giovedì 19 maggio 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Le mie invisibilissime pagine

Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori è... non scrivere. Ci passerei tutta la vita. Che gioia non annegare nel calamaio, non torturare nel buio e nella materia dell'inchiostro le idee, i sogni così felici di essere abbandonati liberi a se stessi! seguire le fantasie come vengono e dove trascinano! Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti. Quanto a me, la mia fatica di inveterato non scrittore - non volgare fatica! - è di condurre, in pensiero, invisibili penne all'assalto di invisibili fogli di carta alla conquista ideale di volumi e volumi che non saranno mai, altro che nella mia mente, e n'ho ogni soddisfazione. Mi sono composto, così, dentro, un'intera biblioteca, tutta opera mia, e di cui io solo ho la chiave, e dove, modestamente, ci si può trovar di tutto. Filosofia? eccone: tre volumi: 1° Dio esiste. 2° L'uomo è cacciatore. 3° La fregatura è ammessa. E' la trascrizione dei dogmi di una vecchia scuola romana, già presieduta da Gandolin (che tempi!) ma in tema di filosofia nulla si è mai trovato di così sano ed in pari tempo di così trascendentale, e ne ho fatto senz'altro e comodamente la mia dottrina. Politica? servitevi: Bon appétit, messieurs! Naturalmente questi non sono che gli enunciati, i frontespizi dei miei ponderosi trattati ma le ipotetiche pagine che seguono la ipotetica copertina non si contano, ed è una più sensata dell'altra. 
La mia teoria, aiutata da una ben nota indolenza la quale mi è stata fin qui di gran conforto nella vita, è che le idee son fatte per rimanere idee. Sono cose di lusso o pericolose che a portarle sul mercato ci perdono o creano guai. Quante idee - diventate fisse - hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è servirsene per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato.
Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà!
E' grazie a questi sodi principii che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate. 
E questo sia detto a certi amici i quali si sono presa e si prendono - chissà perché - grandissima cura della mia salute letteraria e non sanno darsi pace - poveretti! - perché io non fabbrichi romanzi, non affacci alle vetrine dei librai volumi di novelle, non illustri il mio nome sui cartelloni teatrali, non scriva - e ci sarebbe tanto da guadagnare! - film cinematografiche ed altrettali e molte bellissime corbellerie consimili. Sciagurati!
Non ci ho io meglio, ed incontaminato, tutto questo, in ciò che i teosofi chiamano il piano astrale, vale a dire il mondo astratto e superiore dov'è lo spirituale stampo delle forme tangibili e concrete?
Signori, favoriscano.
Scelgo, caso, tra le ultime mie creazioni... rimaste al loro stato increato. E' un romanzo e s'intitola l'Insalata Russa. E' un titolo profondo.
Non pare, ma lo è: vuol significare la società dove, come nell'insalata russa, c'è di tutto, dal tartufo alla patata; la patata in prevalenza. E', come già avete immaginato, un romanzo sociale, vale a dire un racconto di calamità oscure, affatto simili - le calamità - a tutte le altre non meno oscure relegate negli altri angoli e la cui somma dà appunto questo splendido totale: la vita dell'umanità. I personaggi li riconoscete e riconoscete anche le comparse. C'è tra loro qualche canaglia, me ne spiace, ma come escludere le canaglie? La gente per bene, riposata e riposante, fa un gran piacere averci a che fare, personalmente, ma per una storia - e diciamo pure la Storia - ci vuol altro! Senza anime birbe e senza matti provati la sua trama sarebbe insulsa. Il mondo savio, che ha la coscienza tranquilla, si addormenterebbe volentieri, e stagnerebbe, ma per fortuna ci sono i perturbatori della pubblica quiete e si va innanzi. Che volete, ogni potente elemento di progresso è brutale ed il bene, che per se stesso è passivo, non diventa una forza che in quanto si mette a cimento contro il male.
Siccome questa consolante conclusione è quella stessa a cui viene, tra i più vari episodi, colti dal vero, la mia Insalata romantico-sociale, voi già di qui ne sentite l'aroma.
E tiriamo via.
Pervinca - andiamo vanti - Pervinca è una semplice istoria, inquadrata in una dolorosa pittura della vita campagnuola, di una brava figliuola della terra la quale, fin dalla più tenera infanzia, si sentiva la vocazione di fare la balia.
Un cuore sotto una zuppiera racconta le vicissitudini commoventi di una cuoca innamorata di un poeta futurista e spiantato che lo sfama all'insaputa dei suoi padroni e come qualmente la disgraziata, presa ella pure, per contagio, dal delirio immaginativo, credendosi perseguitata dagli sguardi degli occhi... del brodo si avveleni col prezzemolo che si figura cicuta.
Le sventure del professor Pipa - Il pomodoro azzurro - L'ultimo giorno di un Palombaro - L'uomo dal naso di velluto - sono, come già l'avrete capito, romanzi d'avventure. Per esempio, Il Dottor Felicissimo Zero ed il suo Cimpanzé, uno di questa serie, contiene le vicende del prefato dottore, scienziato e filantropo, il quale per ritrovare i genitori e la famiglia di uno cimpanzé (di nome Bartolomeo) ereditato da un munifico benefattore, intraprende un pericoloso viaggio di esplorazione intorno al Sotto Nilo verdognolo, nel centro più buio del Continente Nero, in paesi dove il cannibalismo costituisce la sola industria nazionale e dove solo può sfuggire alla sorte di essere mangiato vivo sposando una cannibalessa che si era innamorata di lui. Non vi starò a riassumere e nemmeno ad enumerare le peripezie del fortunosissimo viaggio. Mi limiterò per darvi un saggio dello stile, a citarvi un brano:
"Tolto dal taccuino del Dottore - 31 febbraio (calendario makkarakka) - Avanziamo lentamente e con prudenza di serpenti, allo scopo precisamente di evitare questi ultimi (com'è naturale, a sonagli). Li sentiamo intorno suonare a tutte le ore, alla mezz'ora, ai quarti. Il mio cronometro ritarda 65 minuti sull'ora dei serpenti. Bartolomeo è inquieto ed ha voluto che gli facessi una puntura di morfina. L'erba è così alta e così fitta che per scrivere queste note sono costretto di tener levato il mio taccuino al di sopra della testa. Domani...". Ma questo saggio basterà.
Signori, favoriscano, - avanti! Ci ho altro, qualcosa nel genere giudiziario e nel terribile. Si usano tanto oggi e così bene si adattano a film! Ecco qui, roba all'ultima moda e fabbricata secondo le ricette più reputate. Ci avete, cosa essenziale, il vostro bravo detective, tenuto in iscacco fino alla fine dallo scellerato regolamentare e che la farebbe sempre franca se non si dovesse venire all'ultimo capitolo: ci avete la povera ragazza orfanella a pagina 5 e contesa, a pagina 420, da tre padri, di cui uno in galera, ci avete il documento cifrato che nessuno sa più dove sia e da cui dipendono la vita di due duchesse, l'onore di una famiglia, la sicurezza di uno Stato, ed un'eredità di cento milioni; ci avete il laboratorio misterioso dove si prepara quella sostanza spaventosa capace di far  saltare in aria l'intero globo terracqueo; e via discorrendo; i dodici tocchi della mezzanotte, il pugnale macchiato di sangue entro lo scrigno damaschinato, l'impronta della mano sconosciuta, il messaggio invisibile, l'incognita dal profumo... cilestrino, il compagno di viaggio scomparso, il diamante che porta sventura, il testamento involato dal tutore, la camera parata a nero, l'esumazione della bara... senza cadavere, l'uomo che è... un altro, contate, nulla ci manca. E come è giusto, secondo i canoni fondamentali di questo gradevole genere letterario, fino all'ultima riga siete tenuti nel dubbio se metà dei personaggi siano birbe o galantuomini e l'altra metà siano vivi oppure morti; e non vi parlo dell'atmosfera di mistero e di terrore in cui, come di dovere, vi rinchiudo e v'imprigiono.
I titoli, scelti con cura, bastano da soli a mettere i brividi. Volete? Eccovi: Il teschio che morde, Lo stagno dai miasmi di stricnina, Il delitto della principessa tatuata, I fabbricanti di colera, I divoratori di dinamite, Il cadavere sott'aceto, Il francobollo maledetto, Il Sherlock Holmes automatico... Ancora? Il complotto dei beccamorti gialli, La bettola dei Giuda, L'eco avvelenata, Il lucignolo che latra, La lagrima del balbuziente, Il boa vendicatore, Il ghigliottinato nel boccale di malachite... Ancora?
C'è già quanto basta da far venire la pelle d'oca ai due emisferi. Io stesso sento rizzarmisi sul capo, con un sinistro scricchiolio di foglie secche, i capelli. Mi immagino così irte tutte le teste; si troverà tanta pomata per ricomporre e risigillare sulle tempie, educatamente, le capigliature scomposte e sollevate dal terrore?
Coi Cercatori di X, Le storielle per scombussolare Archimede, entriamo in un altro genere: il genere scientifico.
Si prendono i raggi ultra violetti, la quarta dimensione, la telepatia, l'estrinsecazione del moto e della sensibilità, si fa il calore freddo, la luce buia, il suono che non si sente, e si mescola il tutto.
Che ne pensereste, tanto per dirne una, di un naturalista (e un naturalista, un ingegnere o un medico sono indispensabili in questo genere di novelle) il quale si metta in mente di capovolgere le proporzioni delle cose?
E' il caso del professor Sophus, o per dire intero il titolo del mio racconto: La trovata del professor Sophus della Università di Upernawick.
Il professore ha trovato la maniera di ingrandire smisuratamente quello che è infinitamente piccolo e di impicciolire quello che è immensamente grande. Le cose sono sempre le stesse, salvo che sono mutate le proporzioni. Voi vedete che cosa succede quando il professor Sophus (della Università di Upernawick) applica la sua invenzione: tappeti di quercie minuscole si stendono vellutate all'ombra di prezzemoli giganteschi; bacilli della mole degli iguanodonti paventano le insidie di una umanità diventata microbica, veicolo di tutte le pestilenze... E non sono più i leoni che si grattano le pulci, ma le pulci che si grattano i leoni!
E' una delle mie invisibili pagine a cui più tengo.
Un'altra novella ed ancora uno scienziato; si possono rintracciare negli specchi i riflessi perduti delle persone che vi si sono mirate? E "sempre più difficile", come si dice al complicarsi degli esercizi nei circhi equestri, una sensitiva (mimosa pudica) è da un botanico resa ad arte così sensitiva, che un giorno si mette dirottamente a piangere.. alla presenza di un notaio e di due testimoni; certo portentoso gas, immaginato da un chimico, ha il dono di rivelare, grazie a date fosforescenze, le donne infedeli... il che fa pel mondo una bella illuminazione; l'intestino cieco, per virtù d'un oculista, riacquista la vista perduta da tempo immemorabile; il Niagara viene operato della cataratta.
I signori favoriscano nella mia biblioteca invisibile e vedranno ben altro...
Ma divago, è evidente. Ebbene, mettete che io sia come chi, una domenica nostalgica d'autunno, solo, in qualche remota casa in qualche vecchia città di torri e di chiostri, lasci errare le mani a capriccio sulla tastiera, ed improvvisi e suoni per sé, così per suonare, senza pensare che forse, sotto le persiane socchiuse, nella strada morta - è l'ora dei vespri - un passante si è fermato ad ascoltare. [21 giugno 1919]

(Ernesto Ragazzoni, Le mie invisibilissime pagine. Sellerio, 1993)








giovedì 31 marzo 2016

La Buona Annata's Literary Supplement: Olio di cane

Mi chiamo Boffer Bings. Sono nato da onesti genitori appartenenti alle più umili condizioni, essendo mio padre produttore di olio di cane e avendo mia madre un piccolo laboratorio all'ombra della chiesa del villaggio, dove svolgeva le operazioni necessarie all'eliminazione di quei neonati ritenuti poco desiderabili. Fin da ragazzo mi avevano insegnato a sapermi ingegnare: non soltanto aiutavo mio padre a procacciarsi i cani per le sue tinozze, ma spesso prestavo servizio anche per mia madre provvedendo all'asporto di quei residui del suo lavoro che rimanevano nello studio. Adempiendo a quest'incarico ogni tanto mi trovavo costretto a sfruttare ogni oncia della mia naturale intelligenza in vista del fatto che tutti i locali agenti della legge erano contrari all'attività di mia madre. Essi non venivano eletti in seguito a votazione popolare, e la faccenda quindi non aveva mai costituito un problema politico; si faceva così e basta. 
L'attività di mio padre, la produzione dell'olio, suscitava naturalmente meno risentimento, quantunque i proprietari dei cani che scomparivano lo guardassero a volte con sospetto, il quale sospetto veniva riflesso, in certa misura, su di me. Mio padre aveva, quali taciti soci nei suoi affari, tutti i medici della città, e questi di rado scrivevano una ricetta che non prescrivesse ciò che si compiacevano di designare Ol.can. E' veramente la medicina più preziosa che sia mai stata scoperta. La maggioranze dalle persone, però, non è disposta a sacrificarsi personalmente per gli afflitti, ed era evidente che a molti dei cani più grassi della città fosse stato proibito di giocare con me - un fatto che feriva la mia giovane sensibilità e che, a un determinato momento, poco ci mancò non mi spingesse alla pirateria.
Ripensando a quei giorni non posso che rammaricarmi, a volte, che nel condurre involontariamente i miei genitori alla morte io fui anche il fautore di sventure che ebbero profonda ripercussione sul mio futuro.
Una sera, passando davanti alla fabbrica d'olio di mio padre con in braccio il corpicino di un trovatello prelevato dallo studio di mia madre, scorsi una guardia che sembrava osservare con grande attenzione i miei movimenti. Ragazzetto com'ero, avevo ugualmente imparato che gli atti di una guardia. qualunque sia la loro apparente natura, sono sempre suggeriti da motivi reprensibili, e quindi la elusi sgattaiolando dentro la fabbrica attraverso una porta laterale che era rimasta semiaperta. La richiusi immediatamente e mi trovai solo col mio morto. Mio padre a quell'ora ormai se n'era andato. L'unica luce veniva dalla fornace che risplendeva di un cremisi vivo, profondo, sotto una delle marmitte, riverberando foschi riflessi sulle pareti. Dentro il calderone l'olio continuava a rimuginarsi in indolente ebollizione e ogni tanto portava alla superficie un pezzo di cane. Essendomi seduto ad aspettare che la guardia se ne andasse, tenevo sulle ginocchia il corpicino nudo del trovatello e gli carezzavo dolcemente i capellucci, corti, di seta. Ah com'era bello! Persino a quella tenera età avevo una gran passione per i bambini, e mentre guardavo quel cherubino, in fondo al cuore sentivo quasi il desiderio che quella piccola ferita rotonda sul suo petto - opera di mia madre - non fosse stata mortale.
Fin allora era stata mia abitudine buttare i piccini nel fiume che la natura, appunto, aveva giudiziosamente fornito a tale scopo, ma quella sera non osai abbandonare la fabbrica per timore del poliziotto. "Dopo tutto," mi dissi, "che importanza può avere se lo metto in questo calderone? Mio padre non distinguerà mai le ossa sue da quelle di un cucciolo, e i due o tre decessi che si potrebbero verificare a causa della somministrazione di un altro genere di olio al posto dell'incomparabile Ol.can. non contano molto in una popolazione che aumenta con tanta rapidità." In breve, fu allora che mossi il primo passo verso il crimine e, col gettare il piccino nel calderone, mi attirai addosso indescrivibile dolore.
Il giorno dopo, con qualche meraviglia da parte mia, il babbo, fregandosi le mani con soddisfazione, comunicò alla mamma e a me che era riuscito a produrre la migliore qualità di olio che fosse mai esistita; che i medici stessi a cui ne aveva sottoposto alcuni esemplari l'avevano pronunciata tale. Aggiunse che non aveva assolutamente idea di come avesse raggiunto quel risultato; i cani erano stati trattati come al solito sotto tutti i riguardi, e appartenevano a razze comuni. Ritenni fosse mio dovere spiegare com'erano andate le cose - e quindi lo feci senz'altro, benché, se avessi potuto prevederne le conseguenze, la mia lingua si sarebbe paralizzata. Deplorando la loro precedente ignoranza circa i vantaggi insiti nella possibilità di combinare le loro rispettive industrie, i miei genitori presero immediatamente le misure necessarie per riparare a quell'errore. Mia madre trasferì il suo studio in un'ala della fabbrica, e le mie mansioni relative alla sua attività cessarono; non dovevo più eliminare i corpi dei piccoli superflui, e non c'era alcun bisogno di adescare i cani verso il proprio destino dato che mio padre li scartò completamente, anche se le bestiole mantenevano ancora un onorevole posto nel nome dell'Olio. Di conseguenza, gettato così improvvisamente nell'ozio, avrei potuto naturalmente diventare un ragazzo vizioso e dissoluto; invece no. La santa influenza di mia madre mi era sempre accanto per proteggermi dalle tentazioni che assalgono la gioventù; mio padre, poi, era decano in una delle chiese della città. Ohimè, perché mai due persone così stimabili, per colpa mia, son dovute finire così miseramente!
Vedendo che ora i suoi affari le fruttavano il doppio, mia madre ci si dedicò con novella assiduità. Non soltanto eliminava i piccini poco graditi e superflui su ordinazione, ma andava anche per le strade, di qua e di là, a raccogliere bambini più grandi, e addirittura gli adulti, quelli almeno che riusciva ad attirare nella fabbrica d'olio. Anche mio padre, innamorato della qualità superiore di olio che riusciva a produrre, faceva provvigioni per le sue latte con zelo e diligenza. La conversione del prossimo loro in olio di cane divenne, insomma, l'unica passione della loro vita - un'avidità travolgente ed entusiasmante s'impossessò delle loro anime e sostituì, per loro, la speranza nel Paradiso - da cui, anche, essi erano ispirati.
Erano diventati così intraprendenti che si tenne una riunione pubblica in cui vennero prese alcune risoluzioni che li censuravano severamente. Il presidente fece loro capire che qualsiasi altra incursione sulla popolazione locale sarebbe stata giudicata con spirito di ostilità. I miei poveri genitori abbandonarono l'aula della riunione affranti, disperati e, penso, leggermente squilibrati. In tutti i modi io, quella sera, stimai prudente non entrare con loro in fabbrica, e dormii perciò fuori, in una stalla.
Intorno a mezzanotte un qualche misterioso impulso mi spinse ad alzarmi e ad andare a curiosare attraverso una finestra nella stanza della fornace dove sapevo che ora dormiva mio padre. Il fuoco bruciava con una tale alacrità che faceva prevedere un raccolto abbondante per il giorno seguente. Uno dei calderoni più grandi stava "borbottando" lentamente con un'aria misteriosa di riserbo, come se segnasse il tempo in attesa di esibire tutta la sua energia. Mio padre non era a letto; s'era alzato e, in camicia da notte, stava preparando un cappio all'estremità di una grossa corda. Dagli sguardi che lanciava verso la porta della camera da letto di mia madre capivo anche troppo bene cosa aveva in mente di fare. Muto e immobile dal terrore non potevo far nulla né per prevenire né per impedire. Improvvisamente la porta dell'appartamento di mia madre si aprì pian piano, e i due si trovarono una di fronte all'altro, entrambi sorpresi, a quanto pareva. Anche la signora era in camicia da notte e, nella mano destra, brandiva l'arnese del suo mestiere, un lungo stiletto dalla lama sottile.
Anche lei era stata incapace di rinunciare all'ultima occasione di profitto che l'azione ostile dei cittadini e la mia assenza le avevano lasciato. Per un istante si guardarono negli occhi fiammeggianti, quindi balzarono l'uno sull'altra con indescrivibile furia. Lottarono e lottarono girando la stanza tutto attorno, lui imprecando, lei urlando, tutti e due combattendo come demoni - lei nel tentativo di colpirlo con lo stiletto, lui in quello di strangolarla con le sue manone nude. Non so per quanto tempo ebbi la sventura di assistere a questo sgradevole esempio di infelicità domestica, infine però, dopo uno sforzo più accanito degli altri, i due combattenti improvvisamente si divisero.
Il torace di mio padre e l'arma di mia madre rivelavano segni evidenti di contatto. Per un altro istante i due si fissarono nel modo meno amabile possibile; poi il mio povero babbo, ferito, sentendosi la mano della morte addosso, balzò in avanti, e, incurante della resistenza di lei, agguantò la mia cara mamma, la trascinò accanto al calderone in ebollizione, raccolse tutte le forze che stavano ormai per abbandonarlo, e saltò dentro con lei! Dopo un attimo erano entrambi scomparsi e aggiungevano il proprio olio a quello del comitato di cittadini presentatosi il giorno avanti per portar loro l'invito a comparire di fronte alla pubblica assemblea.
Convinto che tali infelici eventi mi precludessero qualunque strada verso una carriera rispettabile in quella città, mi trasferii nella famosa città di Otumwee, dove scrivo queste memorie con il cuore colmo di rimorso per un'azione sventata che culminò in un così desolante disastro commerciale.

(Ambrose Bierce, Racconti neri. Garzanti, 1974)









sabato 13 febbraio 2016

What is this Thing called Love?






I have dreamed (Rodgers & Hammerstein)
Enfant (Ornette Coleman)
The Peacocks (Jimmy Rowles)
What is this Thing called Love? (Cole Porter)
Sarabande (Fred Hersch)
This Heart of Mine (Arthur Freed / Harry Warren)
Child's Song (Fred Hersch)
Blue in Green (Bill Evans / Miles Davis)
Cadences (Fred Hersch)


Fred Hersch, Piano
Charlie Haden, Bass
Joey Baron, Drums






sabato 2 gennaio 2016

Music for the Courts of Europe









Henry VIII
1-6 - Suite 'Rose without a Thorn'

Farnaby
7 - Mal Sims
8 - His Dream
9- His Humour

Bull
10 - Pavane
11 - The King's Hunting Jig

Gibbons
12 - In Nomine à 5

Scarlatti
13-15 - 3 Sonatas

J.S. Bach
16-20 - Suite for Brass

J.S. Bach
21-22 - Brandenburg Concerto No. 3