un movimento. Nella paura di un supplemento di tormenti se fosse stato ripreso, gli venne l'idea di ritornare nella sua segreta. Ma la vecchia speranza gli sussurrava, nell'anima, quel divino può darsi, che rincuora nei peggiori sconforti. Si era verificato un miracolo! Non bisognava più dubitare! Egli riprese quindi a strisciare verso la possibile evasione. Estenuato dalla sofferenza e dalla fame, tremando per le angosce, egli avanzava! E quel sepolcrale corridoio sembrava allungarsi misteriosamente! E lui, senza finir di avanzare, guardava sempre l'ombra, laggiù, che doveva essere un'uscita salvatrice. 
Oh! oh! ecco che dei passi suonarono di nuovo, ma questa volta più lenti e più sordi. Le forme bianche e nere di due inquisitori, dai lunghi cappelli dai bordi rovesciati, gli apparvero, emergendo dall'aria smorta, laggiù. Essi parlavano a bassa voce e sembravano in controversia su un punto importante, poiché le loro mani si agitavano.
A questa vista, rabbi Aser Abarbanel chiuse gli occhi; il suo cuore batté a morte; i suoi cenci furono penetrati da un freddo sudore di agonia; restò stupito, immobile, steso lungo il muro, sotto il raggio di un lume, immobile, implorando il Dio di Davide.
Arrivati di fronte a lui, i due inquisitori si fermarono sotto il chiarore della lampada, per un caso senza dubbio dovuto alla loro discussione. Uno di loro, ascoltando il suo interlocutore, si trovò a guardare il rabbino! E, sotto quello sguardo di cui non comprese, all'inizio, l'espressione distratta, il disgraziato credeva di sentire le tenaglie calde mordere ancora la sua povera carne; egli sarebbe dunque ridiventato un lamento e una piaga! Sentendosi venir meno, senza poter respirare, battendo le palpebre, egli tremava, sfiorato da quella veste.
Ma, cosa insieme strana e naturale, gli occhi dell'inquisitore erano evidentemente quelli di un uomo profondamente preoccupato da quello che sta per rispondere, assorbito dall'idea di ciò che ascolta, essi erano fissi - e sembravano guardare l'ebreo senza vederlo!
In effetti, dopo che furono trascorsi alcuni minuti, i due sinistri conversatori continuarono il loro cammino, a passi lenti, e sempre discorrendo a bassa voce, verso il bivio dal quale era uscito il prigioniero; NON ERA STATO VISTO!... Tanto che, nell'orribile sconvolgimento delle sue sensazioni, la sua mente fu attraversata da questa idea: "Sarei già morto, dato che non mi vedono?" Un'impressione orrenda lo fece uscire dal suo letargo: osservando il muro, proprio contro il suo viso, credette di vedere, di fronte ai suoi, due feroci occhi che l'osservavano!... Gettò la testa all'indietro, in un'angoscia travolgente e brusca, coi capelli ritti!
... Ma no. La sua mano si era resa conto, tastando le pietre: era il riflesso degli occhi dell'inquisitore che egli aveva ancora nelle pupille, e che egli aveva rifratto su due macchie del muro.
In cammino! Bisognava affrettarsi verso quella fine che egli s'immaginava (morbosamente senza dubbio) fosse la liberazione! Verso quelle ombre dalle quali non distava più che una trentina di passi, all'incirca. Riprese dunque, più velocemente, sulle ginocchia, sulle mani, sul ventre, il suo doloroso percorso; e presto entrò nella parte buia di quel pauroso corridoio.
Ad un tratto, il disgraziato sentì freddo sopra le mani che appoggiava sul lastricato: un violento soffio d'aria scivolava sotto una porta alla quale conducevano i due muri. Ah! Dio! se questa porta si aprisse sull'esterno! Tutto l'essere del povero evaso ebbe come una vertigine di speranza! Egli l'esaminava, dall'alto in basso, senza poterla ben distinguere a causa dell'oscurità intorno a lui. Tastava: nessun chiavistello, nessuna serratura. Un lucchetto!... Si raddrizzò: il lucchetto cedette sotto il suo pollice; la silenziosa porta scivolò davanti a lui.
"ALLELUIA!..." mormorò, in un immenso sospiro di ringraziamento, il rabbino, ora in piedi sulla soglia, alla vista di ciò che gli appariva.
La porta si era aperta su dei giardini, sotto una notte di stelle! Sulla primavera, sulla libertà, sulla vita! I giardini davano sulla campagna circostante, prolungandosi verso le sierre le cui sinuose linee azzurre si profilavano all'orizzonte; là, era là la salvezza! Oh! fuggire! Avrebbe corso tutta la notte sotto quel bosco di limoni di cui gli giungeva il profumo. Una volta sulle montagne, sarebbe stato salvo! Respirava la buona, sacra aria; il vento lo rianimava, i suoi polmoni risuscitavano!
Sentiva, nel cuore dilatato, il Veni foras di Lazzaro! E per benedire ancora il Dio che gli concedeva questa misericordia, tese le braccia davanti a sé, alzando gli occhi al firmamento. Fu un'estasi.
Allora, credette di vedere l'ombra delle sue braccia ritorcersi su di lui: credette di sentire quelle braccia d'ombra circondarlo, avvinghiarlo e stringerlo teneramente contro un petto. Un'alta figura era, in effetti, accanto alla sua. Fiducioso, abbassò lo sguardo verso quella figura e restò ansimante, sconvolto, con l'occhio spento, tremebondo, gonfiando le guance e sbavando per lo spavento.
Orrore! era fra le braccia del Grande Inquisitore in persona, del venerabile Pedro Arbuez d'Espila, che lo osservava, gli occhi pieni di lacrime, e un'aria da buon pastore che ritrova la pecorella smarrita!...
Lo scuro prete si stringeva al cuore lo sventurato ebreo, con uno slancio di carità così fervida che le punte del cilicio monacale sarchiarono, sotto il saio, il petto del domenicano. E mentre rabbi Aser Abarbanel, gli occhi rovesciati sotto le palpebre, rantolava d'angoscia fra le braccia dell'ascetico don Arbuez e comprendeva confusamente che tutte le fasi della fatale serata non erano altro che un supplizio previsto, quello della Speranza! il Grande Inquisitore, con un accento di pungente rimprovero e lo sguardo costernato, gli mormorava all'orecchio, con alito ardente e alterato dai digiuni:
"Ma come, figlio mio! Alla vigilia, forse, della salvezza... volevate dunque lasciarci!"

(Villiers de l'Isle-Adam, Il convitato delle ultime feste. Mondadori, 1989)










martedì 29 settembre 2015

La Buona Annata's Literary Supplement: Il desiderio di essere un uomo

Uno di quegli uomini davanti ai quali la Natura può alzarsi in piedi e dire: "Ecco un Uomo!"
Shakespeare, Giulio Cesare

La mezzanotte batteva alla Borsa, sotto un cielo pieno di stelle. A quell'epoca le disposizioni della legge militare pesavano ancora sugli abitanti della città e, in seguito agli ordini relativi al coprifuoco, i garzoni dei locali ancora aperti si affrettavano per la chiusura. 
Sui boulevard, dentro ai caffè, a una a una le farfalle di fuoco delle lampade a gas si spegnevano rapidamente. Giungeva da fuori il frastuono delle sedie sbattute a quattro a quattro sui tavolini di marmo. Era il momento psicologico in cui ogni barista non si fa scrupolo di indicare, col braccio avvolto dal tovagliolo, le forche caudine della serranda per metà abbassata agli ultimi clienti.
Quella domenica spirava il triste vento d'ottobre. Poche foglie gialle, polverose e fruscianti, si sollevarono con le folate, urtando i sassi e strisciando sull'asfalto; poi, come pipistrelli sparivano nell'ombra, simili a giorni banali mai vissuti. I teatri del boulevard du Crime dove, durante la serata, a turno si erano pugnalati tutti i Medici, i Salviati, i Montefeltro, si ergevano come tane di Silenzio, con le porte mute custodite dalle loro cariatidi. Le carrozze e i passanti, da un istante all'altro, divenivano più rari; qua e là luccicavano, a tratti, i lampioni degli straccivendoli, fosforescenze che nascevano dai mucchi di rifiuti sui quali passeggiavano.
All'altezza di rue d'Hauteville, sotto un lampione, all'angolo di un caffè dall'aspetto molto elegante, un passante, alto, con l'aria evanescente, il mento glabro, l'andatura da sonnambulo, lunghi capelli grigi sotto un feltro Luigi XIII, reggeva con la  mano guantata di nero un bastone dal pomo d'avorio. Stava fermo, avvolto in una vecchia palandrana blu regale foderata di finto astrakan, come se esitasse istintivamente a superare la strada che lo separava dal boulevard Bonne Nouvelle.
Stava tornando a casa quel passante ritardatario? Soltanto le sorti di una passeggiata notturna l'avevano condotto all'angolo di quella strada? Sarebbe stato difficile precisarlo dal suo aspetto. Accadde tuttavia che, scorgendo d'un tratto alla sua destra uno specchio diritto e lungo come la sua persona - si trattava di uno di quegli specchi che talvolta ornavano la facciata dei caffè di un certo tono - egli s'arrestò bruscamente, si piantò proprio di fronte alla propria immagine e si squadrò dalla testa ai piedi.
Poi, all'improvviso, con gesto d'altri tempi, si salutò con estrema cortesia.
Il suo viso così inaspettatamente scoperto, permise allora di riconoscere l'illustre attore tragico Esprit Chaudval, nato Lepeinteur, detto Monanteuil, discendente da un'onorata famiglia di piloti di Malò; i misteri del destino l'avevano condotto a divenire primattore in provincia, protagonista acclamato all'estero e rivale, spesso fortunato, del nostro Frédérick Lemaitre.
Mentre si scrutava con una sorta di stupore, i garzoni del caffè vicino aiutavano gli ultimi clienti a indossare il cappotto, porgendo loro il cappello; altri rovesciavano rumorosamente il contenuto della cassa e mettevano una sopra l'altra in circolo su di un piatto le monete dell'incasso della giornata.
Tanta fretta, tanta sollecitudine derivavano dalla presenza minacciosa di due guardie apparse all'improvviso, che, ferme sulla porta con le braccia conserte, tormentavano con uno sguardo gelido il padrone ritardatario.
Presto le persiane furono serrate nei loro telai di ferro; soltanto lo specchio, per una strana dimenticanza, nella confusione generale venne lasciato dov'era, fuori del locale.
Poi il boulevard tacque. Chaudval, solo, senza accorgersi che tutti erano spariti, era rimasto in quell'atteggiamento estatico all'angolo di rue d'Hauteville, sul marciapiede, di fronte allo specchio dimenticato; livido, lunare, sembrava dare all'artista la sensazione di bagnarsi in uno stagno. Chaudval rabbrividiva.
Ahimé! diciamolo: guardandosi in quel cristallo cupo e crudele, l'attore si era accorto di essere vecchio. 
Constatava che i suoi capelli, soltanto il giorno prima pepe e sale, mutavano al chiaro di luna. Era fatta! Addio chiamate alla ribalta, addio corone, addio rose di Talia e allori di Melpomene! Bisognava prendere congedo per sempre con strette di mano e lacrime dagli Ellevious e dai Laruettes, dai bei costumi, dalle parole magiche, dai Dougazons e dalle fanciulle ingenue!
Bisognava scendere a testa alta dal carro di Tespi e vederlo partire portando via i compagni! Poi, vedere gli stendardi e le bandiere che al mattino sventolavano al sole sulle strade, con cui giocherellava il vento gioioso della Speranza, vederli sparire dopo la curva lontana della strada, al crepuscolo.
Chaudval, di colpo cosciente dei suoi cinquant'anni (era una persona straordinaria), sospirò. Una nebbia gli passò davanti agli occhi; un brivido gelato lo scosse; un'allucinazione gli dilatò le pupille.
La fissità perduta con cui scrutava nello specchio aveva dato ai suoi occhi la facoltà di ingrandire gli oggetti, di saturarli di solennità, cosa che i fisiologi hanno constatato negli individui colpiti da un'emozione troppo intensa.
Si deformò dunque il lungo specchio sotto i suoi occhi carichi di pensieri foschi e atoni. Ricordi d'infanzia, spiagge e flutti argentati danzavano nel suo cervello. E lo specchio stesso, certo a causa delle stelle che ne approfondivano la superficie, gli provocò dapprima la sensazione dell'acqua ferma in un golfo. Poi, dilatandosi ancora col sospirare del vecchio, lo specchio prese la forma del mare e della notte, i due vecchi amici dei cuori solitari.
Per un po' rimase a inebriarsi di questa visione, ma il riverbero che tingeva di rosso la brina dietro di lui, sulla sua testa, gli sembrò, riflesso nel fondo del terribile vetro, la luce di un faro sanguigno che indicava il cammino del naufragio al veliero perduto del suo avvenire.
Egli si scosse da quella vertigine e si tirò su, in tutta la sua altezza, con uno scoppio di riso nervoso, falso, amaro, che fece trasalire sotto gli alberi le due guardie. Fortunatamente per l'artista quelli, pensando alle stranezze di un ubriaco, o a un innamorato deluso, proseguirono nella loro ispezione senza dare la minima importanza al miserabile Chaudval.
"D'accordo, rinunciamo", egli disse semplicemente e a voce bassa come il condannato a morte, d'improvviso svegliato, dice al boia: "Sono tutto per voi, amico mio".
Il vecchio attore si calò, da quel momento, in un monologo. Era fuori di sé, prostrato, inebetito.
"Sono stato prudente", continuò, "quando l'altra sera ho incaricato la signorina Pinson, la mia cara amica (benvoluta dall'orecchio del ministro e anche dal suo guanciale), di farmi avere, fra una bruciante confessione e l'altra, quel posto di guardiano del faro che apparteneva ai miei antenati sulle coste di ponente. Eh già, capisco l'effetto bizzarro provocato da quel riverbero nello specchio. Era il mio pensiero segreto. La signorina Pinson mi farà avere l'autorizzazione, sicuro. E io mi ritirerò nel mio faro come un topo nel formaggio. Farò chiara la via ai vascelli sul mare. Un faro! Un faro assomiglia pur sempre a uno scenario. Io sono solo al mondo: è decisamente l'asilo che più si conviene alla mia vecchiaia".
Di colpo, Chaudval interruppe i suoi sogni.
"Ah, ecco!" disse tastando con la mano nella tasca sotto il mantello, "ma... la lettera che il fattorino mi ha consegnato mentre uscivo: senz'altro è la risposta. Ma come! Stavo entrando nel caffè proprio per leggerla e l'ho scordata. Davvero, invecchio. Bene, eccola!"
Chaudval aveva estratto dalla tasca una grande busta da cui scivolò, dopo che l'ebbe strappata, un plico del ministero che egli raccolse febbrilmente e scorse con una sola occhiata sotto il rosso fuoco del riverbero.
"Il mio faro! Il mio brevetto!" gridò, "Salvo, mio Dio!" aggiunse con una voce d'automa così falsa, così dura, così differente dalla sua che si guardò intorno, credendo fosse di un altro.
"Allora, stai calmo e... sii uomo!" si era subito ripreso.
Ma a questa parola, Esprit Chaudval, nato Lepeinteur, detto Monanteuil, si arrestò: sembrava una statua di sale. Quella parola pareva averlo immobilizzato.
"Dunque", continuò dopo una pausa. "che cosa mi sono augurato? Di essere un Uomo?... perché, dopotutto?"
Incrociò le braccia, riflettendo.
"Ecco: dopo mezzo secolo che io rappresento, che recito le passioni degli altri senza mai provarle, dato che, in fondo, non ho mai provato niente, io - io non sono che una copia di quegli "altri", una finzione? Non sono che un'ombra? Le passioni, i sentimenti, le azioni reali! Reali! ecco, ecco ciò di cui è fatto veramente l'Uomo! Dunque, se gli anni mi costringono a riprendere il mio posto nell'Umanità, devo procurarmi delle passioni, o qualche sentimento reale... poiché è la condizione sine qua non, senza la quale non mi è permesso di pretendere il titolo di Uomo. Ecco un ragionamento indiscutibile; trasuda buon senso. Cerchiamo quindi di capire qual è la passione più vicina alla mia natura resuscitata".
Meditò; poi riprese, con malinconia:
"L'Amore?... troppo tardi. La Gloria?... l'ho conosciuta troppo bene! L'Ambizione? Lasciamo queste futilità agli uomini di Stato!"
D'un tratto esplose in un grido:
"Ci sono", disse, "il rimorso!... ecco che cosa si accorda al mio temperamento drammatico".
Si guardò nello specchio: un volto convulso, contratto come da un orrore sovrumano.
"E' questo!" gridò ancora, "Nerone! Macbeth! Oreste! Amleto! Erostrato! Gli spettri!... Oh, sì! Tocca a me: voglio vedere dei veri spettri, come quei personaggi che avevano la fortuna di non potere fare un solo passo senza incontrarne".
Si batté la fronte.
"Ma come?... Io sono innocente come un agnello ancora non nato..."
E, dopo un attimo di silenzio:
"Ah! Se è solo questo il problema! Chi vuole il fine vuole anche i mezzi!... Ho tutto il diritto di divenire quello che dovrei essere, a qualunque prezzo. Ho diritto all'Umanità. Per provare dei rimorsi bisogna aver commesso dei crimini? Ebbene, vada per il crimine. Che cosa può fare, dal momento che sarà.. per un buon motivo? Sì... Sia!"
L'attore improvvisò un dialogo:
"Ne commetterò di atroci. Quando? Subito. Non rimandiamo a domani. Quali crimini? Uno solo!... ma grande, d'ineguagliabile atrocità, che faccia uscire per la sua natura tutte le Furie dall'inferno! E quale? Perdio, il più eclatante... Bravo! Ci sono, L'Incendio. Non mi resta che il tempo di appiccare il fuoco, raccogliere i miei bagagli, tornare, ben rannicchiato dietro al vetro di una carrozza, in mezzo alla folla terrorizzata, godere del mio trionfo, raccogliere scrupolosamente le maledizioni dei morenti, e guadagnare la stazione di Nord-Ovest con addosso rimorsi per tutto il tempo che mi rimane da vivere. Dopodiché andrò a nascondermi nel mio faro, nella luce, in pieno Oceano! Dove la polizia non potrà mai trovarmi - il mio crimine infatti è disinteressato. Laggiù, io finirò solo".
Chaudval a questo punto si raddrizzò, improvvisando questo verso di sapore assolutamente corneilliano:
Garantito da ogni sospetto per immensità del crimine!
Fatto!... "E ora", concluse il grande artista raccogliendo una pietra, dopo essersi guardato intorno per sincerarsi d'essere circondato di solitudine, "e ora tu, tu non rifletterai più nulla".
Lanciò la pietra contro lo specchio che si frantumò in mille pezzetti splendenti.
Poi, scappando via in fretta, come soddisfatto dalla prima, energica azione, Chaudval si precipitò verso i boulevard dove qualche minuto dopo, a un suo cenno, si fermò una carrozza nella quale egli salì e disparve.
Due ore più tardi, il fiammeggiare di un immenso incendio che scaturiva dai grandi magazzini del petrolio, dell'olio e dei fiammiferi, si rifletteva su tutti i vetri del Faubourg du Temple. Immediatamente le squadre di pompieri accorsero da ogni parte correndo e spingendo le pompe, e le sirene con la loro lugubre voce destavano di soprassalto gli abitanti del quartiere popolare. Passi affannati rimbombavano sui marciapiedi; la folla ingombrava la grande piazza del Chateau d'Eau e le strade vicine. Rapidamente già si stavano organizzando i soccorsi. In meno di un quarto d'ora un distaccamento di truppe faceva cordone tutto intorno all'incendio. La polizia, alla luce color sangue delle torce, controllava il flusso della folla.
Le carrozze, imprigionate, non potevano più circolare. Tutti urlavano; urla lontane si distinguevano, nel crepitio terribile del fuoco. Le vittime, bloccate in quell'inferno, gridavano, e i tetti delle case si rovesciavano su di loro. Un centinaio di famiglie, quelle degli operai delle officine che bruciavano, si ritrovarono senza risorse e senza asilo.
Laggiù, una vettura solitaria, carica di due grosse valige, stazionava dietro la folla ferma al Chateau d'Eau. E, nella vettura, stava Esprit Chaudval, nato Lepeinteur, detto Mananteuil; ogni tanto sollevava la tendina e contemplava la sua opera.
"Oh!" si diceva sottovoce, "come sento l'orrore di Dio e degli uomini! Sì, ecco, l'azione di un dannato!..."
Il volto del buon vecchio attore s'era illuminato.
"Miserabile", egli rimuginava, "quali insonnie vendicatrici sto per godere insieme ai fantasmi delle mie vittime! Sento risorgere in me l'anima di Nerone, che brucia Roma in un'esaltazione d'artista! Di Erostrato, che brucia il tempio d'Efeso per amore di gloria! Di Rostopschine, che brucia Mosca per patriottismo! Di Alessandro, che brucia Persepoli in un gesto d'amore per la sua Taide immortale!... Io invece, io brucio per dovere, poiché non ho un altro modo di esistere! Io incendio perché sono debitore verso me stesso... io estinguo il mio debito! Quale Uomo sto per diventare; in che maniera mi accingo a vivere! Sto per sapere finalmente che cosa si prova quando si è tormentati. Che notti di meraviglioso orrore, deliziose, mi aspettano!... Ah, io respiro, rinasco, esisto! Se penso che sono stato un attore. Ora, poiché non sono, agli occhi grossolani degli esseri umani, che un avanzo di galera, via! con la rapidità di una folgore, via! rinchiudiamoci nel nostro faro, dove gioire in pace dei nostri rimorsi!"
Il giorno dopo, la sera, Chaudval, giunto senza inconvenienti a destinazione, prendeva possesso del vecchio faro desolato sulle nostre coste settentrionali: una luce in disuso su un edificio in rovina, rimessa in funzione per un decreto ministeriale proprio per lui.
A malapena il segnale poteva avere una qualche utilità; non era che un aggeggio secondario, superfluo, un alloggio con un fuoco sul capo di cui tutti potevano fare a meno, tranne il solo Chaudval.
Dunque, l'illustre attore, che aveva portato con sé un giaciglio, dei viveri e un grande specchio per studiare i mutamenti della sua fisionomia vi si rinchiuse, senza ripensamenti, al riparo da ogni sospetto umano.
Intorno a lui si lamentava il mare, su cui l'eterno abisso dei cieli rifletteva le sue luminosità stellari. Egli guardava i flutti assalire la sua torre sotto le raffiche del vento, come lo Stlita poteva contemplare spargersi contro la sua colonna la sabbia, sotto il vento del deserto.
Seguiva da lontano, con uno sguardo che non tradiva pensieri, il fumo dei bastimenti o le vele dei pescatori.
A ogni istante questo sognatore dimenticava l'incendio. saliva e scendeva la scala di pietra.
La sera del terzo giorno Lepeinteur, seduto nella sua stanza sessanta piedi sopra i flutti, rileggeva un giornale di Parigi di qualche giorno prima in cui era descritta la storia del grande disastro.
Un malfattore rimasto sconosciuto, aveva gettato dei fiammiferi nei depositi di petrolio. Un incendio mostruoso che aveva tenuto in piedi per tutta la notte i pompieri e la gente dei quartieri vicini, era divampato al Faubourg du Temple. Quasi cento le vittime: molte infelici famiglie erano cadute nella più nera miseria.
Tutta la piazza era in lutto, ancora fumante. S'ignorava il nome del miserabile che aveva commesso il misfatto e, soprattutto, il movente del crimine.
Dopo aver letto queste cose Chaudval balzò in piedi ebbro di gioia e, fregandosi febbrilmente le mani, gridò:
"Che successo! Che magnifico scellerato sono! Quali spettri vedrò ora! sapevo che sarei diventato un Uomo! Ah! Il mezzo è stato crudele, è vero, ma era necessario, era necessario!"
Rileggendo il giornale parigino, dov'era scritto di una serata straordinaria in favore di chi era stato colpito dall'incendio, Chaudval mormorò:
"Ecco: avrei dovuto mettere a disposizione delle mie vittime il mio talento! sarebbe stata la mia serata d'addio; avrei declamato l'Oreste; sarei stato molto naturale..."
Laggiù, Chaudval cominciò a vivere nel faro.
Cadevano le sere, seguivano una all'altra, e le notti.
Accadde qualcosa che sorprese l'artista, una cosa atroce.
Contrariamente alle sue speranze e alle sue previsioni, la coscienza non gli recava alcun rimorso. Non gli si mostrava nessuno spettro. Non provava nulla, assolutamente nulla!...
Non poteva credere al Silenzio. Non vi si adattava.
Qualche volta, guardandosi allo specchio, si accorgeva che il suo volto bonario non era per nulla cambiato. Furioso, allora si gettava sui segnali che egli falsava, nella radiosa speranza di far affondare qualche nave lontana, attivare, stimolare, quel rimorso ribelle; per eccitare gli spettri!
Pene perdute!
Tentativi sterili! Sforzi inutili! Non provava nulla; non riusciva a vedere nessun fantasma minaccioso. Non dormiva più, tanto era soffocato dal dispiacere e dalla vergogna. Così che una notte, una congestione cerebrale lo colpì nella sua luminosa solitudine; nell'agonia gridava, al rombo dell'Oceano mentre i grandi venti del largo sbattevano sulla sua torre perduta nell'infinito.
"Spettri! Per amor di Dio... Che io veda, anche solo uno spettro! Me lo sono guadagnato!"
Ma il Dio che egli invocava non gli volle concedere questo favore, e il vecchio istrione spirò, sempre declamando con inutile enfasi, il desiderio immenso di vedere gli spettri... - senza capire che era lui, lui stesso, quello che cercava.

(Villiers de l'Isle-Adam, Racconti crudeli. Savelli, 1980)