venerdì 10 aprile 2015
giovedì 2 aprile 2015
Buona Pasqua
Esiste un animale detto lontra, che ha la forma di un cane, ed è nemico del coccodrillo. Quando dorme, il coccodrillo tiene la bocca aperta: allora la lontra va a spalmarsi tutto il corpo di fango, e quando il fango si è disseccato, balza nella bocca del coccodrillo, gli rode tutti i canali del corpo e gli divora gli intestini.
Il coccodrillo è dunque simile al diavolo, mentre la lontra è un'immagine del nostro Salvatore: infatti il Signore nostro Gesù Cristo si è coperto della carne terrestre, è sceso all'Inferno e ha sciolto l'afflizione della morte, dicendo a quelli che erano in catene: "Uscite!", e a quelli che giacevano nelle tenebre: "Rivelatevi!". E ancora ha detto l'Apostolo: "Dov'è, morte, la tua vittoria, dov'è, Inferno, il tuo pungiglione?" [1 Cor., 15.55]. E dopo tre giorni è risuscitato da morte, e con sé ha risuscitato la carne terrestre.
(Il Fisiologo. A cura di Francesco Zambon. Adelphi, 1975)
giovedì 19 marzo 2015
La Buona Annata's Literary Supplement: I guai di Barba Tmin
"Gh'era ona vòlta on brav'òmn, che 'l se ciamava Tmin." Ma tutti lo chiamavano Barba ('zio'), perché era sempre onesto e gentile con tutti, pronto a dare aiuto ogni volta che gli veniva chiesto. Aveva un solo difetto: era un po' troppo ingenuo. E per questa sua ingenuità, a rivoltargli le tasche non ne sarebbe uscito un soldo bucato. Ma Tmin era felice della stima che tutti gli dimostravano, e si accontentava.
Un giorno un suo vicino ereditò dodici marenghi d'oro, e siccome aveva una moglie spendacciona, pensò bene di darli in custodia a Barba Tmin.
E Tmin, che non era capace di dire di no, e inoltre si sentiva onorato di quella prova di fiducia, acconsentì.
- Ci penso io, a custodire i vostri marenghi!
A quei tempi non esistevano casseforti e Tmin non trovò niente di meglio, per mettere al sicuro il gruzzolo, che infilare la borsa in una calza e nasconderla nel materasso. Per prudenza, alla moglie non disse niente.
Passò del tempo.
Un giorno il vicino, che doveva fare delle spese, tornò a riprendersi i suoi marenghi. Tmin tirò fuori la calza dal materasso e ne tolse la borsa, che dette al vicino senza neanche aprirla. Il vicino l'aprì, e contò i marenghi.
- Ehi, Barba Tmin! Sono undici invece che dodici! Avete tradito la mia fiducia... mi avete rubato un marengo! Non me lo sarei mai aspettato da voi!
Il vicino era proprio su tutte le furie. Quanto a Barba Tmin, cadeva dalle nuvole.
- Amico mio, come potrei avervi rubato il marengo, se non ho neanche aperto la borsa?
- Meno storie. Il marengo manca, e non potete averlo preso che voi. Dovete restituirmelo.
- E come, se non posseggo un soldo?
- Ora vado dal giudice, e vedremo se non me lo restituirete, con le buone o con le cattive!
E andò difilato dal giudice.
Qualche giorno dopo arrivò la citazione. Barba Tmin doveva presentarsi in tribunale, il giorno tale, ora tale.
Il poveretto era sconvolto. Possibile che un uomo come lui, conosciuto ovunque per la sua onestà, dovesse comparire davanti al giudice?
- Io il marengo non l'ho preso, non ce l'ho. Come posso restituirlo?
Non aveva più pace, né giorno, né notte, si arrovellava, smagriva a vista d'occhio.
E venne il giorno del processo. A testa bassa, tirandosi dietro il fido cagnolino, Barba Tmin si incamminò verso il paese vicino, dove aveva sede il tribunale. A metà strada si imbatté nel signorotto del villaggio, un ricco cavaliere, che andava a passeggio in carrozza insieme alla moglie. Vedendolo così abbattuto e mesto, il cavaliere fece fermare la carrozza.
- Ehi, Barba Tmin, dove andate con quella faccia da funerale? Che vi è successo?
- Ah, signor cavaliere, sono stato citato in tribunale. Un uomo come me, stimato da tutti, che non ha mai avuto niente a che fare con la giustizia!
- E per quale ragione dovete presentarvi in tribunale, Barba Tmin?
Tmin non si fece pregare, e raccontò tutto. Il cavaliere era esterrefatto.
- Voi, prendere un marengo che non vi appartiene! Impossibile! Non ci crederò mai. Verrò a testimoniare in vostro favore davanti al giudice.
Tmin era al settimo cielo. Cominciò a inchinarsi, a scappellarsi, ad agitarsi. E tanto si inchinò, si scappellò, si agitò che i cavalli si spaventarono, si impennarono, e finirono per rovesciare la carrozza.
La moglie del cavaliere fu sbalzata a terra e si ruppe una gamba. Il cavaliere si infuriò.
- Sciocco zoticone! Avete fatto impennare i cavalli con le vostre stupide smancerie. Adesso mia moglie ha una gamba rotta! Altro che difendervi... verrò anch'io in tribunale a reclamare i danni.
Invano il povero Barba Tmin cercò di scusarsi, di giustificarsi. Il cavaliere era inviperito, non intendeva ragioni. Allora Tmin riprese la sua strada, ancor più accasciato e disperato.
Ed ecco di lontano apparire due guardie. Tmin non sapeva più che fare.
- Me miserello, vengono a prendermi!
Da quelle parti c'era una cascina. Pensò di rifugiarsi lì. Corse nel fienile, salì la scaletta e si nascose tra il fieno. Ma tanto si agitava per nascondersi bene che non vide il foro che serviva a far cadere il fieno nella stalla. E vi si infilò a capofitto.
Nella stalla abitava un vecchio sellaio, che stava aggiustando dei finimenti. Tmin gli precipitò proprio sulla testa, e lo stese secco. Accorse il figlio del sellaio che lavorava lì vicino, e dette in escandescenze.
- Tmin, sciagurato che siete... avete ammazzato mio padre. E lo avete fatto di proposito. Altrimenti perché sareste salito nel fienile?
Tmin cercò di ammansirlo, raccontandogli le sue disavventure. Ma quello si infuriò ancora di più.
- Ah, state andando dal giudice! bene, ci verrò anch'io, e vedremo se non sarete condannato a pagare i danni per la morte di mio padre!
Tmin, sempre più disperato, riprese la via del paese, seguito dal cagnolino. Era giorno di mercato, e un droghiere aveva esposto sulla strada, insieme ad altre merci, un otre pieno d'olio da lampada. Il Cagnolino lo vide, e siccome era stanco e affamato, in un baleno se lo bevve tutto. Tmin non si era accorto di niente, ma i passanti sì, e si sganasciavano dalle risa.
Venne fuori il droghiere, urlando. Il cagnolino, spaventato, si rifugiò tra le gambe del padrone.
- E' vostro questo cane? - domandò il droghiere a Barba Tmin.
- E' mio.
- Ha bevuto un otre di olio da lampada. Dovete pagarmelo.
- E come faccio, se non ho un soldo? Povero me, ho già avuto guai abbastanza!
E per impietosirlo, gli raccontò le sue disavventure. Ma il droghiere non si impietosì affatto.
- Ah, andate dal giudice! Bene, ci vengo anch'io, e vedremo se non mi pagherete il mio olio!
Chiuse il negozio, sebbene fosse giorno di mercato, e via di corsa in tribunale. Quando vi giunse anche Tmin, tutti i suoi accusatori lo avevano già preceduto. E tutti schiumavano rabbia. Il giudice, che era una persona alla buona, si rivolse gentilmente a Tmin, che conosceva da tempo.
- E allora, Barba Tmin? Che mi dite di tutte queste accuse che vi sono piovute addosso in una sola giornata?
- Signor giudice, io non ho mai avuto a che fare con la giustizia, prima d'oggi, e vi giuro che...
- Meno chiacchiere - tagliò corto il giudice. - Avanti il primo accusatore.
- Sono io - disse il vicino.
- Che avete da dire?
- Tempo fa ho consegnato a Barba Tmin una borsa con dodici marenghi d'oro, e lui me ne ha restituiti solo undici.
Il giudice mostrò la borsa a Barba Tmin e gli chiese:
- E' vero quel che afferma il vostro vicino?
- Signor giudice, io ho ricevuto la borsa, l'ho nascosta sotto il materasso e non l'ho mai parte. Come potrei aver preso il marengo?
- Barba Tmin, potete giurare di non aver mai aperto la borsa?
- Lo giuro.
- E voi che lo accusate, potete giurare che la borsa conteneva undici marenghi?
- Lo giuro.
- Allora, se la borsa che conteneva dodici marenghi non è mai stata aperta, e se questa ne contiene undici, significa che non è la vostra. E io la sequestro.
- Ma signor giudice...
Il vicino protestò a lungo, invano.
- Questa è la sentenza, avanti un altro.
Era il turno del cavaliere.
- Barba Tmin si è tanto agitato davanti ai cavalli della mia carrozza che li ha fatti impennare; mia moglie è caduta e si è rotta una gamba. Chiedo che mi siano pagati i danni.
- Giustissimo - disse il giudice.
Poi si rivolse a Barba Tmin.
- Potete risarcire le spese che il cavaliere dovrà affrontare per far curare sua moglie?
- Signor giudice, io non ho il becco di un quattrino.
- Allora, siccome il cavaliere ha diritto a farsi pagare i danni, e Tmin non ha denaro, il cavaliere porterà sua moglie in casa di Tmin, il quale da parte sua si impegnerà a curarla finché non sarà guarita.
- Signor giudice... mia moglie, una distinta dama, in casa di Tmin! Impossibile!
- Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il terzo accusatore era il figlio del sellaio morto.
- Barba Tmin si è gettato giù dal fienile, è caduto sulla testa di mio padre, e lo ha ammazzato. Chiedo di essere ripagato per tanta perdita.
Il giudice, per la terza volta, chiese a Tmin:
- Avete di che pagare?
- No, signor giudice, lo sapete bene. Da quando son qui non faccio che ripetere che non posseggo un soldo.
- Allora, giovanotto, non c'è che una decisione da prendere: applicare la legge del taglione. Occhio per occhio, dente per dente. Tmin si metterà nella stalla sotto il buco del fienile, voi vi butterete giù, e lo ammazzerete.
- E se lui si tira indietro? Potrei morire io!
- Affari vostri. Questa è la sentenza. Avanti un altro.
Il quarto accusatore era il droghiere.
- Il cane di Tmin mi ha bevuto un otre di olio da lampada. Voglio esser pagato.
- Tmin, avete di che pagare l'olio?
- No.
- Droghiere, Tmin non ha denaro, avete sentito. Non vi resta che prendere il suo cane, appenderlo a una trave del soffitto, attaccargli un lucignolo alla coda e accenderlo tutte le volte che avrete bisogno di far luce, finché l'olio che vi ha bevuto non si sia tutto consumato.
Ma il droghiere non intendeva affatto tenersi in bottega un cane-lampada. E se ne andò scornato, insieme al vicino, al cavaliere e al giovanotto. Allora il giudice fece cenno a Tmin di avvicinarsi, e gli sussurrò in un orecchio:
- Cosa ne facciamo di questi marenghi? Io direi che possiamo dividerceli. Sei per me, e cinque per voi.
A Tmin il conto non tornava.
- Perché a me solo cinque?
- Il sesto chiedetelo a vostra moglie. Dalla borsa non può averlo preso che lei.
Tmin esitò un momento, poi tese la mano, prese i cinque marenghi d'oro e se ne tornò a casa tutto soddisfatto, meditando sulla giustizia e sulla sorte, e borbottando fra sé: - L'è pròpri vera quel che dis el proverbi, che chi sbragia pussee gh'ha reson.
(Storie lombarde. Fiabe e leggende di casa nostra. Fabbri editori, 1977)
venerdì 13 marzo 2015
Le meravigliose avventure del bambino più bello del mondo
Dalle note di copertina:
Le meravigliose avventure del bambino più bello del mondo si ispira al decimo canto del BHAGAVATA PURANA pubblicato con il titolo Il libro di Krsna (Edizioni Bhaktivedanta - Roma 1978), tradotto dal sanscrito da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, dell'ISKCON.
Ringraziamo per il loro aiuto ai progetti dell'ISKCON: Paolo Tofani, Eugenio Finardi, Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia, George Harrison, Bob Marley, Stevie Wonder, Alice Coltrane, Carlos Santana, Richie Havens.
Prodotto da Claudio Rocchi
giovedì 5 febbraio 2015
La Buona Annata's Literary Supplement: Nell'isola degli automi
Si era svegliato sulla spiaggia, coperto di rena fino al collo, mezzo seppellito, e, aprendo gli occhi e sollevando il corpo sotto quel fulgore di sole, si sentiva così stordito da non potersi spiegare in che modo si trovava colà.
Dov'era?... E il bastimento?... E suo padre?
Il ragazzo si vide accanto un grosso cane, che agitava la coda in segno di festa, guardandolo affettuosamente. E si rizzò, scotendo la rena dai calzoni e dalla camicia.
E la giacchetta?... E le scarpe?
Ora cominciava a rammentarsi: la tempesta che aveva sballottato il bastimento, l'urto sugli scogli, le grida, la confusione, la barchetta in cui l'avevano buttato... e più niente! Si era svegliato dopo aver dormito chi sa quante ore! Il sole era alto... Quando l'avevano buttato nella barca faceva buio, e i lampi illuminavano, di tratto in tratto, i cavalloni spumanti, che si riversavano addosso al bastimento quasi per sommergerlo.
Guardò attorno verso terra, guardò lontano verso il mare. La spiaggia saliva, arida, senza che vi si vedesse anima viva; il mare ondeggiava tranquillo, solcato da lunghe strisce, che sembravano stradoni tracciati sulla faccia delle acque. Non un legno, non una barchetta.
Un senso di paura e di sconforto invase il ragazzo, che non osava accostarsi al cane.
Eppure il povero animale lo festeggiava con gli occhi e con la coda, quasi si aspettasse una carezza.
Il ragazzo si sentì riempire gli occhi di lacrime, e chiamò con un grido: "Babbo! Babbo!"
Il cane cominciò a saltellargli attorno; fece un tratto di spiaggia, tornò addietro, abbaiando allegramente e riprese a correre.
Vuole indicarmi la strada? pensò il ragazzo.
E, timidamente, palpò la schiena del cane, che subito si slanciò alla corsa, voltando la testa di tanto in tanto. Sembrava dicesse: "Seguimi! Seguimi!"
Il disgraziato, che si vedeva solo, abbandonato, in un posto sconosciuto, non sapeva risolversi ad allontanarsi; suo padre doveva essere andato in cerca di soccorsi; lo aveva lasciato là, coprendolo con la rena per fargli asciugare gli abiti inzuppati di acqua marina; doveva tornare a riprenderlo... Ma il cane abbaiava da lontano, fermato sulle zampe davanti protese un po'...
E, timidamente, palpò la schiena del cane, che subito si slanciò alla corsa, voltando la testa di tanto in tanto. Sembrava dicesse: "Seguimi! Seguimi!"
Il disgraziato, che si vedeva solo, abbandonato, in un posto sconosciuto, non sapeva risolversi ad allontanarsi; suo padre doveva essere andato in cerca di soccorsi; lo aveva lasciato là, coprendolo con la rena per fargli asciugare gli abiti inzuppati di acqua marina; doveva tornare a riprenderlo... Ma il cane abbaiava da lontano, fermato sulle zampe davanti protese un po'...
Di chi era quell'animale così buono e così intelligente?
Singhiozzando, con voce strozzata, il ragazzo chiamò di nuovo: "Babbo! Babbo!"
E stette ad attendere che qualcuno apparisse, che qualcuno gli rispondesse. Le lacrime gl'inondavano la faccia, il cuore gli diventava piccino piccino. Suo padre era morto, annegato?... E si rivoltò con occhi atterriti verso la spiaggia, verso il punto dove acuminati e aspri si rizzavano gli scogli, che le ondate del mare lavavano a riprese, cingendone la base con cerchi di spuma.
Il cane riprese ad abbaiare, quasi stizzito di non vedersi seguire.
Il ragazzo si decise improvvisamente, e fece di corsa il tratto di spiaggia in salita. Lassù, si arrestò maravigliato.
Come con un cambiamento di scenario, gli era apparsa davanti gli occhi una vasta estensione di terra tutta verde di erba, di alberi, di pianticine, solcata orizzontalmente da una corrente di acqua che parva argento liquefatto e si perdeva laggiù tra le ultime collinette. Nella pianura, lontano, tra gli alberi, una casa bianca col tetto rosso, davanti alla quale si arrestava la strada larga e diritta, che cominciava a pié del versante dell'altura dov'egli si era fermato. In quella casa c'era gente, senza dubbio. Come lo avrebbero accolto?... Forse suo padre era andato colà?
E l'idea di ritrovarvelo gli fece affrettare i passi.
Alla volta del viottolo si arrestò.
Sotto un albero, ritto e appoggiato al tronco, c'era un uomo, che lo guardava fisso fisso. Il cane era andato a saltellargli attorno, a leccargli le gambe. Colui parve scotersi, cominciò a movere lentamente la testa in segno di buona accoglienza, e tese un braccio per indicare la strada, dicendo con voce un po' stentata e nasale: "Tout droit, allez! Tout droit, allez! Avanti, diritto! Avanti, diritto!"
Pareva inchiodato al suolo su una specie di rialzo circondato di pianticine, e, parlando, continuava a fare la stessa mossa della testa, lo stesso gesto del braccio, e gli occhi lucidi, con sguardo fisso, avevano una strana espressione.
Il ragazzo ebbe paura, specialmente quando colui rialzò lentamente il capo, abbassò lentamente il braccio e rimase immobile con gli occhi fissi.
Il cane era tornato sul viale e andava avanti. Il ragazzo non credeva ai suoi occhi. Quell'uomo, che pareva una statua, doveva esser vivo, giacché si era mosso e aveva parlato; ma doveva essere un po' matto, pensava il ragazzo. E per ciò gli passò davanti quasi senza guardarlo, rispondendogli: "Grazie!" per non irritarlo. Si rivolse a dargli un'occhiata dopo aver fatto una ventina di passi. Colui se ne stava appoggiato al tronco, immobile. Allora il ragazzo riprese a seguire il cane, senza più voltarsi.
Più avanti, anche sotto un albero, seduta su una seggiola appoggiata al tronco, una vecchia signora leggeva. Il cane corse a saltellarle attorno, a leccarle la veste. La signora levò gli occhi dal libro, cert'occhi strani, lucidi, con sguardo fisso come quelli di quell'altro, volse la testa verso il ragazzo e gli disse, con voce un po' stridula: "Bien arrivè! Bien arrivè! Bene arrivato! Bene arrivato!"
"Scusi, signora!" rispose il ragazzo. "Ha veduto mio padre?..."
Ripeteva le stesse parole in due lingue, ma il ragazzo capiva soltanto l'italiano.
Egli si sentiva strabiliare. Che strana gente! Non osò fare un passo verso la vecchia signora, la quale aveva già abbassato gli occhi sul libro, senza più curarsi di lui.
Il ragazzo andava dietro al cane, facendo mille supposizioni, guardando qua e là se mai potesse scorgere altre persone e sapere qualcosa di suo padre. La vista della casa bianca, là in fondo, di cui ora poteva scorgere la porta e le finestre chiuse, gli dava coraggio.
Tutt'ad un tratto, egli gettò un grido. Da una siepe di bosso, che fiancheggiava il viale, era sbucato improvvisamente un vecchio, curvo, appoggiato a un bastone, con larga veste da camera a fiorami e berretto di velluto. La barba, bianchissima, gli scendeva sul petto; i capelli candidissimi gli circondavano la faccia veneranda. Sorrideva, gli accennava di accostarsi. Pronunziate le prime parole, e capito subito che il ragazzo intendeva soltanto l'italiano, egli prese a parlargli in questa lingua, pronunziandola un po' male: "Non aver paura. Chi sei? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Nino Raggio. Mio padre è qui?... Andavamo in America... Mio padre è capitano di bastimento... Abbiamo avuto la tempesta..."
"Ho capito," rispose il vecchio. "Vieni con me." E gli tese la mano.
Questo qui era diverso dagli altri; non aveva quegli occhi strani, quella voce stridula e si moveva.
"Hai appetito?"
"Ho fame..."
"Cògli quest'arancia; sbucciala. Intanto andremo a casa."
Ma lungo il viale Nino Raggio era passato di sorpresa in sorpresa. Di tratto in tratto il vecchio si fermava davanti a un personaggio appostato, come gli altri due, sotto un albero. Uno spaccalegna, appena li vide, si metteva a menare la scure, cantando, senza badare a loro; un ragazzo portava alle labbra un flauto e cominciava a sonare; un soldato spianava il fucile contro di essi e gridava: "On ne passe pas! Non si passa!"
"Noi passeremo," disse il vecchio, sorridendo.
"Non si passa! Non si passa!" ripeteva intanto il soldato.
Aveva quasi la stessa voce stridula di quegli altri, gli stessi sguardi fissi e lucenti, e Nino Raggio stringeva forte la mano del vecchio.
"Presentat'arm!"
Al comando, il soldato presentò l'arma e restò fermo, quasi la voce del vecchio lo avesse paralizzato.
Erano arrivati davanti alla casa. Ai lati della porta stavano seduti due nani. Il vecchio picchiò col bastone su una piccola piastra di rame incastrata nel suolo, e improvvisamente la porta e le finestre si spalancarono; i nani si misero a saltare, agitando le braccia e le teste; a ogni finestra si affacciò una persona con lo strano aspetto di quelle vedute per istrada, cioè con occhi lucidissimi, sguardo quasi fisso, e la pelle del viso che sembrava dipinta. Tutte agitavano braccia e teste, come prese da pazza gioia per l'arrivo del vecchio; poi, assumendo atteggiamenti composti, si mettevano a cantare. Alla luce del sole, quei personaggi avevano qualcosa che ripugnava, che faceva paura; sembravano gente morta, galvanizzata da corrente elettrica, e che sarebbe da lì a poco, tornata a morire e a disfarsi.
Nino si stringeva ai panni del vecchio e lo guardava per accertarsi ch'egli era dissimile da coloro, veramente vivo.
Intanto quei signori avevano terminato di cantare e, con la stessa celerità con cui erano apparsi e si erano mossi, sparivano dalle finestre; i due nani si rimettevano a sedere, immobili, guardando davanti a sé con gli occhi lucidi e fissi.
"Entriamo; non aver paura," disse il vecchio.
Passando accanto ai due nani, il ragazzo capì che quei due mostriciattoli erano due pupazzi. Eppure si erano mossi, avevano saltato, avevano agitato braccia e teste, e cantato insieme con gli altri!
Chi era dunque quel vecchio? Un mago?
Gli usci delle stanze erano chiusi; ma appena egli e il vecchio si accostavano, gli usci si aprivano come per incanto, li lasciavano passare e si richiudevano dietro a loro.
Questo atterrì talmente il ragazzo, che egli scoppiò in pianto.
"Non aver paura," replicò il vecchio, entrando in un vasto salone. "Qui tutto è meccanismo. Guarda: premo col piede questo bottone."
Non aveva finito di dire e di premere un bottone, quasi invisibile sul pavimento, che i quattro usci si spalancarono e dalle pareti sbucarono una dozzina di personaggi gridanti: "Comandi!"
E per tutta la casa scoppiò la stessa parola: "Comandi! Comandi!"
Aveva un bel dire il vecchio: "Non aver paura!"
Quel che Nino vedeva era così sorprendente, che ne avrebbe avuto paura anche una persona più ragionevole di lui.
"Ora domandiamo notizie di tuo padre."
Nino, a queste parole, si sentì rinfrancare.
Il vecchio si era accostato a una buchetta rotonda della parete di faccia, vi aveva applicato le labbra e si era messo a borbottare; non si capiva quel che diceva. Quando ebbe finito, prese un tubettino di causciù, alla cui estremità biforcata erano adattate due ghiande nere, se le applicò nella cavità degli orecchi e stette ad ascoltare. Nino lo guardava ansiosamente; avrebbe voluto leggergli la risposta negli occhi.
"Fra due ore tuo padre sarà qui." disse finalmente il vecchio, togliendosi l'apparecchio con cui era stato ad ascoltare. "Intanto mangerai e ti divertirai coi miei automi. Ecco, arriva la colazione."
Si udiva un fischio simile a quello di una piccola locomotiva; sempre più forte di mano in mano che si accostava. Poi gli usci si richiusero, i personaggi rientrarono nelle pareti, dove non si scorgeva traccia di porticine, e nel centro della stanza si aprì un pavimento, si levò su, lentamente, un tavolino con la tavola apparecchiata, e le tavole del pavimento, che si erano scostate, tornarono a commettersi.
Nino, nello sbalordimento, non aveva più sentito lo stimolo della fame; la vista dei piatti fumanti gli ridestò l'appetito.
Gongolava di gioia al pensiero che fra due ore avrebbe riveduto suo padre; e per ciò mangiò con gusto, quantunque un po' impaurito di uno di quei soliti personaggi, che girava girava attorno alla tavola, dietro le seggiole e che di tratto in tratto si fermava, stendeva il braccio, afferrava una bottiglia e gli versava acqua o vino, secondo che il vecchio ordinava.
Abbracciato stretto stretto al collo di suo padre, Nino aveva ascoltato, raccapricciando, il racconto delle peripezie del bastimento della notte precedente. Quando lo aveva fatto buttare nella barchetta, affidandone la sorte a un marinaro, il capitano aveva già perduto ogni speranza di rivedere suo figlio. Al chiarore dei lampi aveva visto battere tra gli scogli la barchetta, poi aveva visto il marinaio lottante coi cavalloni e da questi gettato, insieme col ragazzo, miracolosamente sulla spiaggia. Poi, per alcuni minuti che gli erano parsi secoli, niente. Altri lampi, poco dopo, gli avevano fatto scorgere l'imprudente marinaio tratto di nuovo dai cavalloni; ed egli era rimasto, fino a poco addietro, nell'incertezza se il ragazzo avesse avuto lo stesso destino. La tempesta, intanto, avvolgendo quasi in un vortice il bastimento, gli aveva fatto fare il giro delle coste dell'isoletta, e così, al cessare dell'uragano, il bastimento, senz'alberi, senza vele, in piena balìa delle onde, si era trovato davanti a un piccolo seno, dove tutto l'equipaggio aveva potuto prendere terra.
Terminato il racconto, fu la volta del capitano nell'interrogare.
Egli non era maravigliato meno di suo figlio delle cose che vedeva.
"Vivo qui da quarant'anni," disse il vecchio.
"Sempre solo?"
"Con quella piccola tribù d'operai che avete vista nell'altra parte dell'soletta. Quarant'anni fa, quest'isola era uno scoglio; io l'ho trasformata."
"In che modo?"
"Con la meccanica, con la scienza e con l'altra e con l'altra forza che vale quanto essa: la pazienza! Tre quarti dell'isola appartengono a quegli operai. Quest'altro quarto... è il mio eremo; nessuno di loro vi ha posto mai piede. Tutto quel che qui vedete è opera delle mie mani. I casi della mia vita mi avevano spinto a odiare i miei simili, e per ciò ho voluto avere attorno a me creature, che avessero sembianza di persone viventi, ma che non potessero fare nessun male. E mi sono circondato di automi. Le mie ricchezze mi hanno permesso di cavarmi questo capriccio. Io sono pronipote del celebre Vaucanson, di cui certamente avrete sentito parlare. Avevo ereditato anche il suo genio meccanico, e voi vedete qui se ho saputo riprodurre e superare le maraviglie del mio antenato. Il resto non importa, non può interessare altri all'infuori di me e non voglio neppure ricordarlo."
Il capitano disse a suo figlio: "Guarda bene questo signore. Un giorno potrai dire di aver conosciuto un gran genio. Ti parrà un sogno e forse vorrai tornare a rivederlo."
Il vecchio sorrise, accarezzò la testa del bambino e soggiunse: "Ma non mi troverai! E forse non troverai traccia neppure dell'isola. Intanto permettete alla mia vanità senile di guidarvi pel mio eremo. Qui tutto avrà vita, o, meglio, movimento per un'ora."
E così dicendo si alzò da sedere, girò più volte una manovella nascosta sotto il drappeggiamento di una tenda... e la casa fu piena a un tratto di rumori, di canti, di suoni, di persone che andavano, venivano, parlavano, quasi fossero degli invitati ai quali fossero state aperte ospitalmente le sale.
Il capitano stentava a credere si trattasse di automi, cioè di personaggi, che agivano per via di complicati meccanismi interni.
"Questi giocano una partita," disse il vecchio.
Infatti quattro giocatori erano seduti a un tavolino. Uno di essi, mescolato un mazzo di carte, le aveva distribuite, e tutti e quattro, uno alla volta, buttavano le carte, le raccoglievano dal tavolino, picchiavano su di esso, facendo tutti gli atti dei giocatori appassionati. Uno, di tratto in tratto, pareva si spazientisse, buttava le carte, tentava di rialzarsi; i compagni lo trattenevano, lo facevano rimettere a sedere.
Se il capitano non si fosse accorto che buttavano e prendevano le carte a casaccio, pur facendo le viste di giocare attentamente, avrebbe dubitato che quei quattro silenziosi giocatori fossero stati uomini, che fingessero di fare gli automi.
Intanto una signorina, coi biondi capelli spioventi sulle spalle, seduta al pianoforte lo aveva aperto e si era messa a sonare. Anche qui, se il capitano non avesse osservato che le dita sfioravano soltanto i tasti, e che il pianoforte sonava per mezzo di un proprio meccanismo, l'illusione sarebbe stata completa.
In una gabbia un pappagallo saltellava da una stecca all'altra del trampolino, beccava il mangime, strillava: "Cocò! Cocò!"
"Questo però è vivo," disse il capitano.
"No; guardi bene. E mangia, e digerisce il mangiare, come la celebre oca del mio antenato. Ho riprodotto pure il suo sonatore di flauto! Le recenti innovazioni dell'Edison mi hanno dato il mezzo di raggiungere un perfezionamento che il mio antenato non sognava neppure. I miei automi parlano, cantano, fanno brindisi, recitano poesie, grazie a minuscoli fonografi fatti costruire apposta."
E il vecchio si accostò a un personaggio tutto vestito di nero, ritto davanti a un tavolino, quasi stesse per cominciare una conferenza. Toccò un bottone, e il personaggio subito chinò la testa in segno di saluto al pubblico, tossì e cominciò: "Signore e signori!"
Nino, durante tutto questo, non aveva fatto altro che stringere sempre più forte le mani del babbo; ma davanti a quell'automa dal cranio pelato, con la bocca sdentata, che girava gli occhi e gesticolava rabbiosamente, vomitando insulti contro la razza umana, fu preso da invincibile terrore e cominciò a strillare: "Babbo, andiamo via! Andiamo via!"
Piangeva, si dibatteva, premendo la faccia contro il petto del babbo, e non c'era modo di rassicurarlo.
"Lo scusi," disse il capitano rivolto al vecchio. "Quel che qui si vede è così straordinario, che io stesso non saprei dire se la mia maraviglia e il mio stupore non siano mescolati anch'essi con un po' di paura."
Il conferenziere fu fatto tacere.
Nino aveva parlato del cane da cui era stato guidato dalla spiaggia alla casa.
"E' un automa anch'esso?" domandò il capitano, che ormai credeva possibile ogni più strano miracolo.
"No, il cane è proprio vivo. Ma è così addestrato che può passare per un automa. Non isbaglia mai. Gli automi, disseminati pel parco, vengono messi in movimento da lui. Permettete che io rimandi questi signori a loro posto, e potrete convincervene coi vostri occhi."
Un altro giro di manovella e in un attimo la sala era sgombrata.
Nelle pareti si erano improvvisamente spalancati usci invisibili, gli automi erano rientrati nelle loro nicchie, e gli usci si erano richiusi. Botole si erano sprofondate in vari punti del pavimento, avevano inghiottito parecchi personaggi, e si erano richiuse anch'esse.
La casa aveva preso l'aspetto di una casa ordinaria.
Il capitano aveva fretta di tornare al suo bastimento per sorvegliare i lavori di riparazione che gli uomini dell'equipaggio avevano intrapresi.
Sul punto di congedarsi, il vecchio gli disse: "Voi siete stato il primo e forse anche l'ultimo visitatore di questo grande scoglio. La formazione delle sue coste non ha fatto mai sospettare che potesse essere abitato; le rocce, che lo circondano, impediscono agli occhi indiscreti di vederne l'interno. Vi prego di non rivelare questo segreto a nessuno."
"Mi concederete almeno il permesso di ritornarvi, se le circostanze me lo consentiranno?" rispose il capitano.
Il vecchio accennò di sì; ma, nel sorriso con cui accompagnava il cenno, c'era tale espressione di tristezza, che il capitano non poté trattenersi dal domandargli che cosa volesse significare.
"Sono vecchio; e quando sarò morto, sarà sparita anche questa parte di scoglio."
"Come?"
"L'elettricità la farà saltare in aria."
"E i suoi uomini?"
"Per loro non c'è timore. Alla mia morte abbandoneranno lo scoglio e saranno ricchi."
"Sono brava gente. Essi dovrebbero farla ricredere dalla sua diffidenza sull'onestà umana. Avrebbero potuto assassinarlo, impossessarsi delle sue ricchezze..."
"Non sarebbe stato tanto facile! Uno di loro, che tentò d'infrangere il divieto di passare il limite del parco, pagò la sua imprudenza con la vita."
"Io, dunque, se fossi approdato in un punto dello scoglio..."
"Non poteva approdare in altro punto che in quello dove è approdato."
Erano passati parecchi anni. Nino era già diventato un valente marinaio anche lui. Suo padre faceva l'ultimo viaggio e la curiosità lo spinse a deviare dalla strada, che avrebbe dovuta percorrere secondo le carte. Aveva stentato non poco per ritrovare in mezzo all'oceano quello scoglio fuori mano.
Nino non era meno curioso di lui; quel che aveva visto anni addietro gli era rimasto sì impresso nella memoria; ma gli sembrava più il ricordo di un sogno, che la evocazione di una realtà.
Approdarono nello stesso seno, ma trovarono che già gli abitanti erano ridotti a quattro soltanto.
"E il vecchio?"
"Morto!"
"E il parco?"
"Saltato in aria! Ci aveva detto: 'Quando per tre o quattro giorni non darò segno di vita, sfasciate quella cassetta di ferro, e toccate il bottone che troverete nell'interno...' Obbedimmo! e lo scoglio tremò come per terremoto... La casa era in fiamme, il parco mezzo distrutto... Verso sera non rimaneva più niente di quel che la mattina era un paradiso."
I due marinai rimasero pensosi e non osarono inoltrarsi nell'interno per vedere lo spettacolo di quella distruzione.
"Quell'uomo è vissuto felice," disse Nino.
"Chi lo sa!" rispose il padre. "Qualche volta io credo che abbia dovuto avere dei rimorsi."
"Di che?"
"Di avere speso tutto il suo ingegno, tutta l'attività nel creare questi automi, mentre avrebbe potuto fare tanto bene a creature vive."
"Chi lo sa!" rispose Nino.
Con loro quella volta lasciarono lo scoglio i superstiti, felici di ritornare in mezzo agli uomini, quando avevano perduto ogni speranza di rivedere facce umane.
Singhiozzando, con voce strozzata, il ragazzo chiamò di nuovo: "Babbo! Babbo!"
E stette ad attendere che qualcuno apparisse, che qualcuno gli rispondesse. Le lacrime gl'inondavano la faccia, il cuore gli diventava piccino piccino. Suo padre era morto, annegato?... E si rivoltò con occhi atterriti verso la spiaggia, verso il punto dove acuminati e aspri si rizzavano gli scogli, che le ondate del mare lavavano a riprese, cingendone la base con cerchi di spuma.
Il cane riprese ad abbaiare, quasi stizzito di non vedersi seguire.
Il ragazzo si decise improvvisamente, e fece di corsa il tratto di spiaggia in salita. Lassù, si arrestò maravigliato.
Come con un cambiamento di scenario, gli era apparsa davanti gli occhi una vasta estensione di terra tutta verde di erba, di alberi, di pianticine, solcata orizzontalmente da una corrente di acqua che parva argento liquefatto e si perdeva laggiù tra le ultime collinette. Nella pianura, lontano, tra gli alberi, una casa bianca col tetto rosso, davanti alla quale si arrestava la strada larga e diritta, che cominciava a pié del versante dell'altura dov'egli si era fermato. In quella casa c'era gente, senza dubbio. Come lo avrebbero accolto?... Forse suo padre era andato colà?
E l'idea di ritrovarvelo gli fece affrettare i passi.
Alla volta del viottolo si arrestò.
Sotto un albero, ritto e appoggiato al tronco, c'era un uomo, che lo guardava fisso fisso. Il cane era andato a saltellargli attorno, a leccargli le gambe. Colui parve scotersi, cominciò a movere lentamente la testa in segno di buona accoglienza, e tese un braccio per indicare la strada, dicendo con voce un po' stentata e nasale: "Tout droit, allez! Tout droit, allez! Avanti, diritto! Avanti, diritto!"
Pareva inchiodato al suolo su una specie di rialzo circondato di pianticine, e, parlando, continuava a fare la stessa mossa della testa, lo stesso gesto del braccio, e gli occhi lucidi, con sguardo fisso, avevano una strana espressione.
Il ragazzo ebbe paura, specialmente quando colui rialzò lentamente il capo, abbassò lentamente il braccio e rimase immobile con gli occhi fissi.
Il cane era tornato sul viale e andava avanti. Il ragazzo non credeva ai suoi occhi. Quell'uomo, che pareva una statua, doveva esser vivo, giacché si era mosso e aveva parlato; ma doveva essere un po' matto, pensava il ragazzo. E per ciò gli passò davanti quasi senza guardarlo, rispondendogli: "Grazie!" per non irritarlo. Si rivolse a dargli un'occhiata dopo aver fatto una ventina di passi. Colui se ne stava appoggiato al tronco, immobile. Allora il ragazzo riprese a seguire il cane, senza più voltarsi.
Più avanti, anche sotto un albero, seduta su una seggiola appoggiata al tronco, una vecchia signora leggeva. Il cane corse a saltellarle attorno, a leccarle la veste. La signora levò gli occhi dal libro, cert'occhi strani, lucidi, con sguardo fisso come quelli di quell'altro, volse la testa verso il ragazzo e gli disse, con voce un po' stridula: "Bien arrivè! Bien arrivè! Bene arrivato! Bene arrivato!"
"Scusi, signora!" rispose il ragazzo. "Ha veduto mio padre?..."
Ripeteva le stesse parole in due lingue, ma il ragazzo capiva soltanto l'italiano.
Egli si sentiva strabiliare. Che strana gente! Non osò fare un passo verso la vecchia signora, la quale aveva già abbassato gli occhi sul libro, senza più curarsi di lui.
Il ragazzo andava dietro al cane, facendo mille supposizioni, guardando qua e là se mai potesse scorgere altre persone e sapere qualcosa di suo padre. La vista della casa bianca, là in fondo, di cui ora poteva scorgere la porta e le finestre chiuse, gli dava coraggio.
Tutt'ad un tratto, egli gettò un grido. Da una siepe di bosso, che fiancheggiava il viale, era sbucato improvvisamente un vecchio, curvo, appoggiato a un bastone, con larga veste da camera a fiorami e berretto di velluto. La barba, bianchissima, gli scendeva sul petto; i capelli candidissimi gli circondavano la faccia veneranda. Sorrideva, gli accennava di accostarsi. Pronunziate le prime parole, e capito subito che il ragazzo intendeva soltanto l'italiano, egli prese a parlargli in questa lingua, pronunziandola un po' male: "Non aver paura. Chi sei? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Nino Raggio. Mio padre è qui?... Andavamo in America... Mio padre è capitano di bastimento... Abbiamo avuto la tempesta..."
"Ho capito," rispose il vecchio. "Vieni con me." E gli tese la mano.
Questo qui era diverso dagli altri; non aveva quegli occhi strani, quella voce stridula e si moveva.
"Hai appetito?"
"Ho fame..."
"Cògli quest'arancia; sbucciala. Intanto andremo a casa."
Ma lungo il viale Nino Raggio era passato di sorpresa in sorpresa. Di tratto in tratto il vecchio si fermava davanti a un personaggio appostato, come gli altri due, sotto un albero. Uno spaccalegna, appena li vide, si metteva a menare la scure, cantando, senza badare a loro; un ragazzo portava alle labbra un flauto e cominciava a sonare; un soldato spianava il fucile contro di essi e gridava: "On ne passe pas! Non si passa!"
"Noi passeremo," disse il vecchio, sorridendo.
"Non si passa! Non si passa!" ripeteva intanto il soldato.
Aveva quasi la stessa voce stridula di quegli altri, gli stessi sguardi fissi e lucenti, e Nino Raggio stringeva forte la mano del vecchio.
"Presentat'arm!"
Al comando, il soldato presentò l'arma e restò fermo, quasi la voce del vecchio lo avesse paralizzato.
Erano arrivati davanti alla casa. Ai lati della porta stavano seduti due nani. Il vecchio picchiò col bastone su una piccola piastra di rame incastrata nel suolo, e improvvisamente la porta e le finestre si spalancarono; i nani si misero a saltare, agitando le braccia e le teste; a ogni finestra si affacciò una persona con lo strano aspetto di quelle vedute per istrada, cioè con occhi lucidissimi, sguardo quasi fisso, e la pelle del viso che sembrava dipinta. Tutte agitavano braccia e teste, come prese da pazza gioia per l'arrivo del vecchio; poi, assumendo atteggiamenti composti, si mettevano a cantare. Alla luce del sole, quei personaggi avevano qualcosa che ripugnava, che faceva paura; sembravano gente morta, galvanizzata da corrente elettrica, e che sarebbe da lì a poco, tornata a morire e a disfarsi.
Nino si stringeva ai panni del vecchio e lo guardava per accertarsi ch'egli era dissimile da coloro, veramente vivo.
Intanto quei signori avevano terminato di cantare e, con la stessa celerità con cui erano apparsi e si erano mossi, sparivano dalle finestre; i due nani si rimettevano a sedere, immobili, guardando davanti a sé con gli occhi lucidi e fissi.
"Entriamo; non aver paura," disse il vecchio.
Passando accanto ai due nani, il ragazzo capì che quei due mostriciattoli erano due pupazzi. Eppure si erano mossi, avevano saltato, avevano agitato braccia e teste, e cantato insieme con gli altri!
Chi era dunque quel vecchio? Un mago?
Gli usci delle stanze erano chiusi; ma appena egli e il vecchio si accostavano, gli usci si aprivano come per incanto, li lasciavano passare e si richiudevano dietro a loro.
Questo atterrì talmente il ragazzo, che egli scoppiò in pianto.
"Non aver paura," replicò il vecchio, entrando in un vasto salone. "Qui tutto è meccanismo. Guarda: premo col piede questo bottone."
Non aveva finito di dire e di premere un bottone, quasi invisibile sul pavimento, che i quattro usci si spalancarono e dalle pareti sbucarono una dozzina di personaggi gridanti: "Comandi!"
E per tutta la casa scoppiò la stessa parola: "Comandi! Comandi!"
Aveva un bel dire il vecchio: "Non aver paura!"
Quel che Nino vedeva era così sorprendente, che ne avrebbe avuto paura anche una persona più ragionevole di lui.
"Ora domandiamo notizie di tuo padre."
Nino, a queste parole, si sentì rinfrancare.
Il vecchio si era accostato a una buchetta rotonda della parete di faccia, vi aveva applicato le labbra e si era messo a borbottare; non si capiva quel che diceva. Quando ebbe finito, prese un tubettino di causciù, alla cui estremità biforcata erano adattate due ghiande nere, se le applicò nella cavità degli orecchi e stette ad ascoltare. Nino lo guardava ansiosamente; avrebbe voluto leggergli la risposta negli occhi.
"Fra due ore tuo padre sarà qui." disse finalmente il vecchio, togliendosi l'apparecchio con cui era stato ad ascoltare. "Intanto mangerai e ti divertirai coi miei automi. Ecco, arriva la colazione."
Si udiva un fischio simile a quello di una piccola locomotiva; sempre più forte di mano in mano che si accostava. Poi gli usci si richiusero, i personaggi rientrarono nelle pareti, dove non si scorgeva traccia di porticine, e nel centro della stanza si aprì un pavimento, si levò su, lentamente, un tavolino con la tavola apparecchiata, e le tavole del pavimento, che si erano scostate, tornarono a commettersi.
Nino, nello sbalordimento, non aveva più sentito lo stimolo della fame; la vista dei piatti fumanti gli ridestò l'appetito.
Gongolava di gioia al pensiero che fra due ore avrebbe riveduto suo padre; e per ciò mangiò con gusto, quantunque un po' impaurito di uno di quei soliti personaggi, che girava girava attorno alla tavola, dietro le seggiole e che di tratto in tratto si fermava, stendeva il braccio, afferrava una bottiglia e gli versava acqua o vino, secondo che il vecchio ordinava.
Abbracciato stretto stretto al collo di suo padre, Nino aveva ascoltato, raccapricciando, il racconto delle peripezie del bastimento della notte precedente. Quando lo aveva fatto buttare nella barchetta, affidandone la sorte a un marinaro, il capitano aveva già perduto ogni speranza di rivedere suo figlio. Al chiarore dei lampi aveva visto battere tra gli scogli la barchetta, poi aveva visto il marinaio lottante coi cavalloni e da questi gettato, insieme col ragazzo, miracolosamente sulla spiaggia. Poi, per alcuni minuti che gli erano parsi secoli, niente. Altri lampi, poco dopo, gli avevano fatto scorgere l'imprudente marinaio tratto di nuovo dai cavalloni; ed egli era rimasto, fino a poco addietro, nell'incertezza se il ragazzo avesse avuto lo stesso destino. La tempesta, intanto, avvolgendo quasi in un vortice il bastimento, gli aveva fatto fare il giro delle coste dell'isoletta, e così, al cessare dell'uragano, il bastimento, senz'alberi, senza vele, in piena balìa delle onde, si era trovato davanti a un piccolo seno, dove tutto l'equipaggio aveva potuto prendere terra.
Terminato il racconto, fu la volta del capitano nell'interrogare.
Egli non era maravigliato meno di suo figlio delle cose che vedeva.
"Vivo qui da quarant'anni," disse il vecchio.
"Sempre solo?"
"Con quella piccola tribù d'operai che avete vista nell'altra parte dell'soletta. Quarant'anni fa, quest'isola era uno scoglio; io l'ho trasformata."
"In che modo?"
"Con la meccanica, con la scienza e con l'altra e con l'altra forza che vale quanto essa: la pazienza! Tre quarti dell'isola appartengono a quegli operai. Quest'altro quarto... è il mio eremo; nessuno di loro vi ha posto mai piede. Tutto quel che qui vedete è opera delle mie mani. I casi della mia vita mi avevano spinto a odiare i miei simili, e per ciò ho voluto avere attorno a me creature, che avessero sembianza di persone viventi, ma che non potessero fare nessun male. E mi sono circondato di automi. Le mie ricchezze mi hanno permesso di cavarmi questo capriccio. Io sono pronipote del celebre Vaucanson, di cui certamente avrete sentito parlare. Avevo ereditato anche il suo genio meccanico, e voi vedete qui se ho saputo riprodurre e superare le maraviglie del mio antenato. Il resto non importa, non può interessare altri all'infuori di me e non voglio neppure ricordarlo."
Il capitano disse a suo figlio: "Guarda bene questo signore. Un giorno potrai dire di aver conosciuto un gran genio. Ti parrà un sogno e forse vorrai tornare a rivederlo."
Il vecchio sorrise, accarezzò la testa del bambino e soggiunse: "Ma non mi troverai! E forse non troverai traccia neppure dell'isola. Intanto permettete alla mia vanità senile di guidarvi pel mio eremo. Qui tutto avrà vita, o, meglio, movimento per un'ora."
E così dicendo si alzò da sedere, girò più volte una manovella nascosta sotto il drappeggiamento di una tenda... e la casa fu piena a un tratto di rumori, di canti, di suoni, di persone che andavano, venivano, parlavano, quasi fossero degli invitati ai quali fossero state aperte ospitalmente le sale.
Il capitano stentava a credere si trattasse di automi, cioè di personaggi, che agivano per via di complicati meccanismi interni.
"Questi giocano una partita," disse il vecchio.
Infatti quattro giocatori erano seduti a un tavolino. Uno di essi, mescolato un mazzo di carte, le aveva distribuite, e tutti e quattro, uno alla volta, buttavano le carte, le raccoglievano dal tavolino, picchiavano su di esso, facendo tutti gli atti dei giocatori appassionati. Uno, di tratto in tratto, pareva si spazientisse, buttava le carte, tentava di rialzarsi; i compagni lo trattenevano, lo facevano rimettere a sedere.
Se il capitano non si fosse accorto che buttavano e prendevano le carte a casaccio, pur facendo le viste di giocare attentamente, avrebbe dubitato che quei quattro silenziosi giocatori fossero stati uomini, che fingessero di fare gli automi.
Intanto una signorina, coi biondi capelli spioventi sulle spalle, seduta al pianoforte lo aveva aperto e si era messa a sonare. Anche qui, se il capitano non avesse osservato che le dita sfioravano soltanto i tasti, e che il pianoforte sonava per mezzo di un proprio meccanismo, l'illusione sarebbe stata completa.
In una gabbia un pappagallo saltellava da una stecca all'altra del trampolino, beccava il mangime, strillava: "Cocò! Cocò!"
"Questo però è vivo," disse il capitano.
"No; guardi bene. E mangia, e digerisce il mangiare, come la celebre oca del mio antenato. Ho riprodotto pure il suo sonatore di flauto! Le recenti innovazioni dell'Edison mi hanno dato il mezzo di raggiungere un perfezionamento che il mio antenato non sognava neppure. I miei automi parlano, cantano, fanno brindisi, recitano poesie, grazie a minuscoli fonografi fatti costruire apposta."
E il vecchio si accostò a un personaggio tutto vestito di nero, ritto davanti a un tavolino, quasi stesse per cominciare una conferenza. Toccò un bottone, e il personaggio subito chinò la testa in segno di saluto al pubblico, tossì e cominciò: "Signore e signori!"
Nino, durante tutto questo, non aveva fatto altro che stringere sempre più forte le mani del babbo; ma davanti a quell'automa dal cranio pelato, con la bocca sdentata, che girava gli occhi e gesticolava rabbiosamente, vomitando insulti contro la razza umana, fu preso da invincibile terrore e cominciò a strillare: "Babbo, andiamo via! Andiamo via!"
Piangeva, si dibatteva, premendo la faccia contro il petto del babbo, e non c'era modo di rassicurarlo.
"Lo scusi," disse il capitano rivolto al vecchio. "Quel che qui si vede è così straordinario, che io stesso non saprei dire se la mia maraviglia e il mio stupore non siano mescolati anch'essi con un po' di paura."
Il conferenziere fu fatto tacere.
Nino aveva parlato del cane da cui era stato guidato dalla spiaggia alla casa.
"E' un automa anch'esso?" domandò il capitano, che ormai credeva possibile ogni più strano miracolo.
"No, il cane è proprio vivo. Ma è così addestrato che può passare per un automa. Non isbaglia mai. Gli automi, disseminati pel parco, vengono messi in movimento da lui. Permettete che io rimandi questi signori a loro posto, e potrete convincervene coi vostri occhi."
Un altro giro di manovella e in un attimo la sala era sgombrata.
Nelle pareti si erano improvvisamente spalancati usci invisibili, gli automi erano rientrati nelle loro nicchie, e gli usci si erano richiusi. Botole si erano sprofondate in vari punti del pavimento, avevano inghiottito parecchi personaggi, e si erano richiuse anch'esse.
La casa aveva preso l'aspetto di una casa ordinaria.
Il capitano aveva fretta di tornare al suo bastimento per sorvegliare i lavori di riparazione che gli uomini dell'equipaggio avevano intrapresi.
Sul punto di congedarsi, il vecchio gli disse: "Voi siete stato il primo e forse anche l'ultimo visitatore di questo grande scoglio. La formazione delle sue coste non ha fatto mai sospettare che potesse essere abitato; le rocce, che lo circondano, impediscono agli occhi indiscreti di vederne l'interno. Vi prego di non rivelare questo segreto a nessuno."
"Mi concederete almeno il permesso di ritornarvi, se le circostanze me lo consentiranno?" rispose il capitano.
Il vecchio accennò di sì; ma, nel sorriso con cui accompagnava il cenno, c'era tale espressione di tristezza, che il capitano non poté trattenersi dal domandargli che cosa volesse significare.
"Sono vecchio; e quando sarò morto, sarà sparita anche questa parte di scoglio."
"Come?"
"L'elettricità la farà saltare in aria."
"E i suoi uomini?"
"Per loro non c'è timore. Alla mia morte abbandoneranno lo scoglio e saranno ricchi."
"Sono brava gente. Essi dovrebbero farla ricredere dalla sua diffidenza sull'onestà umana. Avrebbero potuto assassinarlo, impossessarsi delle sue ricchezze..."
"Non sarebbe stato tanto facile! Uno di loro, che tentò d'infrangere il divieto di passare il limite del parco, pagò la sua imprudenza con la vita."
"Io, dunque, se fossi approdato in un punto dello scoglio..."
"Non poteva approdare in altro punto che in quello dove è approdato."
Erano passati parecchi anni. Nino era già diventato un valente marinaio anche lui. Suo padre faceva l'ultimo viaggio e la curiosità lo spinse a deviare dalla strada, che avrebbe dovuta percorrere secondo le carte. Aveva stentato non poco per ritrovare in mezzo all'oceano quello scoglio fuori mano.
Nino non era meno curioso di lui; quel che aveva visto anni addietro gli era rimasto sì impresso nella memoria; ma gli sembrava più il ricordo di un sogno, che la evocazione di una realtà.
Approdarono nello stesso seno, ma trovarono che già gli abitanti erano ridotti a quattro soltanto.
"E il vecchio?"
"Morto!"
"E il parco?"
"Saltato in aria! Ci aveva detto: 'Quando per tre o quattro giorni non darò segno di vita, sfasciate quella cassetta di ferro, e toccate il bottone che troverete nell'interno...' Obbedimmo! e lo scoglio tremò come per terremoto... La casa era in fiamme, il parco mezzo distrutto... Verso sera non rimaneva più niente di quel che la mattina era un paradiso."
I due marinai rimasero pensosi e non osarono inoltrarsi nell'interno per vedere lo spettacolo di quella distruzione.
"Quell'uomo è vissuto felice," disse Nino.
"Chi lo sa!" rispose il padre. "Qualche volta io credo che abbia dovuto avere dei rimorsi."
"Di che?"
"Di avere speso tutto il suo ingegno, tutta l'attività nel creare questi automi, mentre avrebbe potuto fare tanto bene a creature vive."
"Chi lo sa!" rispose Nino.
Con loro quella volta lasciarono lo scoglio i superstiti, felici di ritornare in mezzo agli uomini, quando avevano perduto ogni speranza di rivedere facce umane.
(Luigi Capuana, Quattro viaggi straordinari. Solfanelli, 1992)
sabato 24 gennaio 2015
Double Up
Sfogliando l'album di famiglia della scena canterburiana uno dei volti ricorrenti è quello del chitarrista Phil Miller. C'è sempre: dall'esordio discografico con i Delivery del fratello Steve ai National Health, passando per Caravan e Hatfield and the North. Se pur mancano all'appello Egg e Soft Machine - così, per completismo - Miller ha spesso collaborato con, dei primi, Dave Stewart (ad esempio in Up from the Dark del 1986) e con ben tre ingranaggi della Morbida Macchina: i Matching Mole di Wyatt, Hugh Hopper con i Short Wave ed Elton Dean. Quest'ultimo fu parte integrante degli In Cahoots, il gruppo fondato da Miller e comprendente Pip Pyle, Peter Lemer, Richard Sinclair e Hopper. Il ruolo di Hopper fu in seguito rivestito da Fred Baker, chitarrista e bassista con il quale Miller registrò e pubblicò nel 1992 per la propria etichetta Crescent il delizioso Double Up che, tra le nove gemme che lo compongono incastona le riletture di due classici del suo repertorio: Calyx dal primo omonimo lavoro degli Hatfield e God Song dal Libretto Rosso delle pugnaci Talpe.
Above & Below (Miller)
Underdub (Miller)
For Christine (Baker)
Second Sight (Miller)
Eastern Region (Miller)
Loggerheads (Baker)
Calyx (Miller)
Green & Purple (Miller)
God Song (Miller / Wyatt)
mercoledì 14 gennaio 2015
La Buona Annata's Literary Supplement: Korok
Il giardino zoologico di Anakee, un torrido pianeta situato quasi al centro della nebulosa di Andromeda, era, sebbene incompleto, il più fornito dell'intero universo. La fauna degli innumerevoli mondi appartenenti a quella Galassia vi era rappresentata in tutta la sua varietà. Mille e mille esemplari, selezionati e disposti in bell'ordine, vivevano rinchiusi entro cubi trasparenti di quarzo polarizzato in cui erano state artificialmente riprodotte le condizioni ambientali del pianeta di provenienza.
Uno zoo davvero magnifico! Gli uomini di Anakee ne erano orgogliosi. E quando il loro enorme progresso scientifico consentì il balzo verso altre Galassie, non dimenticarono di caricare a bordo delle loro veloci astronavi i cacciatori elettronici. Paese che vai, bestie che trovi, dissero. Al ritorno della spedizione il loro zoo sarebbe stato certamente ingrandito e arricchito di nuovi e interessanti esemplari.
Fu così che un bel giorno le astronavi di Anakee fecero capolino ai margini della Via Lattea. Squadre di tecnici e specialisti esplorarono dozzine e dozzine di pianeti e relativi satelliti, eseguirono i dovuti rilievi scientifici e sguinzagliarono i cacciatori, uno per pianeta.
Il Korok - così si chiamava il macchinario semovente capace di dare la caccia ad animali di qualsiasi tipo - somigliava ad un enorme ragno: otto zampe metalliche e snodabili innestate su uno sferoide di circa un metro e mezzo di diametro. Il Korok era indistruttibile, a prova di bomba nucleare e di raggio termico. Era fornito di uno spettrofotometro a raggi infrarossi per la ricerca automatica della preda, di una carica praticamente inesauribile e di un paralizzatore neuronico con cui immobilizzava l'animale al termine dell'inseguimento.
L'apparecchio lasciato su Deneb IV apparteneva al tipo più recente e perfezionato. Era dotato, infatti, di uno speciale e sensibilissimo misuratore d'intelligenza. Sulle indicazioni di esso il Korok immobilizzava soltanto gli animali più evoluti e interessanti: gli uomini di Anakee non avevano alcuna intenzione di portarsi a casa una collezione di bestie sciocche e scarsamente evolute. Volevano esemplari di prim'ordine. Il Korok stesso avrebbe provveduto alla selezione.
Harry Bulmer, comandante della "Golden Star" capitò su Deneb IV qualche tempo dopo. Sarà bene dirlo subito: anche i terrestri scorrazzavano per lo spazio, ma le loro esplorazioni si svolgevano in un raggio piuttosto ristretto. Le astronavi terrestri erano rudimentali: potevano raggiungere velocità di molto superiori a quella della luce, alla barba di Einstein che secoli prima aveva postulato il limite massimo a 300.000 km/sec., tuttavia si trattava di una velocità irrisoria, perlomeno in confronto a quella delle astronavi di Anakee, le quali, sfruttando le distorsioni dell'iperspazio, potevano coprire distanze enormi quasi in un batter d'occhio.
Harry Bulmer faceva parte della Squadra Astrografi, adibita alla compilazione delle astromappe e all'esplorazione dei pianeti al di là del Sistema Solare. Quando nel teleschermo l'immagine di Deneb IV diventò abbastanza nitida, Harry comprese subito che il pianeta sarebbe stato un osso duro. Decise di esplorarlo di persona. Lasciò la "Golden Star" in orbita e scese a terra servendosi d'un canotto spaziale.
Prelevò un campione d'aria: irrespirabile. Allora si munì d'un leggero respiratore e uscì all'aperto. Esaminò il terreno, raccolse campioni di roccia e di sedimenti. Poiché gli occorreva anche un campione d'acqua pensò bene di dirigersi verso la folta macchia di vegetazione che si estendeva ai limiti della radura.
La flora era di un tipo insolito, probabilmente a base di silicio anziché di carbonio. Tagliò con le cesoie alcuni arboscelli e li mise nel tascapane. Poi, attraversata la macchia, pervenne ai margini di un'altra pianura, erbosa e ondulata.
Restò senza fiato. Harry era un uomo di fegato, aveva esplorato un centinaio di pianeti, e ne aveva viste di tutti i colori. Ma lo spettacolo che questa volta si parava dinanzi ai suoi occhi superava ogni aspettativa. A pochi metri di distanza giacevano animali del tipo più disparato, rigidi, immobili come statue. Sembrava che tutti i rappresentanti della fauna di Deneb IV si fossero dati convegno in quel punto per dormire insieme un lungo sonno di pace e di fratellanza.
Harry si avvicinò con il disintegratore puntato, pronto a far fuoco al minimo segno di pericolo. Gli animali non si mossero. Ciò che maggiormente lo impressionava non era il loro aspetto mostruoso, quanto piuttosto la luce di gelida intelligenza che emanava da quella selva di occhi sbarrati.
Mentre scattava alcune fotografie udì un fruscio di sterpi nella boscaglia. Qualunque cosa fosse, non era consigliabile restare lì allo scoperto. Harry corse a nascondersi in un cespuglio.
Quando vide il Korok per poco non gridò. Quell'enorme ragno metallico, che procedeva su cinque delle otto zampe sostenendo la preda con le altre tre, era quanto di più terrificante e incomprensibile egli avesse incontrato nelle sue scorribande attraverso lo spazio.
Il Korok si avvicinò al gruppo degli animali irrigiditi e posò a terra la preda paralizzata. Harry lo vide allontanarsi alla ricerca di altri esemplari, ma, percorsi pochi metri, la piccola antenna periscopica che fuorusciva dallo sferoide emise uno strano ronzio. Il Korok si arrestò di colpo e cambiò direzione. Ora procedeva verso di lui, evidentemente l'antenna spia aveva rivelato la presenza dell'uomo e il Korok si accingeva a catturare la nuova preda.
Harry puntò l'arma e fece fuoco. Non accadde niente: il Korok continuava ad avanzare. Fece fuoco altre due volte e se la diede a gambe.
S'accorse subito che correndo in quella direzione si allontanava sempre più dal canotto spaziale, ma ormai era tardi, il Korok gli era alle spalle e incalzava procedendo a velocità sostenuta e costante. Si sbarazzò del disintegratore, gettò via la macchina fotografica e il tascapane contenente i campioni. Alleggerito, riuscì a guadagnare un centinaio di metri. Poi, deviò a sinistra, correndo lungo una traiettoria curva, al termine della quale sperava di arrivare vicino al canotto. Sapeva che la corsa sarebbe durata non meno di tre ore, era una pazzia sperare di farcela.
Le costole cominciarono a dolergli, il cuore sembrava che dovesse scoppiare da un momento all'altro. Harry era giustamente considerato uno tra i più intelligenti esploratori del Servizio Galattico. Possibile che con il suo cervello tanto quotato non riuscisse a trovare la maniera di gabellare il Korok? Si arrestò di colpo e attese.
Quando il Korok fu giunto a soli quattro metri, Harry scattò sulla destra e dopo alcuni rapidissimi balzi, deviò bruscamente sulla sinistra di quasi novanta gradi. Aveva consentito al Korok di avvicinarsi, questo era vero, ma ora poteva sperare di raggiungere il canotto in linea retta senza più subire il ritardo delle deviazioni. Ce l'avrebbe fatta? Correva ormai da più di un'ora, i polmoni gli bruciavano e sentiva in bocca sapor di metallo.
Era una corsa allucinante, disperata. Poi, come Dio volle, giunse alla grande radura dove aveva lasciato il veicolo spaziale. Era laggiù, lucido e invitante sotto il sole purpureo, lontano non più di mezzo miglio. Ma il Korok era di nuovo alle sue calcagna. Harry udiva lo sferragliare di quelle otto zampe che lo tallonavano farsi sempre più incombente e minaccioso. Inesorabile, il Korok guadagnava terreno. Le gambe di Harry non reggevano più, erano molli, gommose, e si piegavano ad ogni passo. Un urlo di pazzia gli rimbombò nel cranio.
Fu raggiunto a pochi metri dal portello. Una pietra che sporgeva dal terreno lo fece inciampare. Cadde, rotolò e giacque supino. Il Korok gli fu addosso.
Era sotto la macchina, ingabbiato tra le otto zampe, e fissava lo sferoide con occhi sbarrati dal terrore. Aste lunghe e sottili, terminanti con bulbi ed elettrodi, uscirono dalla macchina. E' la fine, pensò Harry. Si sentì esaminare, toccare il petto, il collo e la fronte. Una sonda biforcuta gli si incollò alle tempie. Chiuse gli occhi in attesa della fine.
Fu una paura inutile. Il Korok ritirò le aste e la sonda, e indietreggiò. Harry, incredulo, lo guardò allontanarsi e sparire in fondo alla radura lasciando dietro di sé una nuvola di polvere.
Era stato risparmiato. Inspiegabilmente il Korok aveva deciso di non catturarlo. Sudato e ansante entrò nel canotto e raggiunse l'astronave che attendeva in orbita. Quando compilò il rapporto, accanto al nome del pianeta, scrisse: M.P.I., Mondo Pericoloso e Inospitale. Prese la mappa galattica e disegnò intorno a Deneb IV un circoletto rosso.
Non seppe mai che cosa in realtà lo aveva salvato. Harry non poteva sapere che i tecnici di Anakee avevano costruito il Korok tarandolo in modo che esso potesse catturare soltanto gli animali forniti di un quoziente intellettuale superiore a quello medio. E soprattutto Harry ignorava che all'esame elettroneurotico del Korok, lui, l'esploratore forse più in gamba di tutta la squadra, era risultato di intelligenza debole, scarsamente interessante e indegno di far parte dello zoo che gli uomini di Anakee stavano allestendo.
Harry si avvicinò con il disintegratore puntato, pronto a far fuoco al minimo segno di pericolo. Gli animali non si mossero. Ciò che maggiormente lo impressionava non era il loro aspetto mostruoso, quanto piuttosto la luce di gelida intelligenza che emanava da quella selva di occhi sbarrati.
Mentre scattava alcune fotografie udì un fruscio di sterpi nella boscaglia. Qualunque cosa fosse, non era consigliabile restare lì allo scoperto. Harry corse a nascondersi in un cespuglio.
Quando vide il Korok per poco non gridò. Quell'enorme ragno metallico, che procedeva su cinque delle otto zampe sostenendo la preda con le altre tre, era quanto di più terrificante e incomprensibile egli avesse incontrato nelle sue scorribande attraverso lo spazio.
Il Korok si avvicinò al gruppo degli animali irrigiditi e posò a terra la preda paralizzata. Harry lo vide allontanarsi alla ricerca di altri esemplari, ma, percorsi pochi metri, la piccola antenna periscopica che fuorusciva dallo sferoide emise uno strano ronzio. Il Korok si arrestò di colpo e cambiò direzione. Ora procedeva verso di lui, evidentemente l'antenna spia aveva rivelato la presenza dell'uomo e il Korok si accingeva a catturare la nuova preda.
Harry puntò l'arma e fece fuoco. Non accadde niente: il Korok continuava ad avanzare. Fece fuoco altre due volte e se la diede a gambe.
S'accorse subito che correndo in quella direzione si allontanava sempre più dal canotto spaziale, ma ormai era tardi, il Korok gli era alle spalle e incalzava procedendo a velocità sostenuta e costante. Si sbarazzò del disintegratore, gettò via la macchina fotografica e il tascapane contenente i campioni. Alleggerito, riuscì a guadagnare un centinaio di metri. Poi, deviò a sinistra, correndo lungo una traiettoria curva, al termine della quale sperava di arrivare vicino al canotto. Sapeva che la corsa sarebbe durata non meno di tre ore, era una pazzia sperare di farcela.
Le costole cominciarono a dolergli, il cuore sembrava che dovesse scoppiare da un momento all'altro. Harry era giustamente considerato uno tra i più intelligenti esploratori del Servizio Galattico. Possibile che con il suo cervello tanto quotato non riuscisse a trovare la maniera di gabellare il Korok? Si arrestò di colpo e attese.
Quando il Korok fu giunto a soli quattro metri, Harry scattò sulla destra e dopo alcuni rapidissimi balzi, deviò bruscamente sulla sinistra di quasi novanta gradi. Aveva consentito al Korok di avvicinarsi, questo era vero, ma ora poteva sperare di raggiungere il canotto in linea retta senza più subire il ritardo delle deviazioni. Ce l'avrebbe fatta? Correva ormai da più di un'ora, i polmoni gli bruciavano e sentiva in bocca sapor di metallo.
Era una corsa allucinante, disperata. Poi, come Dio volle, giunse alla grande radura dove aveva lasciato il veicolo spaziale. Era laggiù, lucido e invitante sotto il sole purpureo, lontano non più di mezzo miglio. Ma il Korok era di nuovo alle sue calcagna. Harry udiva lo sferragliare di quelle otto zampe che lo tallonavano farsi sempre più incombente e minaccioso. Inesorabile, il Korok guadagnava terreno. Le gambe di Harry non reggevano più, erano molli, gommose, e si piegavano ad ogni passo. Un urlo di pazzia gli rimbombò nel cranio.
Fu raggiunto a pochi metri dal portello. Una pietra che sporgeva dal terreno lo fece inciampare. Cadde, rotolò e giacque supino. Il Korok gli fu addosso.
Era sotto la macchina, ingabbiato tra le otto zampe, e fissava lo sferoide con occhi sbarrati dal terrore. Aste lunghe e sottili, terminanti con bulbi ed elettrodi, uscirono dalla macchina. E' la fine, pensò Harry. Si sentì esaminare, toccare il petto, il collo e la fronte. Una sonda biforcuta gli si incollò alle tempie. Chiuse gli occhi in attesa della fine.
Fu una paura inutile. Il Korok ritirò le aste e la sonda, e indietreggiò. Harry, incredulo, lo guardò allontanarsi e sparire in fondo alla radura lasciando dietro di sé una nuvola di polvere.
Era stato risparmiato. Inspiegabilmente il Korok aveva deciso di non catturarlo. Sudato e ansante entrò nel canotto e raggiunse l'astronave che attendeva in orbita. Quando compilò il rapporto, accanto al nome del pianeta, scrisse: M.P.I., Mondo Pericoloso e Inospitale. Prese la mappa galattica e disegnò intorno a Deneb IV un circoletto rosso.
Non seppe mai che cosa in realtà lo aveva salvato. Harry non poteva sapere che i tecnici di Anakee avevano costruito il Korok tarandolo in modo che esso potesse catturare soltanto gli animali forniti di un quoziente intellettuale superiore a quello medio. E soprattutto Harry ignorava che all'esame elettroneurotico del Korok, lui, l'esploratore forse più in gamba di tutta la squadra, era risultato di intelligenza debole, scarsamente interessante e indegno di far parte dello zoo che gli uomini di Anakee stavano allestendo.
(Lino Aldani, Quarta dimensione. Baldini & Castoldi, 1964)
mercoledì 31 dicembre 2014
lunedì 29 dicembre 2014
la Buona Annata's Literary Supplement: L'uomo del parco Monceau
Certo l'uomo non può evitare di essere molle.
(Girolamo Cardano)
Se quella notte un agente di polizia si fosse trovato in boulevard de Courcelles, molto probabilmente avrebbe pensato di essere pazzo; perché alla parola "uomo" un poliziotto vede subito qualcosa di massiccio e di duro al quale ci si può abbrancare, che bisogna "avvinghiare alla vita", secondo l'espressione professionale, che si atterra a colpi di randello sul cranio e del quale si diventa padroni col gioco classico delle manette ai polsi. L'eroe di questa piccola storia avrebbe riso parecchio se avessero cercato di infilargli le manette, ma non c'erano agenti, ed eccolo comparire all'angolo di rue de Courcelles, di fronte all'omonima stazione del métro, per avviarsi in fretta sul viale in direzione della rotonda.
Il marciapiede che qui costeggia la cancellata del parco Monceau dopo mezzanotte è uno dei luoghi più deserti della capitale. Piccoli borghesi ordinati, professori, funzionari compongono quasi tutta la popolazione di questo quartiere, ove gli edifici più noti, una piscina, alcuni istituti di insegnamento privato nei quali ci si alza troppo presto per vegliare fino a tardi, non hanno vita notturna. Le belle di notte vanno piuttosto a caccia dalle parti del boulevard des Batignolles, o dell'avenue de Wagram, che si vede sfavillare dopo place des Ternes, mentre le cocottes di rue de Chazalle sono a Montmartre coi loro protettori. Infine, la mancanza di traffico fa sì che non vi siano mendicanti e non si saprebbe dire, a filo di logica, perché il luogo sia ritenuto pericoloso, dal momento che gli algerini della Chapelle, che qualche volta giocano al rasoio fra il fumo dei treni del Nord e dell'Est, non si avventurano mai più giù del métro d'Anvers.
In realtà da quella solitudine si sprigiona un'aria sgradevole, che proviene, probabilmente, dalle sbarre molto alte, disposte in lunga fila, serrate l'una con l'altra e dorate sulle punte, dietro le quali si scorgono vaghe le sagome di statue o di opere decorative, che spiccano sulla massa cupa della verzura sopra lo specchio fangoso di qualche stagno. Più lontano, per la pesantezza della sua cupola grigia, la rotonda Monceau evoca l'ingresso di un cimitero monumentale in Italia.
Il nostro personaggio si lascerà commuovere dall'atmosfera funerea del luogo? Invece di affrettare il passo, come fanno solitamente gli inquieti, ecco che si ferma, a metà strada dalla rotonda, per lanciare un lungo sguardo intorno a sé. Si afferra la testa con ambedue le mani, grida qualcosa in tono di scherno, lancia nel rivo il cappello di feltro. Poi, con la fretta di coloro che paventano d'essere sorpresi a svestirsi all'aperto, si strappa, più che togliersi, tutti gli abiti, e li arrotola nell'impermeabile deposto sul muro di sostegno della cancellata.
Fin qui, ancora nulla di straordinario. I commissariati sono avvezzi a gente di questo genere, che portano lì prima dell'alba, inebetiti e tremanti dal freddo perché nudi sotto una mantellina azzurra, troppo corta per avvilupparli con la minima decenza: ubriachi, invasati, folli mistici che credono di avere sentito le trombe dell'ultimo giudizio, ce n'è di tutte le specie, e il più delle volte li si lascia andare senza tante formalità, oppure li si restituisce a che viene a reclamarli dopo che hanno trascorso la mattinata in guardina.
L'uomo nudo ora fa uno sgraziato fagotto della sua roba, annodando quattro o cinque volte, un nodo sopra l'altro, le maniche dell'impermeabile e (crede forse, con l'abbandono di questi rifiuti, di ritrovare nel seno materno della notte un'innocenza altrettanto insolita sul boulevard de Courcelles quanto una criniera di cavallo che all'improvviso schizzasse fuori, fitta, dai muri bianchi di calce di una cella monastica?) getta il tutto dall'altra parte della cancellata, nelle tenebre del parco. L'ampiezza di quest'ultimo gesto sarebbe apparsa singolare a un osservatore; più che gettato, non sarebbe meglio dire, se la cosa fosse possibile, che il pacco si è trovato "deposto", a lunghezza di braccio, dietro la cancellata?
Ma, nello stesso istante, l'uomo si issa sull'orlo del muretto, e l'osservatore - se ne esiste uno da qualche parte - può pur dimenticare tutto questo preludio davanti allo spettacolo veramente fantastico di un braccio di rispettabile rotondità che si insinua, senza sforzo apparente, fra due sbarre accostate in modo da contenere appena una canna per innaffiare.
Abbiamo visto, forse, un serpente che si allunga, e il ventre gli diventa così sottile da seguire nei buchi più stretti il piccolo cranio; abbiamo visto lumache appiattirsi smoderatamente per andare a collocarsi nel cavo di un sasso; abbiamo visto il corpo della piovra modellarsi sul rilievo della caverna ove il mollusco è rannicchiato. C'è un po' di tutto questo, ma c'è ancora ben altro, nella deformazione di quel braccio umano sul quale si arrotola, come un'onda che risalga verso la spalla, un cuscinetto di pelle che sempre più si gonfia a mano a mano che progredisce il morso della cancellata. L'uomo nudo contempla con interesse lo svolgimento del fenomeno, e le sue labbra emettono un fischio nel quale forse si riconosce una melodia che deve trovarsi nelle "Nozze di Figaro". La spalla segue il braccio senza la minima difficoltà. La testa diventa simile a un disco enorme e assai piatto, e si può ancora distinguere un volto che assomiglia a quello della luna sui manifesti di un ben noto lucido per le scarpe. Il fischiettio si è attenuato, ma continua debolmente anche se non c'è più un pollice di spessore fra la bocca e la nuca. Ora si distingue senza ombra di dubbio l'aria del farfallone amoroso. Nel frattempo, la testa e l'altro braccio passano a loro volta dietro le sbarre, e il resto del corpo li segue, aspirato a poco a poco come nei rulli inesorabili di un laminatoio.
Dall'altro lato della cancellata, quel corpo, ridotto così come si è visto in dischi, in lastre, in lunghi nastri di carne, riprende immediatamente la sua forma con una elasticità che avremmo ritenuto privilegio di quelle Miss Caucciù, che gli artisti giapponesi spediscono per tutto il mondo entro casse ben foderate, e le cui grazie attirano una clientela di amatori verso le serrande color rosolaccio di certi piccoli negozi segreti nel quartiere delle Folies-Bergère... Ma lasciamo stare questi misteri, che sono di Parigi come di tante altre città e che, tutto sommato, sono soltanto spaventosamente volgari. Torniamo piuttosto al nostro malleabile eroe, davanti al quale la notte non troppo oscura rivela un parco Monceau assai più strano di quello dei monelli e delle balie di cui brulica durante il giorno.
Pochi passi sono bastati per fargli perdere di vista l'infilata di sbarre e, dietro quelle, le luci del boulevard. E' ora in un fitto boschetto di laurocerasi, che scavato a guisa di conca presenta all'interno un ampio vuoto dove i giardinieri ripongono, al riparo dagli sguardi, ciò che probabilmente sembra loro vergognoso o superfluo. Come un gran cumulo di letame che hanno appena portato via e che ha lasciato sulla terra nera un rettangolo chiaro fatto di mille germogli bianchi simili ad invidia e attorcigliati a guisa di gracili serpenti su una lastra di piombo; come una piramide di poltrone e di seggiole in fil di ferro giallo rizzante verso il cielo un tale arruffio di piedi da far pensare a una macchina per captare i fulmini, e all'opera di un demente. Di fianco, sul manico di una vanga conficcata per terra, una moltitudine di corone di paglia come degli ex-voto; e le banalità di un innaffiatoio di rame e di rastrelli coi denti in aria - se vi camminate sopra, il manico vi colpirà il viso - non dissiperanno facilmente la prima impressione di stupore all'idea del cerimoniale bizzarro che cercate di immaginare, in atto di svolgere la sua pompa sul palcoscenico di quel luogo appartato. Conosciamo davvero la religione dei giardinieri? Dove trovare il minimo ragguaglio su questi uomini che potremmo toccare con la mano ogni giorno, e che ci rimangono più stranieri degli zigani o dei pigmei dell'Equatore? Dove sono le opere sapienti, i libri dotti, gli atlanti con tavole? Chi scriverà quel trattato, che tanto ci manca, sui costumi dei giardinieri e sulle loro abitudini notturne? Non esiste niente di tutto questo, e la scienza si interessa soltanto alle cose lontane. Nella penombra, campane proteggenti piccoli vegetali di lusso, brillano i seni di ricambio di una colossale figura di vetro.
Ancora qualche passo; l'uomo nudo esce dal boschetto e si siede sul pendio assai leggero di un prato abbastanza vasto nel quale altro non si vede, qua e là, se non statue irrigidite nella pietra e nel bronzo. Le stelle tremano sopra il suo capo. E' un momento ideale per quella antica tristezza pagana, che spesso fa gemere coloro il cui destino è di essere unici al cospetto di tutte le specie del mondo.
"Perché non sono piuttosto monco delle gambe" - esclama - "accosciato sotto i miei rancidi stracci fra le anticaglie di un mercato di roba vecchia sciorinate all'aperto?! Perché non sono un tronco umano che si mette sotto vetro, cinto di fiori d'arancio, fra due bei candelabri d'argento?! Potrei, almeno, piacere a una di quelle dolci donne bianche e rosa il cui volto di porcellana da infermiera anglosassone si illumina, come a un raggio di sole, allo spettacolo affascinante di un uomo minorato nella propria carne."
Tace, poi lo si vede arrovesciarsi all'indietro, impugnare i piedi fra le mani e tendere tutto il corpo in un cerchio assolutamente perfetto. Ecco all'improvviso la ruota umana, quel capriccio di qualche incisore del Rinascimento, ritta in equilibrio sull'erba corta; la testa è strettamente incollata alle braccia, il naso è rientrato nel viso, nessuna sporgenza rompe la levigatezza del battistrada, ma gli occhi sono un po' arretrati da una parte e dall'altra di questo, e la schiena, all'interno della ruota, conserva tutte le sue forme intatte.
La stupefacente creatura si dondola, compie un giro d'orizzonte facendo perno sul proprio asse verticale e si appiattisce due o tre volte per prendere slancio, fin quando uno scatto, brutale come quello di una molla, la arrotonda di nuovo mandandola nello stesso tempo a rotolare lontano sui fianchi erbosi del prato. Corre con una velocità che ha del prodigioso, batterebbe un cavallo al gran galoppo, e, quando sembra che il movimento stia per rallentare, una deformazione appena sensibile le ridà nuove forze. Anche i rigonfiamenti, che rendono gibboso un po' ovunque il terreno, non la fermano; sale su quei piccoli monticelli con la stessa leggerezza con la quale la si vede calare a valle dei loro pendii. Quando incontra gli archetti di ferro che fiancheggiano il prato, li supera di un facile balzo, e si ha quasi l'impressione di sentirla ridere; è pure in questa guisa che affronta il marciapiede dell'avenue Ferdousi, la grande carrozzabile attraverso cui l'avenue Ruysdael si congiunge a rue de Phalsbourg, e allora penetra nella seconda metà del parco, verso l'avenue Velasquez. Un momento, corre sulla riva dello stagno romantico sfiorando l'edera che qui adorna con le sue pesanti trecce alcune rovine dall'aspetto artificioso, vestigia, a quanto si dice, del grande mausoleo della regina Caterina, poi, dopo qualche andirivieni in quello scenario polveroso, eccola spuntare all'angolo di un cespuglio di pruni, davanti alla spaventosa colata di biancheria sporca che a tutte le ore è la figura della Notte sul monumento a Fryderyk Chopin. Vacilla come un cerchio che stia per cadere a terra, ma non cade, e attraversa ancora il ruscello su un fragile ponte di legno prima di fermarsi, oscillando, dall'altro lato dell'acqua.
La ruota si disfa all'istante. Quelle carni così ben applicate a comporre il più raro e il più matematico dei mostri, così ben saldate insieme che il più accanito anatomista non saprebbe decidersi alla loro dissezione, si staccano senza alcuna fatica visibile. Ancora una volta è l'uomo nudo, nostra vecchia conoscenza, che stira il suo gran corpo nel mezzo della notte, solo spazzando col rovescio della mano l'erba schiacciata che l'ha sporcato, durante la corsa, dalla testa agli alluci.
Tuttavia, proprio a fianco del luogo ove ha cessato di essere rotondo, un Laocoonte attira i suoi sguardi, e le contorsioni del gruppo gli appaiono come altrettante sfide da raccogliere immantinente, altrettanti inviti a giochi di pietra e di pelle che il tepore della notte e il chiarore delle stelle renderanno incantevoli. Non gli ci vuole molto tempo a scavalcare il bordo di un'aiuola, ove il marrone rossiccio delle violaciocche nane disegna una mediocre scacchiera su un incerto fogliame grigio.
"Stupida genia dei giardinieri paesaggisti," brontola, "artisti floreali, bestie degne di mangiare il vostro concime! Non potevate mettere primule auricole sotto i miei piedi nudi, con un po' di eliotropio, almeno, per avvolgere d'un profumo che gli si convenga questo buon amico dei serpenti?"
E si issa sullo stretto zoccolo della statua.
Si direbbe, per una curiosa illusione dei sensi, che il gruppo si sia animato a contatto dell'uomo nudo. Eppure la pietra resta pietra, e non c'è mai altro prodigio che quella natura un po' bizzarra che permette al nostro eroe di spezzare la sua forma abituale per sciogliersi in tutte quelle che gli piacciono, alla sola condizione di non cambiare di volume.
Vedete come si allunga, adesso? Si è di nuovo trasformato in una spirale vertiginosa che si avvinghia intorno al nobile vecchio; in certi momenti, non è più altro, per l'occhio abbagliato, se non un malstrom di riflessi pallidamente dorati che corrono sul marmo come se stessero per inabissarvisi; poi è un filo sferzante, simile a quei sottili rettili arboricoli dell'Insulindia, che pende sotto i muscoli ben modellati della statua; e si ispessisce fino a diventare una specie di idra, o di calamaro: nidiata di grossi serpenti nati dalle braccia, dalle gambe, dall'intero corpo dell'uomo ridotto al calibro dei suoi modelli pietrificati. Nessuno oserebbe mettere la mano su quelle spire rapide, che si immaginano viscide e fredde al tatto; non se ne vorrebbe sentire il rumore incessante che evoca l'urto di corregge, ma quel rumore, quel movimento affascinano, e i passeri svegliati popolano di acute grida la ramatura che copre la riva.
Una carpa, o qualche altro pesante pesce divoratore di zanzare, è saltata fuori dallo stagno. La sua molle caduta, nell'acqua che si chiude con un gran colpo di lingua e una pioggia di sparpagliate goccioline, produce un effetto inatteso, perché ogni movimento cessa, tutti i serpenti si irrigidiscono ai fianchi del marmo. Se si vuole contemplare il più raro dei Laocoonti, bisogna affrettarsi, e forse riconosceremo, all'estremità di un tentacolo ritto sulla fronte del sacerdote di Nettuno, due occhi che la ruota umana ci aveva già mostrato, ma che qui sono così ravvicinati da costituirne pressoché uno solo sotto un lungo corno villoso. Tosto questo ritorna al suo primo stato di cranio, la statua ritrova le sue millenarie convulsioni, e l'uomo, ancora agghiacciato dagli abbracci del marmo, fugge, senza neppure pensare a tornare ruota, verso le smerlettature di un boschetto intravisto sulla sinistra di un caos di false rupi simulanti una grotta di montagna.
L'assurda emozione che l'aveva invaso - e per così poca cosa come il rumore d'un pesce - è scomparsa, ma è un rifugio poco amabile, durante la notte, quando si è nudi, una macchia di pruni e di agrifoglio. Ora si tratta di uscirne. Un viale serpentino, ove corre il nostro uomo a lunghi passi sferzati dai rami, lo conduce davanti a una povera parvenza di piramide, nerastra, tristemente vigilata da due sfingi, che, senza saperne il motivo, i custodi del parco chiamano sempre la tomba etrusca, anche se lo stile è piuttosto egiziano. Sotto la porta, che tuttavia sembra un'ingannevole prospettiva in pieno giorno, brilla un raggio di luce - fessura così sottile che vi passerebbe una cimice e forse un lombrico, ma certo non uno scarafaggio.
L'uomo nudo si corica sulla sabbia del viale. Nessuno si stupirà di vederlo appiattirsi in modo da risultare in breve come una larga pelle tesa sul suolo, ma viva, e attraverso la quale si possono distinguere il cuore, il fegato, i polmoni e tutti gli organi ancora funzionanti per quanto deformata sia la loro struttura. Basterebbero quattro chiodi, conficcati in questo istante, per fissarlo sul terreno come una rana laminata sul tavolo sperimentale. L'osservatore li conficcherebbe senza scrupoli, se potesse uscire dal suo ruolo per intervenire in modo concreto. Immaginarsi la sorpresa dei ragazzi, la mattina dopo, davanti a quel giocattolo straordinario, i loro divertimenti crudeli e tutto l'inedito di cui si abbellirebbero le regole del croquet, delle biglie o del gioco del mondo, i soldatini di piombo all'assalto di rabbrividenti trincee, il fuoco dei petardi accesi nel vivo del campo di battaglia! Una mano guantata di spini non sta per emergere fuori dal boschetto, alzando in aria i chiodi e il martello? Ci si augurerebbe di vederla, e che desse bene il colpo. Ma null'altro si muove se non l'epidermide appiccicata alla sabbia, semplice macchia chiara che striscia verso la porta della tomba.
Inutile, naturalmente, ripetere con quale facilità siano superati tutti gli ostacoli. L'uomo nudo, ridotto a due dimensioni, scivola sotto la porta come farebbe una pellicola untuosa, e quando riprende l'aspetto ordinario si trova in una piccola sala a tre pareti, che ha la forma della piramide esterna. I muri obliqui danno una penosa impressione di schiacciamento per la materia di un aspro grigio di cui sono rivestiti, e che è probabilmente ardesia o piombo. Davanti all'uomo, mormora una fontana capricciosa ove, su pietruzze e conchiglie d'argento che salgono più in alto della sua testa, una moltitudine di piccoli insetti muniti di proboscide riversano migliaia di fili d'acqua cui danno color d'arcobaleno i fulgori di luce riflessi dalle loro ali frementi; l'oscurità del fondo e la mancanza di specchi aumentano lo splendore di quegli automi, come se giocassero su tende di fuliggine.
Dopo aver gustato per qualche istante il divertente spettacolo, l'uomo nudo vede aprirsi nel pavimento una porta orizzontale a guisa di trappola. Ne esce un uomo, il primo che venga a rompere la solitudine in cui è rimasto fino ad ora il nostro eroe, e piega davanti a costui il suo volto color del mattone, con la bocca leggermente sorridente, gli occhi un po' stretti verso il profilo fuggente delle tempie. L'atteggiamento del nuovo venuto testimonia un grande rispetto, ma non mostra la minima espressione di sorpresa.
"Da lungo tempo la aspettavamo, Signor Molle," dice. "Da lungo tempo parlavamo delle sue nozze col grande Gatto Mammone. Tutti, qui, si rallegreranno per un arrivo che mette in festa le nostre dimore sotterranee; è in nome di costoro che la prego di volermi seguire."
E prima lo conduce al piano inferiore, in uno stanzino lastricato di un mosaico ove frammenti di gusci d'uova si mescolano a chiodi d'oro e a turchesi fra le più splendide che mai siano uscite dalle miniere della Persia, illuminato da una lumiera pentagonale costituita da cinque carcasse di pollastri puliti in modo da lasciarli intatti fino alle più fragili cartilagini, foderate di mussolina azzurro pallido intorno alle lampadine e cinte di piume di struzzo. Lì, due persone vecchissime più aggrinzite della madre del tempo, e delle quali non si potrebbe dire esattamente se siano donne, anche se di altro non sono vestite se non della loro pelle caduca, si affrettano intorno all'uomo nudo per lavargli il corpo e profumarlo.
L'altro rimane in un angolo e di lì le guarda, il braccio appoggiato su una mensola che si potrebbe credere tagliata da uno scultore dell'età barocca nel vivo della carne di una medusa gigantesca, poiché il mobile panciuto, di un azzurro traslucido, trema al minimo tocco come una massa di gelatina.
"Conosce," ripiglia, "la storia di quel mercante arabo che fu lo sposo di una fanciulla della reggia? Aveva osato accarezzare la moglie dopo il pranzo di nozze, senza essere prima passato attraverso tutte le abluzioni rituali. Per punirlo, lei gli fece immediatamente mozzare a colpi di rasoio i quattro pollici dei piedi e delle mani, e in seguito a ciò egli fu per lunghi anni il più ardente e rispettoso dei mariti. Non creda che noi siamo caduti così in basso nell'imitazione delle Mille e una notte, ma qualche misura di pulizia non le sarà inutile dopo che i giochi all'aria aperta che si possono indovinare dalle tracce lasciate su di lei, e poi questi olii di valeriana, coi quali la massaggiamo, hanno un profumo che piace al nostro padrone."
L'uomo nudo non risponde, accecato com'è dai getti di lozioni, stordito dallo stridore rugginoso dei vaporizzatori, rudemente strigliato da strumenti puntuti che infuriano nelle mani delle due vecchie creature; e la guida continua, con frasi indifferenti.
"Mi chiamano il Fiorentino, e io lo lascio dire, anche se il mio paese natio è piuttosto dalle parti di Volterra. Tutti quei Concini, quei Galigai, quei Medici, quei Lulli, hanno fatto tanto che ormai vi sono soltanto fiorentini nel parco Monceau, persino fra i còrsi di place Clichy. Ma la mia storia non può avere molto interesse per lei; d'altronde credo che lei sia a buon punto."
Ciò detto, si avvicina, e discosta le due orribili vecchie che, rovesciato il loro paziente in una rete di guerra, ve lo tengono a discrezione. Gaudiose per la sua elasticità, gli avviluppano insieme le gambe e le braccia ripiegate dietro la schiena, e ne fanno una molle treccia, che tirano attraverso le maglie di bronzo della rete. Il Fiorentino le incatena allacciando loro alla nuca due forti collari irti di punte simili a quelli che si mettono agli alani tedeschi. La sua destrezza è così rapida che quelle sferragliano contro il muro prima di aver capito quello che gli succede, ma quando si vedono l'un l'altra così maltrattate, urlano, furiose, mentre egli ridà la libertà all'uomo nudo senza ascoltare le loro preghiere frammiste a maledizioni. Esse fanno un tale baccano che gli uomini non riuscirebbero a dire una parola, e decidono di uscire dalla piccola stanza attraverso una porta aperta dal Fiorentino, di fronte a quella di cui si sono serviti per entrare.
Tutti e due, allora, si inoltrano in un lungo corridoio sotterraneo che scende una china assai ripida - una scala sarebbe più comoda, e si rimpiange la mancanza di gradini. Sotto un'illuminazione irregolare proveniente da una moltitudine di quelle conchiglie dette porcellane o veneri, appese alla volta e piene di lucciole che aleggiano anche vicino alle fessure, s'innalzano a destra e a sinistra alte colonne nerastre, irte di un crine più duro del pelo dell'elefante e mosse da assai lente ondulazioni. L'uomo nudo, che ha incespicato, vuole riprendere sostegno appoggiandosi alla più vicina, ma questa gli si contrae nella mano, ed egli si stupisce di sentirla bruciante. Inerpicate su scale di vimini, belle ragazze dai quindici ai diciassette anni, brune come meticce, seminude sotto fragili vestaglie di seta color arancio porpora, accarezzano le colonne con le dita e la lingua quasi fossero fantastici strumenti musicali; e in realtà, passando, vi si sentono risonare lunghi e teneri muggiti.
"Cazzi di cervi marini", dice il Fiorentino; "bellini, non è vero? Le piccole si adoprano a farli stare diritti e rigidi, perché quelli sopportano tutto il peso della vòlta. Se cedessero anche solo un momento, che catastrofe!"
A quest'idea poco rassicurante, i due uomini si affrettano. Subito sono dabbasso, davanti a una tiepida muraglia ove non si vede alcun varco, ma due battenti nascosti si aprono sotto la mano del Fiorentino, e l'uomo nudo, spinto in avanti dal compagno, si trova in una grande sala a forma di rotonda che sembra costruita all'interno di un immenso cuscino. Nessun angolo retto; il pavimento, i muri e il soffitto, confusi dalle loro forme tondeggianti, sono egualmente rivestiti da una lanuginosa imbottitura nella quale si affonda senza trovare sostegno.
Il Fiorentino è scomparso. L'uomo nudo vacilla, barcolla da ogni parte, e non si capisce quali molle invisibili lo facciano comunque muovere per spingerlo alla fine fra le zampe del Gatto Mammone, che, nel centro della stanza, troneggia come un ammasso colossale di pelo dorato, montagna ronfante e calda la quale si chiude sull'uomo con un rumore di trappola.
Le colonne, nel corridoio, sembrano colte da furia convulsa. Ovunque crepitano rumori d'organo, gorgoglii spaventosi, e le giovani musicanti, precipitate a terra dalle loro scale rovesciate, corrono in quel disordine con stridi da pappagallo. Poi le colonne si mischiano, si avvinghiano orribilmente, e quei nodi flaccidi si accasciano su blocchi di pietra ruzzolando giù dalla china. Tutto, allora, crolla. Tutto si fa buio intorno all'uomo nudo, che ha occhi, naso, bocca pieni di pelo rosso e di odore. La sua pelle non è più che un brulichio di artigli che penetrano, accarezzando, ed egli perde coscienza, felice come se annegasse in seno a un mare di pelliccia.
Dall'altro lato della cancellata, quel corpo, ridotto così come si è visto in dischi, in lastre, in lunghi nastri di carne, riprende immediatamente la sua forma con una elasticità che avremmo ritenuto privilegio di quelle Miss Caucciù, che gli artisti giapponesi spediscono per tutto il mondo entro casse ben foderate, e le cui grazie attirano una clientela di amatori verso le serrande color rosolaccio di certi piccoli negozi segreti nel quartiere delle Folies-Bergère... Ma lasciamo stare questi misteri, che sono di Parigi come di tante altre città e che, tutto sommato, sono soltanto spaventosamente volgari. Torniamo piuttosto al nostro malleabile eroe, davanti al quale la notte non troppo oscura rivela un parco Monceau assai più strano di quello dei monelli e delle balie di cui brulica durante il giorno.
Pochi passi sono bastati per fargli perdere di vista l'infilata di sbarre e, dietro quelle, le luci del boulevard. E' ora in un fitto boschetto di laurocerasi, che scavato a guisa di conca presenta all'interno un ampio vuoto dove i giardinieri ripongono, al riparo dagli sguardi, ciò che probabilmente sembra loro vergognoso o superfluo. Come un gran cumulo di letame che hanno appena portato via e che ha lasciato sulla terra nera un rettangolo chiaro fatto di mille germogli bianchi simili ad invidia e attorcigliati a guisa di gracili serpenti su una lastra di piombo; come una piramide di poltrone e di seggiole in fil di ferro giallo rizzante verso il cielo un tale arruffio di piedi da far pensare a una macchina per captare i fulmini, e all'opera di un demente. Di fianco, sul manico di una vanga conficcata per terra, una moltitudine di corone di paglia come degli ex-voto; e le banalità di un innaffiatoio di rame e di rastrelli coi denti in aria - se vi camminate sopra, il manico vi colpirà il viso - non dissiperanno facilmente la prima impressione di stupore all'idea del cerimoniale bizzarro che cercate di immaginare, in atto di svolgere la sua pompa sul palcoscenico di quel luogo appartato. Conosciamo davvero la religione dei giardinieri? Dove trovare il minimo ragguaglio su questi uomini che potremmo toccare con la mano ogni giorno, e che ci rimangono più stranieri degli zigani o dei pigmei dell'Equatore? Dove sono le opere sapienti, i libri dotti, gli atlanti con tavole? Chi scriverà quel trattato, che tanto ci manca, sui costumi dei giardinieri e sulle loro abitudini notturne? Non esiste niente di tutto questo, e la scienza si interessa soltanto alle cose lontane. Nella penombra, campane proteggenti piccoli vegetali di lusso, brillano i seni di ricambio di una colossale figura di vetro.
Ancora qualche passo; l'uomo nudo esce dal boschetto e si siede sul pendio assai leggero di un prato abbastanza vasto nel quale altro non si vede, qua e là, se non statue irrigidite nella pietra e nel bronzo. Le stelle tremano sopra il suo capo. E' un momento ideale per quella antica tristezza pagana, che spesso fa gemere coloro il cui destino è di essere unici al cospetto di tutte le specie del mondo.
"Perché non sono piuttosto monco delle gambe" - esclama - "accosciato sotto i miei rancidi stracci fra le anticaglie di un mercato di roba vecchia sciorinate all'aperto?! Perché non sono un tronco umano che si mette sotto vetro, cinto di fiori d'arancio, fra due bei candelabri d'argento?! Potrei, almeno, piacere a una di quelle dolci donne bianche e rosa il cui volto di porcellana da infermiera anglosassone si illumina, come a un raggio di sole, allo spettacolo affascinante di un uomo minorato nella propria carne."
Tace, poi lo si vede arrovesciarsi all'indietro, impugnare i piedi fra le mani e tendere tutto il corpo in un cerchio assolutamente perfetto. Ecco all'improvviso la ruota umana, quel capriccio di qualche incisore del Rinascimento, ritta in equilibrio sull'erba corta; la testa è strettamente incollata alle braccia, il naso è rientrato nel viso, nessuna sporgenza rompe la levigatezza del battistrada, ma gli occhi sono un po' arretrati da una parte e dall'altra di questo, e la schiena, all'interno della ruota, conserva tutte le sue forme intatte.
La stupefacente creatura si dondola, compie un giro d'orizzonte facendo perno sul proprio asse verticale e si appiattisce due o tre volte per prendere slancio, fin quando uno scatto, brutale come quello di una molla, la arrotonda di nuovo mandandola nello stesso tempo a rotolare lontano sui fianchi erbosi del prato. Corre con una velocità che ha del prodigioso, batterebbe un cavallo al gran galoppo, e, quando sembra che il movimento stia per rallentare, una deformazione appena sensibile le ridà nuove forze. Anche i rigonfiamenti, che rendono gibboso un po' ovunque il terreno, non la fermano; sale su quei piccoli monticelli con la stessa leggerezza con la quale la si vede calare a valle dei loro pendii. Quando incontra gli archetti di ferro che fiancheggiano il prato, li supera di un facile balzo, e si ha quasi l'impressione di sentirla ridere; è pure in questa guisa che affronta il marciapiede dell'avenue Ferdousi, la grande carrozzabile attraverso cui l'avenue Ruysdael si congiunge a rue de Phalsbourg, e allora penetra nella seconda metà del parco, verso l'avenue Velasquez. Un momento, corre sulla riva dello stagno romantico sfiorando l'edera che qui adorna con le sue pesanti trecce alcune rovine dall'aspetto artificioso, vestigia, a quanto si dice, del grande mausoleo della regina Caterina, poi, dopo qualche andirivieni in quello scenario polveroso, eccola spuntare all'angolo di un cespuglio di pruni, davanti alla spaventosa colata di biancheria sporca che a tutte le ore è la figura della Notte sul monumento a Fryderyk Chopin. Vacilla come un cerchio che stia per cadere a terra, ma non cade, e attraversa ancora il ruscello su un fragile ponte di legno prima di fermarsi, oscillando, dall'altro lato dell'acqua.
La ruota si disfa all'istante. Quelle carni così ben applicate a comporre il più raro e il più matematico dei mostri, così ben saldate insieme che il più accanito anatomista non saprebbe decidersi alla loro dissezione, si staccano senza alcuna fatica visibile. Ancora una volta è l'uomo nudo, nostra vecchia conoscenza, che stira il suo gran corpo nel mezzo della notte, solo spazzando col rovescio della mano l'erba schiacciata che l'ha sporcato, durante la corsa, dalla testa agli alluci.
Tuttavia, proprio a fianco del luogo ove ha cessato di essere rotondo, un Laocoonte attira i suoi sguardi, e le contorsioni del gruppo gli appaiono come altrettante sfide da raccogliere immantinente, altrettanti inviti a giochi di pietra e di pelle che il tepore della notte e il chiarore delle stelle renderanno incantevoli. Non gli ci vuole molto tempo a scavalcare il bordo di un'aiuola, ove il marrone rossiccio delle violaciocche nane disegna una mediocre scacchiera su un incerto fogliame grigio.
"Stupida genia dei giardinieri paesaggisti," brontola, "artisti floreali, bestie degne di mangiare il vostro concime! Non potevate mettere primule auricole sotto i miei piedi nudi, con un po' di eliotropio, almeno, per avvolgere d'un profumo che gli si convenga questo buon amico dei serpenti?"
E si issa sullo stretto zoccolo della statua.
Si direbbe, per una curiosa illusione dei sensi, che il gruppo si sia animato a contatto dell'uomo nudo. Eppure la pietra resta pietra, e non c'è mai altro prodigio che quella natura un po' bizzarra che permette al nostro eroe di spezzare la sua forma abituale per sciogliersi in tutte quelle che gli piacciono, alla sola condizione di non cambiare di volume.
Vedete come si allunga, adesso? Si è di nuovo trasformato in una spirale vertiginosa che si avvinghia intorno al nobile vecchio; in certi momenti, non è più altro, per l'occhio abbagliato, se non un malstrom di riflessi pallidamente dorati che corrono sul marmo come se stessero per inabissarvisi; poi è un filo sferzante, simile a quei sottili rettili arboricoli dell'Insulindia, che pende sotto i muscoli ben modellati della statua; e si ispessisce fino a diventare una specie di idra, o di calamaro: nidiata di grossi serpenti nati dalle braccia, dalle gambe, dall'intero corpo dell'uomo ridotto al calibro dei suoi modelli pietrificati. Nessuno oserebbe mettere la mano su quelle spire rapide, che si immaginano viscide e fredde al tatto; non se ne vorrebbe sentire il rumore incessante che evoca l'urto di corregge, ma quel rumore, quel movimento affascinano, e i passeri svegliati popolano di acute grida la ramatura che copre la riva.
Una carpa, o qualche altro pesante pesce divoratore di zanzare, è saltata fuori dallo stagno. La sua molle caduta, nell'acqua che si chiude con un gran colpo di lingua e una pioggia di sparpagliate goccioline, produce un effetto inatteso, perché ogni movimento cessa, tutti i serpenti si irrigidiscono ai fianchi del marmo. Se si vuole contemplare il più raro dei Laocoonti, bisogna affrettarsi, e forse riconosceremo, all'estremità di un tentacolo ritto sulla fronte del sacerdote di Nettuno, due occhi che la ruota umana ci aveva già mostrato, ma che qui sono così ravvicinati da costituirne pressoché uno solo sotto un lungo corno villoso. Tosto questo ritorna al suo primo stato di cranio, la statua ritrova le sue millenarie convulsioni, e l'uomo, ancora agghiacciato dagli abbracci del marmo, fugge, senza neppure pensare a tornare ruota, verso le smerlettature di un boschetto intravisto sulla sinistra di un caos di false rupi simulanti una grotta di montagna.
L'assurda emozione che l'aveva invaso - e per così poca cosa come il rumore d'un pesce - è scomparsa, ma è un rifugio poco amabile, durante la notte, quando si è nudi, una macchia di pruni e di agrifoglio. Ora si tratta di uscirne. Un viale serpentino, ove corre il nostro uomo a lunghi passi sferzati dai rami, lo conduce davanti a una povera parvenza di piramide, nerastra, tristemente vigilata da due sfingi, che, senza saperne il motivo, i custodi del parco chiamano sempre la tomba etrusca, anche se lo stile è piuttosto egiziano. Sotto la porta, che tuttavia sembra un'ingannevole prospettiva in pieno giorno, brilla un raggio di luce - fessura così sottile che vi passerebbe una cimice e forse un lombrico, ma certo non uno scarafaggio.
L'uomo nudo si corica sulla sabbia del viale. Nessuno si stupirà di vederlo appiattirsi in modo da risultare in breve come una larga pelle tesa sul suolo, ma viva, e attraverso la quale si possono distinguere il cuore, il fegato, i polmoni e tutti gli organi ancora funzionanti per quanto deformata sia la loro struttura. Basterebbero quattro chiodi, conficcati in questo istante, per fissarlo sul terreno come una rana laminata sul tavolo sperimentale. L'osservatore li conficcherebbe senza scrupoli, se potesse uscire dal suo ruolo per intervenire in modo concreto. Immaginarsi la sorpresa dei ragazzi, la mattina dopo, davanti a quel giocattolo straordinario, i loro divertimenti crudeli e tutto l'inedito di cui si abbellirebbero le regole del croquet, delle biglie o del gioco del mondo, i soldatini di piombo all'assalto di rabbrividenti trincee, il fuoco dei petardi accesi nel vivo del campo di battaglia! Una mano guantata di spini non sta per emergere fuori dal boschetto, alzando in aria i chiodi e il martello? Ci si augurerebbe di vederla, e che desse bene il colpo. Ma null'altro si muove se non l'epidermide appiccicata alla sabbia, semplice macchia chiara che striscia verso la porta della tomba.
Inutile, naturalmente, ripetere con quale facilità siano superati tutti gli ostacoli. L'uomo nudo, ridotto a due dimensioni, scivola sotto la porta come farebbe una pellicola untuosa, e quando riprende l'aspetto ordinario si trova in una piccola sala a tre pareti, che ha la forma della piramide esterna. I muri obliqui danno una penosa impressione di schiacciamento per la materia di un aspro grigio di cui sono rivestiti, e che è probabilmente ardesia o piombo. Davanti all'uomo, mormora una fontana capricciosa ove, su pietruzze e conchiglie d'argento che salgono più in alto della sua testa, una moltitudine di piccoli insetti muniti di proboscide riversano migliaia di fili d'acqua cui danno color d'arcobaleno i fulgori di luce riflessi dalle loro ali frementi; l'oscurità del fondo e la mancanza di specchi aumentano lo splendore di quegli automi, come se giocassero su tende di fuliggine.
Dopo aver gustato per qualche istante il divertente spettacolo, l'uomo nudo vede aprirsi nel pavimento una porta orizzontale a guisa di trappola. Ne esce un uomo, il primo che venga a rompere la solitudine in cui è rimasto fino ad ora il nostro eroe, e piega davanti a costui il suo volto color del mattone, con la bocca leggermente sorridente, gli occhi un po' stretti verso il profilo fuggente delle tempie. L'atteggiamento del nuovo venuto testimonia un grande rispetto, ma non mostra la minima espressione di sorpresa.
"Da lungo tempo la aspettavamo, Signor Molle," dice. "Da lungo tempo parlavamo delle sue nozze col grande Gatto Mammone. Tutti, qui, si rallegreranno per un arrivo che mette in festa le nostre dimore sotterranee; è in nome di costoro che la prego di volermi seguire."
E prima lo conduce al piano inferiore, in uno stanzino lastricato di un mosaico ove frammenti di gusci d'uova si mescolano a chiodi d'oro e a turchesi fra le più splendide che mai siano uscite dalle miniere della Persia, illuminato da una lumiera pentagonale costituita da cinque carcasse di pollastri puliti in modo da lasciarli intatti fino alle più fragili cartilagini, foderate di mussolina azzurro pallido intorno alle lampadine e cinte di piume di struzzo. Lì, due persone vecchissime più aggrinzite della madre del tempo, e delle quali non si potrebbe dire esattamente se siano donne, anche se di altro non sono vestite se non della loro pelle caduca, si affrettano intorno all'uomo nudo per lavargli il corpo e profumarlo.
L'altro rimane in un angolo e di lì le guarda, il braccio appoggiato su una mensola che si potrebbe credere tagliata da uno scultore dell'età barocca nel vivo della carne di una medusa gigantesca, poiché il mobile panciuto, di un azzurro traslucido, trema al minimo tocco come una massa di gelatina.
"Conosce," ripiglia, "la storia di quel mercante arabo che fu lo sposo di una fanciulla della reggia? Aveva osato accarezzare la moglie dopo il pranzo di nozze, senza essere prima passato attraverso tutte le abluzioni rituali. Per punirlo, lei gli fece immediatamente mozzare a colpi di rasoio i quattro pollici dei piedi e delle mani, e in seguito a ciò egli fu per lunghi anni il più ardente e rispettoso dei mariti. Non creda che noi siamo caduti così in basso nell'imitazione delle Mille e una notte, ma qualche misura di pulizia non le sarà inutile dopo che i giochi all'aria aperta che si possono indovinare dalle tracce lasciate su di lei, e poi questi olii di valeriana, coi quali la massaggiamo, hanno un profumo che piace al nostro padrone."
L'uomo nudo non risponde, accecato com'è dai getti di lozioni, stordito dallo stridore rugginoso dei vaporizzatori, rudemente strigliato da strumenti puntuti che infuriano nelle mani delle due vecchie creature; e la guida continua, con frasi indifferenti.
"Mi chiamano il Fiorentino, e io lo lascio dire, anche se il mio paese natio è piuttosto dalle parti di Volterra. Tutti quei Concini, quei Galigai, quei Medici, quei Lulli, hanno fatto tanto che ormai vi sono soltanto fiorentini nel parco Monceau, persino fra i còrsi di place Clichy. Ma la mia storia non può avere molto interesse per lei; d'altronde credo che lei sia a buon punto."
Ciò detto, si avvicina, e discosta le due orribili vecchie che, rovesciato il loro paziente in una rete di guerra, ve lo tengono a discrezione. Gaudiose per la sua elasticità, gli avviluppano insieme le gambe e le braccia ripiegate dietro la schiena, e ne fanno una molle treccia, che tirano attraverso le maglie di bronzo della rete. Il Fiorentino le incatena allacciando loro alla nuca due forti collari irti di punte simili a quelli che si mettono agli alani tedeschi. La sua destrezza è così rapida che quelle sferragliano contro il muro prima di aver capito quello che gli succede, ma quando si vedono l'un l'altra così maltrattate, urlano, furiose, mentre egli ridà la libertà all'uomo nudo senza ascoltare le loro preghiere frammiste a maledizioni. Esse fanno un tale baccano che gli uomini non riuscirebbero a dire una parola, e decidono di uscire dalla piccola stanza attraverso una porta aperta dal Fiorentino, di fronte a quella di cui si sono serviti per entrare.
Tutti e due, allora, si inoltrano in un lungo corridoio sotterraneo che scende una china assai ripida - una scala sarebbe più comoda, e si rimpiange la mancanza di gradini. Sotto un'illuminazione irregolare proveniente da una moltitudine di quelle conchiglie dette porcellane o veneri, appese alla volta e piene di lucciole che aleggiano anche vicino alle fessure, s'innalzano a destra e a sinistra alte colonne nerastre, irte di un crine più duro del pelo dell'elefante e mosse da assai lente ondulazioni. L'uomo nudo, che ha incespicato, vuole riprendere sostegno appoggiandosi alla più vicina, ma questa gli si contrae nella mano, ed egli si stupisce di sentirla bruciante. Inerpicate su scale di vimini, belle ragazze dai quindici ai diciassette anni, brune come meticce, seminude sotto fragili vestaglie di seta color arancio porpora, accarezzano le colonne con le dita e la lingua quasi fossero fantastici strumenti musicali; e in realtà, passando, vi si sentono risonare lunghi e teneri muggiti.
"Cazzi di cervi marini", dice il Fiorentino; "bellini, non è vero? Le piccole si adoprano a farli stare diritti e rigidi, perché quelli sopportano tutto il peso della vòlta. Se cedessero anche solo un momento, che catastrofe!"
A quest'idea poco rassicurante, i due uomini si affrettano. Subito sono dabbasso, davanti a una tiepida muraglia ove non si vede alcun varco, ma due battenti nascosti si aprono sotto la mano del Fiorentino, e l'uomo nudo, spinto in avanti dal compagno, si trova in una grande sala a forma di rotonda che sembra costruita all'interno di un immenso cuscino. Nessun angolo retto; il pavimento, i muri e il soffitto, confusi dalle loro forme tondeggianti, sono egualmente rivestiti da una lanuginosa imbottitura nella quale si affonda senza trovare sostegno.
Il Fiorentino è scomparso. L'uomo nudo vacilla, barcolla da ogni parte, e non si capisce quali molle invisibili lo facciano comunque muovere per spingerlo alla fine fra le zampe del Gatto Mammone, che, nel centro della stanza, troneggia come un ammasso colossale di pelo dorato, montagna ronfante e calda la quale si chiude sull'uomo con un rumore di trappola.
Le colonne, nel corridoio, sembrano colte da furia convulsa. Ovunque crepitano rumori d'organo, gorgoglii spaventosi, e le giovani musicanti, precipitate a terra dalle loro scale rovesciate, corrono in quel disordine con stridi da pappagallo. Poi le colonne si mischiano, si avvinghiano orribilmente, e quei nodi flaccidi si accasciano su blocchi di pietra ruzzolando giù dalla china. Tutto, allora, crolla. Tutto si fa buio intorno all'uomo nudo, che ha occhi, naso, bocca pieni di pelo rosso e di odore. La sua pelle non è più che un brulichio di artigli che penetrano, accarezzando, ed egli perde coscienza, felice come se annegasse in seno a un mare di pelliccia.
(A. Pieyre de Mandiargues, Il museo nero. Bompiani, 1968)
domenica 28 dicembre 2014
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